ANIMALE

ANIMALE. -

1. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE

In tutte le religioni naturali, sia primitive sia evolute, a talune specie animali o a particolari individui della specie è stato tributato un culto. L'origine di tale venerazione sta nel fatto che l'a. presenta speciali prerogative di forza, di destrezza, di sicuro istinto, di acutezza nei sensi della vista, udito, odorato, di infallibile orientamento: dati tutti che manifestano in esso, agli occhi del primitivo, la presenza di una particolare potenza o forza (mana) che lo rendono degno di venerazione o che incutono terrore.

Gli a. a cui l'uomo ha reso un culto sono quelli con i quali si è trovato in contatto o per motivo di caccia o per motivo di domestico allevamento. Variano quindi le specie a seconda delle regioni geografiche o degli stadi di civiltà. Così l'orso, venerato e offerto in sacrificio fin dall'epoca preistorica quaternaria, riceve tuttora speciali dimostrazioni di rispetto dalle popolazioni del circolo polare o subpolare asiatico; il bue è stato per eccellenza sacro nell'antica Persia ed è tale nella moderna India induistica; bue, porco e pecora, gli a. cari all'agricoltore, sono stati ognora prescelti presso i Romani e i Greci come gradite vittime sacrificali; lo stesso vi dica del cavallo presso le genti indogermaniche, sia nell'India vedica dove è vittima solenne del sacrificio animale offerto dal re, sia nell'Europa settentrionale antici, slava e germanica, dove ha avuto anche funzioni divinatorie.

La funzione divinatoria rivelatrice di speciali prerogative sacralì è presso le genti dell'Italia antica attribuita in modo speciale agli uccelli nella religione degli Umbri (Tavole di Gubbio) e nel collegio sacerdotale romano degli auguri. Uccelli per eccellenza divinatori sono il picchio e il corvo.

È appena necessario ricordare la estensione che il culto degli a. (coccodrillo, sciacallo, ippopotamo, ibis, gatto, il bue Apis), ha avuto nell'antico Egitto.

Il culto degli a. o è diretto a un a. singolo, che viene considerato come il protettore di un dato individuo (v. NAGUALISMO); o si riferisce a tutta una specie considerata come l'antenata mitica e la protettrice di tutto un gruppo, e in totemismo (v.).

Con l'evolversi della vita culturale, e quindi della ideazione religiosa del gruppo, l'a. sacro finisce per decadere a semplice attributo di un dio col quale viene particolarmente associato: come l'aquila con Giove, la colomba con Afrodite, il serpente con Esculapio; e viene prescelto quale a. preferito per il sacrificio: come il porco a Demetra, l'agnella grassa alla dea Dia, il capro a Dioniso, ecc.

L'uomo, quanto più è primitivo tanto più è disposto a proiettare nell'a. qualità e passioni umane e a ritenere non assurdo il passaggio dalla forma umana

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ANIMALE - A. simbolici reali e fantastici (secc. XII-XIII). Musaico pavimentale del presbiterio - Aosta, Duomo.
(propr. A. P. Frutes)
a quella belluina e viceversa: ciò spiega l'enorme congerie di miti che hanno a protagonista o almeno ad associato un a. Taluni di questi miti nelle misteriosofie assurgono a miti di salvezza in quanto attraverso l'a. sacrificato si crede di attuare l'unione sacra dell'individuo con la divinità.

Nelle religioni superiori l'a., sparito ormai dal culto e dal mito, può rimanere come motivo ornamentale o come simbolo di idee morali o di persone o cose sacre.

