UMILTÀ. - Virtù morale che raffredna l'animo, perché non tenda con moto immoderato a quello che è al di sopra di sé (Sim. Theol., 2a-2a, q. 161, a. 1); o più ampiamente: quella virtù che frena il disordinato desiderio della propria grandezza e inclina l'uomo all'amore della propria realtà conosciuta alla luce di una sincera verità.
I. NATURA DELL'U
La vera natura dell'u. va ricercata nella sua funzione di moderazione dell'orgoglio che è un deviamento di due tendenze legittime, messe da Dio nella natura umana: stima di sé, desiderio della stima degli altri. La prima è la base della dignità personale; il secondo è una delle basi della sociabilità. Queste due inclinazioni, se pure in un certo senso provvidenziali, sono soggette a facili deviazioni. L'u. ha l'ufficio di opporsi a queste deviazioni e mantenere l'ordine nella stima di sé e nel desiderio della stima degli altri. È dunque verità e giustizia, intesa qui la giustizia in senso largo, in quanto designa la disposizione virtuosa che assicura ad ogni cosa il posto che merita. I pagani conobbero dell'u. solo la modestia e per quello che ne conobbero la praticano molto imperturbamente. S. Tommaso invece mostra che l'u. non si oppone neppure ad una virtù che parrebbe agli antipodi, magnanimità (v.).Sono diversi aspetti di una stessa realtà, che vengono raggiunti da diverse posizioni e tendono a mettere in moto energie diverse. Ed è proprio dell'u. una conoscenza della mancanza di proporzioni tra la realtà e i vari desideri di cose grandi che eccedono le possibilità dell'individuo. Sul piano pratico la cognizione della propria efficienza forma la regola direttiva della volontà, e in ciò essenzialmente consiste l'u. (ibid., q. 161, a. 2 e 6). Ancora per s. Tommaso l'u. va annessa come parte potenziale alla virtù della temperanza, la quale ha per oggetto la moderazione e repressione dell'impeto delle passioni. Ora poiché l'u. non è altro che un freno dello spirito umano nella sua ansia continua di orgogliosa ricerca, rientra in questa virtù più generale.
II. U., RIVELAZIONE, INCARNAZIONE. - La virtù dell'u. cristiana si illumina di nuova luce dopo che la Rivelazione ha disvelato più a fondo il contatto della u. con Dio. con la libera volontà dell'uomo e con Gesù Cristo Redentore e Salvatore dell'uomo mediante il più eroico esercizio di u. Tenendo conto che ogni peccato ha come elemento comune la ribellione alla legge di Dio.
sì capisce come l'u. investe tutto l'aspetto morale dell'uomo nella sua vita di ritorno a Dio e come il niente della creatura di fronte a Dio offeso per il peccato si rivesta di un senso di confusione profonda.
Questo aspetto dell'u., che è il più misterioso ed il più difficile per il cuore umano, si capisce nella contemplazione del mistero del Cristo che l'Apostolo s. Paolo svela come un mistero di u. Il famoso testo cristologico della lettera ai Filippesi (2, 6-11) dice che «Cristo, sussistendo nella natura di Dio, non stimò di dover ritenere come preda gelosa l'essere in uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, prendendo la natura di schiavo, divenendo simile agli uomini, riconosciuto come uomo in tutto il suo esterno; si abbassò, facendosi obbediente sino alla morte, e sino alla morte di croce. Perciò Dio lo ha esaltato...». Per questo preciso aspetto l'u. ha la sua luce propria nel mistero dell'Incarnazione e Redenzione.
