VILLANI, GIOVANNI

VILLANI, GIOVANNI. - È il maggiore rappresentante della storiografia borghese fiorentina del Trecento. Apparteneva a famiglia del Popolo di S. Procolo ed attendeva alla mercanzia. Il padre era un Villano di Stoldo che è detto aver fatto parte della Signoria nel 1300; il suo testamento è del 1321 ed in esso sono ricordati i quattro figli maschi G., Filippo, Francesco, Matteo.

Il primogenito Giovanni, lo storico, deve essere nato nel sec. XIII, forse ancora prima del 1275-80. Al principio del secolo seguente Giovanni era già socio della Compagnia dei Peruzzi e ne era il rappresentante presso la Curia romana. Questo spiega come i Villani appartenessero al partito quello nero: politica e commercio si univano. Giovanni ci dice nella sua opera di essere stato a Roma nel 1300 per il Giubileo, ma non ci parla della sua attività commerciale. Negli anni seguenti gli affari della Compagnia lo portarono in Francia e nelle Fiandre; « questo soggiorno si devono le notizie ampie sugli avvenimenti di Fiandra e sulla battaglia di Courtroi. Nel 1307 egli era a Bruges; negli anni seguenti era già in Italia, a Siena. Verso il 1309 Giovanni deve essere uscito dalla Compagnia dei Peruzzi. Dopo il 1310 incomincia la fase della sua attività politica. Nel 1316 fu nominato priore, poi fu ambasciatore a Pisa per trattare di pace, indi ufficiale alla moneta. Nel 1321 fu di nuovo priore; quindi fu nominato ufficiale alla costruzione delle mura. Nel 1327 il Duca di Calabria lo prepose alla coniazione della moneta. Si susseguono gli incarichi: il V. era nell'età matura ed aveva grande prestigio in Firenze. Nel 1329 si occupava delle trattative per stabilire un accordo con i mercenari tedeschi del Gerruglio, poi fu ufficiale alla fabbrica delle porte di S. Giovanni, poi alla costruzione del campanile della Badia. Nel 1331 fu camurlingo alla costruzione delle mura; l'incarico gli procurò l'accusa di malversatore. Fu processato; dovette rendere conto della gestione. Nel 1341 andò a Ferrara in ostaggio per i 250.000 fiorini pattuiti nell'accordo con gli Scaligeri per l'acquisto di Lucca: rimase colà due mesi. Nel 1342 era a Firenze testimonio delle vicende del duca d'Atene. In tutti questi anni egli aveva svolto un'attività commerciale nella Compagnia dei Bonaccorsi. Il fallimento dei Bardi

nel 1345 lo coinvolse e come mercante «cessans et fugitivus» dovette rassegnarsi al carcere delle Stinche. Il Liber carceratorum registrò la sua liberazione dal carcere sotto garanzia il 4 febbr. 1345. Il V. morì di peste nel 1348 e fu sepolto all'Annunziata nella cappella del Crocifisso. Egli si era sposato due volte: da monna Sibilia aveva avuto tre figli: Giovanni, Bernardo, Francesco; da donna Mona di Francesco de' Pazzi aveva avuto Arrighetta, Villano, Matteo.

