PROVA, PATTO di. - Il contratto di lavoro presuppone nel lavoratore l'esistenza della capacità tecnica necessaria per le mansioni che deve esplicare. Per accertare preventivamente tale esistenza, e più in generale, per assicurare il reciproco soddisfacimento tra le parti, può stipularsi un p. di p. (redatto in scritto, salvo diversa disposizione delle norme collettive), la cui natura giuridica è tra le più controverse in dottrina (contratto preliminare, condizione risolutiva di un contratto di lavoro o, all'opposto, sospensiva [si placuerit] o potestativa impropria, o patto addirittizio, o speciale rapporto di esperimento, o empio rei speratae). Imprenditore e prestatore di lavoro sono rispettivamente tenuti a con-
sentire che si faccia, ed a fare l'esperimento che forma oggetto del patto.
Così disponendo, il nuovo codice civile (art. 2096) ha risolto una questione precedentemente controversa, nel senso che è sembrato più logico in relazione all'efficacia del vincolo contrattuale, e più equo in rapporto alla finalità della p.; dato che le parti hanno convenuto di procedere all'esperimento è giusto che siano tenute ad attuarlo, sotto pena in caso contrario di dover rispondere dei danni (la esecuzione in forma specifica non è infatti possibile in materia di lavoro). Durante il periodo di ciascuna delle parti può recedere dal contratto, senza obbligo di preavviso o di indennità; se però la p. è stabilita per un tempo minimo necessario, la facoltà di recesso non può esercitarsi prima della scadenza del termine. Compiuto il periodo di p., l'assunzione diviene definitiva e il servizio prestato si comporta nell'anzianità del prestatore di lavoro. Non è stabilita nel codice la durata del periodo di p., durata che non sembra possa andare oltre un certo limite massimo, consentendo al fine pratico della p. stessa; si potrebbe anche accedere alla tesi di una p. a tempo indeterminato, ma soltanto nel senso di una indeterminata iniziale, che non esclude la determinabilità successiva da fissarsi equamente dal giudice caso per caso. Altrimenti il p. di p. si presterebbe a facili elusioni della legislazione protettiva del lavoro, in specie riguardo alla risoluzione ed ai suoi effetti. Per gli impiegati, sono da ritenere sempre in vigore i termini massimi dell'apposita legge del 1924. Altre norme che derogino alla legge soltanto in senso più favorevole al lavoratore, possono aversi nei contratti collettivi e negli usi, in particolare, ad es., per la cosiddetta «clausola di protesta» dei lavoratori dello spettacolo.
Provencher, Joseph-Norbert. - Vescovo missionario, n. il 12 febbr. 1787 a Nicolet, nel Canada inferiore, m. a St-Boniface il 7 giugno 1853. Ordinato sacerdote il 21 dic. 1811, passò i primi anni nei dintorni di Montréal. Nel 1818 gli fu affidato il ministero presso i coloni cattolici della Rivière-Rouge. Mons. Giuseppe Ottavio Plessis, vescovo di Québec, lo nominò vicario generale per il nord-ovest.
Il 10 nov. 1818 P. inaugurò la prima cappella per i coloni canadesi e tedeschi di St-Boniface. Nel medesimo anno, seguendo le istruzioni di mons. Plessis, aprì anche la prima scuola della regione. Il 10 febbr. 1820 fu creato vescovo titolare di Juliopolis e coadiutore per il nord-ovest canadese. Consacrato da mons. Plessis a Québec il 30 maggio 1822, tornò il 7 ag. 1822 a St-Boniface dove fino al 1840 non ebbe più di 3 sacerdoti. Lavorò non solo tra i coloni e meticci, ma iniziò pure la missione fra gli indiani; nel 1844 riuscì ad ottenere le «Suore grigie» per il vicariato. Per l'intervento di mons. Bourget di Montréal ottenne gli Oblati di Maria Immacolata per la missione del nord-ovest, dismembrata il 16 apr. 1844 dalla diocesi di Québec. Il 25 ag. 1845 i due primi oblati, il P. Pietro Aubert e il suddiacono Alessandro Taché, arrivarono a St-Boniface. Egli aprì la strada alla Chiesa cattolica nell'ovest e nel nord canadese.
Provenzale, Lingua e Lettera-Tura. - Non v'è oggi, a propriamente parlare, una lingua p., ma soltanto un sistema di dialetti della Francia meridionale, distinto da quello dei dialetti francesi per un certo numero d'importanti caratteristiche, nel complesso più conservative. Esso comprende tutti i dialetti a mezzogiorno di un'ideale linea che, partendo a Occidente dall'estuario della Gironde, costeggia un tratto la Dordogna, s'alza ad arco intorno al Massiccio Centrale includendo Limosino ed Alvernia, scende poi al Rodano, lo taglia fra Vicenze e Valenza, attraversa il Delfinato fino alla giuntura delle Alpi Cozie e Marittime, segue infine queste ultime, terminando al mare presso Monaco. Nel medioevo il dominio di tali dialetti era più esteso a nord, sin verso la Loira, comprendendo forse anche il pittavino; e su essi si elaborò, con caratteri di koiné, una lingua letteraria d'importanza non inferiore alle altre del nascente mondo neolatino. Dante la designò, dalla particella affermativa, come lingua de oc, per distinguerla dalle sorelle italiane, del sì, e francese, dell'olì; ma nell'uso s'è fissato, fin dal Duecento, il nome di p., a rigore improprio, riferendosi ad un'area linguistica assai più vasta della Provenza propriamente detta, più vasta anzi della stessa Provincia romana. A tale differenziazione linguistica del mezzogiorno dal settentrione della Francia contribuirono l'attenzione e più intensa romanizzazione, il diverso substrato prelatino (celotligure al sud, gallico al nord), il diverso superstrato germanico (Visigoti, poi Burgundi nel sud, Franchi nel nord), infine tutte le condizioni storiche e geografiche che consentirono nel medioevo una notevole indipendenza al Ducato d'Aquitania e in genere a tutta la vita meridionale.
