STORIOGRAFIA

STORIOGRAFIA. — Esposizione del complesso degli eventi umani nella loro concreta configurazione entro le coordinate spazio-temporali.

I. **GRECIA e ROMA.** — Nella Grecia del sec. VI a. C. può fissarsi una prima forma di coscienza storiografica, cioè un ripensamento, una valutazione della storia. Questa si rivela in Ionia (la zona culturalmente più avanzata) con la critica del mondo mitico (il cui rappresentante più caratteristico è Ecateo), che costituisce un elemento caratterizzante della s. greca rispetto a quella orientale; critica intesa, però (e in ciò il suo limite), solo come rettifica del dato tradizionale, eliminazione in esso di ciò che contrastasse con la verità accertata per altra via mediante l'indagine filosofica o naturalistica; ovvero la diretta esperienza di cose personalmente viste, o controllate sulle versioni più attendibili. E, ancora, con l'avidà curiosità verso la realtà circostante, concretatasi dapprima negli angusti limiti della descrizione etnografico-geografica (i «logografi»), allargantesi poi, attraverso i primi tentativi di storie locali e di biografie, nel largo affresco erodoteo, ove l'interesse etnografico è intentamente ricatto sullo sfondo, mentre una guerra, le sue lontane radici, il suo complesso svolgimento, assurgono a tema principale. Finché in Tucidide, bruciato ogni residuo etnografico, ancora una guerra, quella del Peloponneso, è il problema su cui converge l'appassionata indagine dello storico, e che, individuato nel contrasto di due forme politiche, diviene, quasi, filo conduttore della storia greca. Fra la zona del mito su cui opera la critica della tradizione e quella della pura storia contemporanea aperta naturalmente alla comprensione, Erodoto ne ha individuato una intermedia, dall'incerta fisionomia, troppo recente per esser sottoposta ad una revisione critica, troppo lontana, tuttavia, dal presente, per render possibile una sua comprensione pragmatica; verso di essa lo storico volge la sua attenzione per conservarne il ricordo, per rammento morare le glorie. Egli pone così, cronologicamente ed idealmente, sé e l'opera sua fra Ecateo e Tucidide, caratterizzando una terza direzione fondamentale della s. greca. Anzi il carattere encomiastico che essa sottintende andrà assumendo in questa importanza sempre più prevalente, col diffondersi, nella s. posteriore di Tucidide, di un atteggiamento etico-retorico, nel giudizio delle opere umane, di derivazione isocrate. L'opera di un Senofonte, di un Teopompo, di un Calisteo è sì, per l'influenza del maestro, storia sincrona (ed anche coloro che si rivolgono al passato — Filisto, Eforo, Anassimene — danno al loro racconto, avvicinandosi al loro tempo, dimensioni più ampie), ma opera in essi anche una concezione etico-retorica in cui i motivi erodotei ed isocratei confluiscono insieme, e di cui Teopompo è l'esempio più evidente. Da un lato, gli ideali politici contemporanei passano risolutamente nella s., diventano motivi di interpretazione e giudizio del passato, su cui gettano l'equivoca luce di encomi e di biasimi; dall'altro l'interesse — come avveniva nel campo pratico ed in quello speculativo — si va a concentrarlo sulle singole personalità: dalla storia di anonima di due costituzioni, quella di Tucidide, si giunge alle Filippiche di Teopompo, vastissima cornice alla storia di un uomo. Il desiderio — tipicamente retorico — di tener destra l'attenzione arricchisce la narrazione di particolari stravaganti e fantastici, ma rende assai incerti i confini fra essa e il romanzo storico a tesi, come già nella *Ciropedia* di Senofonte. Se la visione si allarga dalla *πλοῦς* alla civiltà greca nel suo complesso, e poi agli altri popoli, se si approfondisce nell'analisi delle caratteristiche delle genti, e dell'umanità dei singoli, cando i limiti fra reale e immaginario: Callistene, Onesicrito, Clitarco creano una biografia di Alessandro che è già, in *nuce*, romanzo. Altri (Aristobulo, Nearco, Ieropo-nimo di Cardia, ecc.) reagiranno a tale tendenza, ma la loro preoccupazione di una rigorosa aderenza alla realtà delle cose viste e conosciute si risolve in una esasperata semplicità formale, che ne sminuisce l'efficacia. Riallacciandosi alla più rigorosa memorialistica, all'ideale dello «storico pratico» cui si informava, Polibio crea una s. che, al di là delle falsificazioni retoriche e delle angustie cronastiche, coglie nella loro concreta fisionomia le trasformazioni politiche e le vicende militari; con lui la storia riconosce il suo vero centro, Roma, si fa storia cosmopolítica. La visione pragmatica di Polibio, tuttavia, è costretta a spiegare le vicende umane mediante l'intervento della *τύχη*, la fortuna, forza irrazionale e trascendente. Anche se il suo continuatore, Posidonio, cercherà di reintrodurre questa forza nel processo storico, come «furore» (*θυμός*), antitetico al logos, la ragione, ma con esso motore delle vicende, e, vedendo i barbari come incarnazione di questo «furore», li includerà, rendendolo più rigoroso, nel quadro della storia cosmopolítica, in questi due storici è già implicato il passaggio dalla s. alla riflessione teleologica, alla filosofia della storia. Dopo Posidonio, l'attività storiografica greca vive sul passato, senza rivelare motivi originali: Teopompo, Posidonio, Senofonte, e soprattutto Tucidide rimangono i grandi modelli; a Tucidide si rifanno quanti vogliono reagire alla sempre florente s. retorica, ed egli è ben presente, come le migliori esperienze storiografiche greche, nel *Come si debba scrivere la storia* di Luciano. I migliori prodotti della tarda s. greca nascono dai contatti col mondo romano, ma i rapporti d'influenza e dipendenza reciproca con la s. romana non sono ancora chiariti. Lo sforzo polibiano di una comprensione pragmatica del mondo romano ha dei continuatori; le *Vite* di Plutarco, il prodotto più notevole dell'età imperiale, sono insieme sforzo di tenere alto il mondo greco rispetto al romano, e riconoscimento dei valori morali del secondo.

