SIMBOLI DELLA FEDE

SIMBOLI DELLA FEDE. - Formole che esprimono in maniera sommaria le verità della fede.

I. **Nozione.** - La parola «s.», se derivata dal greco σύνδρολον, significa tessera, segno di riconoscimento; derivata invece da σύνδρολον significa tributo. I Padri ricorsero di preferenza però alla prima derivazione, specialmente dopo Rufino e S. Agostino, nello spiegare perché con tale termine si designi la regola o professione di fede richiesta per l’ammissione al Battesimo.

Il nome di s. è già applicato correntemente a detta professione da s. Cipriano (*Ep.*, 69, 7), mentre i Padri più antichi usavano le espressioni *regula veritatis* (*de M. Besson, S. Pierre et les origines de la primauté romaine*, Genève 1929, fig. 72).

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Besson, S. Pierre et les origines de la primauté romaine*, Genève 1929, fig. 72).

(da N. Besson, S. Pierre et les origines de la pricnoste romaine. 1927, 69, 72; Simboli della fede - Il S. degli Apostol. Testo di origina romana, conservato in un manoscritto del sec. vivit - Oxford, Biblioteca Bodleiana, cod. Laudianus 35, f. $226^{\circ}$.

SIMBOLI DELLA FEDE. - Il S. degli Apostoli. Testo di origine romana, conservato in un manoscritto del sec. VI-VII - Oxford, Biblioteca Bodleiana, cod. Laudianus 35, f. 226v.

(καλύντος τάς ἀληθείς), regula o doctrina fidei, tessera, sacraméntum (cf. s. Ireneo, *Adv. haeres*, III, cap. 9, n. 4; Tertulliano, *De praescript., cap. 6*). Alcuni autori recenti (G. C. Van Noort, *Tractatus de fontibus revelationis*, 3a ed., Amsterdam 1920, p. 113) distinguono i s. dalle professioni di fede, considerando i primi come formole di fede abbreviate, le professioni di fede invece come formole più sviluppate, ma per lo più le due denominazioni vengono usate indifferentemente (Denz-U. 26 e lo Hahn, *Bibliothek der Symbole und Glaubensregeln der alten Kirche*, 3a ed., Breslavia 1897).

II. **Origine.** - I s. d. f. ripetono la loro origine dalle esigenze interne delle comunità cristiane primitive. Già nella missione affidata da Gesù agli Apostoli (*Mt.* 23, 19-20) era implicito che gli insegnamenti da impartire dovevano avere una formola ben definita. Del resto, la formola battesimale prescritta da Cristo stesso è una professione di fede nella S.ma Trinità. A parte, allora, la questione circa le origini del s. apostolico (v. sotto) non fa meraviglia come fin dai primi tempi sorgessero nella Chiesa formole dottrinali brevi, facili, precise, chiamate poi s., che dovevano servire, sia per mantenere l’uniformità della fede, e sia ancora per assicurarsi della fede di coloro che dovevano essere ammessi nella Chiesa.

Mano a mano che queste formole si andarono svolgendo, diventarono, consciamente o no, anche la base delle polemiche o delle apologie (cf. il *Dialogo con Trifone* di s. Giustino e l’*Adversus haereses* di s. Ireneo), mentre la necessità di combattere le cresce suggerì volta per volta l’aggiunta o l’accentuazione di uno o di un altro pensiero. Queste precisazioni si moltiplicarono nel corso dei secoli, e alle negazioni degli eretici la Chiesa oppose sempre le professioni di fede dei suoi s.

I s. d. f., perciò, lungi dal costituire un insieme di formole vuote, aride e senza vita, sono piuttosto da considerare come una manifestazione tangibile della vitalità stessa della Chiesa. Il fatto che la Chiesa ne prescrive un uso così frequente nella sua liturgia, dice già per sé quanto essi servano per rafforzare i legami che uniscono i seguaci di Cristo nell’*unus Dominus*, *una fides*, *unum baptisma* (*Eph.* 4, 5). Qui se ne riferiscono i principali.

