ALESSANDRIA D’EGITTO

ALESSANDRIA D’EGITTO. - Città d’Egitto, fondata da Alessandro Magno nel 332 a. C. a 14 km. ad ovest del braccio del Nilo chiamato Canopo sulla riva del Mediterraneo dirimpetto all’isola Faro (la quale offriva la possibilità per due eccellenti porti).

SOMMARIO: 1. A. nella S. Scrittura. - 2. La scuola di A. - 3. Storia del patriarcato di A. - 4. I Concili di A. - 5. Il rito alessandrino. - 6. La diocesi armica di A. - 7. A. dei Copti. - 8. Archeologia.

1. A. NELLA S. SCRITTURA. - Situata al punto d’incrocio dell’Europa con l’Africa e l’Asia, A. diventò sotto il governo lungimirante dei primi Lagidi una delle maggiori metropoli del mondo antico. Fu nel campo dello spirito l’erede di Atene, in quello commerciale l’erede di Tiro, Sidone, e Cartagine. Di quest’ultimo fatto ci è rimasto nel Nuovo Testamento una piccola traccia là dove si legge che s. Paolo viaggiava su una nave alessandrina, quando naufragò nei pressi di Malta (Act. 27, 6 sgg.); fu anche una nave alessandrina che lo portò da Malta a Pozzuoli (Act. 28, 11-13).

Il nome stesso di A. non ricorre mai nel testo originale della Bibbia. Le cinque menzioni di A. nella Volgata (Ier. 46, 25; Ez. 30, 14-16; Nah. 3, 8) sono dovute a un malinteso di s. Girolamo che, credendo la città fondata sul sito dell’antica No (Tebe), sostituì il nome No del testo ebraico col nome di A. (v. AMMONIO). Ma il sostantivo «alessandrino» (ἀλεξανδρεύς) si trova due volte negli Act. 6,9 (gli Alessandrini formavano un gruppo distinto nella sinagoga dei Giudei ellenisti a Gerusalemme) e 18, 24: Apollo (v. era giudeo, alessandrino di nascita (Ἀλεξανδρεύς τῷ γένει)). Questa fugace menzione ci indica in che consiste la vera importanza di A. per la Bibbia.

Era la città dove, come in nessun altro luogo, un gruppo foltissimo di Giudei, nelle migliori condizioni economiche e politiche, viveva in continuo stretto contatto col nuovo centro del mondo ellenico, dove intorno alla gigantesca biblioteca del Musco fin dal 111 a. C. ferveva un intenso lavoro in ogni campo dello scibile. In A. fin dalla sua fondazione il numero dei Giudei era assai rilevante e crebbe al punto che dei cinque quartieri due erano considerati e chiamati giudaici. Favoriti prima dai Tolomei e dopo l’occupazione romana anche dagli imperatori, i Giudei vivevano come comunità politica indipendente ed autonoma nei loro affari interni, fedeli alla legge e alle tradizioni dei padri. Ciò nonostante il continuo contatto con la popolazione ellenistica dominante era tale da far dimenticare alla massa dei Giudei fin dal primo secolo della loro dimora in A. la loro lingua sacra e quella parlata (l’aramaico). Il greco diventò la lingua della vita quotidiana in uso anche nella sinagoga e ne risultò la necessità di tradurre la Bibbia in greco.

SETTIMANA SANTA (v.) porta l’impronta inconfondibile di una mentalità fortemente influenzata dall’ambiente filosofico greco. Gli interpreti mostrano la tendenza di togliere, o almeno mitigare, non pochi antropomorfi simili del testo originale, che urtavano la sensibilità

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(1st. Ena. Gatz.)
Alessandria nel 1707 - Le chiese principali. Stampa di J. Leopoldo. - Biblioteca dell'Ist. Naz. d'Arch. e St. dell'arte.

