RIFLESSIONE. - È l'atto per cui il pensiero prende esplicita coscienza di sé, considerando le proprietà attività, i propri oggetti e contenuti. La r. opera pertanto un « ritorno » (reflectere, ripiegare) della vita cosciente su di sé.
Come definita, la r. è attività specifica della conoscenza intellettiva (cf. S. Tommaso, De verit., q. 1°, a. 9; solo le sostanze spirituali « reduci ad essetiam suam reditione completa »); tuttavia essa non sembra del tutto assente dalle forme inferiori di coscienza, in quanto una iniziale r. attenzione (v.); Leibniz definisce appunto la r. « une attention à ce qui est en nous » (Nouv. Ess., pref., ed. Flammarion, Parigi s. d., p. 13). Ma, mentre nelle funzioni della vita sensitiva r. è piuttosto il semplice persistere dell'attenzione cosciente sui dati, ha carattere prevalentemente passivo e direzione oggettiva cioè volta ai soli contenuti, nella vita intellettiva invece la r. si presenta come attività nuova, ha carattere di spontaneità e si volge, oltre che agli oggetti, alle strutture del soggetto in quanto tali. La r. intellettiva si qualifica pertanto secondo le varie direzioni e i diversi contenuti dell'esperienza immediata, che ne costituiscono l'oggetto. Se si volge alle forme e ai processi della coscienza, per determinare le leggi psichiche, la r. è detta propriamente introspezione (« retro-spetzione » se prende in considerazione gli elementi passati della coscienza): l'introspezione (o r. psicologica) esamina gli atti e le strutture della coscienza: delle sensazioni, dei sentimenti, del pensiero; il sorgere, l'evolversi, il cessare delle varie funzioni; le loro condizioni, cause, circostanze, modalità, finalità, rapporti, ecc. Se invece si esplica nella direzione dei contenuti mentali, la r. è detta oggettiva (cf. Ch. Wolff, Psychologia empirica, § 257; la terminologia non è però universalmente costante: da alcuni il termine r. si vorrebbe riservato al ripiegamento della coscienza sui propri atti: r. soggettiva; cf. A. Lalande (op. cit. in bibl.)). La r. oggettiva è analisi e penetrazione del pensiero nelle strutture logico-ontologiche degli oggetti. Essa ricerca gli elementi e il significato, sul piano dell'essere, dei dati di coscienza (il loro valore di necessità-contingenza, principio-causa-effetto, esistenza-possibilità, ecc.: r. onto-logica); oppure le condizioni e proprietà dei contenuti mentali in quanto oggetti del pensiero (il loro valore di universalità-singolarità, opposizione, contraddittorietà, soggetto-predicato, ecc.: r. logica): è alla r. logica che sono dovute le «secundae intentiones » della scolastica, « quae non inveniuntur in rerum natura, sed considera-tionem rationis consequuntur » (s. Tommaso, In Met. Arist., lect. 4°, ed. Cathala, n. 547).
Oltre il significato filosofico va notato l'uso corrente r. giudizio (v.) o a un'azione, per valutarne, sul piano pratico o morale, l'opportunità, le conseguenze, gli effetti. È in questo senso, principalmente, che si parla di carattere e temperamento « riflessivo », opposto a « impulsivo ».
Nella storia del pensiero r. ha avuto ulteriori riferimenti sistematici. LOCKE, JOHN (v.) r. « è la conoscenza che l'anima acquista delle proprie diverse operazioni e dei loro procedimenti » (Essay, I. II, cap. 1, § 4): ad essa sono dovute tutte le idee concernenti gli stati interni del
soggetto: pensare, percepire, dubitare, ecc.: più che r.
propriamente detta, la r. lockiana equivale quindi al
l'esperienza interna. Hume (v.) chiama «impressioni di
r.» gli stati di coscienza (desiderio, avversione, timore,
ecc.) derivanti non da cause esterne ma dalle idee già
presenti in noi (Treatise on human nature, parte 1ª, sez. 2ª).