III. **L. S. Apostolico.** - Antica professione di fede della Chiesa romana. Si presenta in due forme sensibilmente differenti: il testo in uso nella liturgia e un testo più breve, ma più antico (cf. Denz-U. 226).

I. **Origine.** - Il S. apostolico è il risultato di una evoluzione, determinata dalle esigenze interne delle comunità cristiane, e particolarmente dall’impulso creatore

della liturgia. Fin dai tempi apostolici, infatti, per l'ammissione al Battesimo si richiedeva una esplicita professione di fede; di qui la necessità di riassumere per i fedeli le principali verità cristiane in una formula breve e precisa e di facile comprensione, che servisse anche per discernere, di fronte alla tenace propaganda ereticale, la vera dalla falsa dottrina. La più antica formula conosciuta è quella usata dall'eunuco della Regina di Etiopia: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio» (Act. 8, 37). Fin dal tempo apostolico però si conobbero altre formule più diffuse che contenevano le verità più importanti della Redenzione, come quella in I Cor. 15, 3-4: «Vi trasmisi fra le cose primarie, ciò che io pure ricevetti, che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto, e che è stato resuscitato al terzo giorno, secondo le Scritture». Confessioni simili di carattere cristologico si incontrano più tardi verso la fine del sec. 1, in s. Ignazio di Antiochia (Eph., 18, 2; Simin., 1, 1). Accanto alle formule cristologiche si trovano anche formule di carattere trinitario, il cui sorgere fu determinato dal comando di Gesù: «Ammestrate tutte le genti, battezzandole in nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt. 18, 19). Un saggio caratteristico di professione di fede di tipo trinitario, alquanto ampliato, si trova nella apocrifa Epistula Apostolorum scoperta e pubblicata recentemente, la cui origine si fa risalire al 180 a. c.: «(Credo) in Patrem omnipotentem; et in Jesum Christum, Salvatorem nostrum, in Spiritum Sanctum Paraclitum; in Sanctum Ecclesiam, et in remissionem peccatorum» (Denz-U., 1). Analoghe formule in s. Irenae (Adv. Haer., 1, 10, n. 48) e nella liturgia del papiro Der Balzzech. Forse fin dalla metà del sec. 11 si sentì il bisogno di aggiungere nuovi elementi di carattere cristologico. A questo riguardo ebbe importanza il fatto che l'azione di grazie (Prefazio) della liturgia eucaristica comprendeva fin dalle origini una diffusa confessione di Cristo (cf. Giustino, I Apol., 61, 3, 10, 13; Ireneo, Adv. Haer., 1, 10).

Si giunge così in Roma alla redazione di un tipo di s. che conteneva il comma ampliato nei riguardi di Cristo, e quindi in certo modo alterava l'equilibrio simmetrico del s. primitivo di carattere trinitario. Questa formula, che poi si cristallizzò nella forma che comprendeva ca. 12 articoli, è conosciuta verso la fine del sec. 1 verso la denominazione precisa di S. degli Apostoli o apostolico. Tale qualifica, attribuita alla professione di fede battesimale della Chiesa romana, si incontra per la prima volta nella lettera, certamente redatta da s. Ambrogio, inviata dal Sinodo milanese (393) a papa Siricio (PL 16, 1126).

2. Il S. apostolico primitivo. — Il S. apostolico nel suo testo integro primitivo è stato tramandato per la prima volta in greco da Marcello d'Ancia, in una lettera a papa Giulio (ca. il 340), e in latino da s. Niceta di Remesiana e da Rufino di Aquileia (entrambi ca. il 400); a quest'ultimo risale la prima affermazione di un'origine strettamente apostolica del S. romano con tutti i suoi articoli. Gli Apostoli, narra Rufino, prima di separarsi per predicare il Vangelo, avrebbero d'accordo compilato questo riassunto della loro futura predicazione, che chiamarono S. e che stabilirono quale regola di verità da consegnare ai nuovi credenti (Comm. in Symbolum apostol., 2: PL 21, 337). Rufino dice di aver appresi questi particolari dai maggiori (tradunt maiores nostri), ed il suo racconto ebbe fortuna in Occidente, durante tutto il medioevo; e poiché gli articoli erano 12, nel sec. VI si preteche che ciascuno di questi fosse da attribuire ad uno degli Apostoli (PL 39, 2189-90). Fu grande perciò la sorpresa dei Padri latini nel Concilio di Ferrara del 1438, quando, avendo essi invocato contro i Greci l'autorità del S. apostolico, si sentirono rispondere da Marco Eugenico, arcivescovo di Efeso, che la Chiesa greca non aveva mai conosciuto un S. degli Apostoli. È inutile insistere sul carattere leggendario della tradizione rufiniana.