di spiriti formati nella scuola di Pitagora, Anassagora, Platone o anche nella stoa. L'influsso greco sul giudaismo alessandrino penetra anche nell'orbita della stessa parola di Dio. Nel II Mach. la parola di Dio si veste di tutti gli artifizi retorici della storiografia contemporanea. Il II Mach. è l'unica opera, conservata per intero, della storiografia ellenistico-giudaica prima di Cristo. Di altri autori conosciamo soltanto i nomi e qualche frammento più o meno esteso. I più importanti sono il secco e digiuno Demetrio (ca. 210 a. C.), il favoloso Eupolemo (ca. 155), il fantastico Artabano (ca. 100). Più che altrove, nell'ambito della Bibbia si manifesta l'influsso Sapienza (v.). Per quanto l'autore rimanga fedele alle credenze del suo popolo, la sorprendente forza, che non si riscontra nel Vecchio Testamento, con cui nella prima parte del suo libro mette in rilievo la vita di oltretomba sarà dovuta anche all'ambiente ellenizzato ed ellenico per cui scrive. Nella seconda parte del libro (capp. 6-9) l'erudizione greca dell'autore è specialmente manifesta. Nel cap. 7, 17-20 l'autore si mostra aperto a tutte le scienze, che con tanto fervore venivano coltivate nella metropoli dell'ellenismo. La Sapienza divina (7,22-8,1) è descritta con i termini usati dai Greci per il «Nôs» di Anassagora, il «Lógos» degli stoici, «l'anima del mondo» dei platonici, con l'evidente intenzione di far capire con questo «parallelismo polemico» che la Sapienza di Dio è il vero Nôs, il vero Lógos, la vera anima del mondo. Nel contempo la terminologia della filosofia popolare permetteva di prendere quei termini in un senso più largo rendendo possibile di prescindere dagli errori, originariamente associati ad essi: dualismo platonico e materialismo stoico. Nella terza parte (capp. 10-19), che mostra l'opera della Sapienza divina nella storia d'Israele, abbiamo due significative digressioni. La prima parla di Dio misericordioso anche nel punire gli avversari del suo popolo e ciò perché anche essi sono «uomini», segno che nel giudeo alessandrino l'idea del Creatore di tutto il genere umano cerca di superare la barriera del particolarismo nazionale e di incontrarsi con l'idea ellenistico-stoica dell'unità di tutti gli uomini. La seconda digressione è diretta contro l'idolatria e costituisce un altro documento per la mentalità nuova cresciuta nel clima intellettuale e culturale di A. Nella polemica contro gli dèi dei filosofi l'autore indaga le ragioni degli errori, riconosce il senso estetico dei Greci, la loro buona volontà, la loro ricerca della verità.

Però la Bibbia non soltanto subì influssi dell'ambiente alessandrino, ma a sua volta influì su di esso e sul mondo ellenistico. Numerosi erano i pagani che conformavano la loro vita ai costumi dei Giudei, e la festa commemorativa per la versione greca dei Settanta fu celebrata anche dai pagani. Come dunque la versione alessandrina gettando nuovo fermento nell'ambiente idolatrico preparava la via per il Vangelo di Cristo ai pagani, così spinato la strada a Cristo anche nei cuori degli stessi Giudei a tal punto, che nei secoli posteriori la versione della Bibbia fu considerata nel giudaismo un disastro degno di essere commemorato con un giorno di lutto nazionale.

Gran parte in questa «preparazione evangelica» ebbe l'interpretazione allegorica della Bibbia, un frutto non nuovo, ma tipico della stretta convivenza tra Giudei e Greci in A. Dalla sicurezza di avere nella Legge di Mosè l'unica fonte di ogni verità religiosa ed etica e dalla sorpresa di trovare nella filosofia greca concetti di alta spiritualità e di una morale molto elevata, nacque il desiderio di mostrare che tutte le apparenti rozzezze nella Bibbia erano pregne di verità spirituali, e che tutto il bene della filosofia greca si trovava anche nella Legge di Mosè, anzi, considerata l'antichità di questa legge, che essa era la fonte, a cui attinsero gli antichi sacerdoti e filosofi, specialmente Platone, il grande viaggiatore. Il mezzo infallibile per dimostrare l'identità tra la filosofia greca e la Legge di Mosè era appunto l'interpretazione allegorica. Con questo metodo anche i Greci salvavano la loro «Bibbia», Omero, modernizzandolo e trovando in esso allegoricamente nascoste le più profonde idee della filosofia. Padre dell'interpretazione allegorica della Bibbia in A. Aristobulo (v.) verso il 160 a. C. Ma chi in questo campo comprendi e superò di gran lunga Filone (v.) di A., il contemporaneo di Gesù. La quasi integrale conservazione della sua voluminosa opera testimonia ancora oggi dell'alta stima, di cui questo celeberrimo tra i giudei alessandrini godeva presso i cristiani dei primi secoli e specialmente in quella prima scuola catechetica (Parteno, Clemente, Origene) che diventò l'immediata erede della scuola giudaica alessandrina e del suo metodo d'interpretazione allegorica della S. Scrittura.