Kant (v.) la r. mira a scoprire le condizioni soggettive
della conoscenza: «r. trascendentale» è pertanto «l'atto
con cui, confrontando le rappresentazioni con la facoltà
conoscitiva, si determina se esse appartengono all'intel-
letto puro o all'intuizione sensibile» (Kritik d. r. Ver-
nunft, parte 2ª, I. II, cap. 3, Append.). In Hegel (v.) r., con
significato metafisico, è «la relazione dello spirito a sé e
la coscienza costituisce il grado della r. dello spirito (Enzy-
clop., § 413). Gioberti (v.) r. è il secondo momento
della conoscenza umana che fa proprio l'oggetto dell'in-
tuito («l'ente crea l'esistente»), attivamente lo esprime, e
lo attualizza e sviluppa nella conoscenza delle cose (cf.
Protologia, I, Torino-Parigi 1858, p. 153). HUSSERL, EDMUND (v.) r. è «la condizione universale del metodo fenomeno-
logico». Per essa gli avvenimenti interiori (Erlebnisse, pre-
senti, passati e anche futuri) cadono sotto lo «sguardo»
e l'osservazione dell'io. L'intera corrente di Erlebnisse
(e anche la r. in quanto essa stessa Erlebnisse) può a questo
modo venir sottoposta a studio scientifico, diventa «a
ferrabile» e «analizzabile» e si rivela innanzitutto appur-
tenente all'io puro», in quanto questo può dirigere su
essa il suo sguardo (E. Husserl, Ideen zu ein. reiner Phä-
nomenologie, I, sez. 3ª, cap. 2, § 77 sgg.; trad. it., Torino
1950, pp. 231-50).
Indipendentemente da queste accezioni sistemati-
tiche, la r. ha un significato essenziale nella vita
dello spirito. È per essa che si afferma, sul piano fe-
nomenologico, l'attualità dell'io (v.) come soggetto
autocosciente: soltanto attraverso la r. la vita inter-
iore si fa oggetto di una cosciente contemplazione,
e gli stati psichici si chiariscono e definiscono nelle
loro strutture, significato, relazioni, entrando nel do-
mino attivo del soggetto (l'esperienza immediata ha
una propria intrinseca presenza all'io, come sua at-
tuazione ed attività, ma è presenza non pienamente
posseduta). La r. è pertanto la via per cui lo spirito
realizza la vera autovalutazione e il possesso di sé.
Essa è quindi condizione essenziale della filosofia come
scienza del soggetto e dell'oggetto, e di ogni altro
sapere teoretico che si ponga oltre l'immediatezza
dell'esperienza. Il valore della r. conoscenza (v.) era già rilevato da s. Tommaso che
riferisce l'unica possibile conoscenza della verità,
come conformità del pensiero all'essere, alla r. che
l'intelletto opera su di sé e sulle condizioni sogget-
tivo-oggettive dei suoi atti: «secundum hoc cogno-
scit veritatem intellectus secundum quod supra seip-
sum reflectitur» (De verit., q. 1ª, a. 9; cf. Sum.
Theol., 1ª, q. 85, a. 2; q. 12, a. 2, ad 1).
In rapporto poi all'azione, la r., come previa con-
siderazione e deliberazione sul valore morale del-
l'atto, è elemento da cui si commisura il suo stesso
significato etico-personale. In questo senso la r. si
pone quindi, nei gradi vari della sua intensità e pro-
fondità, come intrinseca condizione dell'opera-
umano. Di qui anche il suo significato pedagogico:
il richiamo alla consapevolezza e responsabilità dei
propri atti, base della formazione umana del fan-
ciullo, non è se non richiamo a una r. cosciente sui
principi dell'azione, sulla sua conformità alla norma
(v.) e sulle sue risonanze individuali, personali,
sociali.
