PSEUDO-ISIDORO

PSEUDO-ISIDORO. - Sotto questo nome si nasconde una personalità o meglio un gruppo di persone del sec. IX, la cui identità ancor oggi non è accertata e a cui si deve attribuire una delle più famose falsificazioni che la storia ricordi. Loro opera non è soltanto la cosiddetta Collectio Pseudo-Isidoriana, detta anche Pseudo-Decretali o Decretali Pseudo-Isidoriane, ma anche la collezione dei Capitolari di Benedetto Levita, quella chiamata Capitula Angilranini (v. ANGILRAMNO) e la forma della Hispana che va sotto il nome di Hispana di Autun (v. COLLEZIONI CANONICHE).

La personalità e l'opera dello P.-I. non si possono comprendere fuori del loro ambiente storico. Nel Regno dei Franchi si erano accumulate diverse forme di disciplina ecclesiastica: il diritto antico universale, i particolarismi regionali delle Chiese della Gallia e le norme di carattere asserico-morale della disciplina penitenziale che avevano portato con sé i missionari della Chiesa inaulare; inoltre le concezioni giuridiche germaniche intaccavano la disciplina ecclesiastica, causando con il tempo una vera decadenza di essa.

A causa poi delle condizioni politiche, la gerarchia era anch'essa vittima della decadenza, in quanto gli alti uffici

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(fot. Esc. Cett.) PSEUDO-ISIDORO - Pagina della Collectio Hispana Augustodonomi, tuttora inedita - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 1341, f. 160 (sec. XI).
ecclesiastici erano spesso occupati da persone che servivano più lo Stato ed i suoi interessi che non la Chiesa. Questa, sin dai tempi di Clodoveo, era stata oggetto di grandi donazioni territoriali, le quali non potevano non avere una grande attrattiva per i principi; di qui espropriazioni in grande stile, conferimento di sedi vescovili e di altre dignità ecclesiastiche a persone ligie ai desideri dei principi. Quando, in occasione della cosiddetta riforma carolingia, molti beni furono restituiti alla Chiesa, ciò si fece solamente in forma di feudo, cosicché, attraverso il beneficium, che dietro l'influsso delle concezioni germaniche aveva già sopraffatto l'officium, questo rimase legato al signore feudale, per lo più facto.

Rimedi a questa situazione ve ne erano pochi. I principi erano pronti alla riforma solo fin dove essa non li toccava; i vescovi, oltre ad essere divisi, non avevano l'autorità sufficiente per imporsi. I Pontefici intervenivano allora solo in singoli casi concreti, in cui fosse invocata la loro autorità di fronte al disaccordo degli organi ecclesiastici ordinari (vescovi, metropoliti, concili), ma non per riordinare dalle fondamenta tutta una situazione che esigava una elaborazione generale e teorica dei principi.

In quel momento un gruppo di riformatori, convinti dell'inefficacia di tutti i mezzi legittimi con cui non si era riusciti ad attuare la riforma che da cento anni era invocata nel Regno dei Franchi, pensò di supplire con mezzi illegittimi, vale a dire pensò di proiettare nel passato una legislazione positiva necessaria, facendo comparire, attraverso falsificazioni di attribuzioni (inscriptiones) e di testi, come fatto nel passato dalle due supreme autorità (Pontefici e re dei Franchi), ciò che vescovi e principi civili dovevano osservare in materia di disciplina e vita ecclesiastica.

La pseudoepigrafia e l'apocrifia dei testi era già stata usata, come dimostra la storia delle collezioni canoniche precedenti; qui però si trattò di una opera grandiosa di falsificazione sistematica.

Lo strumento principale di questa fu la collezione Hispana, che nella seconda metà del sec. VIII aveva avuto

una larga diffusione in tutto il Regno carolingio e che conteneva i canoni dei Concili universali e particolari delle singole regioni della Chiesa: Oriente, Africa, Gallia, Spagna; e, nella seconda parte, una serie di Decretali dei Pontefici da Damaso a Gregorio Magno. Tale collezione aveva subito nella Gallia, probabilmente in non pochi codici, un'alterazione assai profonda riguardo alla integrità dei testi. Questa forma della Hispana si chiama la Hispana Gallica e deve la sua origine a una corruzione non intenzionale.

