RIFORMA CATTOLICA. - La R. c. del sec. XVI è il ritorno della Chiesa a un ideale di vita cristiana mediante l'intimo rinnovamento. Essa è premessa alla restaurazione cattolica, con cui la Chiesa intimamente rinnovata si rivolge al mondo esteriore, per sostenersi contro il protestantesimo e riguadagnare il terreno perduto a causa di esso. La riforma protestante non ha prodotto la R. c., ma la ha favorita indirettamente contro la propria volontà.
I. ORIGINE DELLA R. c. - Dopo i vari tentativi dei Concili di Costanza e di Basilea, di realizzare la riforma della Chiesa ritenuta necessaria da molto tempo, mutandone la costituzione e specialmente tenendo periodicamente concili generali che avessero superiorità sul papato, parecchi pontefici del sec. XV, Pio II, Sisto IV, Alessandro VI disposero una riforma della Curia Romana e della Chiesa in generale ma senza effetto. La vera R. c. non cominciò in capite ma in membris, quindi non dall'alto, ma dal basso, cioè attraverso l'autoriforma dei suoi membri. Specialmente gli Ordini dei Mendicanti lavorarono a ripristinare la severità della Regola nei loro conventi, ed essendo essi i grandi curatori di anime, operarono sulle masse con i loro grandi predicatori. Dall'Ordine dei Francescani uscirono Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca; inoltre Francesco di Paola fondò i Minimi; dalla Congregazione domenicana di S. Marco uscirono Antonino da Firenze e il Savonarola; fra i Tedeschi dello stesso Ordine ebbero grande efficacia gli scrittori popolari Nider e Herold; presso gli Agostiniani sorgono le Congregazioni per la Riforma a Lecceto, a S. Giovanni a Carbonara e la Congregazione lombarda; presso i Carmelitani la Congregazione mantovana. Nell'Ordine dei Benedettini si formarono le Congregazioni di S. Giustina, Valladolid, Chézal-Benoît e Bursvelde, presso i Canonici Agostiniani la Congregazione di Windesheim, dalla quale uscì lo Standonck, il riformatore di S. Vittore a Parigi. Tutte queste riforme degli Ordini del tardo medioevo sono state molto importanti per la conservazione del vero spirito cristiano tanto nei conventi che al di fuori di essi. In particolare la Certosa di Colonia fu il punto di partenza della R. c. in Germania.
Non mancarono i vescovi zelanti che lavoravano con tutte le forze nelle loro diocesi contro gli abusi più ridicati. L'episcopato italiano presenta uomini come Lorenzo Giustiniani, Antonino da Firenze, Bertini di Foligno, Barozzi di Padova; in Francia i sinodi provinciali di Sena nel 1485 e il convento riformato di Tours nel 1493 iniziarono la riforma del clero secolare. Dagli atti delle visite alle diocesi inglesi si ricava che anche colà la vita religiosa non languiva affatto; l'episcopato tedesco presenta una lunga schiera di vescovi riformatori, come Hewen e Randegg a Costanza, Ramung a Spira, Scherenberg a Würzburg, Zollern ad Augusta; e alcuni principi tedeschi usarono privilegi papali per favorire la riforma della Chiesa, come, p. es., i duchi di Sassonia per la riforma dei conventi nel 1485. Il sec. XV non fu affatto un periodo di decadenza religiosa come volle rappresentarlo il primo protestantesimo, bensì un'epoca religiosamente viva, anzi inquieta. E la riforma protestante usò tale irrequietezza per i propri scopi.
La devotio moderna fondata nei Paesi Bassi da G. Groote tendeva a modellare la vita religiosa sull'esempio di Cristo, e da essa uscirono i Fratres vitae communis, comunità di più laici senza voti, che si diffusero nei Paesi Bassi e nella Germania del nord.
Il rinnovamento ebbe perciò le sue origini nelle basi sovranaturali della Chiesa stessa. L'impulso decisivo partì dall'Italia e dalla Spagna. La terribile fine del Savonarola non impedì che il suo invito a penitenza fosse ascoltato da molti. Indipendentemente da lui si formarono
in Italia centri di riforma: Bernardino da Feltre fondò a Vicenza nel 1494 l'oratorio di S. Girolamo. A Genova lo seguì il laico Ettore Vernazza con l'oratorio del Divino Amore (v. COMPAGNIA DEL DIVINO AMORE).
L'Oratorio al principio del sec. XVI si stabilì a Roma, e da esso uscirono Gaetano da Thiene e Gian Pietro Carafa, fondatori dell'Ordine dei Teatini. A Venezia un gruppo di giovani nobili, quasi tutti laici, si diede a vita severamente religiosa; due di essi, il Quirini e il Giustiniani, entrarono a Camaldoli, e nel 1513 redassero per Leone X un vasto memoriale sulla riforma, il più importante del periodo precedente alla R. c. propriamente detta. Apparteneva PATARINI (v.) che, nel 1516, ancora laico, scrisse il De officio episcopi che presentava l'ideale del vescovo apostolo. All'inaugurazione del V Concilio Lateranense, il generale agostiniano Egidio da Viterbo sostenne come base della R. c. che: Homines per sacra immutari fas est, non sacra per homines.
