TEURGIA (θεουργία). - Da θεός « dio » e ἔργον « opera », significa « operazione divina », quasi sempre di carattere magico, compiuta da chi è investito da potere divino, cioè dal teurgo, epiteto attribuitosi per la prima volta da un tal Giuliano, figlio del caldeo Giulino, vissuto al tempo di Marco Aurelio e presunto autore degli Oracoli caldaici composizione in versi dove le dottrine mistico-astrali della scienza babilonese sono fuse con le dottrine filosofiche della Grecia.
Mentre il neoplatonismo con Plotino e in parte con il suo discepolo Porfirio si era mantenuto in una nobile sfera di filosofia mistica, con Giamblico, discepolo di Porfirio e autore del De mysteriis Aegyptorum, si scende al livello della magia, pretendendo egli attuare l'unione con l'Essere supremo mediante i mezzi magici, forniti soprattutto dal sacrificio, capace di innalzare verso l'Uno nonostante l'inferiorità morale dell'uomo, e dalla divina-
zione, sia divina, che avviene attraverso un sonno sacro, sia demonica, che si ha per mezzo di amuleti e talismani.
Il teurgo può sciogliersi da ogni legame con la materia, rendendosi insensibile al fuoco o alle ferite, può elevarsi nell'aria, trasfigurarsi e leggere nel futuro. Il teurgo insomma, grazie al suo commercio con il mondo divino, può comandare illimitatamente alle cose del mondo (Giamblico, De myst., 7, 4; 96, 9). Il teurgo si dava questo epiteto per differenziarsi dal mago, in quanto si riteneva confidente degli spiriti celesti e affermava che i suoi miracoli «avvenivano con la semplice fede e la fiducia in Dio e non con i sortilegi e gli incantesimi di una curiosità peccaminosa che essi chiamano magia ovvero con un nome più detestabile Goetia» (s. Agostino, De civ. Dei, X, 9); con questo vocabolo (γοετελκ da γοδα = = «gemo, mi lamento») si intendevano i lugubri incantesimi che precedevano le operazioni della magia diabolica.