Gli inizi della s. romana sono da rintracciarsi nelle primitive registrazioni pontificali, nelle tradizioni domestiche, nella memoria popolare legata a monumenti, feste, canti popolari. Ma la registrazione cronachistica costituisce una sorta di «preistoria» della s. romana, che nasce dal suo superamento. Lo sforzo di essa sarà quindi quello di oltrepassare lo schema annalistico, anche nei casi in cui esso viene formalmente accettato. Altro carattere fondamentale della s. romana è lo stretto rapporto con la s. greca: rapporto di dipendenza ed influenza reciproca di cui è difficile definire le vicende per tutta la produzione preliviana, di cui restano diverse, significative testimonianze. I più antichi animali sembrano scritti in greco per un duplice motivo: per influenza dei loro modelli e perché intesi a tracciare la storia della città più per i Greci che per i Romani; Catone il Censore, che violentemente reagisce a questa s. in lingua straniera e per stranieri, pur si serve di due generi letterari greci — la storia delle fondazioni di città e la storia contemporanea — per combatterla: segno che la sua critica s'appuntava soprattutto sulla forma linguistica e su quella narrativa, cioè annalistica, di quella produzione. Poiché l'opera di Catone è perduta, non si può dir nulla circa i metodi con cui, nelle *Origines*, intese a raccogliere, quasi in un unico *corpus*, il materiale leggendario arcaico sulle singole città della penisola, o i modi in cui poté superare, scrivendo del suo tempo, l'ordinamento tradizionale. Ma si può individuare in lui un atteggiamento, che rimarrà caratteristica costante della s. romana: il rifiuto di fornire i nomi degli attori delle vicende da lui narrate, perché il vero attore di esse era il popolo romano; indice questo di una passionalità politica che non si piace nell'obbiettivo considerazione ed esposizione del fatto, ma lo fa rivivere con lo spirito di chi partecipa direttamente alle cose narrate. La continua presenza della «virtù» e della «maestà» del popolo, quali forze storiche, nella narrazione delle sue vicende, costituisce il fascino perenne e suggestivo della s. romana.

Da ciò il deciso moralismo, da un lato, e dall'altro il carattere retorico, così chiaramente definito da Cicerone, che la informa; da ciò il suo legarsi, al di là della formale imitazione di Tucidide, alla s. retorico-politica dell'età ellenistica. Ma la retoricità non consiste, come negli

aspetto più deteriori di quella, in una ingiustificata deformazione dei fatti, quanto in una loro organizzazione secondo un contesto rispondente al sentimento dello scrittore di fronte ad esse. Una storia della s. romana può darsi tuttavia solo di quanto c'è rimasto, e si converte nel giudizio dell'opera di Sallustio, Cesare, Livio, Tacito, in cui l'atteggiamento sopra delineato si rivela e si modula in toni diversi.