Il primo testo a noi giunto della letteratura p., in un manoscritto dell'abbaia di Fleury-sur-Loire, ora ad Orleans, è il frammento d'un poema didascalico-agiografico su Boezio, considerato come un martire del cristianesimo; tale poema, in classe di decasillabi, dovette esser composto intorno alla metà del sec. XI da un Limosino che s'ispirò a una biografia latina e direttamente al De consolatione philosophiae. Di pochi decenni posteriore è un altro poema agiografico, il cui manoscritto, ora a Leida, ha la stessa provenienza del primo, benché il testo appartenga invece alla regione narbonese: la Canzone di Santa Fede, che narra, in classe d'ottosillabi, la vita e il martirio della leggenda Santa venerata ad Agen e a Conques, ispirandosi alle relazioni latine della sua passione e traslazione, ai miracoli che ne descrisse Bernardo d'Angers, in qualche parte anche al De morte persecutorum di Lattanzio. Ancora alla fine del sec. XI o alle soglie del XII si trovano alcune liriche sacre (un inno natalizio latino farcito di p., una preghiera alla Vergine, tutta provenzale, sullo schema di notti inni latini), in un manoscritto di S. Marziale di Limoges, ora a Parigi. Bastano questi elementi a dire il peso che nel sorgere della letteratura p., come delle altre neolatine, ebbero impulsi schiettamente religiosi.
Tradizioni di scuola, di cultura chiericale ebbero certo gran peso anche nel sorgere della lirica trobadorica, che della letteratura p. costituisce la parte maggiore e migliore. Non è caso che il monastero di S. Marziale a Limoges, una delle più opense fucine di poesia ritmica latina sin dal tempo dell'abate Odolrico (1025-40), si trovi nei dominii di Guglielmo VII conte di Poitiers, IX duca d'Aquitania (1071-1126), il primo trovatore di cui siano pervenute a noi poesie, certo uno dei primi a praticare quest'arte, che dal tropus ecclesiastico ha tratto il nome, e dalla ritmica medievalita dei tropori ed innari ripete moduli di versi e strutture strofiche. E proprio ai tempi di Guglielmo e nei suoi domini fu fondato dal predicatore Roberto d'Arbrisse (1101) quel monastero di Fontevrault il cui singolare ordinamento, ispirato alla glorificazione della Madre di Dio, attribuiva l'autorità su un convento misto non a un abate ma ad una badessa, non a una vergine ma ad una vedova: esaltazione mistica della donna da cui, secondo il Bezzola, Guglielmo avrebbe tratto spunto, riducendola ad intenzione profana, per quell'esaltazione della donna ch'è motivo centrale della poesia amorosa dei trovatori.
S'accetti o no tale ipotesi, è certo che fra l'amore profano dei trovatori e quello mistico d'un s. Bernardo o d'un
extramatrimoniale. Il riferimento all'eresia catara che questa concezione ha suggerito a qualche critico (Pécladan, Rahn, De Rougemont) è però eccessivo. Il «ben celare», il designare la dama mediante pseudonimi (senhals), non sono precauzioni d'esoterismo ereticale, ma atteggiamenti di discrezione pratica, spesso puro pretesto per svincolare la lirica da una condizione di troppo immediato autobiografismo; e il solatz cui sospirano i trovatori è diletto mondano e letterario, che può essere idealizzato come crisma di cortesia, ma resta ben lontano dalle pretese sacramentali del
Si tratta, in ultima analisi, d'un fatto di costume, ben comprensibile nell'ambiente dei ricchi castelli feudali, come lo sarà il cicisbeismo nei salotti settecenteschi; e sono un gioco di società «contrasti» e «partimenti» e questioni e «corti d'amore», con le loro sottigliezze casistiche. Senonché l'importanza dell'amore cortese trascende codesti aspetti pratici e contingenti, per assumere, nella storia della civiltà occidentale, il significato d'una scoperta. Non solo i rapporti sociali fra i sessi s'intuazionato su un nuovo piano che, per certi aspetti (idee di «corteggiare», «cavaliere», ecc.) si prolunga fino ai giorni nostri; ma nell'esperienza amorosa si scopre un tono nuovo dello spirito, sconosciuto all'eros classico, un valore umano più intimo ed universale, per cui l'amore, questa «scoperta del sec. XII» (Seignobos), diventa il simbolo d'una civiltà. Fra l'istintività bruta del senso, realtà naturale mai sconfessata, e il rigorismo della legge morale e religiosa, sempre riconosciuta come superiore, si viene ritagliando un mondo del sentimento, rischioso nella sua ambiguità, sottilmente morbido nella sua squisitenza, aristocratico ed intellettualisticamente raffinato nelle sue estrinsecazioni, pressoché inesauribile come fonte di suggestione letteraria. Il teorico, si vorrebbe dire il Machiavelli, di codesta autonomia della vita sentimentale, regolata da un minuzioso galateo
