AMBROSIANA, BIBLIOTECA

AMBROSIANA, BIBLIOTECA. - La b. A.
appartiene al novero delle grandi biblioteche erette per
manifestanza di dotti mecenati. Fondata nel 1607 da
Federico Borromeo, arcivescovo di Milano (1594-1631),
cugino di s. Carlo, fu definitivamente aperta l’8 dic.
1609. È fra le prime biblioteche che siano state desti-
nate all’uso pubblico; nel che si ravvisa un’alta e larga
benemerenza del fondatore a vantaggio degli studi,
nello stanco periodo posteriore al Rinascimento ita-
liano.

Dal volume degli Statuti, scritti in latino dallo
stesso fondatore, e tuttora vigenti, si rilevano il carat-
tere e lo scopo della biblioteca. Fu intenzione infatti
di Federico Borromeo di costituire, sotto lo scudo e
l’insegna di s. Ambrogio, più che una biblioteca pro-
priamente detta, una specie di ateneo universale delle
scizze e delle lettere per sollevare la generale cul-
tura, particolarmente del clero, mettendola a dispo-
sizione della religione e del progresso scientifico in
un’epoca nella quale la cultura stessa, dopo gli splen-
dori del Rinascimento, pareva fosse decaduta. A tale
scopo il Borromeo costituì un collegio di quindici
persone dotte, scegliendole fra i migliori elementi
del ceto ecclesiastico, anche forestieri, e loro deputando
l’ufficio di coltivare le varie scienze con speciale inte-
resse per la storia, la filosofia, le letterature classiche
e le lingue orientali in genere. Al sostentamento del
collegio provvide, attraverso l’istituzione di conserva-
tori quinquennali, con mezzi materiali e devoluzioni
di proprietà terriere, che da principio furono suffi-
cienti a mantenere il numero prefisso degli studiosi
scelti, ma che nel corso dei secoli si rivelarono meno
bustevoli, tanto che quel numero iniziale andò in se-
guito assottigliandosi, sempre però rimanendo l’ob-
bligo agli studiosi prescelti, che egli chiamò con ter-

mine ufficiale dottori, di occuparsi ciascuno esclusivamente di un ramo del sapere (singuli singula) e di pubblicare il frutto delle ricerche scientifiche compiute, mantenendosi in contatto coi dotti d'Europa e trascurando qualsiasi altro impegno che non fosse di scienza. E anche maggiori sussidi materiali avrebbe il cardinale apportato al sostentamento della biblioteca, se gli eventi della vita e le circostanze dei tempi gli fossero stati maggiormente favorevoli. I conservatori, cui era demandato l'ufficio di amministrare il patrimonio e di fornire ai dottori ogni possibilità per i loro studi, erano sei di numero: ad essi apparteneva, per diritto perpetuo, il membro più anziano della principessa famiglia Borromeo.

La b. A. sorse dalle fondamenta nel centro della Milano romana, in vicinanza del Duomo, su una striscia di terreno parallela e quasi attigua al tempio del S. Sepolcro. L'edificio fu eretto, come ne scrisse il monaco, con animosa lautezza, e potremmo dire regale, nell'epoca del dominio spagnolo in Milano. Il Borromeo s'era consultato a ciò preventivamente con cinque architetti: il Tesauro, il Trezzi, e specialmente Lelio Buzzi, Fabio Mangone e Francesco Richino. Ma, poiché la biblioteca non bastava al buon gusto del suo fondatore, questi vi aggiunse nel 1618, sull'area della demolita scuola Taverna, una vasta quadrieria o pinacoteca (v. AMBROSIA, Pinacoteca). Altra accesione importante fu il museo Settala che si incorporò con la b. A. per quanto mutilo e meno completo nel sec. XVIII: uno dei primi musei fondati in Europa, con una raccolta etnografica, storica, archeologica che dimostra l'alta genialità di scienziato del patrizio milanese che l'aveva allestita. Alla biblioteca il Borromeo volle aggiungere pure l'amministrazione e il possesso del Colosso (il cosiddetto S. Carlone), e dell'annesso colle, presso Arona, sulla sponda pedemontana del Verbano inferiore.

La biblioteca nel suo complesso edilizio continuò ad espandersi nei secoli successivi. Sul principio del sec. XIX, dopo le manomissioni di tesori d'arte e di manoscritti ambrosiani, operato dall'esercito napoleonico, e dopo le conseguenti restituzioni a seguito del Congresso di Vienna del 1815, la biblioteca ebbe ulteriori ampliamenti con la cessione definitiva dei contigui locali già adibiti dai soppressi Domenicani di S. Maria della Rosa, dagli Oblati del S. Sepolcro e dall'istituzione ospitaliera di S. Corona; cosicché, demolitasì anche l'antica chiesa di S. Maria della Rosa e sull'area di essa essendo stata edificata dagli architetti Moraglia e Cagnola la nuova fronte del palazzo della biblioteca con una nuova sala di lettura e nuove sale per la pinacoteca, nel 1836 l'istituto appariva notevolmente ingrandito. Nel 1923 il cortile interno venne trasformato in grande sala di consultazione, dedicata dal prefetto Gramatica a papa Pio XI (con statua di lui in bronzo, del Quattrini, 1927); e, operatasi nel 1928 l'annessione del tempio del S. Sepolcro e relative dipendenze, dopo le ampie riforme successive 1927-32 e 1938 (architetti Moretti, Minali e Annoni, prefetto Giovanni Galbiati), l'istituto dell'A. quintuplicava la sua estensione primitiva e la sua espressione edilizia, circoscritta ormai in un quadrilatero indipendente e per sé stante fra piazza S. Sepolcro e piazza della Rosa, oggi detta di Pio XI.
La b. A. è celebre per la raccolta di manoscritti e codici antichi adunati nella massima parte dallo stesso fondatore mediante l'opera di dotti commissari, da lui incaricati e mandati nel primo decennio del Seicento a far incetta di libri in vari paesi d'Europa, come in Germania, nei Paesi Bassi, in Francia, nella Provenza, in Spagna, nonché nei paesi del Mediterraneo orientale e particolarmente nelle Isole Ionie, in Grecia, nel bacino dell'Egeo, nella Siria, in Turchia, in Egitto e nell'Africa settentrionale, i quali raccolsero una vasta e molteplice supplementare.