Ed ecco Sallustio rifarsi a Tucidide e Catone quali testimoni di un'antica austera virtù che egli vede, sommersa dalla corruzione, scomparire nella società del suo tempo; ecco Cesare identificare se stesso con gli interessi del popolo romano e trasferire, nelle sue memorie, ai fatti narrati quella lucidità di disegno e quel tocco sicuro che caratterizzarono le sue azione politica; ecco Livio stendere la storia (o l'epopea?) non di Roma, ma della sua grandezza o virtù, sotto la continua, incombente minaccia della corruzione devastatrice; ecco, infine Tacito, nella sua amara spietata analisi delle figure e dei disegni degli imperatori tiranni documentare la desolante assenza di quegli ideali civili, di quella originaria virtus che egli trasferisce — ammonimento o disperazione — nei barbari della Germania. E ognun d'essi giudica soprattutto come cittadino, e cittadino in cui si incarna tutto il patrimonio ideale, lo spirito dello Stato romano. L'impressione di comprendere in sé le ragioni e gli ideali di questo Stato, per farne criterio di interpretazione storica, è il segno della decadenza della s. romana dopo Tacito. Già a lui sfuggiva il mondo delle province; al contemporaneo Svetonio la storia appare organizzata e chiusa in una serie di biografie imperiali e come tale vien consegnata ai continuatori e rielaboratori la cui opera sfocia nella Storia Augusta del sec. IV d. C.: e anche qui assai incerti si fanno i confini col romanzo. Nel sec. IV Ammiano Marcellino, ufficiale antiocheno che vuol trasfondere, in una continuazione di Tacito, quel senso della latinità ricuperata dalla tradizione militare e da esperienze libresche, crea un'opera singolare in cui il pensiero storiografico romano si fonde con suggestioni orientali. Povertà assoluta di pensiero hanno le epitomi liviane e le compilazioni analoghe che si fanno sempre più frequenti, con l'unico merito di conservare il senso dello sviluppo unitario della storia di Roma.

Il pensiero cristiano dei primi secoli elabora intanto germi di una nuova visione storiografica e nella Storia ecclesiastica di Eusebio rappresenta il momento in cui la Chiesa, contrapponendosi allo Stato, fa delle sue vicende una storia in sé conclusa. Ma «la vera opera che apre e domina il medioevo è il De civitate Dei di s. Agostino, perché pone e risolve il problema nuovo che sorgeva dalla dissoluzione del mondo politico antico quello del rapporto tra la civitas terrena e la civitas caelestis» (A. Momigliano).

II. MEDIOEVO E RINASCIMENTO

Con s. Agostino, infatti, lo storico era invitato a considerare non le vicende dei singoli organismi o aggregati politici, ma quella dell'umanità, operante attraverso i tempi, manifestatisi, in una drammatica alternativa di bene e di male, nei singoli imperi. La storia diveniva problema morale, dramma della coscienza umana, e questo problema è questo dramma si facevano criteri interpretativi di essa. Questa visione si inquadrava entro schemi che sono al fondo di tutta la s. medievale: lo schema delle sei età del mondo, corrispondenti ai sei giorni della creazione, o alle varie età dell'uomo, l'altro, che al primo s'intrecciava, delle quattro monarchie (Assiri e Babilonesi, Medi e Persiani, Macedoni e Diadochi, Romani), cui Isidoro di Siviglia e Beda daranno, più tardi, una precisa determinazione cronologica. E ancora all'influsso profondissimo e duraturo di Agostino è da ricondurre il senso della continuità fra l'epoca nuova e l'impero romano (di cui egli aveva celebrato la funzione provvidenziale di preparazione all'avvento del Cristo); senso che impedisce l'esatta percezione dei mutamenti profondi operativi fra i popoli e che lega l'Impero cristiano dei secc. X, XI, XII, all'antico, pur da quello così diverso, mediante la formola della translatio. La grande costruzione agostiniana non resisterà in tutta negli scrittori che, nei secoli successivi, ad essa si ispireranno, semplificandone e volgarizzando i motivi, frantumandone l'architettura. Il senso del conflitto drammatico fra il terreno e il celeste, trama delle vicende umane, si trasformerà, ad es., nella minuta, saltuaria postilla moralistica, inserita nel racconto. Tuttavia alcuni dei concetti fondamentali del pensiero agostiniano riaffiorano di continuo, costituendo quasi le costanti caratteristiche della s. medievale: il predominio dell'elemento morale-religioso nel giudizio storico (il «male», nella storia nasce dai peccati degli uomini, soprattutto dal più antico e radicato, la superbia); la pax come bene supremo per l'uomo su questa terra, e purtuttavia solo pallida immagine della vera pace, quella della vita eterna; la creazione dei due tipi del rex iustus e del tyrannus a cui i grandi protagonisti verranno costantemente assimilati, col risultato di una stilizzazione uniforme dei caratteri intellettuali e morali dei singoli personaggi, in contrasto con la cura volta ad individuare le esteriori particolarità. Posto al centro non solo della considerazione del presente, ma anche della visione del passato, il problema della salvezza, la ricerca storica si riduceva al ruolo subordinato di ancilla della speculazione teologica e morale; e come tale assumeva, nella gerarchia delle arti e delle scienze, quell'incerto carattere che le era proprio nell'epoca antica, ora magistra vitae, ora fabula. Per questa via, e per l'altra più diretta della persistente fortuna goduta da certi storici romani (Svetonio, Giustino, Eutropio) operava pertanto, accanto all'influsso cristiano-agostiniano, quello non spento del mondo antico; ed esso si faceva evidente sia nell'esteriore modellarsi delle innumerevoli Vitae e Gesta sull'opera svetoniana, sia nel più generale sforzo di accostarsi, nei toni e nei modi del narrare, ai testi presi a modello.

