PROBABILIORISMO. - Dal comparativo latino probabilior (più probabile); indica il sistema morale che nel dubbio sulla liceità di un'azione sostiene che è lecito seguire l'opinione favorevole alla libertà, solo se essa è più probabile di quella favorevole alla legge. probabilità (v.) deve venire da argomenti positivi. Tuttavia i sostenitori del sistema non si accordano sul grado di probabilità richiesto per la liceità dell'azione. Si esige da alcuni una probabilità notabile e manifesta che si avvicini alla certezza morale. Per altri invece è sufficiente che i motivi siano di fatto più forti degli opposti.
Nelle Decretali (c. 3, X, III, 43; c. 3, X, IV, 1; c. 12, 18, X, V, 12; c. 5, X, V, 27; c. 44, X, V, 39; c. 1, V, 11 in Clem.) si afferma spesso il principio in dubbi pars tutior sequenda est; così in molti scolastici. Da altri l'assistenza è invocato solo come una regola pratica valevole in determinate circostanze. Però il p. come sistema morale data solo dalla seconda metà del sec. XVII e domina fino alla prima metà del secolo seguente, come un tentativo d'arginare il lassismo senza cadere nel tussurioso. Premunziatio da pochi teologi, fu favorito da Alessandro VII e molto più da Innocenzo XI (v.
PROBABILISMO); da Clemente XI e da Benedetto XIV, che impose l'uso del testo di teologia morale del p. G.
ATTONE (v.) nell'Istituto di Propaganda Fide. Accettato come sistema morale ufficiale da alcuni
ORDINI RELIGIOSI (Tentini, Domenicani; solo nel 1762 anche i Francescani), fu diffuso e restò dominante in buona parte del clero francese. I Gesuiti restarono in genere contrari. Ebbe sostenitori celebri tra i gesuiti: M. Elizalde, T. Gonzalez; tra i domenicani: V. Baron, C. R. Billuart, D. Concina, G. V. Contenson, G. B. Gonet, A. Noel, V. Patuzzi, P. Fagnani, G. Cassabut, G. Pontas, S. BALLERINI, PAOLO (v.). Recentemente conta sostenitori specialmente nell'Ordine domenicano. Come sistema morale non è riprovato dalla Chiesa, anche se ha perduto molto ascendente dopo s. Alfonso, che però da giovane ne fu valido sostenitore; ma il contatto con la vita pratica nelle missioni popolari lo persuase a combatterlo come pernicioso per il bene delle anime.
1) Esaminato in se stesso, il sistema non ha molta consistenza dottrinale e ha poca praticità. I suoi argomenti possono essere così compendiati: a) come nel dubbio d'una verità l'intelletto deve aderire alla sentenza che più si avvicina alla verità per evitare il più possibile il pericolo di errare, così ancora si deve agire nel dubbio sull'onestà d'una azione; b) in virtù del principio del possesso la legge conserva il suo favore obbligatorio, costringente sulla volontà del suddito, per una quasi precedenza, finché questo suo diritto non sia informato da ragioni più forti in favore della libertà. Le prove però non hanno molta consistenza. Il primo argomento pecca di petizione di principio. Suppone infatti la conoscenza della verità, poiché pretende giudicare se un'opinione sia più vicina alla verità di un'altra, quando si ignora la stessa verità. Inoltre afferma il principio del possesso in favore della legge, senza provarlo apoditticamente. 2) Applicando il principio probabilistico, si crea un effetto maggiore della causa (dalla sola probabilità si fa derivare un obbligo certo). Non sempre la maggiore probabilità distrugge la minore, specialmente se si parte da principi distinti. 3) Il p. rende ancora la vita pratica impossibile: la seria probabilità della opinione opposta rende sempre pericolosa l'azione, se non fosse vero il principio che le dubbia non obligati; quindi non si dà scelta: o probabilismo o rigorismo. Il grado di probabilità è soggettivo, in genere, anche presso autori profondi; quindi è difficile giudicare della maggiore o minore probabilità. In pratica, con questo sistema, potrebbe crearsi una ridicola o odiosa situazione in confessione. Il confessore in base al p., soggettivamente valutando le cose, dovrebbe negare l'assoluzione, in casi in cui, in base al p., il pentente oggettivamente ne avrebbe diritto. Il p. confonde poi il consiglio con il precetto e, nell'intento del maggior bene, allontana dal bene le anime. L'esempio addotto (chi dovesse andare a Roma, dinanzi a due vie ignote, prudentemente sceglie la più sicura), non riproduce la situazione morale: dinanzi a un fine necessario, a un danno da evitarsi necessariamente se deve essere tuzzoristi; ma non già nel caso di legge dubbia.
BIBL.: V. i moralisti, prevalentemente quelli citati, nel trattato De conscientia; inoltre: P. Mandonnet, Le décret d'Innocent XI contre le probabilités (cest. da Revue thomiste), Parigi 1903; C. Cruisbergs, Tractatus de conscientia, Malines 1928, p. 50 sgg.; G. Leclercq, La conscience du chrétien, Parigi 1947, p. 82 sgg.