SALMI

SALMI. - Composizioni poetiche, di preghiera o d'insegnamento, adibite nel culto sia israelitico sia cristiano, la cui collezione di 150 forma nella Bibbia il libro dei S. Salterio (v.). Il libro dei S. occupa tra i libri sacri un posto di primo piano: presso gli Ebrei solo il Pentateuco lo precede in importanza; nel Nuovo Testamento è il libro più citato, dopo quello di Isaia. La Chiesa lo accolse come espressione della preghiera pubblica e come libro profetico, e pertanto fra i libri del Vecchio Testamento è il più usato e più commentato.

Il nome del Salterio, nel testo masoretico Tēhillim (« Laudi »), non si può applicare con rigore ai singoli s., che sono vari per indole e contenuto. Lo stesso è del nome greco ψαλμοί: ψαλμός; infatti traduce l'ebraico mizmōr « canto da eseguirsi con strumenti a corda ».

Il numero dei s. tanto nel testo masoretico che presso i Settanta è di 150; ma si deve notare che per i Settanta (seguiti dalla Volgata) Ps. 9 comprende Ps. 9-10 ebr., e Ps. 113 comprende Ps. 114-15 ebr.; sono invece divisi in due i Ps. 116 e 147 ebr. (rispettivamente Ps. 114-15 e 146-47 gr.); all'ingresso la numerazione del testo masoretico supera di un'unità quella dei Settanta da Ps. 10 a Ps. 147. Entrambe le numerazioni sono imperfette (p. es. Ps. 42 e 43 formano certo un solo s.); però gli studiosi moderni seguono in generale la numerazione ebraica. Alcune ripetizioni riducono poi alquanto il numero reale dei s. Così Ps. 53 ripete Ps. 14; Ps. 70 ripete Ps. 40, 14-18; Ps. 108 risulta di Ps. 57, 8-12 più 60, 7-14.

Le divisioni del Salterio sono testimoni della progressiva formazione del libro. Anzitutto il testo masoretico divide i s. in 5 ll. (1-41; 42-72; 73-89; 90-106; 107-50), distinti da una breve dossologia posta alla fine dei primi quattro, ed estranea al contesto dei s. in cui si trova. Questa divisione non è accennata dai Settanta, che però, traducendo le quattro dossologie, ne sono un autorevole testimonio indiretto. Anzi il fatto che I Par. 16, 36 citi la fine di Ps. 106 e la dossologia che chiude il quarto libro, permette di far risalire la divisione in cinque libri forse al tempo di Neemia.

Ma lo studio comparativo del testo ebraico rivela tre sezioni più ampie e più antiche. Nei ll. I e IV-V infatti per Dio prevale il nome personale Jahweh; invece nei ll. II-III la netta preferenza è data al nome della natura divina, Elōhim, che però si rivela spesso secondario e sostituito all'originale Jahweh (cf. Ps. 14 con 53; 40, 14-18 con 70; inoltre Jahweh è richiesto dalla grammatica in Ps. 59, 6; 80, 5, 8, 20; e dallo stile in Ps. 43, 4; 45, 8; 48, 15; 50, 7). La sezione formata dai ll. II-III ebbe dunque, per un periodo, esistenza indipendente dalle altre due, e allora subì la ritrattazione di cui porta le tracce. È probabile che ciò sia avvenuto al tempo del dominio persiano.

Nei ll. II-V si riconoscono inoltre altre collezioni minori e più antiche: tali i s. dei figli di Core (42-49), quelli di Asaph (50; 73-83), tre raccolte davidiche (51-72;

108-10; 138-45), i s. graduali (120-34), quelli del Regno di Dio (92-100), quelli alleluiatici (105-107; 111-18; 134-135; 145-50).

La lunga elaborazione che il Salterio dovette subire prima di pervenire allo stato in cui lo trovarono i Settanta è sufficiente da sola a far cadere la tesi cara a parecchi critici indipendenti, che colloca l'origine almeno della maggior parte dei s. all'età dei Maccabei (sec. II a. C.). I titoli che si trovano in principio di molti s. sono una conferma della loro antichità. In molti casi infatti i traduttori alessandrini non riuscirono più a capirne il significato; il che suppone un periodo di tempo lungo quanto basta a farlo scordare. Questi titoli riguardano la natura del s., l'occasione e la modalità dell'esecuzione, gli strumenti su cui devono essere accompagnati, le melodie su cui vanno eseguiti, e specialmente gli autori. Molto si è discusso sul loro valore. Non si possono negare le oscurità e le non infrequenti incertezze dei testi manoscritti. Ci sono anche alcuni errori evidenti, come nel caso di Ps. 136, canto degli esuli in Babilonia, che i Settanta e la Volgata attribuiscono a David. Ma in generale si può dire che l'antichità di cui godono questi titoli e la coerenza con cui sono posti (p. es., i s. davidici si assomigliano per forma e contenuto, e concordano con l'indole di David quale è nota dai libri storici), sono una notevole conferma della tendenza tradizionale.

