THORVALDSEN, BERTEL

THORVALDSEN, BERTEL. - Scul-tore, n. a Copenaghen il 13 nov. 1768, m. ivi il 24 marzo del 1844. Prima scolaro del padre, quindi dell'Abilgaard e del Carstens, a 29 anni si recò in Italia, dapprima a Napoli, poi a Roma, ove ritrovato il Carstens divise i suoi interessi tra l'osservazione, lo studio ed il restauro dei marmi antichi e la imitazione delle opere del Canova.

Una imitazione tuttavia subito tradotta con deliberato spirito polemico, quasi egli volesse riproporre, di volta in volta, i temi canoviani al lume di una più ortodossa fede nei principi del Winckelmann, dal Canova (v.) molto spesso temperati. Ma fu tale suo atteggiamento evidente in un Giasone (1801) ed in numerose immagini di Ebe, di Venere, d'Amore e Psiche, delle Grazie, e nel Leone che è a Lucerna (1820), reso più acuto dall'operare del T. sotto la guida costante dell'archeologo e mecenate Zoega, a farlo considerare dai più intransigenti critici neoclassicidi del suo tempo, superiore allo stesso Canova. Possedeva ad ogni modo il T. una innegabile anzi eccezionale abilità tecnica e conosceva ogni sottigliezza nel modellare rilievi; onde non v'è da meravigliarsi che lo stesso Canova, esaltatore egli medesimo della «esecuzione sublime», lo proponesse, nel 1811, quale insegnante di scultura nella riordinata Accademia di S. Luca.

Nello stesso anno il T. riceveva da Napoleone l'incarico di scolpire il fregio con l'Entrata di Alessandro in Babilonia per la Sala del trono del Quirinale (rilievo poi ripetuto nella Villa Carlotta sul Lago di Como), ove è ripreso con freddezza e calcolo minuto niente di meno che il grande motivo del fregio del Partenone. Successivamente per sei anni il T. lavorò per conto del principe Luigi di Baviera al restauro delle sculture del tempio di Egina, mentre portava innanzi altre imprese quale il rilievo con le Tre Grazie ripetuto nel Monumento ad Andrea Appiani a Milano. Andatosee nel 1819 a rivedere la patria v'ebbe accoglienze trionfali; poi attraversò la Polonia e la Germania se ne tornò a Roma carico di commissioni, fra le quali quella delle statue e dei rilievi per la decorazione della Frauenkirche di Copenaghen. Il gesso della immagine del Redentore di quella serie di sculture è a Roma nella chiesa dei SS. Luca e Martina. In esso è evidente lo sforzo del maestro nel prescindere dalla diretta imitazione di un modello antico, raffigurando il Cristo in un umanissimo atteggiamento benevolo, accogliente. Un tipo non nazareni (v.), una figura ben distinta dalle togate immagini di senatori e filosofi antichi frequenti nel suo repertorio, e tuttavia una immagine nella quale il T., per la stessa freddezza razionante del temperamento, non riesce a superare i limiti della propria cultura fondamentalmente unilaterale.

Minori pregi si colgono nel monumento a Pio VII in S. Pietro, ove tuttavia è bellissima la figura del Pontefice, cupo nel volto e tutto raccolto nel gesto chiuso della benedizione, e in numerose altre opere commissionate al T. dal principe Luigi di Baviera per le città tedesche, fra le quali si ricordano il Monumento a Massimiliano I che è a Monaco, e la Statua di Gutemberg a Magonza. Tra le opere più fini dell'ultimo tempo italiano del T. è da porre il piccolo Monumento funebre di Isabella Alfani nel S. Giovenale di Rieti. Frattanto intorno al 1840 anche nell'ambiente artistico romano la scultura del T. cominciava a suscitare polemiche, e i giovani guardavano piuttosto al Tenerani che proclamava i maestri del Rinascimento, unici imitatori della vera natura. Disgustato il maestro volle tornarsene in patria, ove a Copenaghen era stato costruito un museo per accogliere le sue sculture, ma ormai anche in Danimarca il gusto neoclassico volgeva al tramonto.

Article illustration
Tholonet, abbazia di le - La sala capitolare ( $2^{4}$ metà sec. xII).

Oggi, fuori della polemica neoclassica e purista, si può riconoscere che l'aspirazione alla serenità elle-nica, che nel miglior Canova aveva assunto il valore di un intimo processo di decantazione formale, per il T., che aveva scarsa immaginativa, si risolveva in un gusto aulico di decorazione condotta secondo ormai invecchiati principi winkelmaniani. Nei suoi marmi, scolpiti con tecnica impeccabile e razionante impersonabilità, tutto è evidente e chiaro e reso leggibile, anche i ritmi ostentatamente scanditi e reiterati che ben di rado si risol-vono in musica. In lui sembra far gelo, più che la fermezza nordica, l'intransigente determinismo del protestante. - Vedi tav. IV.

BIBL.: N. Tarchiani, La scultura ital. dell'800, Firenze s. d., p. 16; A. P. e H. V., s. V. in Thieme-Becker, XXXIII, pp. 94-100; A. Riccoboni, Roma nell'arte. La scultura, Roma 1942, p. 356. Emilio Lavagnino