Bibl.: P. Wendland, Hellenistisch-römische Kultur in ihren gleichungen zu Judentum und Christentum, 2a ed., Tubinga 1921; J. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento (trad. II. G. L. Bongioanni), III-IV, Torino 1914; L. Fuchs, Die Juden Ägyptens in polemischer und römischer Zeit, Vienna 1924; W. Bousset-H. Gressmann, Religion des Judentums in späthellenistischer Zeit, 3a ed., Tubinga 1926; R. Tramontano, La lettera di Aristea a Filocrate, Napoli 1931. Max Zerwick

7. La SCUOLA DI A

In una città come A., ricca di tanti istituti scientifici e scuole filosofiche, è ovvio che si sentisse anche il bisogno di istituire una scuola superiore di religione, la quale più che alla esposizione catechistica mirava all'approfondimento scienziato e alla difesa e illustrazione di essa. Secondo Filippo di Sede, Atenagora ne sarebbe stato il primo maestro, ma l'opinione comune ne attribuisce la fondazione a S. Panteno (v.), l'ape sicula, intorno al 180. ALESSANDRO (v.), il filosofo della vita pratica, più che speculativa (dal 200 al 202 ca.), poi Origene dal 203 al 231, erudito profondo e ardito filosofo, fecondissimo scrittore e fanciolo parlatore, l'astro maggiore della scuola. Destituito per le sue audaci concezioni poco ortodosse, Dionigi (v.), suoi discepoli, e altri tra cui Pierio, Achilla, Pietro il martire (v.) Didimo il Cieco (v.) che per oltre 50 anni attirò un numero straordinario di discepoli (tra cui Rufino, Girolamo, Palladio) ammirati della sua dottrina e pietà. Dopo di lui tenne ancora ROSONE (v.) che al tempo di Teodosio la trasportò a Sede in Panfilia.

Poco sappiamo dell'organizzazione della scuola. Vi fu per lo più un solo maestro, e non sembra avesse un locale fisso. La scuola era pubblica, libero l'uditorio e di ogni età e condizione; così difficilmente vi poté essere un programma determinato, tanto meno un metodo di insegnamento. Si trattava in sostanza di conferenze di soggetto religioso e apologetico. Sebbene la scuola fosse sotto la sorveglianza del vescovo e da lui fossero nominati gli insegnanti, tuttavia pare che vi fosse anche una larga libertà di idee. I due più celebri maestri Origene e Didimo, erano dei laici. Dietro l'infusso dell'ambiente anche giudaico (si pensi a Filone) e dei due grandi primi maestri Clemente ed Origene, l'indirizzo della scuola fu doppio: filosofico e scritturistico. In filosofia si cercò di penetrare al possibile il cristianesimo dell'eclettismo allora dominante a sfondo neoplatonico, per renderlo più moderno e accetto alle menti colte pagane; quanto alla Bibbia si tenne fermo sempre alla sua totale ispirazione divina e inerranza e quindi per farla accettare come tale anche dai dotti pagani si praticò su vasta scala l'interpretazione allegorica, nello stesso modo che filosofi e conferenzieri pagani facevano allora della mitologia e dei libri americani, nonostante che lo stesso Origene inaugurasse gli studi biblici sopra una larghissima base di critica testuale, esempio che del resto non ebbe seguito.