I lettile manoscritta di grandissimo valore per contenuto, per antichità e per provenienza: raccolta che diede subito fama alla biblioteca del card. Federico e oggi ancora costituisce il nucleo più importante dell'A. In complesso, tenuto calcolo delle miscel·lane, la raccolta si componeva di ca. 35 mila manoscritti, pergamenacei o cartacei, d'ogni tipo e scuola paleografica, nei quali si conteneva pressoché tutto lo scibile d'allora e, per riflesso, lo scibile antico. La parte più rilevante di essa era costituita dai manoscritti greci e latini, tanto classici che bizantini e medievali; seguivano quelli di storia, di letteratura patristica sia greca come latina, le versioni della Bibbia, i commenti e l'esegesi biblica, omelie, opere retoriche, codici liturgici, leggende e documenti preziosi di tempi remoti. Una particolare importanza aveva la raccolta dei codici orientali, segnatamente semitici, e fra questi da rilevarsi il nucleo arabo, prevalentemente musulmano, insieme con il gruppo di manoscritti ebraici, samaritan, siriani, etiopici e persiani. Tutta questa ingente e preziosa suppellettile il cardinale aveva radunato facendo uso della propria alta influenza presso chiese, monasteri, bibliofili e noti umanisti dell'epoca, oppure acquistando direttamente singoli manoscritti o fondi di manoscritti. Il duca di Savoia Carlo Emanuele inviava una silloge di epigrafi antiche. Fra i monasteri, quello di Bobbio fornì il nucleo latino più antico e più prezioso. Un'ampia collezione greco-latina di singolare pregio, adunata già dal bibliofilo Gian Vincenzo Pinelli (m. nel 1601), perveniva al card. Federico per acquisto da Napoli nel 1609. Antonio Olgiato, che fu il primo prefetto, fu altresì il primo ordinatore dei codici che giungevano alla biblioteca.

Ma le collezioni ambrosiane continuarono ad accrescersi ulteriormente con donazioni degne di rilievo per la loro ricchezza: nel 1637 per il gesto di Galeazzo Arconati, parente ed ammiratore del cardinale, vi entravano i manoscritti e i disegni di Leonardo da Vinci con il Codice Atlantico, e, durante la prefettura di Achille Ratti, il lascito Trotti-Bentivoglio, il blocco di manoscritti originali del Parini, nonché il cospicuo fondo arabo-yemenico nel 1909 per sottoscrizione cittadina e per iniziativa dell’islamologo Eugenio Griffin. Altro fondo arabo pervenne dalla Tripolitania nel 1927 per gli uffici di G. A. Noseda. Copiosa scelta di pergamene notarili forniva il cav. Reschigna di Cannobio. G. Martelli donò l’archivio e i manoscritti, con l’esploratorio, di Cesare Cantù.

Numerosi sono nella raccolta ambrosiana i manoscritti antichi miniati, appartenenti ad ogni scuola, e famosi sono i palinsesti, le pergamene, le carte nautiche e portolane. Taluni manoscritti e palinsesti, come l’Omero dipinto del sec. III d. C., la Bibbia siriaca Pesciitto del sec. VI, il palinsesto dell’Ulfilia gotico, la versione dei Settanta, il Terenzio miniato, i palinsesti di Frontone e di Plauto, il semionciale di Simmaco e di Plinio, il frammento muratoriano, il Giuseppe Ebreo in splendido volume papiraceo, l’Evangelo apocrifo di S. Giovanni (arabo), i codici cuffici del Corano, il Virgilio greco-latino in palinsesto arabo, il codice Irlandese, la Divina Commedia del 1353, il codice Provenzale, il palinsesto tachigrafico, i superbi codici greci con o senza miniature, il Virgilio del Petrarca, il Libro d’Ore di Cristoforo de Predis, e molti altri, sono da fama mondiale. Da notare la collezione degli autografi e degli epistolari di umanisti, di Lucrezia Borgia, del Manzoni e di molti altri. Di tutti i manoscritti e codici ambrosiani esistono cataloghi generali o parziali per la ricerca, taluni a stampa, altri per uso di consultazione in sede.