Di essa si servirono i falsificatori Pseudo-Isidoriani per creare un'altra forma della Hispana, la cosiddetta Hispana Augustodunensis, che rappresenta la prima opera del gruppo, consistente nella interpolazione dei testi genuini in forma sistematica e con finalità precise perseguite dai riformatori: e che doveva essere la preparazione della principale delle collezioni Pseudo-Isidoriane, cioè delle Decretales Pseudo-Isidorianae.

Queste, chiamate generalmente la Pseudo-Isidoriana, si presentano dunque come la Hispana chronologica aumentata e ulteriormente falsificata. Una prima parte, veramente nuova, è costituita da una serie di Decretali dei Romani Pontefici da Clemente I a Melchiade (90-314); la seconda parte corrisponda alla prima della Hispana (canoni dei Concili) e la terza parte riproduce la seconda della Hispana e comprende le Decretali aumentate di numero (da Silvestro a Gregorio II: 314-731).

Bisognava però provare, di fronte ai Signori temporali, che gli stessi principi contenuti nei documenti ecclesiastici erano stati manifestati dai carolingi più famosi. Per questo motivo i medesimi riformatori compilarono una collezione di disposizioni reali, chiamate Capitolari (soprattutto di Pipino, Carlomagno, Ludovico il Pio), che un certo Benedictus Levita di Magonza avrebbe ivi scoperto. Tali disposizioni erano ordinate in tre libri, che si dovevano aggiungere ai quattro libri della collezione (genuina) di Ansegiso già esistente. Seguirono, un poco più tardi, altre quattro Additiones.

Nel frattempo si era fatta un'altra piccola raccolta sotto il nome di Capitula Angilrammi (v. ANGILRAMNO), che conteneva testi concernenti la questione del foro dei chierici e del diritto di accusarli.

Queste quattro collezioni si possono chiamare il frutto concreto dell'attività Pseudo-Isidoriana. Le falsificazioni operate da essa sono di diversa qualità e quantità. Esse consistono in primo luogo in interpolazioni puramente formali, che rendono i testi linguisticamente più scorrevoli e intelligibili. In secondo luogo intaccano la stessa sostanza, in quanto restringono, estendono, variano il senso delle disposizioni contenute nei testi genuini, attribuiscono testi originali ad altre fonti materiali (p. es., disposizioni dell'autorità ecclesiastica a quella civile o viceversa, testi di SS. Padri a Concili o ai Romani Pontefici, soprattutto di disposizioni di papi posteriori a papi vissuti secoli prima). Finalmente vi sono anche testi inventati di sana pianta, per quanto composti di frammenti genuini. Essi si trovano soprattutto tra le Decretali dei Romani Pontefici: tutta la serie (60) della prima parte delle Decretales Pseudo-Isidorianae e molte (oltre 40) della serie della terza parte. In questo lavoro di fabbricazione delle Decretali Pontificie i falsari procedevano con la massima circospezione: non inventavano e attribuivano testi a piacimento, ma, scrutando le fonti storiche, soprattutto il Liber Pontificalis, ricostruivano documenti di cui erano conservate notizie storiche, attenendosi al tenore e ai termini di tali notizie.

Attraverso queste interpolazioni e falsificazioni è dato di scorgere le intenzioni dei falsari. Pur raccogliendo del materiale che abbraccia tutta la disciplina ecclesiastica, essi insistono in modo particolare sui punti radicali che devono assicurare una riforma duratura delle condizioni storiche sopra accennate. Si cerca perciò di liberare la Chiesa ed in modo particolare i vescovi da ogni ingerenza, combattendo tutto ciò che menomava la loro autorità: ogni diritto dei laici di giudicare o anche solo di accusare i chierici; lo stesso da parte dei chierici inferiori nei riguardi dei superiori; ogni potere soverchio del metropolita, che troppe volte, essendo una creatura del signore temporale, teneva le parti di questo contro il vescovo ben

intenzionato; il potere dei corepiscopi; anche i sinodi inquantoché erano spesso strumento dei metropoliti e di personalità asservite ai nemici della riforma.