Ranzoli, s. V. in Dision. di scienze filosof., 4ª ed., Milano 1943,
pp. 1093-95 (bibl.); A. Lalande, Reflexion, in Vocab. technique
et crit. de la philosophie, 5ª ed., Parigi 1947, pp. 884-86; A. Guzzo,
L'io e la ragione, parte 3ª, cap. 5, Brescia 1947, pp. 152-66. V. PSICOLOGIA. Ugo Viglino
RIFORMA CATTOLICA. - La R. c. del sec.
XVI è il ritorno della Chiesa a un ideale di vita cri-
stiana mediante l'intimo rinnovamento. Essa è pre-
messa alla restaurazione cattolica, con cui la Chiesa in-
timamente rinnovata si rivolge al mondo esteriore,
per sostenersi contro il protestantesimo e riguada-
gnare il terreno perduto a causa di esso. La riforma
protestante non ha prodotto la R. c., ma la ha favo-
rita indirettamente contro la propria volontà.
I. ORIGINE DELLA R. C. - Dopo i vari tentativi dei
Concili di Costanza e di Basilea, di realizzare la riforma
della Chiesa ritenuta necessaria da molto tempo, mutan-
done la costituzione e specialmente tenendo periodica-
mente concili generali che avessero superiorità sul papato,
parecchi pontefici del sec. XV, Pio II, Sisto IV, Ales-
sandro VI dispone una riforma della Curia Romana e
della Chiesa in generale ma senza effetto. La vera R. c.
non cominciò in capite ma in membris, quindi non dal-
l'alto, ma dal basso, cioè attraverso l'autoriforma dei suoi
membri. Specialmente gli Ordini dei Mendicanti lavo-
rarono a ripristinare la severità della Regola nei loro
conventi, ed essendo essi i grandi curatori di anime,
operarono sulle masse con i loro grandi predicatori. Dal-
l'Ordine dei Francescani uscirono Bernardino da Siena,
Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca; inoltre
Francesco di Paola fondò i Minimi; dalla Congregazione
domenicana di S. Marco uscirono Antonino da Firenze
e il Savonarola; fra i Tedeschi dello stesso Ordine ebbero
grande efficacia gli scrittori popolari Nider e Herold;
presso gli Agostiniani sorgono le Congregazioni per la
Riforma a Lecceto, a S. Giovanni a Carbonara e la Con-
gregazione lombarda; presso i Carmelitani la Congre-
gazione mantovana. Nell'Ordine dei Benedictini si for-
marono le Congregazioni di S. Giustina, Valladolid,
Chézal-Benoît e Bursvelde, presso i Canonici Agostiniani
la Congregazione di Windesheim, dalla quale uscì lo
Standonck, il riformatore di S. Vittore a Parigi. Tutte
queste riforme degli Ordini del tardo medioevo sono
state molto importanti per la conservazione del vero
spirito cristiano tanto nei conventi che al di fuori di
essi. In particolare la Certosa di Colonia fu il punto di
partenza della R. c. in Germania.
Non mancarono i vescovi zelanti che lavoravano con
tutte le forze nelle loro diocesi contro gli abusi più radi-
cati. L'episcopato italiano presenta uomini come Lorenzo
Giustiniani, Antonino da Firenze, Bertini di Foligno,
Barozzi di Padova; in Francia i sinodi provinciali di
Sens nel 1485 e il convento riformato di Tours nel 1493
iniziarono la riforma del clero secolare. Dagli atti delle
visite alle diocesi inglesi si ricava che anche colà la vita
religiosa non languiva affatto; l'episcopato tedesco pre-
senta una lunga schiera di vescovi riformatori, come
Hewen e Randegg a Costanza, Ramung a Spira, Scheren-
berg a Würzburg, Zollern ad Augusta; e alcuni principi
tedeschi usarono privilegi papali per favorire la riforma
della Chiesa, come, p. es., i duchi di Sassonia per la
riforma dei conventi nel 1485. Il sec. XV non fu affatto
un periodo di decadenza religiosa come volle rappresen-
tarlo il primo protestantesimo, bensì un'epoca religiosa-
mente viva, anzi inquieta. E la riforma protestante usò
tale irrequietezza per i propri scopi.
