SCHELL, HERMANN. - Teologo e apologetica cattolico, n. il 28 febbr. 1850 a Friburgo (Baden), m. il 31 maggio 1906 a Würzburg. Studiò teologia a Friburgo e a Roma, filosofia a Würzburg, dove udì F. Brentano. Nel 1884 fu chiamato alla Facoltà di teologia di Würzburg per succedere a F. X. HETTINGER, FRANZ (v.) come professore di apologetica e di storia dell'arte cristiana.
Si propose un'apologia moderna LIBERALISMO (v.), monismo (v.) STOICISMO (v.). Nella realizzazione dei suoi intenti non riuscì a trovare l'accordo fra le sue concezioni filosofiche, influenzate da correnti moderne, e l'insegnamento della Chiesa. La sua teologia della S. ma Trinità, la sua interpretazione della «Kenosia» di Cristo e la sua escatologia contengono sentenze erronee e pericolose. L'ufficio di rettore magnifico dell'Università di Würzburg, cui venne eletto nel 1896, gli diede occasione di esporre le sue idee riguardo ai problemi culturali del cattolicesimo tedesco e di invitare i cattolici a un orientamento nuovo del loro atteggiamento verso gli ideali culturali del tempo. I suoi due scritti «riformatori» Der Katholizismus als Prinzip des Fortschritts (Würzburg 1897) e Die neue Zeit und der alte Glaube (Paderborn 1898) provocarono un'accesa polemica; con decreto del 15 dic. 1898 le due opere, insieme con la Katholische Dogmatik (4 voll., ivi 1889-93) e
Gott und Geist (2 voll., ivi 1895-96), furono messe all'Indice. S. si sottomise e si obbligò, davanti al proprio vescovo, a non sostenere nel suo insegnamento gli errori segnalati. Dopo la morte di S. le polemiche si riaccesero nuovamente quando i suoi amici promossero il progetto di un monumento. Il papa Pio X, con lettera apostolica del 14 giugno 1907 a mons. E. Commer, pur riconoscendo lo zelo e l'integrità di vita dello S., insistette sulla decisione della S. Congr. dell'Indice del 1898.
L'orientamento e i principi metodologici della apologetica dello S. sono sostanzialmente in accordo con la dottrina tradizionale. S. difende la possibilità e il valore della metafisica contro l'empirismo (v.) criticismo (v.). Egli non respinge le istanze morali-psicologiche degli apologisti dell'immanenza (L. Ollé-Laprune, M. Blondel); ma sostiene che esse possono raggiungere valore probativo soltanto in base ai principi della metafisica e nel quadro di una filosofia intellettualistica. Contro il relativismo degli studiosi delle religioni comparate egli difende la dottrina della fede come verità rivelata, dimostrando la grandezza e l'unicità della concezione biblica di Dio e spiegando la storia del popolo eletto come svolgimento di una presenza comunicativa di Dio che culmina nell'Incarnazione del Verbo.
S. fu teologo di notevole forza speculativa che, in conseguenza delle sue tendenze apologetiche, dell'influsso della scuola teologica di Tubinga e, indirettamente, dell'idealismo tedesco, inclinava ad esporre e interpretare la dottrina della fede in modo da conferirle la struttura logica di un sistema filosofico. La base del suo pensiero speculativo consiste in una concezione metafisica che, come già la filosofia neoplatonica, cerca di accordare l'ontologia aristotelica con uno spiritualismo dinamistico. L'aseità di Dio non significa solo l'esclusione di ogni forma di dipendenza nell'essere, ma anche autoattuazione e autoposizione (aseità positiva); Dio è «ratio et causa sui» (Kath. Dogmatik, I, p. 238 sgg.). La Trinità delle persone divine è l'espressione di questa attualità perfetta; «la Trinità è l'aseità del Dio vivente, spiegata dalla Rivelazione» (ibid., II, p. 21). Lo S. non è riuscito ad eliminare in modo convincente le gravi difficoltà e le pericolose implicazioni di questa teoria; essa infatti perviene alla conseguenza che Dio realizza, nelle produzioni trinitarie, l'aseità della sua natura e che la distinzione delle persone in Dio si riduce alla diversità di momenti e aspetti di un unico processo.
La concezione attualistica della persona si fa sentire anche nella definizione del peccato mortale e nella spiegazione delle pene eterne. La dannazione è pensabile, secondo lo S., soltanto come conseguenza di un libero e voluto induramento che è totale e definitivo per la volontà dell'uomo stesso. Un peccato mortale suppone quindi che il soggetto, con un atto sorgente dal centro della sua natura spirituale, si decida e si ribelli formalmente ed esplicitamente contro Dio stesso. Se la volontà agisce sotto l'influsso di impulsi passionali, essa non si decide con la libertà perfetta che sola può stabilire l'uomo come nemico di Dio e fissarlo in una ostinazione assoluta verso la Grazia. Al peccatore che non si è volontariamente indurito rimane, secondo lo S., anche dopo la morte la possibilità di pentirsi e di purificarsi dai suoi peccati (ibid., III, II, pp. 721 sgg., 879 sgg.). Queste opinioni, con cui lo S. si pose in evidente contrasto con la dottrina della Chiesa (cf., ad es., Conc. Tridentinum, sess. VI, cap. 15), sembrano derivare da una ingiustificata identificazione del rinnegamento formale di Dio con quello esplicito e, inoltre, confondere le condizioni della sua totalità con quelle della sua definitività.
Altre, fra le opere principali: Das Wirken des dreieinigen Gottes (Magonza 1885); Apologie des Christentums, I: Religion und Offenbarung (ivi 1901, 3ª ed. 1907), II: Jahre und Christus (ivi 1905, 2ª ed. 1908); Christus, Das Evangelium in seiner weltgeschichtlichen Bedeutung (Magonza 1903); S.: kleinere Schriften, ed. C. Hennemann (Paderborn 1908).
SCHELL HERMANN - SCHELLING FRIEDRICH WILHELM JOSEPH