Il tempo di elaborazione delle collezioni di questa che si può chiamare la riforma carolingia spuria è relativamente breve. Da criteri interni ed esterni, soprattutto di uso, si può concludere che esse sono state composte tra i limiti estremi dall'845 all'857, ma assai probabilmente tra l'847 e l'852, in questo ordine: Hispana di Antun, Capitula Angilrammi, Capitularia Benedicti Levitae, con le Additiones, Decretales Pseudo-Isidorianae.

Sul luogo ancor oggi si discute: da tutti è abbandonata la tesi, ispirata evidentemente a preconcetti settari appoggiati ad una superficiale valutazione della esaltazione del Primato romano che si nota nelle collezioni, di una origine romana. Quasi lasciata da parte è anche la tesi dell'origine Maguattina, almeno per il lavoro definitivo. Rimangono tre ipotesi, di cui ognuna ha i suoi difensori e argomenti che non sono però di tale forza da vincere quelli degli altri. Alcuni sono per Le Mans nella provincia di Tours, altri per Reims; ultimamente esse sono state attribuite alla cappella aulica di Carlo il Calvo.

Connesso è evidentemente l'ancor più enigmatico problema della persona dello P.-I. Oggi si è d'accordo che non può trattarsi di un solo uomo, ma di un gruppo di falsari. Di questo gruppo dovevano far parte, o come dirigenti o come esecutori, gli uomini più intelligenti ed eruditi del tempo, i più profondi conoscitori della lingua latina e del suo stile nelle varie epoche storiche e nelle diverse Cancellerie. Tutto il lavoro di falsificazione presuppone una suprema competenza. Certo è anche che il nome Benedictus Levita come quello Isidorus Mercator (Mercatus, Peccator) sono pseudonimi, probabilmente scelti con abilità per nascondere il trucco, per stornare l'attenzione, come certamente è il caso nella combinazione di Isidorus (che doveva suscitare il ricordo del grande Isidoro di Siviglia) con Mercator, il quale attributo suggeriva un altro uomo, Marius Mercator, scrittore del sec. v, a cui alludono precisamente le prime parole della introduzione (cf. Hinschius [V. infra], 17 e PL. 48, 753).

La sorte delle collezioni è stata diversa secondo i luoghi e i tempi. Le Decretali Pseudo-Isidoriane si diffusero celermente, almeno i testi che riproducevano Decretali Pontificie, oltre le Alpi. Al di qua ebbero diffusione considerevole e riconoscimento pacifico (ma non troppo!) solo dal tempo della riforma gregoriana. Da allora in poi conservarono per quattro secoli un dominio quasi incontrastato. Nonostante qualche dubbio mosso di tempo in tempo contro la loro genuinità, solo nel sec. xv, per opera degli umanisti, fu riconosciuta e provata la falsificazione. Le altre collezioni, avendo avuto meno fortuna in intensità, l'ebbero però più a lungo: solo nel secolo scorso si riconobbe decisamente e definitivamente l'origine e l'indole spuria delle altre tre, quali appartenenti alla stessa officina pseudo-isidoriana.

Per quanto riguarda l'influsso esercitato da questa audace frode sulla disciplina ecclesiastica e l'evolversi del diritto della Chiesa, si può osservare che i falsari non fecero generalmente altre che « codificare » ciò che realmente era persuasione e uso normale del tempo, che non poteva destare nessuna meraviglia di trovare in disposizioni di autorità, ecclesiastiche e civili, ben intenzionate ed esemplar

i. L'influsso dello P

I. sulla disciplina può chiamarsi dunque in parte solo formale, inquantoché dava una forma, redigeva per scritto, in finte leggi positive, ciò che materialmente esisteva sia nei principi della disciplina antica, sia nella pratica di tutti i genuini cristiani, che non trovava allora, per le circostanze, l'autorità legislativa legittima, rispettata e operante.