Gravi conseguenze di questa contaminazione filosofica e dello sbrigliato allegorismo si manifestarono sia negli errori cosiddetti originari sia nella tendenza mi

stica a rinnegare il fatto dell’umana natura del Redentore. Tuttavia dei grandi spiriti cresciuti a questa scuola (come Atanasio, Didimo e Cirillo) seppero raffrenare queste tendenze entro limiti compatibili col dogma. Anzi per mezzo della filiale di Cesarea fondata da Origen, si possono in parte considerare frutto della scuola la alessandrina anche i grandi Cappadoci. Per essa in essa si fecero i primi tentativi di una sintesi teologica, e specialmente si abbozzò una dimostrazione del consenso della ragione con la fede al di là degli stretti limiti dentro cui si erano tenuti gli apologisti propriamente detti.

BIBL.: H. E. F. Guerike, De schola quae Alexandriae florum catechetica, Halle 1825; F. Lehmann, Die Katechetenschule zu Alexandria, Lipsia 1896; A. de la Barre, s. V. in DThC, I, coll. 505-24; G. Bardy, Pour l’histoire de l’école d’A., in Viterbo, 1924, p. 80 sq.; id., Aux origines de l’école d’A., in Rech. de science relig., 27 (1937), p. 65 sq.; J. Cuillet, Les exigences d’A. et d’Antioche, conflit ou malentendu?, in Rech. de science relig., 34 (1947), p. 257 sq. Bibliografia recente in B. Altaner, Patrologia, Torino 1944, p. 123, n. 1; e U. Mannucci, A. Casamassa, Istituzioni di patrologia, I, Roma 1947, p. 183.

8. STORIA DEL PATRIARCATO DI A

Si tratta qui del patriarcato greco che venne, dopo il Concilio di Calcedonia (451), designato col nome di melkita (imperiale) in opposizione ai corpi monofisiti i quali non aderirono all’imperatore bizantino fautore di quel Concilio; oggi però il vocabolario melkita viene usato per i cattolici di rito bizantino o greco e di lingua araba ovunque si trovino.

1. Dall’introduzione del cristianesimo al Concilio di Nicea (325). Secondo le buone testimonianze di Eusebio, Epifanio, s. Girolamo, la Chiesa di A. fu fondata da S. Marco discepolo di S. Pietro; Eusebio racconta che sotto l’imperatore Settimo Severo (193-211) vi furono numerosi martiri ad A. e nella Tebaide, cioè nell’Egitto meridionale. Comunità cristiane si stavano prima del Concilio di Nicea in 50 nòmi (circoscrizioni) d’Egitto compresa la Cirenaica, e sono elencate più di 40 sedi episcopali. Nel Sinodo di A. del 320 (o 321) furono presenti circa cento vescovi. Anche nei villaggi il cristianesimo era penetrato, come sappiamo dalle scoperte della patrologia e dai documenti martirologici posteriori. L’Egitto deve annoverarsi fra quei paesi dell’impero nei quali il cristianesimo era professato da una gran parte della popolazione. La Cirenaica, la Pentapoli all’ovest dell’Egitto, aveva dato alla Chiesa alcuni dei suoi primi fedeli (Sicome; Lucio; i convertiti della Pentecoste) come ci vien riferito nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli. Nella seconda metà del sec. III in ciascuna delle cinque città Cirene, Tolemaide, Berenice, Arsinoe, Sozusa era un vescovo dipendente dal vescovo di A. Sotto l’imperatore Filippino I (244-49) morì ad A. la vergine e martire Apollonia. Se la persecuzione di Decio nel 250, come è certo, ha da registrare apostati in Egitto, vi furono però anche martiri, non pochi fra i quali soldati, e altri di diverse età e condizioni sociali. Altri eroi cristiani sono noti dai tempi delle persecuzioni di Valeriano nel 257, di Diocleziano nel 304, e di Massimo Daia (310-12). Accanto ai martiri la Chiesa di A. ha la monachismo (v.) i cui rappresentanti principali sono i ss. Paolo, Paconio, Antonio (m. 365). La vitalità della Chiesa di A. si mostra anche nel fatto che essa ha potuto superare crisi eretiche (gnosticismo, sabellianismo, arianesimo) e lo scisma meleziano (Melezio di Licopoli); alla vittoria su questi errori contribuirono i Sinodi di A., la scuola catechistica e soprattutto eccellenti vescovi come Dionigi d’A., il Grande (264-65), Pietro martire (300-311), s. Alessandro (312-28) e più tardi s. Atanasio.