Quanto agli stampati, la b. A. conta circa 2000 incunaboli fra greci e latini, con soggetti unici e di prima importanza. Ricchissima è di libri cinquecenteschi e di edizioni rare d’ogni paese europeo, in parte acquistati già da Federico Borromeo, ma accresciuti per successive accessioni e donazioni da parte di mecenati, fra i quali ricordiamo la scozzese David Colvill, Stefano Rampini, Teodoro Osio, Giovanni Pasquali, G. B. Rusca, il conte Abbate-Forieri, donna Talenti di Fiorenza, gli Oblati del S. Sepolcro, oltre le librerie Simonetta, Migliavacca e Lambertenghi, Marelli con opere del periodo napoleonico-francese a Milano, A. Bonelli, il barone Custodi, il marchese Fagnani, William Currie con scelti incunaboli, G. Cerutti, F. Agnelli, il boemo C. Menzingher, Cristoforo Bonavino, C. Nardi, P. Tosi, Tullo Massarani, il duca Tommaso Gallarati-Sc

Article illustration
(fol. filid. Ambrosiana)

Ambrosiana, biblioteca - Battaglia fra Achei e Troiani, Iliade, lib. VIII. otti, i conti Giulio e Porro Lambertenghi pure con una serie d’incunaboli, le librerie Villa-Pernice, Polli, Osnago, l’astronomo Giovanni Schiaparelli, Antonio Ceriani, Poma, Vitali e, recentemente, Gioconda Ellero, Amilcare Piccioni, Maria Pedetti-Ponchielli, il duca Giordano Orsini di Napoli, Enrico Casanova, Carlo Giussani con la sua raccolta giapponese, Giuseppe Marietti coi classici teubneriani e le grandi riproduzioni paleografiche De Vries, la biblioteca arabo-musulmana di Eugenio Griffin (1926), con aggiunta anche di manoscritti arabi, la biblioteca glottologica di Carlo Salvioni (1929), le librerie di Luca Beltrami e di Achille Ratti, le monumentali riproduzioni cartografiche del principe cairota Yüsuf Kamal per l’olandese F. C. Wieder. Per testamento del conte Giacomo Mellerio (1847), all’A. veniva annessa la biblioteca della Certosa di Pavia, che fu lasciata però in quella sede. Nel 1937 si ebbe un altro accrescimento bibliografico rilevante con l’annessione dell’intero Ludoci-cianum, o Museo di Lodovico Pogliaghi, sul Sacro Monte sopra Varese.

Per effetto di questi accrescimenti la raccolta degli stampati divenne pure imponente, senza per altro che la quantità andasse a detrimento della qualità; sono ricche infatti le raccolte ambrosiane non solo d’incunaboli, ma anche di edizioni Aldine, di Elzeviri, di Cominiane, di Bodoniane, dei Giolito, dei Giunta e di Roberto Stefano, come numerose sono le opere illustrate, le specialità bibliografiche, le grandi raccolte: tutto ciò insomma, che può rendere preziosa un’istituzione di questo genere. Pure numerose e varie le legature artistiche antiche originali. Ricchezza, questa, che continua ad accrescersi per ogni ramo del sapere, (sala della linguistica, sala paleografica), come anche della tecnica moderna, per quanto lo scopo della biblioteca sia di natura retrospettiva, e però le sue maggiori benemerenze riguardino in modo particolare i campi che servono alla ricostruzione del passato. Nel 1947 la biblioteca s’accrebbe del vasto e prezioso deposito dell’archivio storico arcivescovile milanese in 1340 cartelle miscellanee contenenti complessivamente 4000 volumi manoscritti inediti.

Alla b. A. sono annessi un archivio con la documentazione trinocolare dello sviluppo interno dell’istituto; una larga raccolta di pergamene notarili con diplomi imperiali medievali; gli epistolari di s. Carlo Borromeo e di Federico Borromeo, densi di 60 mila pezzi; un Museo lapidario con iscrizioni romane e medievali su marmi, un Medagliere e un Gabinetto Numismatico ricco di ca. 15 mila pezzi, con collezione di monete romane antiche e particolarmente di monete italiane più recenti; un gabinetto, recentemente costituito per il restauro dei manoscritti e delle pergamene. Fin dai primi inizi la b. A. aveva una tipografia propria che,

dopo feconda attività, cessò di funzionare verso la metà del sec. XIX.

La b. A. ebbe la ventura di vedere intessuto il proprio solenne elogio da Alessandro Manzoni, che, nel cap. XXII dei Promessi Sposi, dedica pagine intere a descrivere l'origine, lo sviluppo e il funzionamento; e, in realtà, in tre secoli di esistenza, essa ha dato al suo uomini di singolare valore, a cominciare dallo stesso fondatore Federico Borromeo; dal primo bibliotecario Antonio Olgiato di Lugano, ad Antonio Giggi, primissimo cultore dell'arabismo, agli storiografi Ripamonti, Sassi, Oltròchi, a Ludovico Antonio Muratori, ad Angelo Mai, all'orientalista e paleografo Ceriani, a Giovanni Mercati, a L. Gramatica, ad Achille Ratti che divenne papa Pio XI.
I Dottori della b. A. sono anche insigniti di alcuni titoli onorifici, civilmente riconosciuti, e nelle funzioni religiose - ecclesiastiche procedono col capitolo di S. Ambrogio in città - Vedi Tavv. LXXX-LXXXI.

