PSICOPATICHE, PERSONALITÀ. - Vanno intese così quelle personalità abnormi che soffrono e fanno soffrire la società (K. Schneider). Nel secolo scorso si parlava volentieri della moral insanity (Pichard), di cui furono sostenitori autorevoli il Carpenter e il Maudsley; della manie raisonnante (Pincel). della folie lucide (Trélat), della folie morale (Falret). Si insisteva molto (Magnan) sull'autonomia nosografica di tali sindromi. Alla dottrina del Morel, che inseriva la pazzia morale nel quadro della degenerazione, si ricollegarono direttamente le prime vedute del Lombroso (1872-85) sull'immoralità costituzionale: il delinquente nato, come rappresentante di una vera degenerazione mentale, con le stigmate antropologiche della decadenza somatica, cornice visibile della degradazione etica. Dopo il 1885 il Lombroso preteese di assimilarle la delinquenza congenita ad una varietà di epilessia, affermando in tal modo un patologismo sempre più marcato.
Il primo ad occuparsi sistematicamente della psicopatologia e dell'inquadratura nosografica degli psicopatici fu J. L. A. Koch che nel 1893 pubblicò un accurato studio dal titolo significativo Die psichopathischen Minderwertigkeiten; per questo autore, cioè, l'abnormità equivaleva ad una menomazione, ad una minorazione: minus habens, abnorme, psicopata erano termini equivalenti. Jaspers, nel 1913, mostrò acutamente l'insostenibilità della posizione che, fino ad allora, considerava il concetto di malattia come un concetto di valore, e ciò sia in medicina generale che in psichiatria: il concetto di valore di ciò che è patologico venne così a risolversi in un concetto di Essere, libero da valore (wertfreier Seinsbegriff). Nel 1922 Gruhle nella sua Psicologia dell'abnorme affermò la netta separazione del valutare (Bewertung) dal conoscere (Erkennen). Per lui, psicopatico equivale ad abnorme, senza considerare affatto il valore dell'abnorme; quindi, in tal senso, il genio e il delinquente si equivarrebbero. Nel 1923 Kurt Schneider impostò la sua concezione su di un piano molto più pratico, cercando di raggruppare quegli abnormi con cui ha a che fare il medico. La sua definizione, che è quella riportata sopra, non poggia su alcun giudizio di valore, in quanto ammette la possibilità che individui plus habentes, abnormi proprio per il loro valore, possono non soffrire o non far soffrire gli altri, possono cioè non essere psicopatici. In termini di gnoseologia aristotelica l'abnorme è un concetto più generico ed estensivo, lo psicopatico è un concetto più specifico e comprensivo. Il concetto di «norma» (v. BIOMETRIA; NORMOTIPO) racchiude in sé importanti quesiti filosofici e psicologici, sia come norma ideale (ciò che dovrebbe esser normale) che come norma reale (ciò che è normale), sia come norma media (concetto generale, biologico-naturale, razionale, esente da contraddizioni, ma formale e vuoto) che come norma di valore (concetto individuale, psicologico-umano, ricco di contenuto); tali concetti, comunque, sono tutti relativi: p. es., il concetto di norma media può esser utile solo in questioni biologiche e di scienze della natura, il concetto di «norma come valore» solo in questioni psicologiche e di scienze dello spirito. K. Schneider cerca di superare il relativismo del concetto di norma con il suo concetto di «norma media reale, senza giudizio di valore»; però in tal modo il singolo viene considerato non nella sua intrinseità individuale comprensibile, ma nella sua estrinsecità non comprensibile, cioè viene preso come uomo medio, non come individuo.
Quasi tutti gli autori sono oggi d'accordo (Müller-Suur) nel ritenere che le personalità abnormi sono divergenze quantitativhe (non qualitative) più spiccate di quelle che si considerano variazioni di una personalità nell'àm-
bito della norma media reale. Il passaggio tra personalità normali e abnormi avviene per gradi successivi, senza limiti, intensi, insensibilmente (agli estremi di una curva di Gauss).