III. L'U. NELLA S. SCRITTURA E NELLE VARIE SCUOLE DI SPIRITUALITÀ. — Il richiamo continuo all'u. nel Nuovo Testamento ne dimostra l'eccellenza e la necessità. L'insegnamento di Gesù verte particolarmente sull'u., che vieta di elevarsi al disopra degli altri e rende le relazioni col prossimo facili e amorevoli (Mt. 22, 2-12; Lc. 14, 7-11). L'u. attira lo sguardo benevolo del Signore (Lc. 18, 9-14) e fa evitare l'ostentazione nel compimento dei doveri della preghiera, della penitenza e dell'elemosina (Mt. 6, 3-18). S. Paolo ai suoi fedeli raccomanda con particolare insistenza l'u. (Phil. 2, 3-11; Eph. 4, 2; Rom. 12, 16; Gal. 6, 3, 5). S. Pietro dice ai fedeli «Rivestitevi dell'u., perché Dio resiste ai superbi e dà la sua Grazia agli umili; umiliatevi sotto la potente mano di Dio» (Pt. 5, 5-6). Vedasi anche l'insegnamento di s. Giacomo nella sua lettera (4, 5-8).
Guidati dalla Rivelazione, i Padri della Chiesa, i maestri di spirito, i teologi, dopo le virtù teologali, sull'u. fanno convergere il loro insegnamento morale. S. Agostino ritorna a Dio attraverso il mistero dell'u. svelato dalla S. Scrittura (Confessio, VII, capp. 9, 20, 21, ecc.). L'ascesi monastica orientale ed occidentale vede l'u. come l'autentica misura del progresso spirituale.
Fondamentale in Cassiano il 1. IV, cap. 39 delle Istituzioni (PL 49, 198-199), fatto proprio e completato da s. Benedetto nel cap. 7 della sua Regola.
Tuttavia, per comprendere esattamente il metodo monastico dell'u. va tenuto presente che s. Benedetto insieme con tutta la tradizione ascetica considera questa virtù come un sommario della vita spirituale... in modo che essa venga comprendere nel suo sviluppo tutte le altre. Non considerata egli l'u. come una virtù speciale che si randonde alla temperanza, ma come l'atteggiamento dell'anima davanti a Dio, in cui si raccolgono i sentimenti diversi che ci debbono animare come creature e come figli adottivi» (C. Marmion, op. cit. in bibl., pp. 214-215).
Questa concezione pervade tutto l'insegnamento ascetico medievale sulla virtù dell'u.: così s. Bernardo nel De gradibus humilitatis: PL 182, 941-72 e s. Anselmo (In lib. De similitudinibus, c. 99, n. 108: PL 159). Finalmente si ha l'accettazione dell'enumerazione benedettina nella Sum. Theol., 2a-2a, q. 161, a. 6. La sintesi di tutta la mentalità spirituale medievale si ha nel libro dell'Imitatione di Cristo che così bene già preannuncia la spiritualità moderna; esso si apre col richiamo all'u. (lib. I, c. 2, 15, 16, 17); e vi si ritorna in tutti i libri come al suo tema preferito (lib. II, c. 2, 9, 12; III, c. 3, 4, 7, 8, 13, 14, ecc.; IV, c. 15, 18).
Per la spiritualità francescana basti ricordare il canto della perfetta letizia di s. Francesco (Fioretti, cap. 8).
Più tardi s. Ignazio, alla fine della seconda settimana degli esercizi (ed. J. Roothan, Torino-Roma 1928, p. 144, 145), suggerisce tre gradi di u.: 1) il primo è un grado essenziale per salvarsi: è quello che sottopone l'anima alla legge di Dio, quando obbliga sotto pena di peccato mortale; 2) il secondo grado, più perfetto, crea nell'anima una completa indifferenza di volontà e di affetto tra le ricchezze e la povertà, gli onori e il disprezzo, vita lunga o vita breve, purché Dio sia ugualmente glorificato. Per nessun motivo al mondo commettere un solo peccato veniale; 3) il terzo grado esige ancora di più: per imitare Gesù preferire come Lui la povertà alle ricchezze, il disprezzo agli onori e il desiderio di essere tenuto per uomo inutile e stolto per amore di Gesù, che volle primo passare per tale anziché essere tenuto per uomo savio e prudente agli occhi del mondo. L'insegnamento della scuola francese del sec. XVIII si trova esposto dall'Olier nell'introduzione al Catechismo cristiano: tre i gradi dell'u. che convengono alle anime in progresso (1) compiacimento del proprio niente e della propria viltà; 2) amare di essere conosciuto per vile; 3) desiderio di essere trattati per vili. In questo annientamento di sé stesso l'anima è sicura di trovare Dio.