BIBL.: La bibliografia sulla b. A. è troppo vasta perché qui si possa dare di essa anche un solo elenco approssimativo. Ci limitiamo all'indicazione delle opere generiche seguenti: Constitutionse Collegii ac Bibliothecae Ambrosianae, Milano 1609; Documenti per la donazione dei manoscritti di Leonardo fatta da Galeazzo Arconati, Milano 1637; Fr. Rivola, Historia del card. Federico Borromeo, Milano 1636; P. Terzaghi, Museum Septalium Manfredi Spalae, Tortona 1664; P. P. Bosca, De origine et statu Bibliothecae Ambrosianae, Milano 1672; G. A. Sassi, De studiis litterariis Mediolanenses antiquis et novis, prodromus ad historiam typographicum Mediolanensem, Milano 1729; B. Montfaucon, Bibliotheca Bibliothecarum, Parigi 1739; S. Lattuada, Descrizione di Milano, IV, Milano 1738; C. Amoretti, Osservazioni sulla vita e disegni di Leonardo da Vinci, Milano 1784; A. Ceruti, La b. A., Milano 1881; A. Ratti, Pio XI], La b. A., in Statistica delle Biblioteche per il Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio, I, 1, Roma 1893; Ch. Quesnel e A. Piedagnel, Le cardinal Frédéric Borromeo, Lilla 1890; L. Beltrami, La b. A., cenni storici descrittivi, Milano 1895; A. Ratti, Pio XI], Guida sommaria per il viatico delle b. A. e delle collezioni annesse, Milano 1906; A. Scuola medica, La b. A., Milano 1911; G. Galbiati, La b. A., e recenti lavori di ordinamento, in Atti del I Congresso mondiale delle Biblioteche e di Bibliografia, Roma-Venezia 1929; id., Come l'A. celebra il III Centenario di Federico Borromeo, in Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, fasc. 1-15 (1931); id., Federico Borromeo studioso, umanista e mecenate, in Atti della XX Riunione della Società Ital. per il progresso delle Scienze, I, Milano 1931; C. Castiglioni, Il card. Federico Borromeo, Torino 1931; A. Saba, La b. A. (1609-1912), Milano 1932; G. Morazzoni, L'A. nel III centenario di Federico Borromeo, Milano 1932; G. Galbiati, Die Ambrosiana in Mailand, Widerhall einer Jahrhundertfeier, Colonia 1935; F. Meda, Papa Pio XI e le costituzioni della b. A., in La Scuola Cattolica, 1939.

Fra i cataloghi a stampa di manoscritti notiamo per la loro ampiezza solo i seguenti: G. De Hammer-Purgstall, I codici Arabi, Persiani e Turchi della b. A., in Bibl. Ital., Milano 1839; A. Reifferscheid, Bibliotheca Patrum Latinorum Italica, Vienna 1871; Catalogus codicum hagiographiarum Latinorum bibliothecae Ambrosianae, Bruxelles 1892; O. Seebass, Handschriften von Biblio 1896; in der Vatikanschen und Ambrosianischen Bibliothek, Lipsia 1896; D. Bassi e E. Martini, Catalogus codicum Graecorum Bibliothecae Ambrosianae, 2 voll., Milano 1906; R. Beer, Bemerkungen über den ältesten Handschriftenbestand des Klosters Bobbio, Vienna 1911; G. Cesari, Catalogo delle opere musicali mss. della b. A., Parma 1911; E. Griffin, Catalogo dei mss. arabi di nuovo fondo della b. A., I, Roma 1910-1919; P. Revelli, I codici geografici della Pio XI, è essenzialmente vera nel delineare l'origine della b. A. come liturgia romana, ma non esclude che a formare la b. A. abbiano concorso molte influenze orientali e gallicane. Gli studi e le discussioni fatte da F. Cabrol, H. Leclercq, G. Morin, A. Wilmart, G. Mabilon, L. Duchesne, C. Callewaert, A. M. Ceriani ed altri sulla sua origine, conducono a questa conclusione: la b. A. è composta di un nucleo essenzialmente romano con infiltrazioni e soprastrutture gallicane, orientali e medievali fino al sec. XVI, non tutte facilmente individuabili, le quali tuttavia non ne soffocano il profilo genuinamente latino.

Il nome di b. A. non deve far credere che S. Ambrogio ne sia stato l'inventore, né che abbia fatto tali innovazioni da giustificare un attributo di paternità. È stato solo dopo la riforma romana di S. Gregorio Magno che la distinzione fra il rito di Roma ed il rito di Milano, prima non troppo marcata, portò a classificar quest'ultimo col nome di l. a.: in realtà S. Ambrogio aveva trovato a Milano un rito bene ordinato in forme tradizionali con alcune differenze dagli usi di Roma (ad es. nel digiuno), le quali indicano già influenze venute non da Roma. In quale stato S. Ambrogio abbia trovato la liturgia a Milano e che cosa si possa dedurre dalle sue opere fu già oggetto di studio da parte di M. Magistretti, corretto e perfezionato a sua volta da A. Pareide da E. Cattaneo; le conclusioni dei quali sono più brevi ma criticamente più sicure. Essendo però s. Ambrogio l'unica fonte per la conoscenza del rito ambrosiano nel sec. IV, ed avendo i milanesi elevato il Santo alla dignità di rappresentante religioso, morale e civile di Milano, si spiega come dal sec. VII in poi anche la liturgia venisse chiamata l. a. Nelle sue opere, ma

specialmente nel De mysteriis e nel De Sacramentis, egli tratta tutti i punti della liturgia, dalle sinapsi eucaristiche e salmodiche ai Sacramenti, dalla gerarchia all'anno liturgico, dai funerali alla lavanda dei piedi. Però ne parla quasi sempre di passaggio, come accennando a cosa ben nota ai suoi uditori. Oggi constatiamo che, nonostante le corruzioni e correzioni subite nei secoli, la 1. a. ha conservato gran parte di ciò che ci descrive s. Ambrogio, il quale tuttavia ha avuto la sua parte d'innovatore.

