TIEPOLO, GIOVANNI BATTISTA

TIEPOLO, GIOVANNI BATTISTA. - Pittore, n. a Venezia il 5 marzo 1696, m. a Madrid il 27 marzo 1770. Figlio di Domenico « parcenevole di vascello », cioè comproprietario di nave mercantile, e di Orsola; padre di Gian Domenico e di Lorenzo, ugualmente pittori. È universalmente riconosciuto come il più grande pittore del Settecento.

Giovinetto, alla scuola di Gregorio Lazzarini, apprese i rudimenti dell'arte. Si formò poi da sé, sull'esempio del Piazzetta, del Bencovich e del Ricci; e più avanti, liberatosi dalla corrente tenebrosa, soprattutto s'ispirò a Paolo Veronese. Ingegno precoce, espose a vent'anni un Faraone sommerso, ch'ebbe gran successo, per la festa di s. Rocco. Nel 1716 dipinge per la chiesa dell'Ospedaletto il Sacrificio d'Abramo, tuttora esistente. Nel 1717 è nominato nei libri della « fragilia » pittorica; il 21 nov. 1719 sposa Cecilia Guardi, sorella dei pittori Antonio e Francesco, e ne ha nove figli. Dopo i primi saggi in pitture da cavalletto, il T. s'impone come grande affreschista; e in oltre mezzo secolo di operosità, che ha del prodigioso, egli nobilita l'affresco, già ridotto al compito di « arte decorativa », riportandolo all'alto livello artistico dei tempi aurei di Giorgione e Tiziano. Già nel soffitto di Palazzo Sandi a Venezia, affrescato poco prima del 1725, in cui raffigurò la Forza dell'eloquenza, appare in pieno sviluppo l'impeto creativo del giovane artista. Un nuovo afflato drammatico, un attentissimo studio di movimenti, uno scattante gioco di luci-ombre, di riflessi, di scorci: questi gli elementi rivelatori del suo nuovo linguaggio pittorico. In quegli anni egli affresca la Gloria di s. Teresa per la chiesa degli Scalzi, aiutato per la parte prospettica dal quadraturista di educazione bolognese-bibienesca Girolamo Mengozzi-Colonna, che rimarrà suo fedele collaboratore sino alla partenza del T. per Madrid (1760). Nel 1726 è chiamato a decorare, nel duomo di Udine, la cappella del Sacramento, e nei documenti è già detto pittore « celebre ». In Udine affresca altresì (1725-28), forse con qualche intervallo, il Palazzo Arcivescovile, raffigurando nello scalone la Caduta degli angeli ribelli, nella galleria varie Storie del Vecchio Testamento e nella « sala rossa » un Giudizio di Salomone; e questi affreschi segnano un passo decisivo nella conquista della luce, non soltanto per il T. stesso, ma per tutta la pittura dell'epoca. Nel medesimo periodo il T. fornisce per il Palazzo Dolfin a Venezia dieci grandi tele con soggetti della storia romana, ora divise tra l'Ermitage di Leningrado (5), il Kunsthistorisches Museum di Vienna (2) ed una collezione privata a Nuova-York (3).