L'autosantificazione e l'apostolato furono i principi basilari su cui in anni di Girolamo Miani (v.) ZACCARIA, SANTO (v.), ambedue ancora laici, fondarono gli Ordini dei Somaschi e dei Barnabiti.
La R. c. fiorì nella Spagna dallo slancio di tutto il popolo, che aveva combattuto vittoriosamente per la liberazione del paese dai Mori, vittoria coronata dalla conquista di Granata sotto Ferdinando e Isabella. Con l'appoggio di Isabella spiegarono il loro zelo di riforma Ximenes de Cisneros e Talavera; a Valladolid, ad Alcalá ed a Salamanca fiorirono gli studi religiosi e specialmente scolastici; dalla scuola di Francisco de Vitoria uscirono i grandi teologi, che la Spagna inviò a Trento. La conversione del gentiluomo basco Iñigo de Loyola a Manresa e i suoi Exercitia Spiritualis erano destinati a dare il più grande impulso alla R. c.
II. INIZI DELLA R. c. A ROMA (1534-63). — Le singole, riforme si possono paragonare a rivoletti che, scorrendo da vari lati e tendenti alla stessa meta, non si potevano riunire in un unico fiume finché il Papato, raggiunto da essi, non li coordinasse. Da parte cattolica si desiderava la riforma, prima ancora che nel nord cominciasse l'apostasia. Però è innegabile che quest'ultima contribuì a che la necessità di una riforma radicale della Chiesa nel suo stesso cuore, a Roma, non solo venisse riconosciuta, in teoria, ma anche attuata praticamente. Adriano VI, pieno di zelo, regnò troppo poco, perché il suo pontificato potesse arrecare un mutamento effettivo. Clemente VII, sebbene personalmente irreprensibile, non fece nulla di serio per la R. c. e il Concilio. Soltanto Paolo III inquadrò la riforma nel suo programma e cominciò a realizzarla chiamando nel S. Collegio alcuni inflessibili fautori del partito della riforma, come il Contarini, il Carafa, il Pole, il Sadoleto, e più tardi il Cervini, il Morone, il Cortese ed altri, iniziando così la trasformazione del Collegio stesso. Poiché il Concilio tardava a riunirsi per ragioni specialmente politiche, il Pontefice, influenzato dalla deputazione per la R. c. convocata alla fine del 1536, e dal suo Consilium de emendaea Ecclesia, riformò le autorità curiali: pur non raggiungendo i risultati voluti dai migliori, eliminò man mano i maggiori inconvenienti con una più grande severità anzitutto nella scelta dei cardinali e dei vescovi. L'attività di Gian Matteo Giberti a Verona fu presa ad esempio da altri vescovi; si sentiva ora quali gravi abusi fossero la trascuratezza dell'obbligo di residenza e la cumulatio beneficiorum; e se non si ebbe subito l'abolizione piena, questa venne nondimeno riconosciuta indispensabile. L'incremento alla R. c. nell'Ordine dei Mendicanti, dato da superiori come Seripando e Audet, e specialmente l'approvazione della Compagnia di Gesù, furono passi ulteriori verso la R. c.
Vennero in seguito ad accelerare la R. c. i decreti del Concilio di Trento; in special modo quello sull'obbligo di residenza dei vescovi e dei parroci (sess. VI) combatté una serie di gravi inconvenienti, ma il loro effetto dapprima fu limitato, perché non andavano in vigore mancando la convalida pontificia. E i tentativi dei
vescovi di Spagna e di Portogallo, di applicare spontaneamente singoli decreti come quello sulla riforma dei capitoli esenti, fecero sì che Giulio III pensasse di dare esecuzione ai decreti del Concilio di Trento con una grande bolla sulla R. c.; e per conseguenza come leggi papali sulla R. c. Però Giulio III morì prima della pubblicazione della bolla Licei ab initio.
Il pontificato di Paolo IV diede decisivo impulso alla R. c. a Roma-città e nella Curia romana: l'elemento riformatore nel Collegio dei cardinali venne rafforzato con l'elezione di uomini religiosissimi come il Ghislieri, lo Scotti e il Reumano; la prassi delle dispense fu più rigidamente regolata, si procedette severamente contro gli «apostati» degli Ordini religiosi e negli oltraggi alla religione.
La reazione al regime del Carafa sotto Pio IV non mise più in pericolo la vittoria delle idee di riforma. Pio IV continuò le direttive di Paolo III, convocando nel 1561-63 per la terza volta il Concilio di Trento.
La R. c. fu favorita non soltanto dalla promulgazione dei decreti a Trento, ma dall'aver il papato stesso curato l'esecuzione dei decreti, impedendo ciò che era successo nel V Concilio Lateranense, che essi rimanessero lettera morta.
