VAN DYCK, ANTON

VAN DYCK, ANTON. - Pittore, n. ad Anversa il 22 marzo 1599, m. a Londra il 9 dic. 1641.

Frequentò la bottega di Rubens ad Anversa, ma già nel 1616 apriva uno studio per proprio conto; tre anni

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(Int. Alinori)
Van Dyck, Anton - Cristo risorto con croce - Genova, Palazzo Rosso, Galleria.

dopo iniziava una efficace e apprezzata collaborazione con quel grande maestro. Nel 1620-21 lavorò a Londra per Giacomo I e il conte di Arundel; verso la fine del 1621 fu in Italia, soggiornando successivamente a Firenze, Roma, Venezia, Mantova, Parma, Napoli e Palermo; ma specialmente a Genova (1623-27) dove, ammiratissimo, ritrae le sembianze dei patrizi della città ed esercita una benefica azione sui pittori locali, specie nell'ambito del ritratto. Dopo gli anni 1628-32, passati ad Anversa, nel 1632 venne chiamato a Londra dal Carlo I e nominato pittore di quella Corte. Là trascorse quasi tutti gli ultimi anni, fra un'incessante richiesta di ritratti per il sovrano e per l'aristocrazia, che vennero eseguiti spesso con l'intervento di aiuti, rivelando la sostituzione dell'accordo virtuosismo a quella ch'era stata la prodigiosa vena di un colorista quanto mai personale e raffinato. Basterà citare, tra le raffigurazioni virili, il superbo Carlo I d'Inghilterra (Museo del Louvre), in abito da caccia, con alle spalle il cavallo scalpitante all'ombra di un albero smeraldino; il giovane Lord Filippo Wharton, detto «il gentiluomo della vanghetta» (Ermitage de Leningrado), l'equestre duca Tommaso di Savoia Carignano (Pinacoteca di Torino); il pensoso e schietto Marchese Cattaneo (Gall. naz. di Londra) e il pallido e calvo Card. Guido Bentivoglio (Gall. Pitti a Firenze). Né meno perspicui e suggestivi, fra i ritratti muliebri, appaiono la sua moglie Maria Ruthven (Gall. di Monaco); la bruna principessa Maria Luisa di Turn e Taxis (Gall. Liechtenstein a Vienna); l'austera principessa Isabella Clara Eugenia di Spagna, superiora delle Clarisse (Gall. di Parma); la principessa d'Orange, Amelia di Solms (Pinac. di Brera a Milano).

Se l'allievo di Rubens non assume nella produzione sacra l'importanza storica ed estetica del caposcuola di Anversa e nel ciclo giovanile dei Dodici Apostoli non si distacca troppo dalle forme realistiche di lui e ne imita la foga passionale in parecchie Flagellazioni, Pietà, Crocifissi, Estasi di santi, assoluta originalità e profondo sentimento elegiaco occorre attribuire invece al Cristo morto del Museo di Anversa, col Nazareno bruno, disteso sul sudario candido, abbagliante. L'influsso delle

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S. Luca, scrivendo circa l'anno 60, afferma che «molti» prima di lui s'erano accinti a narrare i fatti e insegnamenti di Gesù. Fra quei molti vanno messi s. Matteo e s. Marco; ma c'è posto ancora per altri, ed è possibile, non però provato, che fra questi sia da contare qualcuno almeno degli autori di quei V. detti degli Ebrei, degli Ebioniti, degli Egiziani, dei quali i Padri hanno tramandato qualche frammento. Comunque sia, fra i molti V., che circolavano tra la fine del I sec. e il principio del II, la Chiesa cristiana ebbe presto riconosciuti come autentici, ossia ispirati da Dio e fedecibili, soltanto i quattro, che sotto i nomi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni formano ancor oggi il patrimonio comune di tutti i cristiani. Ma va notato che sia nei manoscritti, così numerosi, del testo originale, sia nel linguaggio ufficiale della Chiesa, come nella liturgia, non portano mai altro titolo che di «secondo Matteo, secondo Marco, secondo Luca, secondo Giovanni». Si professa così che, come fu sopra accennato, proprio e unico autore del V. è Gesù stesso, e i quattro libri canonici non sono che quattro redazioni o quattro aspetti di quelli unico V. s. Ireneo (II sec.) diede la sua formula scultoria, creando la felice locuzione di «V. tetrarchum», ossia «quadriforme».

Infatti gli Evangelisti non si propone di dire tutto ciò che sapevano intorno al divin Maestro, ma solo quel tanto ch'era opportuno e sufficiente allo stabilimento della fede e della pratica di vita cristiana. Presentano così l'unico V. ognuno sotto un particolare aspetto secondo determinati scopi, e in buona armonia si completano a vicenda. Come forma letteraria i loro scritti appartengono a quel genere storico di «memorabilia», che anche nella letteratura profana dei Greci ha insigni modelli. E di quel genere essi hanno tutta la virtù e il valore: stretta verità storica nei fatti e sublime insegnamento nella dottrina (v. CATECHESI; GIOVANNI B; LUCA; MARCO; MATTEO; SINOTTICI, VANGELI).