Prescindendo da varie riforme disciplinari di poca importanza, esse si riducono a tre sinora provate: le vigili, le antifone, gli inni. Vi si può aggiungere il canto, per il quale rimandiamo alla voce AMBROSIANO, CANTO.

a) La Vigilia. — È una veglia notturna iniziata la sera precedente la festa. Le prime furono vigiliate domestiche; le seconde quelle del dies natalis dei martiri. Da queste vigili, che dal luogo di riunione (statio), erano dette vigiliae stationales, si distinguevano le vigiliate quotidiane, di origine probabilmente alessandrina, che danno inizio all'ufficiatura lucernaris (vespro) e nocturna (mattutino).

S. Ambrogio trovò già a Milano queste vigili, e non fece altro che ordinarle meglio, fissarne le leggi per ovviare a quel senso di disordine e di stanchezza che pervadeva i fedeli nella lunga veglia. Fu durante una di queste vigili (quando Giustina tentava di occupare la basilica Porzia) che s. Ambrogio istituì il canto antifonato.

b) L'Antifona. — «Duobus choris alternatim con-cinentibus quasi duo Seraphim... Apud Latinos autem primus idem beatissimus Ambrosius antiphonas constituit Graecorum exemplum imitatus »- (Isidoro). Prima il canto dei salmi era fatto, come quello delle lezioni, da un lettore e il popolo rispondeva alla fine con una acclamazione (v. nella liturgia ebraica la conclusione del salmo 105, oppure tutto il salmo 135). La cosa è restata nella 1. a. nel Cantico dei traficuilli; in quella romana è restata alla fine della processione nella Domenica delle Palme e negli Improperi del Venerdì santo (tanto per citare qualche esempio). L'innovazione di s. Ambrogio fu nel farla cantare come si fa ora, a due cori che eseguiscono alternativamente un versetto del salmo. Secondo la bella espressione dello stesso santo Dottore (Explan. ps. XII, 1, 9), prima uno cantava e tutti disturbavano, poi invece tutti cantavano e nessuno disturbava. Questa innovazione originata in Siria passò successivamente ad Antiochia, a Cesarea ed a Milano (v. ANTIFONA).

C'è da notare che per renderla accessibile alla massa del popolo, la melodia dei salmi venne semplificata lasciando all'antifona la sua melodia originaria.

c) L'Inno. — S. Ambrogio fu poeta, ma poeta popolare, non nel senso di povertà lirica che si attribuisce a questa parola, ma nel senso di compositore capace di farsi intendere dal popolo per il quale esclusivamente scriveva. Gli eretici Ario ed Apollinare si erano serviti di inni per la propaganda dell'eresia. S. Ambrogio, per contrapporre nuovi mezzi di difesa all'eresia, creò un nuovo tipo di inno (dimetro giambico a strofe di quattro versi con una melodia prevalentemente sillabica) così largamente diffuso ed entusiasticamente accettato dal popolo da essere per questo accusato come di magia. Da Milano i suoi inni si diffusero nelle Chiese italiane e gallicane; vennero imitati in altri luoghi, di modo che anche Roma (la più restia all'innovazione) l'accettò chiamando col nome di Ambrosiano ogni inno fatto sul tipo di quelli di s. Ambrogio. Questi rimane dunque il fondatore, in Occidente, della poesia lirica cristiana, che si può dire nata per caso nel famoso assedio della Porzia. L'inno non è però occasionale o improvvisato, ma è frutto di lungo studio nel concentrare in facili versi verità sublimi.

Lo scopo eminentemente apostolico, non solo letterario, ma pratico e dogmatico, e l'effetto di un insegnamento dato in questa maniera, sono esposti dallo stesso s. Ambrogio nello spiegare il salmo 1 (Explan. psalmi. XII, 1, 9). Per il numero degli inni composti da s. Ambrogio stesso, V. AMBROGIO, santo.

2. I LIBRI LITURGICI MILANESI

a) Messale. — La 1. a. non può citare documenti anteriori al sec. IX, dei quali il primo è probabilmente quello pubblicato da A. Wilmart col titolo: Expositione Missae Canonicae. Segue subito il Messale di Biasca e il Sacramentario bergomense del sec. X. A. M. Ceriani ha pubblicato un Canone ambrosiano del sec. XI. Dopo di questi, abbiamo molti altri manoscritti fino ai primi incunaboli del 1475. Le edizioni ufficiali invece finora sono solo 9, dal 1594 al 1936. Il primo studioso del Messale ambrosiano è stato Giovanni Bartolomeo De Guerci col suo Liber Celebrationis Missae Ambrosianae, dei primi anni del sec. XIII. L'edizione critica più impor

Article illustration
(Isd. Bibl. Ambrosiana)
Ambrosiana, biblioteca - Disegno per una macchina semovente dal Codice Atlantico di Leonardo da Vinci.

tante è

1011 AMBROSIA N. LITURGIA 1012

il Missale Duplex preparato dal Ceriani e pubblicato da Achille Ratti (poi Pio XI) nel 1913.