Oltre a questo influsso, puramente formale, ne ha esercitato anche uno più sostanziale. In un primo senso dando una spinta, secondo i singoli capi più o meno considerevoli, ad una ulteriore evoluzione in un determinato senso di alcuni istituti giuridici (per es., alla eliminazione del corepiscopato, alla limitazione del potere metropolitano, ad una rinnovata pratica dei privilegi dei chierici, all'uso dell'appello, alla prassi processuale ecclesiastica ecc.). In un secondo senso cercando di introdurre norme

nuove ritenute necessarie, che i falsari si preoccupavano di dimostrare conformi ai principi dell'antica disciplina (divieto ai laici di accusare i chierici, restituzione dello spogliato prima di iniziare il processo contro di lui, permesso di Roma per la celebrazione dei sinodi, intervento del Papa per una sentenza definitiva di deposizione contro un vescovo); ora proprio questi punti, perché applicazioni nuove, stentarono ad affermarsi e in parte non furono accettati.

Ciò dimostra che i documenti apocrifi non costituivano, nel loro complesso, una novità sostanziale, che erano, anzi, nella linea del diritto universale antico rappresentato dalle compilazioni precedenti più famose e autorevoli, risuscitate o suscitate dalla riforma carolingia genuina, come la Dionisio-Hadriana, la Hispana, la Dacheriana.

In questo stesso ordine di idee è da giudicarsi il Primato romano nelle collezioni Pseudo-Isidoriane: non solo queste non lo creano, ma lo suppongono, sono una testimonianza chiara della sua esistenza nella convinzione dei contemporanei. I testi che lo esaltano non mirano a un fine a sé, ma costituiscono un mezzo per raggiungere i fini della riforma. Il Primato romano era dunque considerato dai falsari lo strumento più efficace per la riuscita dell'impresa e lo sfruttavano su tutta la linea, facendo di esso il perno della loro azione. Se una disposizione risultava in tutta la tradizione delle Decretali Pontificie, doveva essere genuinamente ecclesiastica e perciò osservata. Essi sapevano quindi che questa convinzione era talmente di dominio comune che non ci voleva altro per ottenere l'ubbidienza. È vero però che questo appello insistente al Primato romano favoriva assai l'autorità e l'esercizio di esso; e in questo senso bisogna dire che lo P.-I. ha contribuito notevolmente al suo sviluppo, inteso come affermazione pratica.

Questo giudizio sull'influsso pseudo-isidoriano in questo punto particolare e riguardo alla evoluzione di tutto il diritto della Chiesa è, del resto, condiviso dagli studiosi di tutte le confession

i. Non per la storia del diritto canonico stesso, bensì per la storia delle collezioni, lo P

I. costituisce una pietra miliare. Basti, per tutti, il pensiero non sospetto di uno dei più insigni e competenti in questa materia, di E. Seckel; con lo P.-I., egli dice, comincia, sì, un nuovo periodo nella storia delle fonti, ma non una nuova epoca del diritto della Chiesa.

Edd.: la Hispana Augustodunensis è inedita; si trova nel cod. ms. Vat. lat. 1341; G. H. Pertz, Capitularia Benedicti Levitae in MGH, Legea, II, parte 2ª, Hannover 1837, p. 17 sgg.; anche in PL 97, 698 sgg.; P. Hinschius, Decretales Pseudo-Isidorianae et Capitula Angilramni, Lipsia 1863. PL 130, 1 sgg. riporta l'insoddisfacente ed. delle Decretales Pseudo-Isidorianae da Merlinus, Coll. Concil., Colonia 1530.

BIBL.: per la bibliografia specializzata e una trattazione più dettagliata V. le seguenti opere: E. Seckel, Pseudo-Isidor, in Realencyklopädie für protestantische Theologie und Kirche, XVI, 3ª ed., pp. 265-307; P. Fournier - G. Le Bras, Histoire des collections canoniques en Occident, I, Parigi 1931, pp. 127-233; A. van Hove, Prolegomena, 2ª ed., Malines-Roma 1945, pp. 300-311; A. M. Stickler, Historia iuris canonici latini, I, Historia Fontium, Torino 1950, pp. 117-42. Alfonso M. Stickler
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“PSEUDO-ISIDORO.” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 153. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/pseudo-isidoro.