Non s'intenda d'altra parte quest'unità in senso troppo statico. Non lontani i tempi in cui a un Diez la poesia provenzale poteva sembrare uniforme come l'opera d'un solo autore. Tutta la critica recente tende a meglio individuare e definire, entro l'unità della tradizione, rappresentata, nei canzonieri a noi giunti, da ca. 2700 liriche d'oltre 400 autori, le singole personalità di questi e i vari modi e la varia validità della loro ispirazione. L'attenzione s'appunta sugli iniziatori, che creando la loro poesia hanno fondato una poetica; mentre monotonia, convenzionalismo, assenza di ispirazione, sono più facilmente difetto degli epigoni, i quali hanno versificato entro i limiti e sui modelli d'una tradizione già costituita. Si vede così come l'esaltazione della donna e dell'amore sentimentale s'affacci in Guglielmo IX accanto a vecchi e pur vivaci motivi di maliziosa satira antifemminile, e d'esuberante, talor grossolana sensualità (onde la definizione di «trovarre bifronte»). Si vede, di contro alla nascente scuola poetica cortese, di cui è additato il capo nella persona d'un vassallo di Guglielmo, Ebolo visconte di Ventadorn, levarsi con robuste invettive e sarcastiche parodie il canto sdegnoso di Marcebruno (testi databili: 1133-48), che riscatta l'umiltà della propria condizione sociale con la consapevolezza d'un'arte tesa, in un linguaggio difficoltoso, ad orgogliose prove formali, e con il senso quasi profetico della propria missione, onde i suoi sventure hanno accenti biblici a sferzare la corruzione dei costumi e ad esortare alla crociata contro gli infedeli di Spagna. Si sente il fascino di un'ispirazione sognante e sottilmente contraddittoria nel tema (che non è, come taluno credette, allegoria religiosa) dell'amore lontano, cantato da Giaufré Rudel, principe di Blaja (m. alla seconda Crociata). Si riconosce in Bernardo di Ventadorn (attività: 1158-80), il miglior rappresentante della scuola di Ebolo, la voce più limpida della poesia trabandiera, che s'effonde con spontanea musicalità in canti di tenerezza estatica e di soave nostalgia d'amore,

Provenzale, lingua e letteratura - Poesie di Folquet de Marssella, Cod. provenzale del sec. xili (O) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. Int. 3208, f. 3 .
209 PROVENZALE LINGUA E LETTERATURA 210
soleggiati d'immagini radioso e commossi da un'alacre
prontezza d'intuizioni. Di fronte al suo trobar leu, cioè
facile e leggidro, quale praticarono anche l'elegante Pietro
Roger e l'appassionata Beatrice contessa di Dia (la più
notevole tra le diciassette poetesse che segnano la parteci-
pazione femminile al movimento trobadorico), si colloca
il trobar clus, oggi si direbbe ermetico, di Rambaldo
d'Aurenga (1150-73), con la sua esasperata ricerca d'aspe-
rità lessicali, sorprese foniche e concettuali, nuove strut-
ture, dominato con aristocratica sicurezza; e più tardi il
trobar ric d'Armaldo Daniello (1180-1210), fervido maestro
di stile e di tecnica, vero «fabbro», più che cesellatore,
d'ardue esperienze formali (si ricordi la «sestina») che
suscitarono l'ammirazione e l'imitazione di Dante e del
Petrarca. Echi marcabruniani e cortesi s'intrecciano in
Cercamondo e Bernardo Martin, e con più consapevole
ansia di perfezione in Pier d'Alverna (1158-80); trobar
clus e trobar leu si succedono in Giraldo di Bornelh (1165-
1200), che Dante salutò «poeta della rettitudine» e che
fu veramente un sermoneggiato sostenuto, ma non pro-
fondo, un moralista severo, ma non fino al ripudio del-
l'amore cortese, come Marcabruno. Accanto alle note
amorose, satiriche, morali, altre ne suonano: p. es., in
Bertrando del Born (1181-94) il gusto antiborghese delle
armi e della prodezza, l'esaltazione spettacolare della
guerra. Né manca la nota religiosa ad ispirare componimenti
significativi, dal doloroso canto di penitenza che Gugliel-
mo IX compose durante un'infirmità, nel pensiero della
morte, ai canti di crociata di Marcabruno e di Pier d'Al-
verna, alla preghiera e professione di fede di quest'ultimo.
