CAVALCANTI, GUIDO

CAVALCANTI, GUIDO. - Poeta, vero fondatore del dolce stil novo, n. a Firenze nel 1255 c.a., da Cavalcante de' C., nobile e guelfo; sposò Bea- trice, figlia di Farinata degli Uberti, nobile e ghibellino. Ma il matrimonio politico non gli ispirò affatto desiderio di pace politica. Nel 1280 fu mallevato per dei gueffi per la pace stipulata dal card. L'anno; nel 1284 e nel 1290 fu nel Consiglio del comune; e nel 1292, appena scampato ad un agguato tesoggi da Corso Donati, andò in pellegrinaggio a S. Jacopo di Compostella; ma non oltrepassò Nîmes, ed a Tolosa, nella chiesa della Daurade, una donna, Mandetta, gli commosse il cuore. Tornato a Firenze, benché escluso dal governo popolare per gli ordinamenti di giustizia del luglio 1295, si schierò, lui nobile, dalla parte che più s'accostava al popolo, quella de' Cerchi, e fu dal 1296 al 1300 focoso avversario della parte de' Donati, finché, insieme con i capi delle due parti, non fu mandato al confino, a Sarzana (24 giugno 1300). Vi contrasse la malaria; richiamato in patria, vi morì il 29 ag. dello stesso anno 1300. Le sue Rime comprendono ca. 50 componimenti, fra canzoni, ballate e sonetti.
«Era, come filosofo, virtuoso uomo in più cose, se non ch'era troppo tenero e stizzoso» dice il Villani; e di alto ingegno e di leggiadri costumi, ma sdegnoso e solitario lo raffigurano concordi i contemporanei; il Boccaccio aggiunge che andava speculando al modo degli epicurei; ed è da credere col Nardi che la sua teoria d'amore sia intinta d'averroismo, il che, in pratica, poteva condurre all'epicureismo. Per il C. l'amore è, infatti, una passione che viene dall'anima sensitiva soggetta all'influenza irre-sistibile di Marte e non dall'intelletto, sostanza separata,

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(da Guido Cavalcanti, Rime, Genova (651).
Cavalcanti, Guido - Silloge di rime di vari poeti, tre cui C. Cod. Chigiano L. VIII. 305, f. 36° (sec. xiv) - Bibl. Vaticana.

che e gode unicamente di una vita di ragione, che consiste nella speculazione del vero»; e quando la passione d'amore si fa violenta e struggente si da offuscare l'intelletto, genera nell'uomo la morte, quella morale, che consiste nella perdita dell'uso e del dominio della ragione (Nardi). Ma più che per i sottili versi in cui C. investiga e analizza i suoi stati d'amore, egli va, come poeta, esaltato per i versi, in cui effonde immagini di bellezza e di grazia e di abbandono a un tenerissimo trepidante e sognante sentimento d'amore, pieno di sospiri tremori e sgomenti quasi di morte.

Bibl.: Per il testo critico delle Rime, V. Rimatori del dolce stil novo, a cura di L. Di Benedetto, Bari 1939. Per il commento e per la bibliografia, V. Rimatori del dolce stil novo, a cura di V. BANCA, Genova 1941 e Dolce stil novo, a cura di C. Cordié, Milano 1942. Per la vita, V. Del Lungo, Dal secolo e dal poema di Dante, Bologna 1898, pp. 3-61; M. Barbi, G. C. e Dante di fronte al governo popolare, in Studi danteschi diretti da M. Barbi, I (1920), pp. 101-11; id., Dante, vita, opere, fortuna, Firenze 1933, pp. 207-70. Per il pensiero e l'arte V. E. G. Parodi, Poesia e storia nella Divina Commedia, Napoli 1921, pp. 211-30; V. Rossi, Scritti di critica letteraria, I, Firenze 1930, pp. 19-90; N. Sapegno, Il Trecento, 2 e ed., Milano 1938, pp. 23-32; B. Nardi, L'averroismo del "prima omico» di Dante, in Studi danteschi diretti da M. Barbi, 25 (1940), pp. 43-79; M. Casella, "Dolce stil novo» in Storia illustrata della letteratura italiana scritta da un gruppo di studiosi, I, Milano 1942, pp. 93-116; B. Nardi, Di un nuovo commento alla canzone del C. toll'amore, in Cultura neolattica, 6-7 (1946-47), pp. 123-35. Alberto Chiari