La devotio moderna fondata nei Paesi Bassi da G.
Groote tendeva a modellare la vita religiosa sull'esempio
di Cristo, e da essa uscirono i Fratres vitae communis,
comunità di pii laici senza voti, che si diffusero nei
Paesi Bassi e nella Germania del nord.
Il rinnovamento ebbe perciò le sue origini nelle basi
sovrannaturali della Chiesa stessa. L'impulso decisivo
partì dall'Italia e dalla Spagna. La terribile fine del Savo-
narola non impedì che il suo invito a penitenza fosse
ascoltato da molti. Indipendentemente da lui si formarono
in Italia centri di riforma: Bernardino da Feltre fondò a Vicenza nel 1494 l'oratorio di S. Girolamo. A Genova lo seguì il laico Ettore Vernazza con l'oratorio del Divino Amore (v. Compagnia del divino Amore).
L'Oratorio al principio del sec. XVI si stabilì a Roma, e da esso uscirono Gaetano da Thiene e Gian Pietro Carafa, fondatori dell'Ordine dei Teatini. A Venezia un gruppo di giovani nobili, quasi tutti laici, si diede a vita severamente religiosa; due di essi, il Quirini e il Giustiniani, entrarono a Camaldoli, e nel 1513 redassero per Leone X un vasto memoriale sulla riforma, il più importante del periodo precedente alla R. c. propriamente detta. Apparteneva PATARINI (v.) che, nel 1516, ancora laico, scrisse il De officio episcopi che presentava l'ideale del vescovo apostolo. All'inaugurazione del V Concilio Lateranense, il generale agostiniano Egidio da Viterbo sostenne come base della R. c. che: Homines per sacra immutari fas est, non sacra per homines.
L'autosantificazione e l'apostolato furono i principi basilari su cui in anni di Girolamo Miani (v.) ZACCARIA, SANTO (v.), ambedue ancora laici, fondarono gli Ordini dei Somaschi e dei Barnabiti.
La R. c. fiorì nella Spagna dallo slancio di tutto il popolo, che aveva combattuto vittoriosamente per la liberazione del paese dai Mori, vittoria coronata dalla conquista di Granata sotto Ferdinando e Isabella. Con l'appoggio di Isabella spiegarono il loro zelo di riforma Ximenes de Cisneros e Talavera; a Valladolid, ad Alcalá ed a Salamanca fiorirono gli studi religiosi e specialmente scolastici; dalla scuola di Francisco de Vitoria uscirono i grandi teologi, che la Spagna inviò a Trento. La conversione del gentiluomo basco Inigo de Loyola a Manresa e i suoi Exercitia Spiritualia erano destinati a dare il più grande impulso alla R. c.