Il Messale ambrosiano contiene 236 prefazi. Se ne possono aggiungere altri 77, ora non più in uso, ma conservati nei sacramentari ambrosiani antichi. Il Messale romano invece, che col Sacramento loro leoniano ne aveva 267, ora ne ha solo 15.

b) Breviario. — Nel rito milanese il libro che incominciò a radunare la materia, dalla quale dovevano nascere e derivare gli altri libri, si chiamò Manuale. Era particolarmente usato non solo per la salmodia, ma anche per le funzioni pubbliche. Conteneva vario rubriche, le parti della Messa che spettavano al coro e in talune edizioni anche le Orazioni, e le prime parole delle lezioni per la Messa e per l'ufficiatura; persino testi e rubriche per la amministrazione del Battesimo e dell'Estrema Unzione.

I più antichi manuali rimastici sono del sec. X. Il più importante dei manuali è il Beroldus (dal nome del raccoglitore, sopraintendente ai lumi ed alle lamenti) e il Mila (dal nome del duomo di Milano) del sec. XII. Questo manuale comprende rubriche, cerimonie, testi, calendario e divisione delle elemosine, quali erano in uso allora nella cattedrale di Milano. Verso il '500, il manuale elimina tutto ciò che non è ufficiatura e prende più esclusivamente la forma di breviario. La parola breviario appare nel 1443 per la prima volta, poi in un incunabolo del 1475. Ha concorso molto alla sua formazione come compositore di messe, ufficialmente ed inni Olrico Scaccabarozzi, vissuto nel sec. XIII. Il Dreves ha pubblicato parte della sua produzione. Le edizioni del Breviario furono finora 32, dal 1475 al 1902; la prima edizione però sembra non altro che la copia di un manoscritto del sec. XIII. I Monaci benedettini di Maria Laach stanno studiando la revisione completa criticamente più perfetta possibile del Breviario ambrosiano. Riguardo all'uso della S. Scrittura già Radolfo De Rivo (sec. XIV) avvertiva che gli ambrosiani seguivano la versione dei Settanta. Questo è vero ora per il Salterio, perché per le lezioni scritturali s. Carlo ha voluto introdurre il testo della Volgata. Il Salterio completo viene recitato durante l'anno nel corso di due settimane. Il Breviario ambrosiano comprende 78 inni non considerando come tale il De Deum.

c) Il Pontificale. — M. Magistretti pubblicò un codice del sec. IX ed altri estratti di codici fino al sec. XV con diversi ordines per la consacrazione della chiesa e degli arredi sacri, per i sacri ordini dei semplici chierici ai vescovi, per le consacrazioni delle vergini e delle vedove; benedizioni varie per i frutti, per le spose; esorcismi; consacrazione degli oli sacri, e persino un Canone della Messa e la consacrazione del r. d'Italia.

Il Pontificale ambrosiano ora non è più in uso, ed è in vigore nella 1. a. il Pontificale romano. Restano ancora, distintamente ambrosiani, il rituale dei Sacramenti ed uno speciale cerimoniare per il Duomo.

Si devono aggiungere: il Collettario (per le benedizioni col S.mo Sacramento), il Calendario, pubblicato ogni anno come guida per le Messe e l'ufficiatura, e i libri di canto: Antifonale per le Messe, Vesperale, Processionale.

3. L'ANNO LITURGICO

Come nel rito romano, si distinguono i grandi cicli di Natale, Pasqua, Pentecoste e il Santorale.

a) Ciclo di Natale. L'Avvento ambrosiano comincia la domenica dopo la festa di s. Martino; ha perciò la stessa durata della Quaresima con sei domeniche. Nell'ultima settimana di Avvento ci sono le ferie De Exceptato il cui significato assai discusso deve dipendere dalla etimologia (excipere «accogliere») in relazione alla imminente venuta di Cristo. Nell'ottava dopo Natale abbiamo l'esempio unico di ufficiatura mista tra le feste dei santi e l'ottava natalizia. Accade anche di recitare due vespri in uno stesso giorno. Nell'Epifania si annuncia il giorno della Pasqua. L'Epifania, festa più antica e solenne, ha un'ottava. Le domeniche dopo l'Epifania dovrebbero essere secoli. L'ufficiatura della sesta domenica viene sempre celebrata anche quando la Pasqua molto bassa obbliga a sopprimere qualcuna. La Quaresima incomincia la prima domenica, non al mercoledì come nel rito romano. In questa prima domenica si depone l'Alleluia, salvo che nei vespri, e lo si riprende il Sabato santo.

b) La Quaresima ambrosiana è austera: non si dice la messa al venerdì, si coprono tutte le pale degli altari (non mai il Crocifisso), non si celebra alcuna festa di santi (s. Giuseppe al 19 marzo è un'eccezione di data recente) tranne quella dell'Annunziata. Sono da notare per la loro antichità (sec. 11) le preci litaniche della Messa nelle domeniche. Il sabato antecedente la Domenica delle Palme è detto in traditione Symboli a ricordo del Credo anticamente consegnato ai catecumeni in forma solenne.

La settimana santa viene chiamata settimana In Au- thentica perché è il prototipo delle settimane nella liturgia. Il Mercoledì di essa, come indica il Prefazio, è riservato alle confessioni per la comunione pasquale del giorno seguente. Nell'ottava di Pasqua ci sono due Messe, una per i neobattezzati e l'altra per i fedeli. Il ciclo pasquale finisce col giorno dell'Ascensione. Il triduo delle litanie minori è celebrato dopo l'Ascensione perché «non si digiuna finché rimane lo sposo» (cf. Mt. 9, 15) a differenza delle Rogazioni romane di origine gallicana.

c) Il ciclo pentecostale comprende anch'esso l'ottava di Pentecoste con due Messe (la vigilia di Pentecoste assomiglia al Sabato santo riguardo al Battesimo dei nuovi cristiani), l'ottava del Corpus Domini e le domeniche dopo Pentecoste; esse pure variano di numero secondo la data della Pasqua.