III. REALIZZAZIONE DELLA R. c. (1563-1620). — La volontà dei pontefici di realizzare la R. c. si mostrò non soltanto nel fatto che Pio IV sanzionò i decreti del Concilio di Trento senza farvi mutamenti (con la bolla Benedictus Deus del 26 genn. 1564), ma anche nell'insediamento di una congregazione di cardinali che doveva sorvegliare le esecuzioni dei decreti e dar ad essi, dal 2 ag. 1564, l'interpretazione autentica nei casi dubbi, cosa prima riservata alla S. Sede. Non fu meno importante che il nipote del Pontefice, Carlo Borromeo, nella sua attività apostolica come arcivescovo di Milano, avesse dato l'esempio di un vescovo riformatore ed avesse fornito con i decreti dei Sinodi provinciali di Milano del 1565 e 1569 un modello di applicazione pratica dei decreti di Trento ai bisogni concreti delle diocesi. L'esempio vivente del Borromeo non fu meno importante ai fini della R. c., dei decreti stessi.
I successori di Pio IV, Pio V e Gregorio XIII curarono inflessibilmente l'effettuazione della R. c. e ne fecero una consuetudo. Pio V specialmente adempì ai compiti affidati dal Concilio al Papato: nel 1567 apparve il Catechismus Romanus, manuale dogmatico-morale per i parroci; nel 1568 il Breviarium Romanum riformato, nel 1570 il Missale Romanum, opere tutte che posero fine all'arbitrio nel campo liturgico e dettero una maggiore unità. Numerosi sinodi provinciali e diocesani in Italia, nella Spagna, in Francia, in Germania, in Polonia curarono l'applicazione dei decreti di Trento: a creare sacerdoti sorsero i seminari, primo di tutti quello di Rieti nel 1564, seguito dal Seminarium Romanum nel 1565; nel 1584 sorse il Collegium Romanum, una università centrale diretta dai Gesuiti. I nunzi apostolici curarono sempre più, accanto ai loro compiti diplomatici, l'incremento della R. c.: il loro numero fu accresciuto, le numidature di Colonia, Brüssel e Graz furono conseguenze della R. c. Accanto ai nunzi regolari ci furono quelli straordinari, come Ninguarda e Porzia nella Germania del sud e in Austria.
Sisto V seguì i suoi predecessori e completò l'opera riformando l'amministrazione ecclesiastica, di cui a Trento si era taciuto, a bella posta, e fondando 15 congregazioni fisse di cardinali, come supreme autorità amministrative.
Mentre il Papato si poneva alla testa della R. c., esso riuniva al tempo stesso e coordinava tutte le tendenze cattoliche esistenti, così che formassero un sol fiume possente. Tale interno incremento fu utile alla posizione stessa del papato e ne accrebbe l'autorità morale. Nel 1600,
al culmine della R. c., il Pontefice era assai più influente e aveva una potenza assai più grande che cento anni prima. Roma era adesso al centro del mondo cattolico: nel tardo medioevo vi accorrevano i cacciatori di prebende alla ricerca di benefici, adesso vi giungono giovani di tutti i paesi, per prepararsi alla cura delle anime, e per studiare nelle università e nei collegi nazionali sorgenti via via. Una nuova fioritura della scolastica a Roma, a Salamanca, a Coimbra, con nomi come Bellarmino e Suárez, si aggiunge ai primi grandi successi della teologia positiva e della storia della Chiesa: vedi, p. es., Melchior Cano e Baronio.
Truppe ausiliarie del papato nell'esecuzione della R. c. sono gli Ordini religiosi con a capo la Compagnia di Gesù, i collegi della quale invadono l'intero mondo cattolico come una fitta rete, e divengono semenzati di zelanti laici cattolici; i Teatini, da cui provengono molti valenti vescovi; i Cappuccini che operano sulle masse come missionari; non si devono dimenticare gli antichi Ordini adesso profondamente rinnovati, che non la cedono ai nuovi per zelo e per successo. Il nuovo spirito della R. c. si manifesta in un grande numero di animosi vescovi, fra i quali Carlo Borromeo, Tommaso di Villanova e Francesco di Sales salirono agli onori degli altari. Accanto ad essi i grandi curatori di anime Filippo Neri, Giovanni d'Avila e Pietro Canisio; Teresa di Avila e Giovanni della Croce uniscono all'attività apostolica la contemplazione mistica. Questi Santi infusero spirito vivificante alle leggi e dettero forza alla R. c.
La R. c. continuò viva e operante sino al sec. XVII e XVIII, specialmente nei paesi invasi dal protestantesimo. Il suo massimo fiorire tuttavia si ebbe nel '600. Rafforzata intimamente, la Chiesa contrattaccò il protestantesimo e tentò di riguadagnare a sé i paesi sottratti; dalla R. c. uscì così la Controriforma, detta anche spesso restaurazione cattolica.