Però se il S. apostolico non è opera strettamente apostolica, rimonta tuttavia ad un'epoca molto antica. Infatti si trova quasi per intero in Tertulliano (De virg. velandis, 1; Adversus Praxeam, 2; De praescript. haeret., 13 e 36); e se ne hanno sicuri elementi in s. Ippolito (cf. B. Capelle, Le Symbole romain au second siècle, in Revue bénéd., 39 [1927], p. 33 sq.), in s. Ireneo (Adv. haer., 1, 10), in s. Giustino (Dial. cum Tryph., 76, 85, 116; I Apol., 61), e forse anche s. Ignazio (Ad Trall., 9). Per cui è sommamente probabile la sentenza del Battifol (Littérature grecque, Parigi 1898, p. 70) e del Burn (The Apostles Creed, Londra 1906, p. 30) che ne fissano la data intorno al 100-20. Il Vacant (DThC, I, coll. 1675-76) fa risalire agli Apostoli, e precisamente ai fondatori della Chiesa romana, come istituzione battesimale, almeno la parte essenziale del nostro S., e cioè la professione di fede esplicita nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Gli altri elementi secondari provvederebbero da posteriori aggiunte che ne hanno completato i diversi articoli.

Secondo i critici cattolici più recenti si potrebbe considerare il S. romano come la risultante della fusione di due formole, apostoliche ambedue, l'una trinitaria, l'altra cristologica, e si potrebbe dire che detto S. è il riassunto dei tratti essenziali della catechesi primitiva sui due grandi misteri del cristianesimo. Tali formole, utilizzate dapprima separatamente, sarebbero state riunite, nel quadro della formola trinitaria, agli inizi del sec. 11 allo scopo di più efficacemente combattere il monarchianismo nascente (cf. P. Lebreton, La formation du Symbole des Apôtres, in Rech. de sc. rel., 13 [1923], pp. 349-53). È certo che l'antica formola del S. apostolico fu la base di tutti gli altri s. battesimali dell'Occidente; non si può viceversa dimostrare che lo sia stato anche per i s. orientali.

3. Testo attuale

Il textus receptus attuale differisce sensibilmente da quello di Rufino d'Aquileia. A questo, infatti, composto di 12 articoli (mentre il textus receptus consta di 14), mancano i seguenti incisi: «Creatore del cielo e della terra», «fu concepito», «pati», «mori», «discese agli inferi», «onipotente», «cattolica», «la commozione dei santi», «la vita eterna». Della formola attuale trovasi la più antica attestazione nella Exposition vel trato.
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**Imbricatum est partis exemplis sive quondam**
**inventi, quod in usum duarumque non altera est**

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**Simboli della Fede — Commentario di s. Massimo di Torino**
**su S. degli Apostoli — S. Gallo, Biblioteca abbaziale, cod. 188,**
**f. 343 (sec. VII).**

dittio Symboli, contenuta nel Missale gallicanum vetus: poiché in tale Expositio si manifesta in modo evidente la mano di s. Cesareo (m. nel 543), il textus receptus era già in uso nella Gallia meridionale a tale data.

Non si sa bene per opera di chi e in quali circostanze siano confluite in esso le varianti sopra riferite, le quali prima del sec. VI si trovano già sparse or in uno, or in un altro dei s. in uso presso alcune grandi Chiese. Oscuro è pure il luogo dove questa elaborazione sia stata compiuta. Il Vacandard pensa nella Gallia, l'Halm in una Chiesa dell'alta Italia, il Burn nella Chiesa di Roma o forse in un monastero influente come quello di Bobbio; tutti però sono d'accordo nell'affermare che la diffusione del testo attuale nell'Occidente, qualunque ne sia la provenienza, poté avvenire solo per il prestigio della Chiesa romana.