11. Da s. Atanasio (328-73) fino alla morte di s. Cirillo d’A. (444). La figura grandiosa di s. Atanasio, il più celebre dei vescovi alessandrini, è da annoverarsi fra le personalità più eminenti dell’antichità cristiana; egli è l’intrepido difensore della fede nicena e della libertà ecclesiastica contro la potenza imperiale fautrice dell’arianesimo. Egli rifiutò di riammettere Ario nella Chiesa; per questa fermezza deposto dal Sinodo di Tiro (335) ed esiliato, cominciò la sua vita travagliatissima e dovette per ben cinque volte star lontano dal suo gregge (v. A'ANASIO). Scrittori egiziani del sec. IV e V (fino al Concilio di Calcedonia), sono, oltre il grande Atanasio, Serapione (dopo il 362), rettore di un monastero e poi vescovo di Thumis nel basso Egitto, Didimo Cieco laico e privo della vista dall’età di quattro anni, maestro di s. Girolamo e Rufino, Sinesio di Cirene (370 o 375 - 413 o 414) vescovo di Tolemaide (ca. l’anno 410), Nonno di Panopoli nella Tebaide, Amonio di A., e soprattutto s. Cirillo nipote del patriarca Teofilo avversario di s. Giovanni Crisostomo. Anche s. CIRILLONA (v.) è una grandiosa figura della storia ecclesiastica come s. Atanasio; l’attività di lui sorpassò i limiti del suo patriarcato (412-44) soprattutto per la sua lotta contro l’eresia di Nestorio.

Riguardo alla situazione ecclesiastica del patriarca di A. è da notarsi che nel Concilio di Nicea i privilegi di A. sono confermati nel can. 6, cioè l’autorità del vescovo di A. sull’Egitto, sulla Libia e sulla Pentapoli, messa pure in evidenza, senza però negare il primato del vescovo di Roma, nel can. 2 del Concilio di Costantinopoli. Nondimeno la rivalità fra A. e Costantinopoli perduro anche dopo questo concilio; A. rimase ancora grande come centro della cultura; i vescovi di Egitto potevano intervenire negli affari municipali (nomina dei funzionari, revisione delle finanze, manutenzione degli edifizi municipali, ecc.). Circostanze eccezionali favorivano l’influenza dei patriarchi, ad es., di s. Cirillo, nelle cose civili e politiche. Il titolo onorifico di papa che rimase ai patriarchi di A., rimonta già al sec. III; il titolo di patriarca è attestato alla fine del sec. IV; il titolo di giudice dell’universo appare per la prima volta nel sec. VI; le affermazioni di alcuni autori recenti che lo fanno rimontare al sec. V o anche al sec. XI non reggono alla critica; il titolo di arcivescovo è usato nel sec. IV da s. Atanasio.

11. Dal patriarca Diocloro fino alla conquista araba (638). Il patriarca Diocloro (444-51) che parteggiava per Eutiche (Sinodo di Efeso, 449, sotto la presidenza di lui) e che fu deposto dal Concilio di Calcedonia (451), fu relegato dall’imperatore Marciano a Gange (Pafagonia) dove morì nel 454. Ma molti Egiziani non volendo riconoscere il «tomo» dogmatico del papa Leone I e le decisioni del Concilio di Calcedonia, appoggiate dall’imperatore bizantino, si separarono dalla Chiesa cattolica per ostinazione, per ragioni politiche e anche per la persuasione di salvare così la fedeltà alla dottrina di s. Cirillo, e formarono una nuova Chiesa detta copta mentre essi per disprezzo chiamavano i cattolici «milkiti». Il primo patriarca copto e monofisita fu Timoteo Eluro, il secondo Pietro Mongo (v. COPTI). Il patriarcato greco rimase fedele al Concilio di Calcedonia. La sua storia tuttavia, dal 452 fino ad oggi, è assai povera perché il monofisismo aveva infarto una gravissima ferita alla Chiesa cattolica e il numero dei fedeli era assai limitato. Dei patriarchi melkiti avanti l’invasione araba meritano una menzione particolare i tre santi: Proterio (452-57), Eulogio (580-607), Giovanni III