Negli anni a cavaliere fra i due secoli la poesia troba-
doria è in pieno fiore. I nomi si fanno più numerosi, ma
al tempo stesso meno significativi, attenuandosi e tenendo
a livellarsi nella moda le note distintive. Pietro Vidal,
tolosano (1180-1206), trova accenti felici in un brioso
umorismo fantastico e sentimentale; Rambaldo di Vaquei-
ras (m. dopo il 1205) si compiace di variar toni e generi, dal
giullaresco all'epicheggiante; Folchetto ostenta nella sua
giovanile attività poetica (1180-95) qualità di cultura e di
dottrina razionante, che lo porteranno più tardi al ve-
scovato di Marsiglia (ma alcune poesie religiose già a lui
attribuite sono probabilmente dell'omonimo Folchetto di
Romans). E si ricordino ancora: Gaucelmo di Cabe-
stanh, con i suoi accenti di malinconia; Arnaldo di Ma-
ruolh, con la sua grazia stanca e un po' prolissa; Rigaldo
di Berbezieux, con le sue curiose comparazioni attinte ai
Bestiari; Raimondo di Miraval, Gaucelmo Faidit, Peirol,
il Monaco di Montaudon, ecc. S'approssima la decadenza,
non causata, ma soltanto affrettata dalla guerra albigese,
dalla manomissione regia dei grandi feudi, dal conseguente
venir meno di quella vita elegante che aveva alimentato
la poesia «cortese». Nella seconda metà del secolo, la
voce più notevole è quella che il tolosano Pietro Cardinal
(1235-72) leva a gridare il proprio orrore per le violenze
commesse contro la sua terra, la propria violenza reazione
contro il prepotere politico ed economico del clero; egli
non difende però l'eresia, e conserva anzi un sincero e pro-
fondo sentimento religioso: uno dei suoi canti migliori
è rivolto alla Madonna. L'infervorarsi del culto mariano
è del resto un carattere dell'epoca, e alla Vergine levarono
canti anche altri trovatori, da Perdigon e Amerigo di
Belenoi nella prima metà del secolo, a Folchetto di Lunel
e Deodato di Pradas nella seconda. Un tentativo di conci-
liare l'ideale cortese con il nuovo afflato di religiosità è
quello di Guglielmo di Montanhagol (1233-58), del quale
si discute se, e fino a che punto, sia da considerare precu-
sore degli stilnovisti.
Questo porta a considerare la diffusione conseguita
nel frattempo dalla poesia trobadorica. Già all'inizio del
seo XII, da Rambaldo di Vaqueiras, Pietro Vidal, Amerigo
di Peguilhan, fino ad Ugo di Saint-Circ, trovatori proven-
zali sbarcano a Genova, scendono in Piemonte, traver-
sano la Lombardia fino alla Marca Trevigiana: i marchesi
di Monferrato, i conti di Savoia, i Malaspina, gli Estens,
Ezzelino da Romano, gareggiano nell'accoglierli ed ono-
rari. Altri numerosi, come già Marcabruno, valicano i
Pirenei e visitano le corti d'Aragona e di Castiglia: qui
visse a lungo quello che fu detto «l'ultimo dei trovatori»,
(not.

Parc. VENZALE, LINGUA E LETTERATURA - Canzone di Guglielmo di
Saint-Leidier con melodia. Codice provenzale del seo. XIV (G.)
Milano, biblioteca Ambrosiana, cod. R. 71 Sup., f. 75r.
Giraldo Riquier (1254-82). A gara sorgono poeti catalani,
i quali, da Guglielmo di Berguedan al suo omonimo
di Cervera (detto Cerveri), adottano il p. come lingua
letteraria; tra essi lo stesso sovrano Alfonso II (1162-96).
Così nell'Italia settentrionale, dalla fine del seo. XII all'inii-
zio del XIV, da Pier della Cavarara a Ferrarino da Ferrara,
il p. è lingua della lirica cortese, e in p. scrivono con
proprietà il bolognese Ramberto Buvalelli e il manto-
vano Sordello, i genovesi Lanfranco Cigala e Bonifacio
Calvo come il veneziano Bartolomeo Zorzi, persino toscani
come Dante da Maiano e Terramagnino da Pisa. In regioni
geograficamente e linguisticamente più lontane, come Ga-
lizia, Sicilia, Germania, o dove già era una gloriosa tra-
dizione letteraria, come nella Francia settentrionale, sor-
gono scuole poetiche le quali ripetono i modi provenzali
nella lingua materna. La poesia dei trovatori si pone così
come punto di partenza di tutta la lirica europea; e se
oggi, dopo la scoperta delle Khargias mozarabiche, con
cui si risale fino alla metà del seo. XI, non si può più
ripetere che quelli dei trovatori furono i primi versi lirici
in una lingua neolatina, ben si può ripetere che il loro fu
il primo movimento letterario in cui si esprime un'alta
e complessa coscienza d'arte, un movimento decisivo alle
radici di tutta la moderna poesia occidentale.
L'opera dei trovatori è notevole anche dal punto di
vista musicale: le 264 melodie pervenute mostrano una
tecnica strettamente legata a quella del canto gregoriano,
con minori ampiezze ma con maggior quadratura di
disegno, con più spiccata tendenza a consolidare il ritmo
in periodi brevi e il senso tonale in modi più vicini agli
attuali maggiore e minore.
Minore fu l'importanza della letteratura p. in altri
campi. Si credette un tempo (Fauriel) alla primogenitura
PROVENZALE LINGUA E LETTERATURA - PROVERBI
Leyd d'amors. Maleggi e giuochi e concistoro non possono arrestare la decadenza, dovuta alle mutate condizioni storiche. Assai prima dell'Editio di Villers-Cotterets (1539) il francese s'è imposto in tutto il Mezzogiorno come lingua dell'alta società e della letteratura (si pensi a G. Phebus, A. De la Sale, C. Marot); mentre i dialetti, sempre più frammentati, si prestano solo a qualche opericcuola popolare, a qualche genere tradizionale come i Noëls recitati nell'ottava di Natale.