Nicola Turchi

II. A. SECONDO L'ETICA NATURALE E RIVELATA.
- 1. Gli a. non possono essere soggetti di alcun diritto. Diritto, infatti, è libera volontà di compiere o tralasciare un atto, di esigere o di vietare un atto altrui, senza che nessuno possa ragionevolmente opporvisi. Nulla di questo negli a., che non hanno l'intelligenza del bene universale né la libera volontà di aspirarvi in vari modi, ma solo l'istinto determinato a tali e tali atti e non più. Gli a. si possono paragonare a macchine costrutte dalla creazione divina con propri e determinati movimenti; capaci, però, a differenza delle macchine materiali, di conoscere l'oggetto verso cui tendere e di tendervi per virtù intrinseca. « Gli a. bruti non hanno vita razionale, per mezzo di cui guidarsi e muoversi da sé stessi; ma sono sempre mossi come da un altro naturale impulso; e questo è segno che sono naturalmente servi e fatti per l'uso di altri » (Sum. theol., 2a-2ae, q. 64, a. 2, ad 2ii).

Tale è, infatti, la disposizione del Creatore. Dio stesso assegnò fin da principio ad Adamo, e poi più tardi a Noè,

le erbe, i frutti e gli a. come sostentamento loro e dei loro discendenti (Gen. 1, 29-30; 9, 2-3). Non solo; ma diede all'uomo il dominio pieno ed assoluto sulla natura: « Iddio, che tutto hai creato con la tua parola e con la tua sapienza hai formato l'uomo perché egli domini sulle creature fatte da te... » (Sap. 9, 1-2). « Tu hai posto (l'uomo) a capo delle opere delle tue mani; tutto hai messo ai suoi piedi: pecore e buoi, e le bestie ancora della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare » (Ps. 8, 7-9). La scienza, da parte sua, scopre ogni giorno numerosissimi servizi che gli a. possono rendere o rendono istintivamente all'umanità, e, congiunta all'industria, fornisce l'uomo nei suoi innumerevoli bisogni.

2. Ma se non si può trattare di diritto degli a. per rispetto all'uomo, si può tuttavia trattare degli obblighi dell'uomo verso di essi. L'uomo, cioè, deve servirsi degli a., come di ogni altra creatura, secondo l'intento del Creatore nel destinarli all'umano servizio; quest'obbligo non lo lega all'a. come un dovere rispondente ad un relativo diritto del bruto, ma lo lega a Colui che è sovrano signore di tutti e dispone di ogni cosa con pieno diritto. Ora il retto uso del dominio sopra gli a. si può ridurre a questa semplice formola: è lecito servirsi di essi secondo la loro attitudine naturale alle necessità e comodità umane. Resta quindi proibito l'abuso: ad es. distruggerli o farli soffrire per vano capriccio, torturarli per semplice diletto. Tanto più che essi sono dotati di sensibilità e perciò soffrono dolore, e inoltre l'atto e peggio ancora, l'abitudine di infierire sugli a. inchinano l'animo, per una legge psicologica facile a passare all'attuazione, ad infierire anche sul prossimo.

Perciò troviamo nella Bibbia accenni di mitezza anche verso gli a. « Non metterai la musoliera al bue, che trebbia nell'aia le tue messi » (Deut. 25, 4), perché, avendo sotto gli occhi l'alimento, non abbia a soffrire doppiamente la fame. « Per sei giorni lavorerai e al settimo giorno non lavorerai, affinché riposi il tuo bue e il tuo saino » (Ex. 23, 12). « Il giusto ha cura della vita delle sue bestie: ma le viscere degli empi sono crudeli » (Prov. 12, 10).

3. Per conseguenza le Società per la protezione degli a. sono da approvarsi in quanto hanno di mira il rimuovere la crudeltà verso le bestie; non in quanto fondano talora la loro azione su principi errati (attribuendo ad esse diritti; o fomentando verso di esse un amore sdolcinato e sentimentale, che poi si nega facilmente al prossimo, o pretessendo un dovere di carità, che nel senso cristiano non può esistere).

4. Così pure è lecita la vivisezione (il compiere cioè esperimenti dolorosi su a. vivi) ogni qual volta si mira a scopi scientifici: accrescere il patrimonio della cultura, scoprire leggi e funzioni degli organi, ricavare metodi e norme utili da applicare eventualmente nella cura degli uomini. Come pure resta lecito iniettare negli a. microbi anche micidiali per esperimentarne il corso e studiarne i rimedi. Si deve però evitare di infliggere maggior dolore di quanto occorre. Tutto questo perché gli a. sono mezzi dati all'uomo a suo servizio.