Questo secondo influsso è anzi, per molti aspetti, prevalente nella s. dei secc. VI-IX: anche se si avverte che il clima spirituale è diverso da quello degli storici pagani, l'interesse spiccato per il fatto politico, e certe caratteristiche del racconto riconducono ad essi. I motivi agostiniani, e persino l'atteggiamento moralistico, sono assenti nella Historia Langobardorum di Paolo Diacono, o rimangono sullo sfondo; la storia è ancora, per lui, soprattutto, una bella vicenda, in cui la realtà è velata da un tono leggendario, ricco, soprattutto, di motivi epico-cavallereschi: egli ammira compiaciuto i suoi eroi, e ancora curioso quello che lo colpisce nel mondo circostante. La radicale nequizia della civitas terrena è totalmente dimenticata. E nella Vita Karoli Magni di Eginardo non solo l'esaltazione del rex iustus è condotta su chiare linee svetoniane, ma il fatto stesso di esser esaltazione di un laico e di porre l'accento sui fattori umani nelle vicende narrate rivela la forza suggestiva dell'antico modello; dall'altro canto si fa già evidente in lui l'incapacità di fondere, nel ritratto, le caratteristiche fisiche con quelle moralie e spirituali. Più complesso il quadro della s. posteriore: da un lato si fa più viva, più acuta, la capacità di cogliere uomini e cose particolari, di rappresentare «realisticamente» singoli aspetti della realtà, di giudicare talvolta con acutezza determinati eventi politici; dall'altro — e magari nella stessa persona, come in Liutprando di Cremona — s'accentua del pari la nota religioso-moralistica, più frequente si fa il ricorso ai disegni e giudizi della Provvidenza, nel motivare gli eventi, e alle riflessioni morali nel giudicari. Anzi è questa nota sola a documentare la «cristianità» del cronista, ora che la dimensione universale del quadro agostiniano s'è perduta, e un regno, un imperatore, una regione o una città, un monastero, sono l'oggetto del racconto; e questo racconto perde talora persino la coscienza della intrinseca peccaminosità dell'agire umano, e si tinge tal'altra di una incipiente fierezza nazionale. S'accentua, in tale produzione, il carattere di pura e semplice testimonianza e registrazione dei fatti, mentre il compito di dare di essi un giudizio di valore va trasferendosi nella ricca pubblicistica politica cresciuta attorno al problema dei rapporti fra regnum e sacerdotium, e così ricca di spunti nuovi e di presentimenti. È proprio all'interno di tale pubblicistica, infatti, che va delineandosi e chiarendosi la nuova concezione che vede la vicenda umana articolarsi non nel