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A Milano, nel 1731, affresca cinque mirabili soffitti nel Palazzo Archinto, tutti distrutti nei bombardamenti del 1943. L'artista crea con rapidità incredibile; e nello stesso anno decora con affreschi il salone principale del Palazzo Dugnani (allora Casati). Queste pitture, limpide di colore, piene di luce, valgono all'artista nuove commissioni. Da Bergamo lo si sollecita a decorare la cappella Colleoni, dove infatti egli affresca nel 1732 quattro figure allegoriche nei peducci della volta; mentre nell'anno seguente compie le decorazioni della cappella stessa, raffigurandovi tre grandi scene della Vita del Battista nonché un S. Marco ed un Martirio di s. Bartolomeo. Durante questo primo soggiorno lombardo, che fu peraltro interrotto da viaggi a Venezia, il T. portò un'aria nuova nella pittura della regione. Dopo aver lavorato a Venezia a vari quadri da cavalletto, il T. va a Vicenza, e nel 1734 affresca lo scalone e la sala principale della Villa Loschi al Biron. Poi torna a Venezia, dipinge il gran fregio del Serpente di bronzo per la chiesa dei SS. Cosma e Damiano (ora all'Accademia), inizia la pala con Martirio di s. Agata (collocata appena nel 1747) per la chiesa del Santo di Padova. In questo periodo entra in rapporti col conte Algarotti, a cui rimarrà legato in stretta amicizia. La tavolozza del T. si rischiara ancora, prende risonanze argentine, abbandona del tutto il senso ondulato, mira ad un raggiungimento plastico più compatto; ad una maggiore «tensione» della linea. Il re di Svezia, avvisato del nuovo astro pittorico veneziano, incarica il conte de Tessin, suo ministro a Venezia, di invitare il T. a recarsi a Stoccolma per dipingere il nuovo Palazzo reale, ma le trattative falliscono perché gli onorari proposti sono troppo esigui per il T.

Nel 1737 è di nuovo a Milano, dove affresca nella cappella di S. Vittore in S. Ambrogio una Decollazione di s. Vittore ed un Naufragio di s. Satiro (opere molto malandate); e certo in quel tempo decora il soffitto della sagrestia delle Messe, nella Basilica medesima, con una Gloria di s. Bernardo, pur questa distrutta dai bombardamenti del 1943. Fra il 1735 ed il '40 l'arte del T. si avvia verso un nuovo «classicismo», è tesa nella ricerca d'un nuovo canone di bellezza. Lo si vede nelle due immense tele di Verolanuova con il Sacrificio di Melchisedec e con la Caduta della manna; e soprattutto nei tre dipinti già nella Villa Girola sul Lago di Como, ed una delle quali, con il Triunfo di Auftrite, è ora nella Galleria di Dresda. Ma in quegli anni egli crea altresì opere di profonda umanità e d'un verismo assolutamente insolito per quell'epoca, come l'impressionante Andata al Calvario, cui fanno alla una Flagellazione ed una Incoronazione di spine, a S. Alvise a Venezia. In queste tele il T., quasi angosciato dai temi sacri, lascia ogni ricerca di bellezza formale per attingere unicamente al senso drammatico dell'epopea di Cristo: e s'ispira perciò a Tiziano ed a Rembrandt. Nello stesso periodo, e certo lavorando contemporaneamente a più opere, il T. condusse a termine (fra il maggio 1737, in cui s'impegnò e l'ott. 1739, in cui lo finì) l'affresco nel soffitto dei Gesuati, a Venezia, in cui rappresentò S. Domenico che istituisce il Rosario. Invitato nuovamente a Milano, dipinse nel 1740 per il palazzo Clerici lo stupendo soffitto con l'Olimpo, che segnò una nuova tappa nella conquista della pittura dei «cieli».

Un lavoro intensissimo svolse il T. nel quinto decennio del secolo, nella sua Venezia. Per la Scuola del Carmine eseguì tra il 1740 ed il '43 le tele del soffitto, di cui la centrale, con la Vergine del Carmelo, nel suo argenteo fluttuare della luce, rappresenta una delle sue più armoniose creazioni. Per la chiesa degli Scalzi affrescò (1743-44) l'immenso soffitto con il famoso Trasporto della S. Casa di Loreto, purtroppo distrutto da bomba nemica nel 1915. Molto dipinse altresì per i palazzi veneziani: fornì al Palazzo Barbaro la tela di soffitto con l'Apoteosi di Francesco Barbaro (ora al Metropolitan Museum di Nuova-York), e quattro sopraporte ovali, ora disperse in varie raccolte; dipinse per il Palazzo Cornaro una bellissima Allegoria degli Sposi (ora nella raccolta Contini di Firenze); ed altro ancora.

Ma il suo capolavoro, per questo periodo, è la deco-

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(fot. Alinari)

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“TIEPOLO, GIOVANNI BATTISTA.” Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), p. 76. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/tiepolo-giovanni-battista.