Le p. p. non costituiscono nulla di «patologico», se come «patologici» si intendono quei disturbi psichici (abnormità qualitative) che sono condizionati da processi organici, dalle loro conseguenze funzionali e dai loro esiti; ciò vale a dire che il correlato somatico delle p. p. non è una malattia o una malformazione; si potrebbe pensare, tutt’al più, come un’abnormità quantitativa della struttura o della funzione. La psichiatria classica separa nettamente e fondamentalmente le personalità abnormi (psicopatiche) dalle psicosi, ciclotimiche e schizofreniche, postulate con buone ragioni come «patologie». Anche alcuni autori di lingua inglese sembrano oggi tornare a tale distinzione (Karpman). Non vi sono gradi di passaggio tra p. p. e psicosi, anche se non si può negare una certa predisposizione costituzionale per queste ultime (p. es., lo schizoidismo). Le personalità abnormi sono variazioni congenite, provenienti da una disposizione generica, non necessariamente ereditaria; esse risentono largamente dello sviluppo e delle oscillazioni del loro substrato non-vissuto (underlob) e dell’effetto di avvenimenti ricchi di carica emotiva (Erlebnisse).
CLASSIFICAZIONE. — Le singole caratteristiche umane possono venir sistemate schematicamente, almeno entro certi limiti, e i diversi tipi psicopatici si possono far derivare dalle loro varie esagerazioni. La classificazione oggi più seguita è quella di Schneider, che è sistematica, perché egli ritiene impossibile l’esistenza di una pato-caratteriologia sistematica pura. Schneider descrive una serie di tipi, non paragonabili l’un l’altro, pur ammettendo la possibilità di numerose e molteplici combinazioni tra di loro. È importante conoscere la descrittiva delle p. p. soprattutto per la diagnosi differenziale con le psicosi e quindi per la diversa gravità di giudizio prognostico. A volte la differenziazione può esser estremamente difficile, come, p. es., accade sovente riguardo al «difetto» schizofrenico.
Schneider distingue: 1) psicopatici ipertimici, semplici e «compensati» (questi ultimi sembrano non rientrare nelle vere psicopatiche ma solo nelle abnormità): sono soggetti impulsivi, vivaci, attivi, ma negligenti, superficiali, pieni di buoni proposti che non verranno mai attuati. 2) Psicopatici depressi, con variante melanconica e di malumore; questi ultimi sono freddi, sospettosi, brontoloni, aspri, irritabili, disforici, a volta malvagi e maligni. 3) Psicopatici insicuri di se stessi, varietà non molto lontana dalla precedente e riconducibile in gran parte ai «sensitivi» di Kretschmer. Si tratta di una insicurezza interiore, con scarsa fiducia in se stessi, accompagnata da timidezza; spesso, ma non sempre, il sentimento di insufficienza riguarda l’atteggiamento etico con spiccato senso di auto-colpevolezza. Da questo tipo di personalità derivano frequentemente gli: 4) Psicopatici anancastici, i fobici, gli ossessivi (v. PSICOSI OSSESSIVA): attraverso i pensieri, rappresentazioni, sentimenti, impulsi, azioni coatte, risalta sempre il carattere psicopatologico fondamentale della «coazione», cioè di un contenuto di coscienza di cui il soggetto non si può liberare, pur giudicandolo nello stesso tempo come assurdo nel suo contenuto o almeno come rigidamente dominante senza alcun motivo. 5) Psicopatici fanatici, personalità marcatamente attive, espansive; il fanatico personale (querulomane) combatte per il suo pretesto diritto, il fanatico della idea lotta per il suo programma. Vi sono però anche fanatici calmi e taciturni, distaccati dalla realtà, stravaganti, fantastici, come alcuni settari (matte Fanatiker) di Schneider); nei gelosi, personalità non semplicemente espansive ma più complesse (Kretschmer), come anche nei querulomani possono determinarsi «sviluppi» paranoidi. 6) Psicopatici bisognosi di valore (Geltungsbedürftige): si tratta di personalità che vogliono apparire più di ciò che sono in realtà. Tale bisogno di valore viene mostrato in modo eccentrico, per richiamare l’attenzione, oppure vengono raccontate millenarie o recitate fandonie: si tratta cioè di quella che veniva chiamata «psicologia fantastica» e che meglio viene designata con il vocabolario Renommieren; questi che si potrebbero chiamare cavalieri d’industria recitano una vera e propria parte teatrale, quella che la vita reale rifiuta loro. 7) Psicopatici labili di umore: si tratta di una eccessiva reattività in senso depressivo sopra un fondo che, di per se stesso, non è determinato reattivamente; tale malumore, tale disforia stanno quasi sempre alla base degli eccessi nel bere, del vagabondaggio (porionmania), della prostituzione; il malumore qui è sempre primario; a volte tali labili di umore vengono designati come «epilettoidi», ma senza alcun motivo, anzi scorrettamente. 