contrasto tra città terrena e città celeste, ma in quello ben più definito tra Chiesa e Stato. Questa nuova concezione matura parallelamente nella pubblicistica dei Libelli, e nella produzione storiografica di Annales, Vita, Chronica nascenti di sulla lotta delle investiture. Problema centrale, per gli storici, è ora quello dei rapporti tra Chiesa e Stato, due istituzioni che, pur nella loro fondazione ultrarterna, si presentano in forma terrena, e agiscono in modi e termini del tutto umani. Ciò rende possibile una nuova sintesi unitaria della storia del mondo; su basi agostiniane, nell'opera di Ottone di Frisinga (v. 1): ma la Civitas Dei di Ottone, per quel tanto che può tuttora sulla terra, comprende Chiesa e Impero insieme; e dell'Imperium, fattosi, con la translatio, Teutonicum, è profondamente sentita la grandezza, e animosamente rivendicata la missione. Tale curioso intrecciarsi delle concezioni agostiniane con l'idea imperiale è, insieme, il punto di arrivo della s. medievale e il sintomo di una nuova crisi profonda. Accanto ad una ripresa ed approfondimento del concetto di storia come svolgimento di valori spirituali, originale ma scarso di frutti, va prendendo forza, nei cronisti, il sentimento nazionale, già presente, entro certi limiti, nella commossa partecipazione di Ottone di Frisinga alle vicende del suo Impero. Ecco, soprattutto nella s. normanna, l'idea di una missione divina affidata non più a un potere universitario ma ad uno Stato, ad una particolare nazione; ecco la città, le sue glorie e le sue vicende, assumere compito di protagonista nella s. municipale specialmente italiana. All'orgoglio municipale s'intreccia ben presto, nella produzione del Duecento e del primo Trecento, lo spirito di parte; ci si schiera per la parte guelfa o per quella biglietta, a difesa del libero reggimento comunale o del nuovo potere signorile in via di affermazione; le grandi idee universalistiche impallidiscono sempre più sullo sfondo; nella concreta realtà politica che è ormai al centro della trattazione storica, il giuoco delle forze è sempre meglio individuato nelle sue componenti umane. Quando la visione si allarga di nuovo oltre l'ambito cittadino o regionale, oggetto della narrazione sono al massimo le vicende - e vicende politiche - e italiane (A. Mussato, F. de' Ferreti). Tale carattere è nazionale: viene accentuato, specie nella s. italiana, dall'uso del volgare; ma tutto ciò non significa ripudio della tradizione classica, tramonto della forza suggestiva dell'idea di Roma, ma piuttosto suo ripensamento in termini nuovi. Roma è soprattutto caput Italiae, la tradizione romana è considerata la radice della nuova realtà municipale, e di essa viene pertanto rivalutato il momento repubblicano, ai danni di quello imperiale; al contrario, nei riguardi del più recente passato s'accentua l'avversione e il sospetto di una decadenza, alla glorificazione dell'Impero si pongono sempre più gravi riserve. S'attenta così sempre più la fede escatologica in una conclusione extra-terrena della storia, nel senso che s'accresce la fiducia nella possibilità da parte dell'uomo di creare, con le sue forze, tempi migliori e si fa strada la convinzione in alcuni (Villani) che, nonostante tutto, le cose del mondo andavano bene: fiducia e convinzione che fanno lo storico sempre più esclusivamente attento all'agire dell'uomo nella sua aiuta terrena. I legami fra i cronisti italiani del Trecento e i loro predecessori non sono tuttavia tagliati del tutto; tutta una seria di motivi tradizionali coesiste, nelle loro trattazioni, con i fermenti nuovi: una certa stilizzazione nel quadro delle contese politiche, il cui motivo fondamentale - e indifferenziato - rimaneva l'umana superbia, e una vena di moralismo di cui Dino Compagni è l'esempio più cospicuo. Tali legami col passato sono assai più evidenti nella s. d'oltralpe. Anche qui dal crollo delle concezioni universalistiche era uscito rafforzato il senso della particolarità nazionale, che s'accentava per l'adozione dei volgari: del nuovo indirizzo sono, in Francia, fra il sec. XIII ed il XIV, notevoli testimonianze Villehardouin e Joinville. In essa, tuttavia, si rispecchiava un mondo spirituale ben diverso da quello italiano; mentre qui, il nascente mondo borghese sollecitava a vedere nella storia, come nella vita quotidiana, gli effetti del raziocinio e dell'agire umani, nella società d'oltralpe, reggentesi ancora su base cavalleresco-religiosa e allora al massimo del suo splendore, un senso eroico-avventuroso passava dalla vita a permeare la storia.

La s. italiana dei secc. XV e XVI, invece, opera una profonda rivoluzione, in quelli che sono i criteri di giudizio e l'atteggiamento complessivo di fronte alle vicende umane, rivoluzione che è alla base della s. moderna.

Il ritorno alla forma latina non rappresenta una perdita di freschezza e capacità rappresentativa, come sembrerebbe a prima vista; il culto della bella forma, la vigile attenzione allo stile che caratterizza questa, come le altre manifestazioni dell'umanesimo, l'ammirazione per Livio, nuovo modello, e per Cicerone (il teorico della storia come opus oratorium maxime) portano alla coscienza del carattere artistico dell'opera storica, e della necessità di una conciliazione fra l'esigenza della veridicità e quella dell'efficacia nel racconto; che è un problema ricorrente, d'ora in poi, nel pensiero storiografico. Questa coscienza si risolve inoltre in una maggiore dignità teorica della historia rispetto alle altre arti, primo passo verso il suo costituirsi come disciplina assolutamente autonoma. Il rinnovato culto di Roma non è meramente formale, ma s'estende alla considerazione ammirata dei motivi spirituali e morali che in essa avevano avuto vita, dell'organismo politico che aveva creato. L'ammirazione per una tale civitas terrena, inoltre, s'era liberata da ogni giustificazione teologica, non aveva né premesse né fini metafisici. La meditazione ed il giudizio delle sue vicende da questo angolo visuale puramente terrestre arricchivano quel vigile senso della realtà politica già vivo nella s. dell'età comunale e signorile, ne allargavano il respiro, ne confermavano la validità (L. Bruni, P. Bracciolini, F. Biondo). Infine un più raffinato senso critico, maturato dapprima nell'ambito di quella scienza dell'antichità (filologia e archeologia) che deve proprio all'umanesimo la sua fondazione, viene applicato allo studio del più recente passato; pur mancando ancora una metodologia sistematica, il giudizio si fa più sicuro, la capacità di discernere l'accettabile dal fantastico, più pronta. Conseguenza di questo spirito critico, lo sforzo di procurarsi la più larga documentazione possibile, di studiare, accanto al materiale cronistico, quello documentario, che dalla seconda generazione degli storici umanistici (Giustiniani, Sabellico, Simonetta, Calchi, Pontano), trapassa in uno Sledan, in uno Zurita. In Machiavelli e Guicciardini, i primi grandi storici del mondo moderno, giungono a piena maturazione, dopo lungo travaglio, tutti questi motivi «nuovi» che portano al chiudersi della storia nei suoi confini puramente umani, da cui ogni intervento provvidenziale sembra escluso, o, almeno, in cui esso intervento non viene invocato a spiegare gli eventi.