ALESSANDRIA D'EGITTO - Pianta archeologica.

l'Elemosinere (609-619). Proterio mandò la sua professione di fede al papa Leone Magno e ricevette conforto da lui; tenne un sinodo ad A. dove condannò il capo del partito monofisita allora semplice sacerdote, Timoteo (il futuro patriarca), che dopo la morte dell'imperatore Marciano (457) prese l'occasione opportuna per farsi consacrare vescovo da due vescovi eretici. Alcuni giorni dopo questa consacrazione Proterio, assalito da una folla ostile, fu massacrato. Eulogio, siro di nascita, ordinato prete ad Antiochia, aveva conosciuto a Costantinopoli Gregorio Magno, allora apocrissario, e stretto amicizia con lui. Avendo ricevuto, come già un suo predecessore, Apollinare (551-570), tali poteri che lo innalzavano al grado di viceré fece espellere dall'Egitto il patriarca copto Damiano: preferì però combattere i monofisiti con i suoi scritti nei quali difendeva il «tomo» di Leone Magno. A lui si deve la conversione di qualche monofisita e la fondazione di nuove chiese cattoliche. Benché nell'Alto Egitto la sua influenza fosse rimasta nulla, poté esercitare il suo influsso salutare nella città di A. dove dominavano i Greci, funzionari e notabili. Tenne un sinodo ad A. nel 589 contro gli eretici samaritani; nei suoi scritti difese la dottrina cattolica anche contro i novazioni e altri. Con Gregorio Magno tenne frequente corrispondenza, come ci dimostra il registro delle lettere di quel pontefice. Mentre il suo successore immediato, Teodoro, fu assassinato in occasione della rivoluzione contro l'imperatore Eraclio, s. Giovanni l'Elemosinere che gli succedette, poté esercitare grande carità durante una grave carestia.

Leonzio di Neapolis di Cipro, suo amico e compatriota (Giovanni era nato in Cipro), scrisse una biografia di lui assai apprezzata. Quando i Persiani invasero A., il patriarca, che non ne ricavò i vantaggi concessi ai corpi, si ritirò verso il 619 in Cipro. Come il patriarca di Giorgio (620-30) per l'occupazione persiana dell'Egitto (617-27), causa di distruzione di chiese e monasteri, e della deportazione e del martirio dei cristiani, fu tristissimo, così fu infelice il patriarca di Ciro (630-43). In questo periodo vi fu innervato araba (638); poi il nuovo movimento del monoteilismo che nella persona di Ciro, protetto da Sergio di Costantinopoli suo collega, minacciò seriamente di guadagnare altri personaggi alla sua eresia. Ad A. due santi, grandi campioni dell'ortodossia cattolica, Sofronio e Massimo Confessore, si opposero virilmente alle dottrine nefaste del patriarca. Della situazione della Chiesa greca d'A. alla vigilia dell'occupazione araba, che doveva durare quasi nove secoli, possiamo farci un'idea considerando che questa Chiesa, già così florida sotto Atanasio e Cirillo, dopo la formazione della Chiesa copta monofisita e dopo l'invasione persiana contava appena 200.000 fedeli appartenenti agli ambienti dei funzionari, soldati e commercianti, cioè agli «stranieri», mentre la Chiesa copta «indigena» disponeva del numero imponente di ca. 5-6.000.000 (quasi la intera popolazione indigena). Anche l'Etiopia, che aveva ricevuto il suo primo vescovo Frumenzio da s. Atanasio, si era sottratta alla Chiesa greca di A. e sottomessa al patriarca copto monofisita. L'unione almeno esterna fra

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gli aderenti di Ciro patriarca ed i monofisiti sulla base del monotelismo rimase sterile.