Non risollevano il p. dall'ambito dialettale tentativi di rinascita quali s'hanno alla fine del Cinquecento con il guascone Du Bartas, nel Seicento con il tolosano Pietro Goudelin (Goudoli), nel primo Ottocento con la scuola di Marsiglia e il parrucchiere-poeta Jasmin. Lo risolleva bensì il movimento fondato nel 1854 da sette giovani, fra i quali erano temperamenti schietti di poeti: Giuseppe Roumanillo, Teodoro Aubanel, Mistral (v.); ma è una rinascita effimera. La lingua dei félibres (così questi poeti chiamarono se stessi, adottando l'oscuro termine con cui un canto popolare religioso designava i dottori che disputarono con Gesù) era il dialetto arlesiano trasformato da un sottile lavoro di selezione filologica e d'affinamento estetico; ma essa non giunse mai a vera completezza di funzioni letterarie, e la rapida evoluzione dello stesso arlesiano parlato, la resistenza di altri dialetti fortemente caratterizzati, la mutua incomprensibilità fra i meno vicini e il conseguente ormai abitudinario ricorso di tutti alla lingua ufficiale dello Stato, il francese, come lingua di conversazione e di cultura, fan si che lo stesso capolavoro di Mistral, Miréio, non sia più accessibile oggi al popolo per cui fu scritto. Il felibrismo contemporaneo, sopravvissuto alla morte del Mistral e alle due guerre mondiali, è e resta letteratura dialettale.
e l'oggetto del medesimo (Deut. 28, 37; I Reg. 9, 7; Jer. 24, 9; Ez. 14, 8 ecc.). Nei P. il māsāl va dalle forme elementari di semplici massime (capp. 10-22, 25-29) ai curiosi proverbi numerali (6, 16-19; 30, 15-31), ai quadretti vivaci e alle pitture di caratteri (23, 29-35; 24, 30-34; cf. 6, 6-11; 26, 13-16, ecc.), alle immaginose presentazioni della sapienza e del suo contrario, la stoltezza, talora con il procedimento della personificazione (7, 6-27; 9, 1-6; 13-18). Anche la forma poetica varia: dal distico, quasi costante nelle due raccolte salomoniche, al tetrastico, frequente nelle altre, alla strofa di dieci e più versi nei capp. 1-9. Particolare rilievo merita il māsāl numerale, che raggruppa, per certe caratteristiche comuni, determinati oggetti, definendone il numero in due momenti: prima con un'unità in meno, poi con la cifra che effettivamente si voleva indicare, a cui segue l'enunciazione degli oggetti numerati: nel libro dei P. quasi costantemente quattro (30, 15 sg. 18 sg. 21 sg. 24-28, 29 sg.: sette, in 6, 16-19), con previa menzione di tre (si noti l'eccezione di 30, 24); ma negli altri libri, specialmente profetici, il numero completo è anche il due (Iob 40, 5; Ps. 62, 13), il cinque, qualche volta il sette (Iob 5, 19) e perfino l'otto (Mi. 5, 5) e il dieci (Eccli. 25, 7).
Il libro dei P. ha un'unità solo redazionale. Le varie collezioni si raggruppano intorno a due principali. Anche nell'interno delle singole collezioni è difficile o impossibile scoprire un'unità e una disposizione logica, succedendosi le sentenze alle sentenze senza nesso evidente.
Indizi più positivi della molteplicità delle collezioni sono, oltre la diversità dello stile e della dottrina, la ripetizione di sentenze molto simili, o addirittura identiche, i titoli conservati all'inizio delle singole raccolte. Dopo la diffusa introduzione dei capp. 1-9, viene ripetuto (10, 1) il titolo di 1, 1, perché a questo punto inizia la prima collezione salomonica (10, 1-22, 16). Seguono due minori collezioni (22, 17-24, 22; 24, 23-34) di detti dei savi: la prima viene introdotta (22, 17) senza titolo; ma lo presuppone la piccola introduzione di 24, 23. La seconda collezione salomonica (23-29) è opera degli uomini di Ezechiea re di Giuda (25, 1). A questa fama seguito i detti di Agur figlio di Jāqeh di Māsā' (30, 1), che sembrano limitarsi a 30, 1-14, seguiti dai proverbi numerali (30, 15-33). Allo stesso modo i detti di Lamuel, re di Māsā' (31, 1), si riducono a nove versetti (31, 1-9: fuggire le male femmine, corruttrici dei re, e l'abuso del vino), distinguendosi nettamente per la forma d'acrostico (ventidue distici, rispondenti alle lettere dell'alfabeto) il carme finale sulla donna virtuosa (31, 10-31): ritratto vigoroso della sposa e della madre di famiglia ideale.
I Padri e gli interpreti del medioevo attribuirono il libro dei P. tutto intero a Salomone, ingannati dal titolo di 1, 1 e dalla Agur (v.). e di Lamuel (v. in 31, 1), presi, non di rado, come pseudonimi o nomi simbolici di Salomone. L'unità d'autore non è più difesa. La diversità dell'ambiente storico e culturale si riflette in maniera troppo evidente nelle singole collezioni sopra elencate. Non c'è nessuna difficoltà seria contro l'origine salomonica del contenuto delle due collezioni 10, 1-22, 16 e 25-29. Per questo nucleo centrale tutto il libro poté venire denominato da Salomone come il Salterio da David. La lingua di queste due collezioni è del periodo migliore; la forma del māsāl è semplice ma efficace; frequenti gli accenni ad una monarchia che attraversa un periodo di splendore (16, 12-15; 20, 8-26, 28), mentre non si allude mai a sciagure nazionali. Il contenuto di queste due collezioni può considerarsi come un saggio dei tremila «proverbi» detti da Salomone, secondo I Reg. 5, 12 (Volg. 4, 32). La seconda collezione fu fatta dagli uomini di Ezechiea (25, 1); la prima può essere notevolmente anteriore, senza giungere all'età salomonica. È difficile determinare quando alle due collezioni salomoniche siano state unite le minori, e quando il libro abbia raggiunto la sua forma definitiva, con la lunga introduzione dei capp. 1-9, che hanno l'aspetto di un trattatello sulla natura e l'utilità della sapienza. Scendere, per quest'ultima parte, fino all'età ellenistica non sem

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**FIG. 1.** (fot. Ene. Catt.)