Lo storico non deve più, quasi per chiarirsi il senso e la direzione della storia, ripercorrerla tutta fin dalle sue origini più lontane, ma solo illustrare entro più ristretti termini cronologici, in tutta la sua vivente ricchezza, un determinato momento di storia cittadina o nazionale. È la fine della concezione agostiniana: non c'è un principio generale di spiegazione del mondo, ogni vicenda ha in se stessa la sua spiegazione, e l'interesse dello storico si esaurisce nell'individuazione e chiarimento degli interessi e delle passioni umane che le hanno dato vita. Ogni Stato, ogni popolo, per il Machiavelli, segue un suo fatale ciclo di sviluppo, dalla nascita alla morte; ma ognuno di tali cicli è in sé concluso, ben distinto da ogni altro, non si articola da una eterna, divina legge governante la storia: ogni frammento vive per sé. Il solo vincolo comune fra le varie età ed i vari cicli è dato dall'immutabilità degli impulsi e delle passioni dell'uomo; destino comune alle varie società il loro dover attraversare il ciclo anzidetto; sono queste le premesse da cui Machiavelli muove per affermare la possibilità di una «lezione delle cose antique», cioè di un valore prammatico della storia. Tale valore non ricostituisce però l'unità di essa, poiché la «lezione» non è connaturata allo stesso svolgersi dei fatti umani, ma consegnata solo ad alcuni di essi, dallo storico trascelti. Il Guicciardini, in cui la sensibilità storica, l'aderenza al concreto era più esasperata, nega alla «lezione» ogni valore: ogni fatto storico è par

ticolare», è una individualità inconfondibile ed irrepetibile, è, quindi, problema a sé: con ciò il Rinascimento giungeva alla sua scoperta, al senso cioè della «individualità storica», al senso della storia come creazione umana i cui singoli momenti costituiscono, ciascuno in sé, una compiuta vicenda. Il pensiero cristiano-medievale aveva individuato nel processo storico l'elemento «continuità», aveva badato, più che ai singoli fatti, al loro «valore» rispetto ad un «prima» e ad un «poi»; quello rinascimentale poneva in rilievo, nello stesso processo, l'elemento «momentaneità», «particolarità», si concentrava nella considerazione del fatto singolo, trascurandone il significato per lo sviluppo universale. Il tentativo di conciliare queste due fondamentali esigenze del pensiero storico sarà la costante preoccupazione della moderna. Il concetto meramente empirico della individualità storica, che anima tali scrittori, li porta però a centrare la loro attenzione, quasi esclusivamente, sulla figura e personalità umana, sugli individui singoli attorno ai quali si muove tutta la narrazione: in ciò il limite della loro sé, cui sfugge sia il valore delle forze morali e delle idee, sia l'influsso dei fattori economici ed ambientali nello sviluppo storico. Nella storia rigorosamente «politica» che essi offrono, poche forze, pochi istinti elementari, muovono tutto il giuoco: la guerra e la diplomazia, il cozzare dei partiti, il succedersi dei governi sono i «tempi» quasi esclusivi della narrazione. Ciò che questa s. perdeva in possibilità di ricostruzione storica, riguadagnava, però, in efficacia di descrizione, in precisione di giudizio, in capacità caratterizzante. La «lezione» della s. fiorentina del primo '500 diviene esemplare per la s. successiva fino a tutto il '600, e guida la mano agli scrittori un po' di tutta Europa, sia direttamente, sia attraverso la trattazione, da parte di italiani, degli eventi di altri paesi, trattazione che assume valore paradigmatico. D'altro canto, un'analoga esigenza aveva portato - con il tramonto dello Stato e dell'ideale religioso-cavalleresco - la s. d'altra parte su analoghe posizioni: l'opera del francese Commynes, alla fine del sec. XV, è anch'essa vigile quadro di una realtà puramente politica, anche se con minore decisione nel rifiuto di interventi provvidenziali, ed entro una forma narrativa per tanti aspetti ancora «medievale». Il nuovo indirizzo storiografico influenza anche la produzione storico-polemica dell'età della Riforma e della Controriforma. Se la storia religiosa diviene adesso centro della considerazione storica, se essa - come mostrano le Centurie di Magdeburgo - potrebbe diventare filo conduttore di una nuova storia universale, non sfugge, però, ad un processo di «politicizzazione». Le prospettive non mutano: lo stesso metodo, la stessa mentalità, le stesse preoccupazioni che animavano la s. fiorentina del '500 vengono trasferiti dai problemi politici alle questioni ecclesiastiche; e anche queste vengono considerate e discussate, accanto ai primi, in termini politici, come è evidente fin nelle figure più significative di tale corrente, il Sarpi e il suo avversario, il Pallavicino. Con tale letteratura, in cui l'elemento storico e quello controversistico sono inestricabilmente confusi, la critica umanistica viene applicata alla storia religiosa e viva si fa l'esigenza di una estesa documentazione alle proprie affermazioni: nella prima direzione, i Centuratori fanno i primi, infelici tentativi; nella seconda, i monumentali Annales del Baronio costituiscono un importante momento del formarsi di una tradizione erudita.