II. INIZI DELLA R. C. A ROMA (1534-63). - Le singole riforme si possono paragonare a rivolti che, scorrendo da vari lati e tendenti alla stessa meta, non si potevano riunire in un unico fiume finché il Papato, raggiunto da essi, non li coordinasse. Da parte cattolica si desiderava la riforma, prima ancora che nel nord cominciasse l'apostasia. Però è innegabile che quest'ultima contribuì a che la necessità di una riforma radicale della Chiesa nel suo stesso cuore, a Roma, non solo venisse riconosciuta, in teoria, ma anche attuata praticamente. Adriano VI, pieno di zelo, regnò troppo poco, perché il suo pontificato potesse arrecare un mutamento effettivo. Clemente VII, sebbene personalmente irreprensibile, non fece nulla di serio per la R. c. e il Concilio. Soltanto Paolo III inquadrò la riforma nel suo programma e cominciò a realizzarla chiamando nel S. Collegio alcuni inflessibili fautori del partito della riforma, come il Contarini, il Carafa, il Pole, il Saldoforo, e più tardi il Cervini, il Monone, il Cortese ed altri, iniziando così la trasformazione del Collegio stesso. Poiché il Concilio tardava a riunirsi per ragioni specialmente politiche, il Pontefice, influenzato dalla deputazione per la R. c. convocata alla fine del 1536, e dal suo Consilium de emendanda Ecclesia, riformò le autorità curiali: pur non raggiungendo i risultati voluti dai migliori, eliminò man mano i maggiori inconvenienti con una più grande severità anzitutto nella scelta dei cardinali e dei vescovi. L'attività di Gian Matteo Giberti a Verona fu presa ad esempio da altri vescovi; si sentiva ora quali gravi abusi fossero la trascuratezza dell'obbligo di residenza e la cumulatio beneficiorum; e se non si ebbe subito l'abolizione piena, questa venne nondimeno riconosciuta indispensabile. L'incremento alla R. c. nel l'Ordine dei Mendicanti, dato da superiori come Seripando e Audet, e specialmente l'approvazione della Compagnia di Gesù, furono passi ulteriori verso la R. c.
Venero in seguito ad accelerare la R. c. i decreti del Concilio di Trento; in special modo quello sull'obbligo di residenza dei vescovi e dei parroci (sess. VI) combatté una serie di gravi inconvenienti, ma il loro effetto dapprima fu limitato, perché non andavano in vigore mancando la convalida pontificia. E i tentativi dei vescovi di Spagna e di Portogallo, di applicare spontaneamente singoli decreti come quello sulla riforma dei capitoli esenti, fecero sì che Giulio III pensasse di dare esecuzione ai decreti del Concilio di Trento con una grande bolla sulla R. c.; e per conseguenza come leggi papali sulla R. c. Però Giulio III morì prima della pubblicazione della bolla Licet ab initio.
Il pontificato di Paolo IV diede decisivo impulso alla R. c. a Roma-città e nella Curia romana: l'elemento riformatore nel Collegio dei cardinali venne rafforzato con l'elezione di uomini religiosissimi come il Ghislieri, lo Sottile e il Reumano; la prassi delle dispense fu più rigorosamente regolata, si procedette severamente contro gli apostati degli Ordini religiosi e negli oltraggi alla religione.
La reazione al regime del Carafa sotto Pio IV non mise più in pericolo la vittoria delle idee di riforma. Pio IV continuò le direttive di Paolo III, concordando nel 1561-63 per la terza volta il Concilio di Trento.
La R. c. fu favorita non soltanto dalla promulgazione dei decreti a Trento, ma dall'aver il papato stesso curato l'esecuzione dei decreti, impedendo ciò che era successo nel V Concilio Lateranense, che essi rimanero sotto lettera morta.
III. REALIZZAZIONE DELLA R. C. (1563-1620). - La volontà dei pontefici di realizzare la R. c. si mostrò non soltanto nel fatto che Pio IV sanzionò i decreti del Concilio di Trento senza farvi mutamenti (con la bolla Benedictus Deus del 26 genn. 1564), ma anche nell'insediamento di una congregazione di cardinali che doveva sorvegliare le esecuzioni dei decreti e dar ad essi, dal 2 ag. 1564, l'interpretazione autentica nei casi dubbi, cosa prima riservata alla S. Sede. Non fu meno importante che il nipote del Pontefice, Carlo Borromeo, nella sua attività apostolica come arcivescovo di Milano, avesse dato l'esempio di un vescovo riformatore ed avesse fornito con i decreti dei Sinodi provinciali di Milano del 1565 e 1569 un modello di applicazione pratica dei decreti di Trento ai bisogni concreti delle diocesi. L'esempio vivente del Borromeo non fu meno importante ai fini della R. c., dei decreti stessi.