Provvisti, Libro dei P. incipit del libro dei P. o delle Parabole di Salomone. La miniatura rappresenta il giudizio di Salomone; nel fondo in basso Salomone giovane - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 2, f. 31 v (sec. xv).
La giustificato: differente, infatti, è il modo di concepire la sapienza in confronto dei libri della Sapienza e dell'Ecclesia-stico, influenzati, il primo soprattutto, dalla cultura greca.
I capp. 1-9, benché abbiano il carattere prevalente di una generica esortazione a seguire la sapienza, trattano pure della fuga delle compagnie malvage (1, 8-19; 2, 10-22), specialmente delle male femmine (5; 6, 20-35), dei riguardi doverosi verso il prossimo (3, 17-33), della prudenza nell'impegnarsi (6, 1-5), della fuga della pietà (6, 6-11). Nota predominante è l'invito a seguire la sapienza (cap. 8), convintente alla propria mensa (9, 1-6), cui si contrappone il banchetto della follia (9, 13-18).
Vario e slegato è il contenuto delle due collezioni salomoniche, nelle quali si passa dall'affermazione che i figli, secondo che sono buoni o cattivi, formano la gioia o la tristezza dei loro genitori (10, 1), alla condanna delle ricchezze male acquistate e all'esaltazione della giustizia (10, 2 sg.), quindi alla stigmatizzazione della pigrizia (10, 4 sg.). ecc. Anche dove c'è una certa unità di contenuto, come in 10, 11-21 (saggezza nel parlare), sono intercalate massime sulla ricchezza e sulla povertà, sull'uso diverso che il giusto e l'empio fanno dei propri guadagni (10, 15 sg.). Ogni aspetto della vita individuale, familiare e sociale vi viene considerato. Particolare rilievo ricevono la dignità e il compito del re, del quale si delinea il modello in 16, 10-15; 20, 26-21, 1. Cf. 25, 2-7; 29, 2-14.
Lo stesso carattere di massime e di consigli slegati gli uni dagli altri hanno le due collezioni di detti dei savi (23, 17-24, 22 e 24, 23-34), che trattano del modo di comportarsi con il prossimo, particolarmente povero e indifeso (22, 22-28; 24, 11-18), dello stare alla mensa (23, 1 sg.), della docilità richiesta per una buona educazione (23, 12-28), e danno una vivace pittura dell'ubriaco (23, 20-35) e del pigro (24, 30-34). Il re è concepito vicino a Dio nell'esortazione ai sudditi di non provocare la colera né dell'uno né dell'altro (24, 21 sg.).
I detti di Agur (non individuali) cominciano con
proverbi, libro dei - Incipit del libro dei r. o delle Parabole di Salomone. Bibbia di Borso d'Este, eseguita tra il 1455 e il 1461, vol. I, f. 270 V. MODERATI, Biblioteca Estense.
una professione dell'inaccessibilità e trascendenza di Dio (30, 1-4) e della immutabilità della sua parola (30, 5 seg.). Agur ama l'aura mediocrità, per cui non vuole né povertà né ricchezza, che espongono egualmente a pericoli morali, ma soltanto il necessario alla vita (30, 7 seg.). Nei misiflim numerali (30, 15-31) esalta egli pure il re (v. 29 seg). Lamuel (personalità ignota) traccia la figura di un buon principe (31, 2-9). Segue il quadro della donna virtuosa (31, 10-31).
Il libro dei P., come altri sapienziali, offre notevoli analogie con la dottrina dogmatica e morale del Nuovo Testamento; per cui viene citato 25, 21 (Rom. 12, 20) a proposito di certi atti di cortesia da compiersi anche verso il nemico, del male del quale non si deve godere (24, 17 seg.). Una libera utilizzazione di 25, 6 seg. si ha in Lc. 14, 8 seg. Prov. 20, 22 (cf. 24, 29) vieta di rendere male per male: superata la legge del taglione, si avvicina a quella della carità (cf. Rom. 12, 17; I Thess. 5, 15; I Pt. 3, 9). Il motivo del non ripagare il nemico con la sua moneta è la fiducia non nell'intervento di Dio vendicatore (Deut. 32, 35), ma nella protezione di lui.
Nella sua parte più recente e più dottrinale, il libro dei P. prelude lontanamente alla Rivelazione cristiana del mistero trinitario con la presentazione della sapienza come qualcosa di distinto da Dio creatore: 8, 22-31; cf. 1, 20; 9, 1-6 ecc. Bisogna riconoscere, tuttavia, che i misiflim di contenuto direttamente dogmatico sono pochi. P. è un libro eminentemente pratico, per la condotta della vita. Ma alla base delle direttive pratiche stanno premesse o principi che toccano il fondamento stesso della religione. La morale di P. riposa sul timore di Dio (1, 7), ossia su un profondo sentimento della dipendenza da lui, unito ad una confidenza quasi filiale (3, 5-8).