UMILTA - L'Umiltà. Particolare della decorazione a stucco dell'Oratorio di S. Lorenzo, di G. Serpotta (1687-1696) - Palermo.

UMILTÀ - UMTALI
terra del soggetto una intonazione di piacevole soddisfazione (serenità, allegrezza) o di penosa insoddisfazione (tristezza, malumore).
L'u., pur dovendo essere distinto dall'indole (v.) CARCERE (v.), è strettamente collegato a questi elementi della personalità, particolarmente all'equilibrio delle condizioni del metabolismo, alla funzionalità endocrina, al complesso delle sensazioni cenestetiche (v. CENESTESIA), al variare del neurotono vegetativo e animale, allo stato neuro-psicologico e morale del soggetto.
L'u., anche nell'individuo normale, in rapporto alla somma delle variazioni organiche e alle ripetute interferenze dell'ambiente esterno, sotto forma di stimoli piacevoli o spiacevoli, subisce continue variazioni, orientandosi verso il suddetto stato d'insoddisfazione o di soddisfazione. In assenza di tensioni spiacevoli provenienti dallo stato presente, dal ricordo del passato o dalla preoccupazione dell'avvenire, l'u. è sereno, intonandosi verso un senso di euforia; nel caso opposto, l'intonazione volge verso la mestizia.
Nei limiti della normalità, gli avvenimenti-stimolo riescono a turbare l'u. solo se raggiungono una determinata intensità e durata; tra questi due elementi deve coesistere un rapporto di proporzionalità. D'altra parte ogni stimolo, dopo un certo limite, non ben definibile, cessa di essere efficace, conducendo prima a un ottimismo poi alla scomparsa totale della reazione affettiva.
I differenti tipi individuali presentano un assai differente modo di orientarsi dell'u. in rapporto alle cause interne ed esterne che tendono a produrlo e modificarlo. Mentre alcuni per la scarsa risonanza della vita affettiva (soggetti ipotimici) sono poco soggetti alle variazioni dell'u., altri (soggetti ipertimici), dotati di affettività vivace, facilmente e a lungo subiscono modificazioni e turbamenti dell'equilibrio affettivo della coscienza. Tra questi ad affettività vivace esistono individui in cui la reattività dell'u. si può manifestare indifferenzialmente nei due sensi opposti dell'allegrezza e della tristezza (poichilotimici o labili emotivi); una tale labilità è presente in particolare negli isterici, nei cosiddetti lunatici, negli spasmofli costituzionali, nei meteorolabili (alla mercé delle variazioni meteorologiche), nei cicloidi o ciclotimici di Kretschmer. Altri individui, invece, più facilmente scivolano in una determinata intonazione costante dell'u., sia questa nel senso della serenità o del malumore, da cui difficilmente vengono spostati da stimoli contrari (ipertimici disforici o euforici).
Allorché le condizioni dell'u. presentano gradi nettamente al di là di quelli compatibili coi limiti normali estremi della variabilità fluttuante, sia per intensità che per durata o forma, si passa nel campo anormale delle malattie mentali o psicosi (mania o melancholia delle psicosi affettive [v.]); qui le gravi alterazioni dell'u. sono accompagnate da disturbi psico-sensoriali del tipo dei delirii e delle allucinazioni visive e uditive.
Il difetto di stabilità dell'u., il suo facile variare sotto l'azione di avvenimenti-stimolo di scarsa importanza, costituisce un forte impaccio a un normale svolgimento della attività conoscitiva e volitiva del soggetto e mentre da un lato richiede un più forte slancio per il compimento del proprio dovere, può, oltre determinati limiti d'intensità del difetto, diminuire la responsabilità morale. Per gradi, si può giungere PSICOPATICHE, PERSONALITÀ (v.) o dei vari malati di mente: in simile eventualità vale il giudizio morale per essi formulato.