4. Autorità del S. apostolico. — Il S. apostolico ritenne sempre nella liturgia battesimale quel posto d'onore che vi ebbe fin dai primi secoli. Inoltre, la conoscenza del medesimo si ritenne sempre come un elemento fondamentale della vita cristiana. Per questo i sinodi medievali raccomandano ai sacerdoti di insegnarlo e commerciarlo ai fedeli e di farlo loro recitare ad alta voce nelle chiese parrocchiali (cf. M. Righetti, Manuale di storia liturgica, I, Milano 1945, pp. 173-74). Esso fu considerato di particolare efficacia contro le tentazioni diaboliche (s. Ambrogio, De virg., 3, 5; s. Atanasio, Vita s. Antonii, 25); il Rituale ne prescrive tuttora la recita durante gli esorcismi. Ben presto fu introdotto nell'Ufficio divino; lo si trova in tutti i salteri dei secc. VIII e IX (S. Bäumer, Hist. du Bréviaire, I, Parigi 1905, p. 377).

BIBL.: i testi del S. apostolico riuniti in A. Hahn, Bibliothek der Symbole, 3a ed., Breslavia 1897, e in Denz-U, 1-14. Lo studio più particolareggiato intorno alla storia del S. apostolico rimane quello di F. Kattenbusch, Das Apostolische Symbol, Lipsia 1896-1900. In questi ultimi decenni le ricerche e le ipotesi si sono notevolmente moltiplicate. Fra i lavori più significativi sono di segnalare: P. Batiffol, Apôtres (Symbole des), in DTHC, I, coll. 1660-73; A. Vacant, ibid., coll. 1673-80; E. Vacandard, Apôtres (Symbole des), in DFC, I, coll. 272-83; G. Voisin, L'origine du Symbol des Apôtres, in Rev. d'hist. ecclés., 3 (1902), pp. 297-321; A. E. Burn, The Apostles Creed, Londra 1906; J. Lebreton, Histoire du dogme de la Trinité, II, Parigi 1910, pp. 141-173; d. La formation du Symbole des Apôtres, in Rech. de sc. rel., 1 (1923), pp. 349-53; d. Les origines du symbole baptismal, in Rech. de sc. rel., 20 (1930), pp. 97-124; J. Hausleiter, Trinitärischer Glaube und Christusbekennnis, Gütersloh 1920; A. Nussbaumer, Das Ursymbolum nach der Epideixis des hl. Freneaus, und dem Dialog fustins, Paderborn 1921; H. Lietzmann, Symbolstudien in Zeitschrift, f. N. T. Wissenschaft, 21-26 (1922-27); B. Capelle, Le Symbole rom. au IIe siècle, in Rech. de théol. anec. et méd., 2 (1930), pp. 5-20; J. De Ghellinck, Les reich. sur l'hist. du Symbole des Apôtres depuis cinq siècles, Bruxelles 1946; P. R. Camelot, Les reliques des apôtres sur le Symbole des Apôtres et leur portée théologique, in Rech. de sc. rel., 39 (1951), pp. 323-37.