III. ETÀ MODERNA

All'aprirsi dell'età moderna, il quadro della produzione storiografica si fa più complesso: non se ne possono indicare, schematizzandole, che le direzioni principali. Agli inizi del sec. XVIII, il divorzio dalla concezione umanistica della storia si fa evidente principalmente in due modi: l'estensione della «critica» agli storici antichi, autorità indiscussate nel pensiero precedente, l'applicazione del metodo empirico alla ricerca storica. Il momento della raccolta e del controllo dei dati di fatto - offerti dalle fonti, e specialmente da quelle documentarie - diviene prevalente su quello della loro rielaborazione letteraria. Tale enorme lavoro di ricerca e di accertamento, dapprima limitato all'ambito della storia ec

clesiastica (Maurini, Bollandisti), si estende alla storia letteraria e politica, mentre le cosiddette scienze ausiliarie (paleografia, cronologia, diplomatica) vanno raffinando i loro metodi. Il materiale ricchissimo venuto alla luce sollecita, anche per la spinta di altri interessi immediati, un superamento della storia puramente politica: si indagano i costumi, la cultura, la vita morale, le istituzioni del passato: ma si fa anche viva l'esigenza di rintracciare un principio animatore che permette alla miriade di fatti di organizzarsi secondo un disegno coerente: ecco la solitaria meditazione del Vico affermare la necessaria integrazione della ricerca filologica e dell'interpretazione filosofica del dato, ed offrire una visione complessiva delle vicende umane in cui la Provvidenza opera attraverso le forze collettive delle «nazioni». La tendenza prevalente del sec. XVIII è tuttavia quella che vede la storia muoversi, in un progresso rettilineo, dalla barbarie allo stato di ragione: ciò porta ad una svalutazione ed incomprensione dei valori del passato che, appunto in quanto tale, è stimato come un momento superato, non degno di considerazione, dello sviluppo umano. E tale processo di sviluppo è sempre visto in maniera schematica e naturalistica: lo sforzo è quello di dare un senso alla storia universale mediante una «filosofia della storia» del tutto laica. I singoli storici offrono tuttavia altri spunti degni di interesse: tracciando il quadro dell'età di Luigi XIV, Voltaire abolisce ogni schema annalistico e cerca di dare un quadro complessivo della vita di uno Stato; Robertson offre la prima trattazione unitaria della storia degli Stati europei; il Gibbon cerca di chiarirsi le ragioni della caduta e decadenza dell'Impero romano, e quelle dell'affermarsi del cristianesimo.

La reazione romantica al pensiero illuminista influisce anche sul pensiero storico: lo Herder teorizza, contro l'astratto genere umano da questo postulato, l'armonico operare nella storia di una pluralità di nazioni, organiche, irriducibili individualità, secondo un misterioso piano unitario disposto dalla Provvidenza. La «nazione» diventa così il centro della considerazione storica, che tende adesso a ricostruire le fasi e gli sviluppi di essa, del suo «spirito» sia attraverso i tempi, verticalmente, sia orizzontalmente, in tutte le zone dell'umana attività: economia, letteratura, diritto ed istituzioni, folklore. Non solo, ma i problemi attuali delle singole nazioni costituiscono per più versi uno stimolo continuo all'attività storiografica, nel senso di sollecitare l'indagine sui loro «precedenti» storici e di offrire spunto ad individuare nel passato questioni agitate nel presente. Il sistema hegeliano diffonde il concetto di una dialettica immanente alla storia stessa: le idee sono le forze in essa operanti, nel loro conflitto è il motore della realtà; la storia è anzi una fase del processo cosmico, per cui lo Spirito, smarritosi nella natura, riprende la propria consapevolezza. L'applicazione di tali principi all'attività storiografica fa sì che più chiari appaiano i nessi fra i singoli fatti, i legami fra i singoli periodi, ma rischia di irrigidire la vivente varietà del reale entro schemi troppo rigidi, di semplificarla all'estremo. Nasce, quindi, sempre più viva la reazione dei filologi, per cui la storia è soprattutto chiarimento del singolo fatto mercé i sussidi di una metodologia sempre più raffinata. Il primo atteggiamento poneva l'esigenza della sintesi, il secondo quella dell'analisi: l'equilibrio fra metodo critico e sintesi narrativa sarà raggiunto soltanto dal Ranke, a cui si deve l'affermazione, gravida di conseguenze per il futuro, che compito dello storico è quello d'intendere e narrare come le cose siano andate, senza giudicare, senza parteggiare. Per il momento, tuttavia, le questioni politiche del giorno indirizzano la «europea nella scelta dei temi e nel modo di trattarli: gli stori ci tedeschi sono intenti a rintracciare nel passato le varie manifestazioni dello «spirito nazionale» tedesco, ovvero alla luce di tale principio ritessono la storia delle stirpi elleniche; quelli francesi vedono nella storia del loro paese il sorgere del Terzo Stato e nel suo sviluppo la premessa ineliminabile dello sbocco rivoluzionario, e la storia della Rivoluzione Francese riscrivono per enuclearne le conquiste, a loro giudizio incancellabili, e per rintracciarvi le motivazioni profonde del loro atteggiamento presente; in Italia, soprattutto per merito degli