P. presenta innegabili somiglianze con la letteratura sapienziale degli altri popoli dell'Oriente. In particolare, tra 22, 17-24, 20 Amen-em-opé (v.) le somiglianze sono talmente numerose e precise da non potersi considerare fortuite. Teoricamente il problema potrebbe risolversi o per la dipendenza di P. dall'egiziano o di costui da P. o, finalmente, di ambedue da una fonte comune. La prima e la seconda soluzione hanno trovato meno patrocinatori della terza.
Per il testo dei P. il fatto più notevole è la diversità molto forte che corre tra il masoretico e i Settanta. Con il primo concordano sostanzialmente la Pésitta, il Targum, le versioni greche di Aquila, Simmaco e Teodozione, la Volgata. La traduzione di S. Girolamo, molto affrettata (in tre giorni tradusse Proverbi, Ecclesiaste e Cantico dei cantici: cf. Praef. in libros Salomonis: PL 28, 1241), riproduce, in sostanza, un testo ebraico anteriore di poco all'epoca dei Masoreti. Con i Settanta coincidono le versioni copte, siro-escarpate e l'antica latina. La versione dei Settanta presenta caratteri di eccessiva libertà. Ci sono divergenze di senso (p. es., 13, 2-4 seg. 9 seg.), testi tradotti due volte (14, 22; 22, 8 seg.; 25, 20) e numerose aggiunte (o si parafrasa il testo precedente o si esprime il medesimo concetto con qualche variazione nelle immagini); ma le aggiunte possono essere talvolta (cf. 11, 16; 27, 20 seg.) tracce di un testo ebraico più antico e migliore di quello masoretico. Le omissioni sono relativamente poche: 1, 16; 4, 5a. 7; 7, 25b; 8, 26ab. 32b. 33; 11, 4; 13, 6; 15, 31; 16, 1-3. 6-9; 17, 19b; 18, 8. 23 seg.; 19, 1 seg.; 20, 14-19; 21, 5. 18b; 22, 6; 23, 23; 25, 9a. 19b. Trasposizioni si hanno sia d'intere sezioni (la prima parte delle parole di Agur, 30, 1-14, viene dopo 24, 22, ossia dopo la prima collezione dei detti dei saggi; la seconda parte delle parole di Agur, 30, 15-33, e le parole di Lamuel, 31, 1-9, dopo 24, 34, ossia dopo la seconda collezione delle parole dei saggi), sia di singoli misiflim, specialmente della prima collezione salomonica (p. es.: 16, 7 dopo 15, 28; 20, 22 seg. dopo 20, 9). La Volgata ha pochissime aggiunte in proprio, rispetto al testo masoretico e ai Settanta: p. es., 14, 21c. Invece un terzo delle addizioni dei Settanta sono comuni alla Volgata. Piuttosto che d'infusso dell'antica latina sul traduttore della Volgata, sembra trattarsi di posteriori interpolazioni. Il testo masoretico e la Volgata, purgata dalle interpolazioni, sono notevolmente più brevi dei Settanta e abbastanza d'accordo tra loro. Ambedue rappresentano un testo sinagogale, liberato, nei primi secoli dell'era cristiana, dalle addizioni conservate nei Settanta.

Proverbi, Libro dei - Incipit del libro dei P. o delle Parabole di Salomone. Bibbia di Borso d'Este, eseguita tre il 1455 e il 1461, vol. I, f. 270 ?
provberi - « providentissimus deus »
rotii, II V. T., 6), Torino 1938, pp. 5-124; H. Renard (La Ste Bible di L. Pirot - A. Clamer, 6), Parigi 1946, pp. 25-187; A. Vaccari (La S. Bibbia... a cura del Pont. Ist. Bibl., 5, 11), Firenze 1950, pp. 13-85. Recenti non cattolici: G. F. French, Londra 1909; C. Stuermand, Tubinga 1923; W. O. E. Oesterley, Londra 1929; G. Kuhn (Beiträge zur Wissenschaft von Alt. u. Neuen Testament, 57), Lipsia-Stoccarda 1931; B. Gemser, Tubinga 1937. Per le questioni di critica testuale e letteraria: G. Mezzacasa, Il. dei P. di Salomone. Stu-dio crit. sulle aggiunte greco-alessandrine, Roma 1913; A. Vaccari, Salomon Proverbiorum auctor, in Verbum Domini, 8 (1928), pp. 111-116; D. Gallucci, Principio ed elementi essenziali della no-rale nel I. dei P., in Scuola catt., 59 (1931, 11), pp. 364-70; id., Il timor di Dio nel I. dei P. ibid., 60 (1932, 11), pp. 157-68; id., Sapienza e follia, ibid., pp. 36-47; D. Buzzy, Les maschals numériques de la sangue et de l'aphah (Prov. 30, 15-16, 18-20), in Rev. bibl., 42 (1933), pp. 5-13; A. Robert, Les attaques littéraires de Prov. I-IX, in Rev. bibl., 43 (1934), pp. 42-68, 172-204, 374-84; 44 (1935), pp. 344-65, 502-25; J. Schmidt, Studien zur Stilistik der altestan. Spruchliteratur (Alttestan, Abhandl., 13, 1), Münster 1936; H. Duesberg, Les scribes inspirés. Introd. aux livres sapientiaux de la Bible. Le livre des Proverbes, Parigi 1938; P. van Inschoot, Sagesse et esprit dans l'Ancien Test., in Rev. bibl., 47 (1938), pp. 23-49; id., De «proverbis» sapientium, in Coll. Gandaven., 25 (1938), pp. 141-45; J. Schildberger, Die altesten Texte des Proverbien-Buches un-terucht und textgeschichtlich, eingeliefert. I. Die alte afrikanische Textgestalt, Bouron 1941.