IV. Dalla occupazione araba (638) alla conquista turca (1517)

Mentre i copti salutarono gli Arabi come liberatori e ricevettero presto una situazione di diritto pubblico, i melkiti come amici delle truppe greche ebbero a soffrire sotto i nuovi dominatori. Inoltre, come già fu detto sopra, il loro patriarca era monotelita, e così il suo successore Pietro II (643-52); dopo la sua morte la sede patriarcale rimase vacante per 75 anni. I fedeli, molto ridotti di numero a cagione dell'emigrazione o della fuga, ebbero come pastori semplici vescovi sottomessi al metropolita di Tiro o più esattamente consacrati a Tiro. Le loro chiese passarono quasi tutte nelle mani dei loro avversari che ne fecero moschee e templi monofisiti. Sotto il califfo Hishām (724-43) la Chiesa greca d'A. poté essere riorganizzata; divenne patriarca l'illettorato Cosma (727-67); cui successe il medico Politiano. Consolante fu l'abiura dell'eresia dei monoteliti, fatta dal patriarca Cosma nel 743, la partecipazione della Chiesa d'A. ai concili ecumenici VI, VII, VIII, la lotta della Chiesa di A. contro l'iconoclasmo. Nelle lotte foziane il patriarca d'A. Michele I (859-71) ne seguì i diversi avvenimenti; egli ricevette una lettera del papa Niccolò I (scritta il 18 marzo 862) e condivise il punto di vista del patriarca bizantino Ignazio durante l'VIII concilio, per mezzo di un legato; però nell'879 il suo successore Michele II in un'altra legazione sostenne, dopo la morte di Ignazio, la causa di Fozio il quale intanto, secondo una opinione assai probabile, si era messo in via di accordo col papa Giovanni VIII. Non è noto quale parte abbia avuto il patriarca d'A. nella lotta del patriarca Cerulario, ma sembra che dal sec. XII la Chiesa greca d'A. si sia avvicinata abbastanza alla Chiesa bizantina separata da Roma poiché il patriarca Marco II (verso il 1195) aveva indirizzato una serie di domande canoniche al patriarca d'Antiochia (residente a Costantinopoli) Teodoro Balsamon. Abbiamo però una lettera del patriarca Niccolò I (verso il 1210) al papa Innocentio III nella quale espone la tristissima situazione cagionata dalla persecuzione inflitta alla sua Chiesa ai tempi delle crociate dai musulmani dominatori; il Papa gli rispose con lettere consolatorie. Nel 1367 il patriarca Nifon insieme ai suoi colleghi di Costantinopoli e di Gerusalemme scrisse una lettera pacifica (unione?) al papa Urbano V che rispose con grande carità. In occasione del Concilio di Firenze il patriarca Filoteo s'assedio all'unione almeno fino all'anno 1443. Nel sec. XV, la Chiesa d'A. sotto il dominio dei Mamelucci era assai piccola, ma neanche la Chiesa copta aveva molti fedeli in Egitto. Se non fossero stati i cosiddetti fondachi con protezione consolare in alcune città d'Egitto, i cittadini cristiani delle varie potenze occidentali e dell'impero bizantino residenti in Egitto sarebbero stati ancor più molestati. Peggiore diventò dal 1517 la sorte del patriarcato greco d'A. riguardo alla sua indipendenza di fronte al patriarcato greco di Costantinopoli, ma in qualche senso si ebbe un miglioramento di fronte alla potenza turca, nuova padrona dell'Egitto. Si dovrà però aspettare l'azione politica di Mohammed 'Ali, il fondatore dell'Egitto moderno (1806-49), per vedere il patriarca greco d'A. cominciare a rendersi indipendente dall'influenza predominante del Phanar.