storici neoguelfi, si riscopre il medioevo, come momento epico della nazione italiana, se ne indagano le istituzioni, la vita spirituale e sociale. I contrasti fra whigs e tories trapassano in Inghilterra dal piano politico a quello etoriografico, animando di nuovi spunti l'interpretazione delle vicende della nazione nell'età moderna. La crisi del ' 48 apre alla s. prospettive nuove, alla revisione degli ideali segue una riconsiderazione del passato alla luce delle nuove esperienze : più larga attenzione è fatta alle questioni sociali. L'antitesi fra liberalismo borghese e democrazia radicale si trasferisce dal piano politico a quello della ricostruzione del passato, specialmente nella produzione francese; su quella tedesca operano i diversi orientamenti circa la soluzione del problema nazionale che posiettano i loro influssi sia nel campo dell'impostazione e del giudizio di alcuni fondamentali problemi del mondo antico (l'Impero macedone, quello romano) sia nella trattazione della storia del popolo germanico. Si avverte tuttavia in tale s. - la più viva e ricca di problemi in Europa - una stanchezza verso le impostazioni incentrate sul'f problema dello Stato, evidente sia nell'evasione burchbardtiana verso una ricostruzione del Rinascimento soprattutto come momento di storia della civiltà, e come celebrazione dell'individualismo, sia nella contrapposizione di una Kalturgeschichte alla imperante Staatsgeschichte. Nello stesso periodo la s. cattolica si svincola dalle posizioni polemiche e controversistiche ritessendo con metodi e sensibilità moderna la storia interna ed esterna della Chiesa e della cultura cattolica.

Ma una più profonda stanchezza è quella che percorre il campo degli studi storici negli ultimi decenni del sec. xix. Il diffondersi del verbo positivista presta man forte alla mai spenta opposizione dei filologi verso le intrusioni delle concezioni generali in quello che per essi era solo il campo di una minuta, circostanziata ricerca. L'attività dello storico si riduce adesso all'edizione di documenti e di cronache, ad indagini sulle "fonti", alla preparazione di materiali sempre più sicuri e sempre più completi per una futura quanto problematica sintesi, intesa, per analogia con le scienze naturali, come somma del più gran numero possibile di dati di fatto "scientificamente" accertati. La s., intesa come ricostruzione di un momento della vita dell'umanità, scadeva così in erudizione : l'individualità, l'unità di un periodo, di una figura, di una nazione, di uno Stato, tutti i grandi temi della ricerca storica scomparivano, sminuzzati in una infinità di ricerche particolari senza coordinazione. Fallito il tentativo di ridare un senso, un orientamento alle ricerche, un'unità alle indagini mediante gli schemi della sociologia positivistica, il superamento della crisi è tentato dal materialismo storico e dallo storicismo, intesi nel senso più ampio possibile : comprendendo nella prima direzione tutte le ricerche che attendono alla utilizzazione dei dati raccolti dalla filologia erudita per la ricostruzione degli aspetti economico-sociali della storia umana (studi sulla popolazione, sulle classi sociali, sull'attività agricola, industriale, bancaria, sulla produzione, sui prezzi); e nella seconda quello sforzo, comune un po' a tutta la s. del 'goo, di integrare e superare una tale ricostruzione della realtà riaffermando il valore delle idee, delle forze ideali, della vita etico-religiosa. Ten. denze che non sono da considerarsi in assoluta opposizione, e senza reciproche influenze, e che ripropongono, sul piano storiografico, il grave problema dei rapporti fra necessità e libertà nell'agire umano.

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