Dopo il 29 ag. incominciano le domeniche dopo la Decollazione (di s. Giovanni Battista), non più di cinque; quindi le domeniche di ottobre fino alla dedicazione del Duomo. Seguono le domeniche dopo la Dedicazione fino all'Avvento. Il 25 apr. si fanno le litanie maggiori che risalgono a s. Gregorio Magno.

d) Il ciclo santorale. Tutte le feste del Signore sono distribuite nel ciclo di Natale e Pasqua e della Pentecoste, tranne la Trasfigurazione, fissata per il 6 ag. Le feste della Madonna sono 12 in tutto, in ordine così disposte: Purificazione, Annunziata, Visitazione, Carmelo, Madonna della Neve, Assunta, Natività, il Nome di Maria, i Sette Dolori, S. Rosario, Presentazione, Immacolata. Seguono le tre feste degli Arcangeli che sono: 29 sett., s. Michele; 24 ott., s. Raffaele; 5 dic., s. Gabriele; 2 ott., gli Angeli Custodi. I 12 Apostoli o da soli o accoppiati seguono il rito romano, tranne s. Mattia e s. Tommaso. Si noti che s. Giacomo, prima al 29 dic., fu trasferito per lasciare il posto a s. Tommaso di Canterbury; s. Giuseppe, una volta al 12 dic., fu portato al 19 marzo per uniformità all'uso romano. S. Giovanni Battista ha due feste come nel rito romano: 24 giugno (la nascita) e 29 ag. (la morte). S. Ambrogio ha un posto speciale, con quattro feste: il giovedì di Pasqua (morte), il 14 maggio (traslazione del corpo), il 30 nov. (battesimo), il 7 dic. (ordinazione episcopale) che è la festa più grande. Sono recentissime le feste del patrocinio di s. Giuseppe, del patrocinio della Beata Maria Vergine e la festa della S. Famiglia, collegate con alcune domeniche, per il popolo, ma celebrate il giorno seguente.

Tutti gli altri santi sono in prevalenza quelli dei primi quattro secoli, cui si aggiungono altri, ma non dopo il sec. XVII. Hanno preso largo posto anche i santi dei secc. XVI e XVII.

L'unico santo del sec. XVIII è s. Alfonso de' Liguori. Alcuni santi furono introdotti (senza che avessero alcun rapporto con Milano) dalla devozione dei diversi governanti che si succedettero nel ducato milanese, ad es. i re come s. Enrico, s. Luigi IX, s. Casimiro, ecc.

4. COLORI E PARTICOLARITÀ VARIE

I colori ambo-siani sono cinque:

Bianco: per tutte le feste del Signore eccettuata la Circoncisione (che ha il rosso), per tutte le feste della Madonna eccettuata la Purificazione (morello), per le vergini non martiri, e per i confessori.

Rosso: dal sabato in tradizione Symboli al Venerdì santo (essendo anticamente colore di lutto come lo usano tuttora gli Orientali e il Sommo Pontefice); per gli Apostoli e gli Evangelisti, eccettuato s. Giovanni, per le feste di Pentecoste, del Corpus Domini, e le domeniche da Pentecoste alla Dedicazione, per tutto quello che riguarda il culto eucaristico e per tutti i santi martiri.

Verde: nelle domeniche dopo l'Epifania, dopo Pasqua, dopo la Dedicazione e per le feste dei santi abati.

Morello: (detto anche violaceo) nelle feste delle sante matrone, nelle domeniche del tempo prequaresimale e quaresimale, nelle domeniche di Avvento, nelle vigili dei santi e nei funerali dei bambini. L' Arcivescovo lo usa al posto del nero.

Nero: nell'ufficiatura da morto, nelle ferie di Quaresima e nelle litanie triduanze.

A'L'altare ambrosiano autentico è quello basilicale, rivolto al popolo (si capisce perciò come, dalla supposizione che l'altare sia rivolto già al popolo, i preti ambrosiani non si rivolgono mai a dire il Dominus vobiscum, anche se effettivamente celebrano su altari non ambrosiani) e sormontato da un tempietto come è a Milano nella basilica di S. Ambrogio, ed a Roma nella basilica di S. Paolo fuori le mura.

B) La Messa ambrosiana, che ha molte somiglianze con quella romana, ha il Kyrie dopo il Gloria, il Credo dopo l'Offertorio, la lavanda delle mani prima del Qui pridi; dopo l'elevazione il celebrante stende le braccia in forma di croce, nella antica attitudine degli Oranti; il Pater noster è dopo la frazione dell'Ostia. Il sacerdote parando per la Messa mette l'amito sopra al camice; il dia-cono porta la stola sopra la dalmatica, non proprio a tra-colla, ma quasi diritta. Il camice e l'amito portano degli aurifregi che poi, divenuti parte a sé, si chiamarono cappini.

