I. Vifa
Secondo Ireneo (Adv. Haer., III, 3, 3, in Eusebio, Hist. eccl., V, 6, 1-3), fu il terzo successore di s. Pietro dopo Lino e Anacleto; altre testimonianze, meno attendibili (Tertulliano, De praeter. haeret., 32; Girolamo, De vir. ill., 15; Adv. Jovinianum, I, 12; Comm. in Isai., 52, 14), lo fanno immediato successore di s. Pietro; altre, più tardive (Eusebio, Hist. eccl., III, 4, 8-9; Constit. Apost., VII, 46; Catalogo liberiano; Otrato Milev., De schismate Donatiri., II, 3; Agostino, Epist., 53, 2), pongono quest'ordine: Pietro, Lino, C. Il periodo del suo pontificato è indicato da Eusebio sia nella Hist. eccl., III, 15.34, come nel Chron. ad. a. Abr. 21 ro. Dalla lettera sembra educato nel giudaismo ellenistico. Fu in relazione personale con Pietro e Paolo (Ireneo, loc. cit.) e secondo gli antichi si dovrebbe identificare con il C. di Phil. 4, 3. Invece l'identificazione, proposta da taluno, con il console Tito Flavio C., cugino di Domiziano martirizzato nel 95 , riposa solo sull'attestazione degli apocrifi Clementini che ne fanno un membro della casa imperiale dei Flavi, ed è in contrasto con notizie sicure. Una tradizione, documentata solo dal sec. iv, lo fa martire. Festa 23 nov.II. L'epistola
Il cod. biblico Alessandrino (sec. v) e il cod. greco 54 della biblioteca patriarcale di Gerusalemme (sec. iv) ci hanno trasmesso una lettera della Chiesa di Roma alla Chiesa di Corinto, pervenutaci pure in antiche versioni : siriaca e latina. Essa è anonima, ma l'attribuiscono a C.: Erma (Pastor. Vis. II, 4, 2); Egesippo (in Eusebio, Hist. eccl., IV, 22, 1); Dionigi di Corinto (ibid., IV, 23, 11); Clemente Alessandrino (Stromata, I, 7, p. 339 ed. G. Potter; IV, 17, p. 609; 18, p. 613; VI, 8, p. 773); Origene (De principits, II, 3, 6; In Ezech., 8, 3; 51, 1; In Iohann., VI, 54 [36]); Eusebio (Hist. eccl., III, 16, 38). L'allusione a una persecuzione cessata ( 1,1 ), che dev'essere quella di Domiziano, pone l'epistola sotto il regno di Nerva ( 18 sett. 96-25 genn. 98). Ne fu occasione una sedizione suscitata da pochi faziosi contro i capi della Chiesa di Corinto (1, 1; 2; 21, 5; 47; ecc.). Nella prima parte (1-36), di carattere generale (cf. 62), C., descritto il miserando stato di quella Chiesa un giorno fiorente (1-3), ne indice la causa nell'invidia (5-6), e i rimedi nelle virtù della penitenza, dell'obbedienza, dell'ospitalità, della pietà, dell'umiltà (7-19); richiama i benefici di Dio a cui obbediscono le creature, le esortazioni della Scrittura, la risurrezione, l'anniscienza divina, la ricompensa promessa da Dio (20-36). Nella seconda parte (37-61), più aderente all'occasione della lettera, illustra l'ordinamento gerarchico della Chiesa stabilito da Gesù Cristo, che richiede l'ordine e la disciplina nella liturgia e nel governo (37-44); rimprovera i sediziosi, esortandoli alla penitenza, elogia e raccomanda la carità (45-58), prega per la Chiesa e per i pubblici poteri (59-61). Infine, riassunte le sue esortazioni, fa menzione dei legati inviati da lui a Corinto, che spera possano ritornare presto con buone notizie (62-65). L'epistola di C., come appare dagli autori sopra citati e da altre fonti, ebbe grandissima fortuna; fu letta pubblicamente in molte Chiese e accolta in alcuni codici biblici subito dopo il Nuovo Testamento. Storicamente sono importanti le attestazioni che ci dà della persecuzione di Nerone, in cui subirono il martirio Pietro e Paolo, delle sette prigionie e del viaggio in Spagna di quest'ultimo (cap. 5); della sedizione di Corinto; della preghiera liturgica, di cui quella riportata può considerarsi un modello; dei rapporti con il potere imperiale, per cui ivi si prega. Notevole è pure il contenuto dogmatico. Quanto alla dottrina trinitaria e cristologica, riproduce i dati del Nuovo Testamento; l'ecclesiologia è particolarmente sviluppata: la Chiesa è il corpo di Cristo(46,7), in cui le varie membra hanno distinte funzioni (cap. 37); onde la gerarchia, di istituzione divina (cap. 42), composta di vescovi, chiamati anche presbiteri, e di diaconi (42; 44, 1-2). Il primato romano risulta luminosamente, sia che l'intervento di Roma sia stato sollecitato dai Corinzi, sia che, com'è più probabile, C. ne abbia preso l'iniziativa. Egli è consapevole di adempiere un dovere ( 1,1 ), parla con autorità, esige l'obbedienza e minaccia i disobbedienti (59,1-2 ; 63,2-4 ; 65,1); il risultato (Eusebio, Hist. eccl., IV, 23, 11) mostra che tale autorità fu pienamente riconosciuta.