BIBL.: J. Huby, L'Evangile et les Evangelies, Parigi 1029; G. Kittel, Theolog. Wörterbuch zum Neuen Testament, II, pp. 710-734; A. Robert-A. Tricot, Initiation biblique, 2a ed., Parigi 1948, pp. 180-86. Alberto Vaccari

SMITOLOGIZZAZIONE DEL V. - Teoria del teologo luterano Rodolfo Bultmann (n. nel 1884, professore di esegesi del Nuovo Testamento a Marburg) sotto il duplice influsso della scuola storicoelegica della «storia delle forme» e della corrente teologico-filosofica dell'esistenzialismo barbiano, che è un compromesso tra ortodossia protestante e razionalismo teologico.

L'elemento razionalista sta nella tesi, desunta dalla critica comparista delle fonti cristiane, secondo cui il Nuovo Testamento sarebbe intimamente compenetrato delle concezioni «mitiche» circa la struttura del mondo, dell'uomo e la natura della salvezza, che sostanziano la letteratura apocalittica del tardo ebraismo e lo gnosticismo ellenistico, e avrebbe ad esse dato svolgimento; perciò il modo di pensare per immagini del Nuovo Testamento, in radicale antitesi con quello dell'uomo moderno che procede per concetti scientifici, e una presentazione apologica efficace del cristianesimo ne esigerebbero, in via preliminare, la «mitologizzazione», la sua risposizione in termini scientifici moderni, liberando la sostanza del V. dalle idee mitiche. L'esigenza dell'ortodossia sta nel fatto che il Bultmann mantiene la realtà del soprannaturale, riservando però alla sola coscienza religiosa, non pertanto alla coscienza storica, la percezione del fatto salutare del Cristo, quale una realtà esistenziale che risponde alla sua disperazione di uomo perduto, alla sua ansia di salvarsi. Perciò del Nuovo Testamento dovrebbe essere presentata soprattutto la situazione esistenziale.

BIBL.: R. Bultmann, Kerygma und Mythos. Ein theolog. Gespräch, Amburgo 1948; id., Theol. de N. T., Monaco 1948 sq.; id., Le christianisme primitif dans le cadre des religions antiques (trad. franc. con pref. d. M. Goguel), Parigi 1950; per la critica dal punto di vista protestante: R. Prenter, Mythe et Evangile, in Rev. de théol. et de phil., 1947, pp. 49-67; G. Bornkamm - W. Klaas, Mythos und Evangelium. Zum Programm R. B., in Theol. Existenz heute, nuova serie, n. 26 (Monaco 1951); dal punto di

VAN DYCK, ANTON - Ritratto di Guglielmo II d'Orange e Maria Stuart - Amsterdam, Rijks Museum.

scuole italiane, da Tiziano ad Andrea del Sarto, è visibile soprattutto nella monumentale Madonna del Rosario (oratorio omonimo a Palermo); più espressive: la Madonna col Bambino (Gall. naz. di Arte antica a Roma); il Riposo nella fuga in Egitto (Monaco); la Vergine fra gli angeli adoranti (Accademia di S. Luca). Toccano il vertice di Sansone e Dalila (Londra), il S. Martino che divide il suo mantello (Windsor); infine, la Cattura di Cristo (Museo del Prado), dove si scorge come anche gli elementi desunti da Rubens siano impiegati in un ordine emotivo, senza che l'effetto fantasmografico delle fiaccole tra le lugubri fronde venga ad attenuare la serenità radiosa del Cristo, aggredito da ogni parte, nel tumulto di braccia protese e di vociferanti maschere indemoniate. - Ved. tav. XCII.

BIBL.: J. Guiffrey, A. V. oeuvre, Parigi 1882; F. M. Haberditzl, Dyck, in Thieme-Becker, X (1914), pp. 263-270, con la bibl. antecedente; R. Oldenbourg, Studien zu V. D., in Münchener Jahrb. d. bild. Kunst, 9 (1914-15), pp. 224-240; W. Bode, A. V. Rubens, in Holländische und völmische Meister, Lipsia 1917; A. L. Mayer, A. V. D. Monaco 1923; D. Redig de Campos, Intorno a due quadri d'alte e del V. D. ecc., in Boll. d'arte, 30 (1936-37), pp. 150-65; C. Mercenaro, Opere ined. di A. V. D., in Bull. de l'Inst. hist. bibl. de Rome, 19 (1938); L. V. Puyvelde, V. D., Bruxelles, Amsterdam 1950; W. L. Valentiner, V. D.'s character, in Theol. Abierto Nepoj, 17-104, pp. 97-104. Alberto Nepoj