I successori di Pio IV, Pio V e Gregorio XIII curarono inflessibilmente l'effettuazione della R. c. e ne fecero una consuetudine. Pio V specialmente adempi ai compiti affidati dal Concilio al Papato: nel 1567 apparve il Catechismus Romanus, manuale dogmatico-morale per i parroci; nel 1568 il Breviarium Romanum riformato, nel 1570 il Missale Romanum, opere tutte che posero fine all'arbitrio nel campo liturgico e dettero una maggiore unità. Numerosi sinodi provinciali e diocesani in Italia, nella Spagna, in Francia, in Germania, in Polonia curarono l'applicazione dei decreti di Trento: a creare sacerdoti sorse i seminari, primo di tutti quello di Rieti nel 1564, seguito dal Seminarium Romanum nel 1565; nel 1584 sorse il Collegium Romanum, una università centrale diretta dai Gesuiti. I nunzi apostolici curarono sempre più, accanto ai loro còmpiti diplomatici, l'incremento della R. c.: il loro numero fu accresciuto, le nunziature di Colonia, Brüssel e Graz furono conseguenze della R. c. Accanto ai nunzi regolari ci furono quelli straordinari, come Ninguarda e Porzia nella Germania del sud e in Austria.
Sisto V seguì i suoi predecessori e completò l'opera riformando l'amministrazione ecclesiastica, di cui a Trento si era taciuto, a bella posta, e fondando 15 congregazioni fisse di cardinali, come supreme autorità amministrative.
Mentre il Papato si poneva alla testa della R. c., esso riuniva al tempo stesso e coordinava tutte le tendenze cattoliche esistenti, così che formassero un sol fiume possente. Tale interno incremento fu utile alla posizione stessa del papato e ne accrebbe l'autorità morale. Nel 1600,
al culmine della R. c., il Pontefice era assai più influente e aveva una potenza assai più grande che cento anni prima. Roma era adesso al centro del mondo cattolico: nel tardo medioevo vi accorrevano i cacciatori di prebende alla ricerca di benefici, adesso vi giungono giovani di tutti i paesi, per prepararsi alla cura delle anime, e per studiare nelle università e nei collegi nazionali sorgenti via via. Una nuova fioritura della scolastica a Roma, a Salamanca, a Coimbra, con nomi come Bellarmino e Suárez, si aggiunge ai primi grandi successi della teologia post-tiva e della storia della Chiesa: vedi, p. es., Melchior Cano e Baronio.
Truppe ausiliarie del papato nell'esecuzione della R. c. sono gli Ordini religiosi con a capo la Compagnia di Gesù, i collegi della quale invadono l'intero mondo cattolico come una fitta rete, e divengono semenzai di zelanti laici cattolici; i Teatini, da cui provengono molti valenti vescovi; i Cappuccini che operano sulle masse come missionari; non si devono dimenticare gli antichi Ordini adesso profondamente rinnovati, che non lo cando ai nuovi per zelo e per successo. Il nuovo spirito della R. c. si manifesta in un grande numero di animosi vescovi, fra i quali Carlo Borromeo, Tommaso di Villanova e Francesco di Sales salirono agli onori degli altari. Accanto ad essi i grandi curatori di anime Filippo Neri, Giovanni d'Avila e Pietro Canisio; Teresa di Avila e Giovanni della Croce uniscono all'attività apostolica la contemplazione mistica. Questi Santi infusero spirito vivificante alle leggi e dottore forza alla R. c.
La R. c. continuò viva e operante sino al sec. XVII e XVIII, specialmente nei paesi invasi dal protestante sismo. Il suo massimo fiorire tuttavia si ebbe nel '600. Rafforzata intimamente, la Chiesa contrattaccò il protestantesimo e tentò di riguadagnare a sé i paesi sottratti; dalla R. c. uscì così la Controriforma, detta anche spesso restaurazione cattolica.