WERFEL, FRANZ. - Scrittore tedesco, n. a Praga da famiglia ebraica il 10 sett. 1890, m. a Beverly Hills (California) il 27 ag. 1945.
Esordi giovanissimo con raccolte di liriche, quali Weltfreund (1911), Wir sind (1912), Einander (1914), che, in una intelletto ricerca di valori spirituali, risentono in generale dell'ambiente espressionistico e dell'atmosfera di gusto di Hugo von Hoffmannsthal. Anche il primo romanzo Nicht der Mörder sondern der Ermordete ist schuldig rivela i medesimi influssi. I suoi drammi Spiegelmensch (1912), che è una trilogia magica, e Paulus unter den Juden (1926), che è piuttosto una leggenda drammatica, sono visioni liriche più che veri drammi; tecnicamente meglio costruito è Suarez und Maximilian, dramma storico scritto nel 1924. Ma la sua espressione più personale il W. la trova nel romanzo. In Verdi, der Roman der Oper (1923) W. velatamente polemizza contro Wagner; in Barbara oder die Frömmigkeit sa trovare accenti sinceri e convincenti nella trattazione di un tema a lui caro, quello della fede umile, umanamente semplice e pura, di contro alla perversità del mondo. Seguono poi, ispirati allo stesso ideale, Der Abituriententag (1928), Das Reich Gottes in Böhmen (1930), Die Geschwister von Neapel (1931); ma nel romanzo Die vierzig Tage der Musa Dagh (1934), che narra l'epica vicenda di una piccola comunità di Armeni che in nome della fede lottano contro i Turchi, W. raggiunge la sua piena maturità di scrittore. Delle ultime sue opere: Aus der Dämmerung einer Welt (1936); Der veruntreute Himmel (1939); Das Lied von
Bernadette (1941); Jakobowsky und der Oberst (1943); Stern der Ungeborenen (1946), Bernadette rappresenta l'esaltazione lirica più nobile di quella fede pura ed ingenua, di cui aveva sentito così potente il richiamo.