I. Dottrina dell’a.
I. LA CONOSCIBILITÀ DELL’A
Le prime creden- ze intorno all’a. sono di natura religiosa ed oscura e si confondono con le prime origini delle diverse ci- viltà e religioni. I documenti delle culture primitive, (v. sotto, n. III), da cui hanno preso impulso e svi- luppo la filosofia e la civiltà occidentale, attestano il predomino del problema dell’a. e la sua funzione di chiave per l’orientamento sugli altri problemi della natura e di Dio. È difficile poter decidere se nello svi- luppo di questi tre problemi vi sia stato fra essi al- l’inizio un rapporto stretto di derivazione, come vor- rebbe la logica progressione delle idee, o non piuttosto siano stati compresenti nel rapporto di un mutuo equi- librio e sostegno: l’ultima ipotesi pare la più versi- nile, almeno per ciò che riguarda l’a. e Dio. Onde si ha il fenomeno curioso che buona parte di quelle con- clusioni sull’a. e su Dio, intorno alle quali s’affaticherà senza tregua il pensiero umano, sono professate al- l’inizio come verità che non soffrono contestazioni; e l’avvento dell’indagine filosofica quasi non rappre- senta che una funzione « difensiva » a cui si è appli- cato l’uomo allorché quelle prime credenze comin- ciavano ad affievolirsi e corrompersi. Una constata- zione di questo genere, mentre fa giustizia in linea di fatto delle teorie evoluzioniste, ed elimina queste dal campo che esse stesse avevano scelto, non può risolvere tuttavia da sola alcuno dei gravi problemi che si fecero avanti alla riflessione filosofica quando si passò a dare a quelle persuasioni una propria strut- tura di intrinseca evidenza sul piano dell’essere.La realtà è che in filosofia il problema dell’a. si rivelò sempre fra i più contesti e complicati. In un fram- mento di Eraclito (fr. 45, ed. R. Walzer, Firenze 1939, p. 82) ricordato anche da Tertulliano (De A., 2: PL 2, 691), si afferma « non potersi i termini dell’a. raggiungere per alcun viaggio, per qualsiasi strada qualcuno si metta, così profonda ragione essa ha ». Filone, nel pieno fiorire dell’ellenismo, si com- piace di segnalare il paradosso: « La mente che è in ciascuno di noi può comprendere ogni cosa, ma non ha possibilità di conoscere se stessa » (Legum Allegor., I, § 91, ed. Cohn, I, p. 85). E altrove: « La mente che è ciascuno, è inconsociabile per noi: chi può conoscere la natura dell’a. ? » (De Mutatione Nominum, § 10, ed. Wendland, III, p. 158). Queste confessioni d’impotenza passano ai pensatori cristiani, anche in quelli nei quali la maturità della sintesi e l’equilibrio speculativo hanno dato ormai tutto ciò che in materia ci si poteva aspet- tare, com’è il caso di s. Tommaso d’Aquino: la cono- scenza dell’a. presenta una « massima difficoltà » (In Sent., d. 3, 9, 1, a. 2, ad 3); ad essa « ...vix magno studio pervenitur » (ibid., d. 3, 9, 3, a. 5: « requiritur di- ligens et subtilis inquisitio » (Summ. Theol., 1, 9, 87, a. 1); « cognoscere quid sit a. difficillimum est » (De Veritate, X, 8 ad 8). Confessioni quanto mai franche, ma che non hanno impedito la ricerca instancabile, perché per l’uomo ogni conoscenza è poco o nulla ed ogni ricchezza è trascurabile fin quando non sap- pia chi egli sia e che cosa racchiuda in se stesso.
ANICETO, papa - Affresco di Fra’ Diamante (sec. XV).
Cappella Sistina.
Il ‘Martirologio Romano, seguendo Adone, pone la festa di A. al 17 apr., mentre il Liber Pontificalis gli assegna il 20 dello stesso mese. È dato come martire.