5. Si suole talora, a scusa di una certa morbosità nell'attaccamento agli a. o di una velata esagerazione nel proteggerli, addurre l'esempio di alcuni santi, ad es. i complimenti di s. Francesco di Assisi per frate agnello e frate lupo; la compassione di s. Francesco di Paola per le bestie uccise; i canarini, ai quali s. Giuseppe Cottolengo dava, oltre il solito becchime, biscottini e zollette di zucchero ecc., perché cantassero spesso le lodi alla Madonna, dinanzi alla cui immagine pendeva la gabbia. Si adduce persino l'esempio del Signore, il quale si gloria di pascere i pulcini del corvo e le fiere della foresta e « il lioncello che ruggendo chiede il pasto a Dio » (Ps. 103, 21).

Si risponde: queste ultime parole con cui il Signore dimostra la sua provvidenza affettuosa, che si stende su tutte le creature sue, rivelano soltanto la costanza dell'atto divino di conservarle, dopo averle create. E servono inoltre a stimolare e mantenere negli uomini la confidenza verso di lui, che provvido, com'è, anche con le bestie, più provvido e benigno e generoso si mostrerà con le creature fatte a sua immagine (cf. le parole espressive di Gesù in Mt. 6, 24-34). I santi, poi, con questi ed altri esempi di mitezza e di amabilità, dimostravano soltanto come vedessero in ogni creatura un'opera di Dio, un simbolo che li richiamava ed innalzava fino a lui o ricordava qualche determinata virtù (la colomba, l'agnello, il pellicano); ma non si trova mai che sconfinassero in nessuna esagerazione di amore sentimentale, né trascurassero i malati, i poveri, i derelitti, riserbando le loro affettuosità e premure agli a.; tanto meno li lasciassero eredi di tutti o di parte dei loro beni, estremo riprovevole e ingiusto verso il prossimo e la società.

BIBL. G. Franco, I diritti degli a., in La Civiltà Cattolica, 1 (1904), pp. 403-14; 682-65; O. Schilling, Lehrbuch der Moraltheologie, II, Monaco 1928, pp. 21-22; G. Donat, Ethica Generalis, 8ª ed., Innsbruck 1941, pp. 273-75; H. Davis, Moral and Pastoral Theology, II, Londra 1946, pp. 258-59. Celestino Testore

III. A. NEL SIMBOLISMO CRISTIANO. - Per ciò che concerne l'arte cristiana è anzitutto l'autorità della S. Scrittura che decide del valore simbolico ed allegorico dei singoli a. Così p. es. l'agnello poté sostituire, come avvenne dalla fine del sec. IV nei musaici absidali delle basiliche paleocristiane o in sarcofagi d'età tardoromana, l'immagine del Salvatore, additato da s. Giovanni Battista come «l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo». Così la colomba divenne, una volta per sempre, il simbolo dello Spirito Santo, che nel Nuovo Testamento compare unicamente con tale significato; inoltre le colombe, grazie alla semplicità loro attestata dalla comparazione usata dal Salvatore (Mt. 10, 16), all'epoca delle catacombe divennero simboli delle anime cristiane, come nel battistero di Al-