Gli autori a cui alcuni s. sono concordemente attribuiti sono: David (60), Asaph (12), i figli di Core (10), Salomone (2), Mosè, Eman ed Ethan (1). Gli altri s. sono anonimi o di incerta attribuzione. La questione più importante riguarda David, a cui la critica indipendente ha tentato di sottrarre almeno la maggior parte dei s. che portano il suo nome. È però da notare che i critici procedono principalmente sulla base di pregiudizi sistematici, essendo tutti gli argomenti positivi che si posseggono, in favore dell'« amabil cantor d'Isaade » (I Sam. 23, 1). Quanto di lui storicamente si sa attesta il suo talento musicale e poetico; i canti a lui attribuiti ne rispecchiano fedelmente l'anima eroica e gentile, tenera nella amicizia, tutta fiduciosa in Dio, ma talora anche violenta. Non si vuol con ciò escludere che certi s. davidici siano stati, p. es., per ragioni liturgiche, alquanto ritoccati, o abbiano subito qualche aggiunta: ciò non intacca la sostanza della loro autenticità.

Ai problemi storici posti dal Salterio fa riscontro il problema letterario, alla cui soluzione ha dato recentemente un notevole contributo l'analisi dei generi letterari, di cui fu pioniere H. Gunkel. Egli distingue i generi letterari dei S. in base alla loro « situazione nella vita », che, trattandosi di testi cultuali, si risolve nella « situazione nel servizio divino », ossia nella destinazione e funzione dei singoli s. nel culto ebraico. Su questa base Gunkel distinse 4 generi fondamentali di s.: inni, lamentazioni pubbliche, lamentazioni private e canti di ringraziamento. Vi sono anche generi minori, come: canti di intromizzazione di Jahweh, s. reali, canti didascalici o sapienziali, canti di pellegrini, ecc. È relativamente facile notare come ognuno di questi generi abbia una struttura fondamentale costante (seppur trattata presso gli Ebrei con assai maggior libertà e varietà di ispirazione che nei generi affini riscontrati in altre letterature orientali). P. es., nei s. di lamentazione individuale si trovano questi elementi: una invocazione iniziale, l'esposizione del caso, un'espressione di fiducia in Dio, una preghiera, e per lo più una promessa finale di grazie e di lodi.

Quest'analisi letteraria (quando non si fermi al punto di vista estetico) può molto giovare alla comprensione del contenuto dottrinale del Salterio. Appunto perché espressione del culto di Israele verso Dio, i s. sono necessariamente espressione della sua fede e della sua religiosità, e perciò sono il documento più ricco e più vario del Vecchio Testamento per la dottrina sia riguardo a Dio che riguardo all'uomo e alle sue relazioni con Dio, che si concretano nella fede messianica. Di Dio per lo più

è supposta l'esistenza come fatto certo ed indiscutibile; ma talora viene anche espressamente dimostrata (Ps. 8; 19, 2-5; 94, 8-10; 104 ecc.); ma soprattutto vengono esaltati i suoi attributi: bontà, giustizia, fedeltà, misericordia. L'uomo è visto principalmente come incardinato nel popolo e nelle promesse implicate nel Patto; ma anche come individuo se ne esalta la grandezza e se ne afferma l'immortalità come fatto (lo stato dopo la morte è invece circondato di oscurità). L'idea del Messia concorda nei S. con quella di tutto il Vecchio Testamento: ha portata universale ed implica il giudizio di Dio su tutte le nazioni. Spesso l'interpretazione messianica dei S. è impostata sulla tipologia; non mancano però espressioni e profezie riferentisi al Messia come individuo concreto, come nei s. « messianici » appunto.

Questa ricchezza di contenuto dottrinale e profetico-religioso, unita all'esempio di Gesù, che nei punti culminanti della sua vita usò la parola dei S. come espressione dei suoi sentimenti, e alla pratica degli Apostoli e dei primi cristiani palestinesi, spiegano perché la Chiesa abbia fatto dei S. la sua preghiera per eccellenza. In questo modo inoltre il libro dei S. assurge alla funzione di segno, il più tangibile, se non il più reale, della continuità dei due Testamenti.

BIBLI: per il testo della Volgata: G. Hoberg, Die Psalmen der Vulgata übersetzt u. nach dem Literaturn. erklärt, Friburgo in Br. 1906; J. Knabenbauer, Commentarius in Psalmos, Parigi 1912. Per le traduzioni dal testo ebraico e commenti: F. Wutz, Die Psalmen textkritisch untersucht, Monaco 1923; D. M. Tricerri, I Cantici divisi. Introduzione, traduzione, commento estetico, Roma-Torino 1925-26; M. Sales, I S., ivi 1934; H. Herkenne, Das Buch der Psalmen, Bonn 1936; J. Calès, Le livre des Psalmes traduit et commenté, Parigi 1936; A. Vaccaro, La S. Bibbia tradutia dai testi originali... IV. I libri poetici, 1, Firenze 1949; E. Zolli, Il S., Milano 1951 (versione dall'ebraico e commento). Commenti protestanti: A. F. Kirkpatrick, The book of Psalm, Cambridge 1901; R. Kittel, Die Psalmen übersetzt u. erklärt, Lipsia 1922; H. Gunkel, Die Psalmen, Continua 1933; H. Schmidt, Die Psalmen, Tuhinga 1934. La nuova versione latina ufficiona dal testo ebraico fu pubblicato dal Pont. Istituto Biblico: Liber Psalmonum cum Cantici Breviarii Romani, Roma 1945; A. Bea, V. i. latino. Chiarimenti sull'origine e lo spirito della traduzione, 2ª ed., ivi 1946; P. Galetto, I S. e i Cantici del Breviario romano, ivi 1949. Giorgio Castellino

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“SALMI.” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 998. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/salmi.