QUINTILIANO, MARCO FABIO. - Oratore e maestro di eloquenza, n. a Calahorra (Calagurris) in Spagna fra il 35-40 d. C., m. a Roma ca. il 96.
Compiuta a Roma la sua formazione oratoria e tornato in patria, l'imperatore Galba lo volle di nuovo a Roma nel 68. Ivi attese all'avvocatura e per venti anni alla sua scuola di eloquenza, con un annuo stipendio statale, guadagnandosi la stima e l'approvazione universale. Fu maestro di Plinio il Giovane e dei due pronipoti di Domiziano da parte della sorella Domitilla; ebbe la dignità consolare e ricchezze, ma anche sventure familiari. « Post impetratam studiis... veniam » (Inst. or., proem., 1) pose mano, dietro richiesta di molti e per ovviare al danno di appunti delle sue lezioni pubblicati dai suoi editori, all'opera sua principale: Iustitutio oratorio, in dodici libri, dedicati a Vittorio Marcello, dove profuse il risultato dei suoi studi e delle sue esperienze. « Vagae moderator summe juventae/gloria romanae, Quintiliane, togae » (Marziale, Epigr., II, 90), egli fu soprattutto il tipo del maestro e dell'educatore; l'opera sua, che non è una trattazione sistematica di retorica e di pedagogia, ma lavoro, intorno a queste due arti, di un animo retto, di buon senso, di lunga preparazione di letture e di autori, fu testo comune di studio nel medioevo e nel Rinascimento e rimane ancora utile assai ai nostri giorni.
Partendo dalla massima di Cicerone: « orator vir bonus, dicendi peritus », l'oratore, a cui Q. mira, è il saggio perfetto, a cui pensava sempre la tradizione romana: « sit igitur orator vir talis qualis vere sapiens appellari possit » che ha un'alta missione civile e umana, la quale deve avere come presupposto indispensabile la perfezione morale. Quindi fa percorrere al lettore tutto l'itinerario dall'infanzia alla formazione dell'oratore compito sotto ogni aspetto. Secondo la divisione proposta dallo stesso autore, il I. I tratta della istruzione elementare, ed è ricca di spunti sulle qualità del pedagogo, sul momento e sul modo di iniziare l'istruzione, dando la preferenza alla scuola pubblica su quella privata, perché la pubblica suscita meglio l'emulazione e l'acquisto dell'indipendenza e padronanza di sé; l'autore vuole che l'insegnante studi il carattere dei fanciulli, sappia trasformare la scuola in Iudus, eviti i castighi fisici delle verghe e della frusta, perché avvilenti e controproducenti, e cerchi di sostituirli con l'ammonizione e la persuasione: « quo saepius monuerit, rarius castigabit ». Il II inizia
lo studio delle norme per la formazione dell'oratore, esponendo il concetto e il valore della retorica; i ll. III-VII, dopo un breve riassunto storico delle teorie retoriche e dei loro maestri in Grecia e a Roma, trattano la tecnica dell'oratoria, l'inventio e l'ordo; i ll. VIII-XI, l'elocutio, la memoria e l'actio; il XII, la parte di tutte «longe gravissima», la metodologia, in quanto riguarda le qualità dell'oratore, la sua cultura letteraria e scientifica, le norme pratiche per l'esercizio dell'avvocatura, le degne occupazioni dopo il ritiro dell'esercizio della professione. Nel l. X è notevole l'elenco degli autori greci e latini da leggere e studiare, giudicati però solo dal punto di vista dell'utilità dell'oratore.

dallo stile e dai precetti che egli espone nella Institutio. Quanto alle Orationes, egli stesso accenna, tra le molte che dovette fare, soltanto a tre (Inst. orat., IV, 1, 19; VII, 2, 24; IX, 3, 73), delle quali una sola pubblicò per desidero di gloria; mentre delle altre, correnti sotto il suo nome (come pure dei due libri De orte rethorica) e divulgate dallo zelo inconsiderato dei suoi alunni (ibid., proem. 7), non riconosce la paternità.