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(fot. Alinari) ANIMALE - Pavoni in un pluteo dell'inconostasi (sec. XI). Torcello, Duomo.
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(fot. Alinari) ANIMALE. - Agnelli simbolici. Pulvino di un capitello della basilica di S. Vitale (sec. VI) - Ravenna.
benga e più tardi in S. Clemente in Roma. All'esegesi patristica dell'Apocalisse (4, 7) risalgono il leone, il bue e l'aquila come simboli degli Evangelisti. In altri casi la S. Scrittura stessa conferma l'immanente ambivalenza di tutte le «forme simboliche»: il medesimo leone che a causa della sua forza e maestosa bellezza simboleggia Cristo, chiamato (Apoc. 5, 5) «il leone della tribù di Giuda», si presta con la sua pericolosa ferocità alla similitudine del diavolo (I Pt. 5, 8). Mentre il re degli a., nel senso della prima concezione, venne introdotto in una miniatura della bibbia di Carlo il Calvo ed in una vetrata di St-Denis (sec. XII), il secondo significato ispirò, attraverso le illustrazioni del versetto 22 del Salmo 27 («salvami dalle fauci del leone»), non poche sculture nei portali romanici francesi, tedeschi ed italiani (Piacenza, Ferrara, Trento). Inoltre, poiché la fantastica storia naturale del Fisiologo (sec. II) racconta che il leone dorme tre giorni e tre notti e alcuni teologi medievali aggiungono che egli dopo la terza notte fa resuscitare i leoncini ruggendo, la sua immagine (vetrate di Lione e di Bourges, sec. XIII; fregio di Strasburgo, sec. XIV) entra come prefigurazione della resurrezione di Cristo perfino nella tipologia. Una consimile pluralità di significati opposti vale per l'orso: le raffigurazioni d'una lotta fra l'uomo e l'orso, descritto nella Sacra Scrittura come bestia feroce e famelica e perciò considerato come rappresentante del male, significano la nostra continua lotta contro le insidie del diavolo (sculture di Schöngrabern, Andlau, Tolosa, sec. XIII); d'altra parte l'immagine dell'orsa che nel Fisiologo plasma la forma dei neonati con la lingua, venne inclusa fra le testimonianze della miracolosa nascita di Gesù, raccolte da Francesco di Retz (m. nel 1421) nel Defensorium

inviolatae virginis Mariae. Da tutto questo si deduce senz'altro che gli a. favolosi, solo eccezionalmente nominati e descritti nella S. Scrittura, furono particolarmente adatti ad arricchire l'iconografia cristiana che s'appoggia, per raffigurarli, non tanto sul Fisiologo stesso, quanto sulle volgarizzazioni medievali, i cosiddetti bestiari, largamente sfruttati dai trattati teologici. Così ad es., gli illustratori del Salterio rappresentano gli empi nell'immagine dell'aspide che si tura l'orecchio (Ps. 57, 5-6), cui è collegato il presagio cristologico « super aspidem et basiliscum ambulabis, conculcabis leonem et draconem », raffigurato già nell'epoca paleocristiana; ma per entrare nella scultura monumentale con questa figurazione, ebbero bisogno dell'esplicita interpretazione allegorica d'un Onorio Augustodunense (statua di Amiens, sec. XIII). D'una straordinaria popolarità gode la fenice, uccello favoloso, che risuscitava dalle sue ceneri, la quale compare dal sec. VI in poi nei musaici delle basiliche romane come simbolo della resurrezione di Cristo. Con la medesima facilità il pellicano, che si lacera il petto per nutrire con il proprio sangue la sua nidiata, si presentò come simbolo di Gesù: forse fu Giotto il primo a metterlo insieme con il Crocifisso. Fra i soggetti prescelti dai pittori d'allegoria si trova infine l'unicorno, a indomabile se non affascinato dalla vicinanza d'una vergine. Già nel mito orientale simbolo della castità, esso nel tardo gotico tedesco diede occasione a numerose rappresentazioni: un cacciatore (cioè l'arcangelo Gabriele) con quattro cani (Verità, Giustizia, Misericordia e Pace) perseguita l'unicorno che si rifugia presso la Vergine, seduta nell'orto concluso.

BIBL.: K. Kürstle, Ikonographie der christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, pp. 119-32; R. Bernheimer, Romanische Tierplastik und die Ursprünge ihrer Motive, Monaco 1931; Reallexikon zur deutschen Kunstgeschichte, Stoccarda 1937, s. V. Aspis, Basilisk (H. Köhn) e Bär (L. Stauch); L. Charbonneau-Lassay, Le bestiaire du Christ, Parigi 1940; A. Ferrua, Il bestiario di Cristo, in La Civiltà Cattolica, 2 (1942), pp. 21-30. Kurt Rathe
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“ANIMALE.” Enciclopedia Cattolica, vol. I (1948), p. 817. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/animale.