Teodorico da Castel San Pietro
providence, diocesi di - Città e diocesi nello Stato di Rhode Island (U.S.A.), suffraganea di Boston, copre oggi un territorio di 1085 migliaq. con una popolazione totale (censimento del 1950) di 791.896 ab., dei quali 435.865 sono cattolici.
I franco-canadesi immigrati nello Stato formano ancora oggi una parte importante della popolazione cattolica. Nella diocesi di P. sono 534 sacerdoti dei quali 173 religiosi di diverse congregazioni, 136 parrocchie, 119 cappelle, 25 missioni, 40 congregazioni femminili con 1716 religiose, 2 seminari e scolastici, 3 collegi, 3 ospedali. La diocesi di P. fu eretta il 17 febbr. 1872 per lo Stato di Rhode Island e la parte sud-est del Massachusetts. Questa parte divenne poi la diocesi di Fall River (14 marzo 1904). La città di P. fu anche la sede della diocesi di Hartford, eretta da Gregorio XVI il 28 nov. 1843, sino al 1847.
Le prime vestigia di cattolicesimo che si possono rintracciare risalgono al 1780, quando l'armata francese diretta da Rochambeau si accampò a Newport e a P.; si sa che vi erano cappellani con le forze armate. Poco dopo (febbr. 1783) l'Assemblea legislativa coloniale annullò la legge contro la religione cattolica romana. La rivoluzione di Guadalupe che seguì la Rivoluzione Francese causò l'immigrazione di un certo numero di famiglie francesi a Newport e a P. La prima Messa, celebrata in una chiesa fabbricata ad hoc, fu detta a P. nel nov. 1837.
« providentissimus Deus ». - Lettera enciclica di Leone XIII (18 nov. 1893) diretta a promuovere e disciplinare gli studi della S. Scrittura (Acta Leonis XIII, 13 [1893], pp. 326-64; Acta Sanctae Sedis, 26 [1893-94], pp. 269-92; Enchiridion Biblicum, Roma 1927, nn. 66-119).
Il prologo, presentata la Scrittura come fonte di rivelazione soprannaturale, dichiara che scopo della lettera è difendere il patrimonio di quella e incrementarne lo studio. La parte dimostra l'eccellenza della S. Scrittura e l'importanza del suo studio dall'uso che ne hanno fatto Cristo e gli Apostoli, dalla ricchezza dei suoi insegnamenti dogmatici e morali, dalle affermazioni e dalla prassi dei Padri e della Chiesa (Ench. Bibl., nn. 66-84). La 2ª parte,
indicate rapidamente le posizioni degli avversari della Bibbia, espone le norme da seguire nell'insegnamento di questa, a cominciare dalla preparazione dell'insegnante, del quale si tracciano i compiti, per l'introduzione e per l'esegesi. In questa prendere come fondamento la Volgata, senza trascurare i testi originali e le altre versioni, e seguiare le regole d'interpretazione comunemente accettate: esame accurato delle parole in se stesse, del contesto e dei passi paralleli, con il sussidio di tutte le cognizioni, anche profane, che aiutano a comprendere il testo sacro (ibid., nn. 85-92). Per intendere il senso, talora assai recondito, delle Scritture, l'esegesi non perda mai di vista il magistero della Chiesa, depositaria delle medesime e interpretare autorizzata, l'analogia della fede e l'interpretazione dei Padri. Potrà l'interpretare cattolico giovarsi anche degli studi degli eterodossi, ma tenendo presente che questi non possono giungere al midollo delle Scritture. La Bibbia va studiata in funzione della teologia, di cui deve essere l'anima. A sua volta, una sola formazione teologica e l'attaccamento al magistero della Chiesa renderanno l'interpretare atto a difendere il patrimonio dei libri sacri (ibid., nn. 93-102). Per assolvere più efficacemente questo compito difensivo, sia esso fornito della conoscenza delle lingue antiche, di quelle, particolarmente, in cui la Bibbia fu scritta, nonché di una sana critica, non dimenticando poi mai che la Bibbia, non avendo intendimenti scientifici, fu uso spesso di un linguaggio corrente e popolare, anche dove tocca, o sembra toccare, le scienze. Nessun contrasto può esserci tra le notizie date dalla Bibbia e quelle della storia profana bene accertate (ibid., nn. 103-109). Canone supremo per la retta interpretazione e la difesa della Scrittura è il fatto della sua ispirazione divina e della conseguente immunità dall'errore (ibid., nn. 110-12). Chiude l'enciclica un'esortazione (ibid., nn. 113-19) a tutti i cattolici ad approfondire gli studi biblici o a cooperare, in qualche modo, al loro progresso. Li promuovano per primi i vescovi e tutto il clero si dedichi «a studiare le sacre lettere con sommo affetto di riverenza e di pietà» (ibid., n. 119).
La P. D. ha segnato un deciso rifornimento degli studi biblici tra i cattolici e una difesa contro l'incipiente crisi modernista. Superata questa per l'intervento energico del b. Pio X (encic. Pascendi), Benedetto XV (v. SPIRITUS PARACLITUS) riprenderà e applicherà gli insegnamenti e preciserà alcuni punti
