VALAFRIDO (UUALAFRID, WALAFRID), STRABONE. - Reichenau (v.), lat. Angia, soprannominato a causa della sua naturale miopia Strabo («il guercio»), da lui cambiato in Strabus, n. nell'Alamannia da umile famiglia (cf. il suo poema Nostalgia, composto a Fulda nell'829) nell'868-869, m. il 18 ag. 849 attraversando un guado della Loira. E uno dei più attraenti personaggi dell'evo carolingio.
Offerto in ancor tenera età al monastero di Reichenau, vi si fece monaco sotto l'abate Haito (806-23). Ebbe per maestro il monaco Vettino e godette dell'amicizia del bibliotecario Regimberto, di Godescalco di Orbis e di Grimaldo. Sotto l'abate Erlebaldo (823-38), benché ostacolato nelle sue tendenze letterarie, già si dimostra poeta con i Tituli Angiensis, composti per celebrare la dedicazione della chiesa di Reichenau: lettere versificate mandate in nome di Tatto a personaggi importanti dell'epoca. La sua più bella poesia di quel tempo è la Visio Wettini, che K. Vossler definisce un modesto preludio della Divina Commedia di Dante: è un canto in onore di Reichenau e dei suoi abati, che descrive con molta acutezza. V. aveva assistito alla morte del religioso esemplare Vettino, che aveva dettato un viaggio compiuto in visione attraverso l'inferno, il purgatorio e il cielo, guidato da un angelo; Haito ne aveva composto un testo in prosa, con allusioni a persone viventi; V. latino, magistrale, del tutto originale, benché si senta che l'autore è ammiratore di Virgilio; mostrando, p. es., il giudizio del clero su Carlomagno, che è punito in purgatorio, ha persino qualche valore storico. Un'altra poesia di V. è più interessante per la storia della cultura: l'Hortulus, descrizione poetica e pratica del giardinetto di piante medicinali, che era d'obbligo nei monasteri benedettini; il tutto è sinceramente sentito, pervaso delle finissime osservazioni d'un amatore della natura. Inoltre compose in quel tempo una supplica in versi ad un abate, forse il suo, pregandolo di usargli clemenza. Dall'826-27 all'829 andò a Fulda, allora massimo centro di studio in Germania, per farsi discepolo di Rabano Mauro (v.). Vi si dedicò alla teologia e Rabano lo indirizzò a studiare esegesi, secondo i commenti dei Padri. V. fu tra quelli che, sotto la guida di Rabano, Diatessaron (v.) di Taziano in antico tedesco; compose una glossa, anch'essa in antico tedesco, partendo da testi anglosassoni, che fu ritrovata fra i codici augiensi.
Nell'829 Ildino (v.), gran cappellano di Ludovico il Pio, lo fece chiamare alla corte di Aquisgrana, per essere cappellano dell'imperatrice Giuditta, anch'essa nata in Alamannia, essendo figlia del conte Welf, e inoltre praecetior del principe Carlo (più tardi «il Calvo»). Nei primi giorni del nuovo ufficio, che lo mise in contatto con gli uomini più importanti del tempo (rimangono numerose lettere poetiche ad essi), compose il poema De imagine Tetrici, sulla statua di Teodorico l'Ostrogoto eretta da Carlomagno nel palazzo reale; Teodorico per lui è un tiranno ariano e serve di pretesto per celebrare l'Imperatore devoto e di retta fede Ludovico il Pio e la sua seconda consorte, contro la quale si appuntavano calunnie e sommosse da parte dei figli del primo letto. Durante tutto quel tempo V. mostra a Ludovico e Giuditta una piena fedeltà, che era inoltre fedeltà all'idea dell'Impero.
V. intendeva, sembra, presentare Carlo il Calvo

(fot. Enc. Gatt.)
enciclopedie protestanti; V. dogmatiche, e va interpretato secondo la dottrina di Rabano Mauro che, pur essendo, Ratramno (v.) ed altri, avversario di Pascasio Radberto, insegna anch'egli chiarissimamente la transustanziazione.
Nell'841 la battaglia di Fontenay decise contro l'unità dell'Impero e contro Lotario. Allora Grimaldo riuscì a riconciliare Ludovico il Germanico e V. (842); Ruadhelm, intrusosi un'altra volta, dovette rinunciare, e dall'842 all'849 V. svolse un'attività fruttuosissima come padre dei suoi monaci, elevando Reichenau a centro di studi d'attrazione e relazioni internazionali. Godette in tale misura la fiducia di Ludovico il Germanico che questi, per impedire le continue guerre fra Carlo il Calvo e Lotario, nell'849 lo assegnò alla corte di Carlo il Calvo; ma V. morì annegato. Fu celebrato da un epitafio di Rabano.
Un libro di V. con formolari di epistole mette in piena luce l'opera del sapiente abate, che conosceva la vita del gran mondo da perfetto cortigiano; ha valore, oltre che per la storia culturale, per le rare notizie storiche e biografiche che contiene. Un'altra collectanea di scritti di V. fu recentissimamente descritta da B. Bischoff. Egli non può più considerarsi come grande esegeta, dato che la Glossa Ordinaria ha ben pochi materiali di V. Forse V. è più importante per i commenti in antico tedesco che non per quelli in latino, ma né gli altri sono stati sinora adeguatamente studiati. V. brilla principalmente come uno dei migliori poeti latini del « rinascimento carolingio ».