C) Fra le particolarità più caratteristiche del Duomo notiamo la scuola dei Vecchioni e delle Vecchione (v. OBLAZIONARI DI SANT'AMBROGIO. AMBROGIO). Nelle solennità maggiori l'arcivescovo inizia i vespri rivestito della pianeta. Altre caratteristiche sono i frutti che l'arcivescovo distribuisce al mattino di Natale e dell'Epifania e gli originali doni dei vespri dell'Epifania. Il 2 febbr. si fa la processione della Idea (antica tavola dipinta) raffigurante la Madonna. Degna di nota è la lunga stola bianca usata dal diacono nei primi tre giorni della settimana santa che s'incrocia sul petto e sul dorso; e la pianeta plicata usata dai ministri nelle domeniche di Quaresima.

D) Ambito. Il rito ambrosiano si usa in tutte le parrocchie dell'arcidiocesi eccettuati i vicariati di Monza, Trezzo e Treviglio e le chiese dei religiosi. Fuori diocesi ci sono 30 parrocchie bergamasche, alcune novaresi e 55 del Canton Ticino che mantengono il rito ambrosiano, e corrispondono presa poco all'antico feudo dei Borromei e al raggio di infuenza di S. Carlo, nel ducato di Milano.

5. STORIA DEL RITO AMBROSIANO

Prima di s. Ambrogio solo s. Miracle è citato come vescovo che si sia interessato del rito. Dopo, notiamo s. Simpliciano, s. Lazzaro, s. Eusebio, cui studi recenti attribuiscono vari testi di Prefazi, Teodoro, s. Eugenio (figura molto studiata e discussa). Carlomagno non riuscì ad abolire il rito di Milano nell'intento di unificare la liturgia nel Sacro Romano Impero. Nel sec. XI (triste secolo di eresia e di corruzione), i sacerdoti nicolaisti si appigliarono all'autorità di s. Ambrogio ed al rito per mantenere il dis-sidio e l'indipendenza da Roma. Si spiega quindi come i Papi tentassero unificare il rito per togliere il pretesto. Ma i buoni uffici interposti mostrarono ai legati papali la santità di esso, che quindi sarebbe stato ingiusto coinvolgere nella triste parentesi ambrosiana. È questo un capitolo di massimo interesse, dove eccellono grandi figure di Roma e di Milano, in opposizione alla compagine sovversiva di allora. Ricordiamo l'arcivescovo Franco da Parma e Piccolasso fra quelli che si succedettero sulla cattedra ambrosiana prima di s. Carlo.

S. CARLOW (v.) dopo aver collaborato a Roma alla compilazione del Caeremoniale episcoporum iniziò anche a Milano una vasta opera liturgica. Lottò contro governatori spagnoli che volevano il rito romano per una ripicca personale contro l'arcivescovo; lottò per l'osservanza della prima domenica di Quaresima, anzi ne tolse gli ultimi Allelui per uniformarla alle altre domeniche quaresimali; lottò contro i Monzesi che, abbandonato il rito patriar-chino, avrebbero dovuto adottare l'ambrosiano; non ci riuscì per una opposizione subdola a sfondo politico alla quale non furono estranei i sacerdoti; lottò per ripristinare il carattere aliturgico dei venerdì quaresimali; si circondò di validi collaboratori (quali il Galesino) per lo studio e le revisione dei libri liturgici. Faticò molto a togliere abusi nelle diverse parrocchie da lui: visitate; pubblicò istruzioni ai sacerdoti per la celebrazione della Messa, il libro delle litanie ed un Breviario. Dopo la sua morte uscirono il Rituale e il Messale da lui preparati. Il card. Federico Borromeo raccolse l'eredità del cugino e fece molte edizioni dei libri liturgici fra i quali il Caeremoniale e istruzioni rubricali. Altri arcivescovi si sentirono in dovere di prendersi a cuore il rito, del quale sono i naturali custodi e responsabili. Con diversa fortuna si misero al-impigno gli arcivescovi G. Pozzobonelli, G. Gavrusch, B. Romilli, A. C. Ferrari e I. Schuster. Quest'ultimo, già noto co-me studioso di liturgia romana, diede nuovo impulso agli stu-di ambrosiani cui contribuì largamente anche con le sue pub-blicazioni. Affidò la revisione del Breviario ai Benedettini di Maria Laach, e quella del canto all'abate G. M. Suñol.

BIBL.: a) Testi. — Breviarium Ambrosianum. Milano 1902; Caeremoniale Ambrosianum, 1919; Ambrosianum, 1936; Ambrosianum, 1935; Missale Ambros, Milano 1936; Vesperale, 1939; B) Fonti. — Beroldus, ed. M. Magistretti, Milano 1894; Ma-nuale Ambrosianum, ed. M. Magistretti, 1895; Pontificale, ed. M. Magistretti, 1896; Missale Ambrosianum Duplex, ed. A. Ratti-M. Magistretti, 1913; Expositio Missae Canonicae, ed. Wilmart, Monaco-Aschendorff 1922.

c) Studi. — A. M. Ceriani, Notitia Liturgiae Ambrosianae, Milano 1895; P. Lejay, Ambrosien (nt.), in DACL. I, coll. 1373-1442; Ambrosius, Bollettino liturgico ambrosiano, Milano 1925; A. Paredi, I Prefazi ambrosiani, 1917; E. T. Moneta Caglio, In-tendere la Messa, 1919, con buona bibliografia; A. Paredi, La liturgia di s. Ambrogio, in S. Ambrogio nel XVI Centenario della nascita, 1914, pp. 69-158; E. Cattaneo, Il Breviario ambrosiano, 1914; Atti del Congresso Liturgico Ambrosiano (le relazioni E. Cattaneo e Borella), Milano 1948. Ferdinando Longoni