VII. IL S. NICENO-COSTANTINOPOLITANO: V. NICEA, I, Primo Concilio di.

V. S. CALCEDONESE: V. CALCEDONIA.

VII. IL S. ATANASIANO: V. QUICUMQUE VULT.

VII. ALTRI S

Ai quattro più importanti sopra citati, seguono: 1) il S. toletano (Denz-U, 26, 275), professione TOLEMAIDE (v.) del 675; 2) il S. di Leone XI (Denz-U, nn. 343-49). Si trova nella lettera Congratulamur vehementer, del 13 apr. 1053, indirizzata a Pietro, patriarca di Antiochia. Questa professione di fede è presso a poco quella che viene emessa, sotto forma di domanda e risposta, nella consacrazione dei vescovi; 3) la Professio fidei Waldensibus praescripta (Denz-U, 26, 420, 7) del papa Innocenzo III (1198-1216) che espone, tra l'altro, la fede nella dottrina sacramentalità della Chiesa e nei singoli Sacramenti; 4) il S. di Leone IX è ampliato nel Symbolum Lateranense (Denz-U, 428 sgg.) composto nel Concilio Lateranense IV del 1215, sotto Innocenzo III. L'ampliamento riguarda principalmente la dottrina sulla S. ma Eucaristia; 5) un ulteriore sviluppo del S. di Leone IX si ha nella Professio fidei Michaelis Paleologi (Denz-U, 461 sgg.) prescritta dal papa Clemente IV nel 1267 all'imperatore Michele Paleologo, e che questi depose nel secondo Concilio di Lione (1274) davanti a papa Gregorio X. Essa riguarda particolarmente le dottrine sui Sacramenti, sul primato della Chiesa romana e sui Novissimi. Il 19 aug. 1385 fu prescritta da Urbano VI a tutti quelli che dalla Chiesa dissidente passavano alla Chiesa Cattolica. 6) L'ultimo dei grandi s. è la Professio fidei Tridentina (Denz-U, 494 sgg.) che riassume brevemente e chiaramente il contenuto del Concilio di Trento. Questa professione fu ampliata con aggiunte del Concilio Vaticano e in questa ultima forma, col titolo di Professio fidei Catholicae, sta in principio del CIC. È prescritta per l'ammissione a quasi tutti gli uffici ecclesiastici e ad ogni mutamento d'ufficio o di beneficio, come ai chierici prima del suddiaconato e ai confessori e predicatori prima di ricevere la facoltà di esercitare queste funzioni (CIC, can. 1406). In queste circostanze vi si aggiunse lo Usurandum contra errores modernismi, promulgato da Pio X nel motu proprio: Sacrorum Antistitum del 1° sett. 1920 (Denz-U, 2145-47).

VIII. VALORE DOGMATICO

Qui si parla soltanto dei s. ufficiali, quali sono quelli sopra elencati, non delle professioni di fede che si incontrano così frequentemente presso gli scrittori antichi. Queste ultime sono senza dubbio formole venerande, ma la loro importanza riguarda unicamente la storia dei dogmi.

Non vi può essere alcun dubbio circa il valore dogmatico dei s. più antichi, l'Apostolico, il Niceno, il Niceno-Costantinopolitano, il Calcedonese e l'Atanasiano. A parte i riconoscimenti formali dei Papi e dei Concili, il solo fatto di essere entrati a far parte integrante della liturgia (nel Battesimo, nel Breviario, nell'Ordinazione sacerdotale e nelle preghiere ordinarie, nella S. Messa), già rivela una consacrazione ufficiale da parte del magistero autentico della Chiesa, secondo il noto detto: lex orandi, lex credendi.

Gli altri s. o professioni di fede presentano tutti l'approvazione formale del Papa; pertanto, come ai precedenti, compete loro la qualifica di documenti ufficiali della fede cattolica. Alcune riserve, invece, vengono fatte circa il giuramento antimodernistico, di cui non tutte le parti sembrano uniformi per quanto riguarda il loro valore dottrinale. Supponendo esso, infatti, documenti dottrinali precedenti, le singole affermazioni devono essere analizzate in se stesse e il loro valore dottrinale dipende dal valore dei documenti a cui si riferiscono (v. SILLABO). Si deve infine notare che il valore dogmatico dei s. d. f. riguarda solo ciò che forma l'insegnamento diretto dei s. stessi, e non ciò che è semplice spiegazione o affermazione accessoria; per conseguenza in quest'ultimo senso deve intendersi il paragone dell'unione del corpo e dell'anima, che il S. atanasiano usa per spiegare l'unità sostanziale di Cristo.

BIBL.: A. Schaff, History of the Creeds of Christendom, Londra 1878; G. L. Hahn, Bibliothek der Symbole und Glaubensregeln der alten Kirche, 2a ed., Breslavia 1897; A. S. Montherin, The Creed, Londra 1902; G. J. Lucas, Creed, in Cath. Enc., IV, pp. 478-79; A. Michel, Symbole, in DTHC, XIV, col. 2025 sgg.