La Cronaca del V. si collega apparentemente alle impressioni fatte sul suo animo dai monumenti di Roma antica visti nel suo soggiorno del 1300 e dalla lettura degli storici antichi. Anche il Compagni allude ai monumenti visti a Roma nel Giubileo. Il V. difficilmente poté attendere alla sua opera prima del ritorno dai viaggi: anche le letture degli storici antichi a cui allude non sono certo della giovinezza. Il V. si mise a compilare di su le cronache che avevano maggiore diffusione (ad es., Martino Polono) per fare opera che riuscisse utile a chi volesse in avvenire scrivere. L'opera risultò divisa in 12 li.; nei primi sei si tratta della storia biblica e romana: col VII si inizia il racconto della storia di Firenze dalla discesa di Carlo d'Angiò al 1332; dal 1333 al 1348 si narrano i fatti nei ll. XI e XII.
La ripartizione della materia è certo in dipendenza del tempo impiegato nella composizione e degli anni in cui il V. scrisse. Secondo l'uso dei cronisti gli avvenimenti sono narrati anno per anno, ma spesso vi è il tentativo di superare l'ordine cronologico e di legare gli avvenimenti con un ordine causale. Il V. è uno scrittore del tutto medievale. Narra le cose portentose, vede negli avvenimenti la Provvidenza divina che premia e castiga. Lo scopo dell'opera è infatti di ammaestrare i Fiorentini ad evitare i vizi, a vivere virtuosamente, a governare saggiamente lo Stato. Scrittore moralista dunque; anche quando parla di affari, egli giudica con il criterio medievale del bene e del male, della corruzione degli uomini nuovi, dei costumi semplici, sobri di un'età che egli rimpiange. Ma a parte questa sua insufficienza nel giudicare, egli racconta, persino con vivacità, delle attività economiche e finanziarie dei Fiorentini del suo tempo, rivelando grande competenza e capacità di vedere quel che riguarda la vita commerciale. Allora il suo stile, che di solito è povero, perfino pesante, ben lontano dalla vigorosa passionalità di Dino Compagni, si innalza e diventa robusto. Così quando tratteggia la figura di qualche personaggio con linee marcate, pare rivelare l'abitudine del mercante di vedere e giudicare con robusta sintesi le persone con cui tratta. Certo di solito la sua narrazione si risolve nell'esposizione di innumerevoli fatti minuti, di episodi senza controllo, senza critica, che il mercante tiene presenti solo per sapere le vicende dei principi e dei personaggi con i quali può avere a trattare d'affari, ma di cui non si interessa di sapere il perché, il come, bastandogli avere notizie di colore più o meno precise. Di solito si tratta di notizie che mercanti fiorentini trasmettevano dal grande centro di informazione, Avignone, o da altri centri commerciali francesi-fiamminghi, notizie in fondo esatte ma ornate e spesso anche trasformate sì da renderle romanzesche e fantastiche.

Un problema già discusso, ma su cui non vi sono ancora conclusioni definitive, è quello della struttura della Cronaca e delle sue fonti. Così si è esaminata la questione dei rapporti tra il V. Dante. Contatti tra i due autori furono constatati: si è sospettato una fonte comune, altri pensò alla possibilità di interpolazioni o di correzioni dello stesso V. Così si è discusso delle relazioni tra il V. e la cronaca malispiniana: anche qui res sub iudice.

L'opera di Giovanni V. fu continuata dal fratello MATTEO che scrisse gli avvenimenti dal 1348 al 1363 in 10 li., ma con stile sostenuto, solenne. Il figlio di Matteo, FILIPPO, che fu letterato, umanista, lettore di Dante a Firenze, aggiunse un altro libro all'opera dello zio e del padre, portando il racconto al 1364. Della Cronaca di G. V. si fecero presto compendi in prosa ed in versi, quale il Centiloquio del Pucci.

BIBL.: dell'opera del V., mancando ancora la nuova ed. nei Rerum Ital. Scriptores del Muratori, si usano di solito le ed.

del Magheri, Firenze 1823, e di F. Gherardi Dragomanni, 7 voll., ivi 1844-47. Per la biografia, cf.: G. Milanesi, Documenti riguardanti G. V., in Arch. stor. ital., nuova serie, 4 (1856), p. 1 sgg.; G. Arias, Nuovi documenti su G. V., in Giorn. stor. lett. ital., 36 (1899); E. Fiumi, La demografia fiorentina nelle pagine di G. V., in Arch. stor. it., 108 (1950), 78-158. Sulla valutazione dell'opera: E. Mehl, Die Weltanschauung der G. V., Lipsia 1927. Per le relazioni con Dante: F. Neri, Dante ed il primo V., in Giorn. dantesco, 20 (1912), pp. 1-30; per la questione malispiniana: le ricerche polemiche di R. Morghen, in Bull. ist. stor. ital., 40 (1920), 41 (1921), 46 (1930) e di R. Lanel, in Neues Archiv, 46 (1926); l'esame del problema è in G. Mazzoni, La questione malispiniana, in Nuova Ant., 3° giugno 1922.

Francesco Cognasso

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“VILLANI, GIOVANNI.” Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), p. 905. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/villani-giovanni.