8) Psicopatici esplosivi: personalità eccitabili, irritabili, colleriche, con reazioni primitive (Kretschmer). 9) Psicopatici atimici (Gemütlose): sono personalità con scarso e nessun senso di compassione, pudore, pentimento, onore; sono spesso freddi, rigidi, brutali, crudeli, istintivi; non si può qui parlare di «debolezza del senso morale», intesa nel campo delle frenastiche, perché tali soggetti non hanno deficit intellettivi congeniti; sono praticamente inaccessibili ad ogni tentativo di correzione, di miglioramento, di educazione; non bisogna dimenticare che oltre agli atimici criminali (specie sessuali) vi sono anche atimici sociali, ferree nature, che «passano sopra i cadaveri»: qui spesso l’intelligenza è eccellente. 10) Psicopatici abulici (Willenlose): sono facilmente influenzabili, accessibili e quindi, parzialmente reducibili; il loro volto sociale è dato dalla mancanza di fermezza. 11) Psicopatici astenici, non in senso fisico ma solo caratterologico; sono soggetti che si lamentano di scarsa capacità di concentrazione e di prestazione, di efficienza della memoria, a volta di Erlebnisse di depersonalizzazione (il mondo delle percezioni, i propri sentimenti e le proprie azioni appaiono lontani, irreali, svaniti).
Tali classificazioni e suddivisioni tipologiche sono state spesso criticate e spesso a ragione. Si parla di tipi psicopatici come di una diagnosi; si tratta però d’inquadrature che mettono in evidenza solo alcune particolari proprietà; l’individuo possiede moltissime altre proprietà, anzi innumerevoli ed anche molto importanti, p. es., quelle etiche, le quali, non interferendo con la designazione diagnostica, restano nell’oscurità, inclassificate. D’altra parte la denominazione tipologica degli psicopatici fa spesso credere di poter giungere a una comprensione «totale» o quasi dell’individuo, mentre invece la classificazione è sempre incompleta e particolare e si basa su caratteristiche situate a profondità psichiche differenti: usando i concetti di J. H. Schultz, si potrebbe dire che esistono psicopatici di nucleo (Kernpsychopathen) e psicopatici periferici o di cornice (Randpsychopathen).
Una differenza concettuale e metodologica molto importante tra psicopatici e psicosi sta nel fatto che in queste ultime si tende a prescindere dal contenuto, dal tema, dall’impronta individuale, per penetrare nello strutturale, nel «formale»; invece nelle psicopatici ciò che è essenziale è il contenuto, il quid. E proprio in tale motivo risiede la difficoltà dell’inquadramento descrittivo dei tipi psicopatici; tanto più che alcuni tratti caratterologici si escludono a vicenda, mentre altri spesso coincidono: un ipertimico compensato non può essere insicuro di sé, un fanatico non può essere abulico, pur senza che i due contrarie si escludano logicamente l’un l’altro; così, non raramente gli ipertimici sono esplosivi e i depressi spesso astenici. È evidente che «l’incommensurabile territorio dell’essere psichico, anche nelle sue varianti abnormi, non si lascia astrattamente dominare da nessuna specie di diagnosi clinica, da nessun modulo di denominazioni patologiche» (Schneider).
Né si deve credere che la denominazione tipologica di uno psicopatico sia necessariamente indice di qualcosa di durevole: chiunque può essere in gioventù un insicuro di sé o un bisognoso di valore, e, in seguito, perdere tali caratteristiche o compensare quasi completamente; spesso ciò accade nel caso degli astenici.
Pochi autori hanno considerato quali tratti della personalità possano essere indeboliti, rafforzati, sviluppati o addirittura formati dagli Erlebnisse e quali no; nelle disposizioni (Anlage) più deboli il fattore di plasmatibilità è
molto marcato, p. es., negli insicuri, nei depressi, negli astenici.
Kahn ha parlato chiaramente di « episodi psicopatici », sia endogeni, sia reattivi; su questi ultimi la psicoterapia esplica azione efficace perché anche essa è un Erlebnis.
Comunque, tenendo presenti tali riserve cliniche, la tipologia (e Schneider lo riconosce esplicitamente) può ancora oggi venire utilmente usata malgrado il suo limitato valore conoscitivo.