V. Dalla conquista turca (1517) fino ai nostri giorni

Il patriarca Gioacchino Pany (1487-1567) che sotto i Mamelucci aveva avuto difficoltà spesso tragiche, poté cominciare sotto il sultano Selim una nuova fase di vita meno infelice. Egli, nato ad Atene, era fuggito da questa città quando fu presa dai Turchi e si era ritirato nel monastero del Monte Sinai. Eletto patriarca, risiedette in un monastero del Cairo; ad A. vi erano allora quattro chiese cristiane dipendenti probabilmente tutte o in gran parte da lui. Dopo la presa del Cairo, che costò la vita a moltissimi cittadini, poté contribuire a migliorare la situazione a causa delle mutate circostanze politiche e delle sue relazioni con la corte di Russia. Egli, secondo una nota monoscritta che sembra esatta, sarebbe arrivato all'età di 119 anni. I suoi successori Silvestro (1569-90), Melezio Pegas (1590-1601) e Cirillo Lukaris (1602-20) erano, come cretesi, sudditi della repubblica di Venezia e potevano così per la loro persona e per il bene del loro patriarcato assicurarsi la protezione di questo Stato allora potentissimo. Durante il governo ecclesiastico i due ultimi esercitarono il loro influsso, soprattutto contro l'unione dei Ruteni con la Chiesa cattolica. Cirillo Lukaris dal 1620 divenne patriarca di Costantinopoli. Le relazioni con la Russia, cominciate sotto il patriarca Gioacchino Pany, vengono sviluppate nei secc. XVII e XVIII; delle relazioni del patriarcato d'A. con altre Chiese (anglicana, ecc.) e con la Chiesa cattolica si dirà poi. Con la Russia ebbero relazioni particolari i patriarchi Gerasimo Spartaliotes (1620-39), che mandò il suo potosincello Giuseppe a Mosca per la versione di opere greche nella lingua russa; Paisios (1657-77) il quale partecipò al Sinodo di Mosca che depose il patriarca Nicone, e promosse gli studi superiori in Russia, ed altri che chiesero elemosine ai ricchi zar. Quando nel principio del sec. XIX cominciò la lotta per l'indipendenza ellenica, i patriarchi di A., Teofilo I (1805-25) e Ieroteo (1825-45) osarono immischiarsi in questa politica. Da notare che i patriarchi di quest'epoca stabilirono la loro residenza a Costantinopoli, e ciò contribuì a rendere il patriarcato di A. molto esposto all'influsso del Phanar. Tale situazione anormale cessò nel 1846; la Chiesa d'A. contava allora soltanto dieci chiese e due monasteri. Il patriarca Sofronio IV (1870-99), già patriarca di Costantinopoli, si acquistò molti meriti per l'ordinamento delle finanze ecclesiastiche, e per l'erezione di nuove chiese e cappelle e di istituti di carità. Il patriarca Fozio (1900-1925) fondò le due riviste Ekklēsiastikos Pharos e Pantainos; Melezio IV (1922-33) pubblicò nel 1934 statuti intorno all'elezione del patriarca, fondò un seminario ecclesiastico, fece trasportare i monasteri e i libri della biblioteca del Cairo nella biblioteca del patriarcato ad A. Merita di essere notato che nel 1937 fu stipulato un accordo fra il patriarca ed il Ministero di Nahas Pascià intorno all'elezione del patriarca. Un problema difficilissimo rimane per A., cioè di eliminare la rivalità fra i Greci immigrati ed i Siri pure immigrati nei tempi recenti, perché l'immigrazione nuova dei due gruppi ha cambiato totalmente la situazione del patriarcato greco.

VI. Rapporti dei patriarchi di A. con gli anglicani, i «non giurati» ed altri acattolici. — Il patriarca Cirillo Lukaris mandò nel 1616 Metrofane Kritopoulos con una lettera all'arcivescovo anglicano Abbot di Canterbury per fare in quel regno studi di lettere e di teologia; in altra occasione, quando non era più patriarca di A., scrisse di nuovo, mandandogli insieme un dono prezioso per il re Carlo I: il celebre codice della S. Scrittura, noto sotto il nome di «Alexandrinus», oggi nel Museo Britannico. Metrofane Kritopoulos, dopo aver studiato ad Oxford, nel suo ritorno visitò parecchie università protestanti della Germania e compose in quell'occasione la nota Homologia («Fossio fidei») la quale in alcuni punti s'avvicina alla dot