a parte: R. Knopf (Texte und Untersuchungen, 20, 1), Lipsia 1899; C. Th. Schaefer (Florilegium patristicum, 44), Bonn 1941; trad. II. di P. Gazzola, in I Padri della Chiesa, 2 (1913, int), pp. 13-45; di G. Bosio, I Padri Apostolici, I (Corone Patrum Sales., serie greca, 7), Torino 1940. Studi (v. anche edd. e vers): Bardenhewer, I, pp. 126-30; J. Chapman, s. V. in Catò, Enc., IV, pp. 12-17; I. Giordani, E. C. Rom. e la sua lettera ai Corinti, in Didaskaleion, nuova serie, 3 (1925), pp. 1-103 (anche versione); A. Casamassa, I Padri Apostolici, in Lateranum, nuova serie, 4 (1938, III-1r), pp. 35-62; B. Altaner, Patrologia, 4 e ed., Torino 1944, nn. 80-84; S. Sanders, L'hellénisme de s. Cl. de Rome et le paulinisme, Lovanio 1943. Sull'intervento della Chiesa romana V. J. Zeiller, A propos de l'intervention de l'Eglise de Rome à Corinthe, in Rev. d'hist. eccl., 31 (1935), p. 762 sgg.; M. Giraudo, L'eclesiologia di s. C. Romano, Bologna 1943. Michele Pellegrino
III. Opere apocrife
I. II Epistola ai Corinti
Nella tradizione manoscritta segue alla prima epistola di C. una seconda lettera, che tuttavia, come risulta dal testo stesso, non è una epistola, ma un discorso, letto dopo aver assistito alla lettura di un testo sacro (cap. 19, 1; cf. anche 15, 2; 17, 3). Che questo discorso fosse destinato per il servizio religioso domenicale non risulta dal testo. L'autore stesso consiglia, come Ignazio (Ephes., 13, 1) e Poli carpo (4, 2), frequenti adunate religiose ( 17,3 ). Può essere che il suo appello, la suaε ε v ε v ξ_{1} ς(v. per l'uso della parola in questo senso Clemente Aless., VII, 7, 49, 4; EUSEBIO, SANTO,) fosse destinata per un circolo più ristretto (forse di asceti dei due sessi) o per un servizio religioso nelle giornate delle stazioni, dove i presbiteri (dunque non il vescovo) prendevano la parola (17,3,5).Il discorso si rivolge al «nuovo popolo» diventato ormai più numeroso del vecchio (2,3), ma la formolazione delle ammonizioni ha sapore giudeo-cristiano. Il suo ideale religioso è la "giustizia" (v. Mt. 7, 21 in 4, 2 [formolazione non canonica?]; 11, 7; 12, 1; 18, 2; 19, 3), ma forse nel senso di un superamento ascetico della "giustizia" comune. L'autore invita i cristiani a uscire da questo mondo, da questa carne (5,1 ; 5,5), perché la grande promessa di Cristo è il riposo nel futuro regno della Vita eterna ( 5,6 ).
I due mondi, quello presente e l'altro futuro, sono due nemici(6,3). Questo mondo inclina all'adulterio, corruzione, amore del denaro e inganno. Bisogna rinunziare a tutto questo(6,4), bisogna conservare il Battesimo, il suggello puro (6,9 ; 7,6) e fare penitenza quando siamo sulla terra ( 8,1 ; 2). Dobbiamo conservare la carne casta, se vogliamo conscrvare il suggello senza macchia ( 8,4 e 6), dobbiamo custodire la carne come un tempio per la sua resurrezione ( 9,1 e 3 ). Bisogna rinunciare ad ogni equivoco e compiere atti di giustizia per potere entrare nel Regno di Dio (11, 5; 7) aspettando di ora in ora il suo arrivo ( 12,1 ). Facendo così saremo membri della prima chiesa che fu costruita prima del sole e della luna (14, 1) e se Dio creò secondo Gen. 1, 24 l'uomo maschio e femmina, dobbiamo pensare a Cristo e alla chiesa primitiva (14, 2), che erano spirituali. Quando lo Spirito prese dimora nella carne di Cristo apparve anche la Chiesa (14, 3). Noi dobbiamo nella nostra carne riprodurre la relazione fra la carne di Cristo e lo Spirito, così saremo membri della Chiesa primitiva (14,3,4). La conseguenza è il "consiglio" della astinenza (ε'γ × ρ ἀ τ ε ε α). Inoltre si raccomanda: elemosina, digiuno e preghiera (16, 4). Dopo aver per poco tempo sofferto nel mondo presente, mieteremo il frutto immortale della resurrezione. Con "i padri» risorgeremo e ci godremo un mondo felice (19, 4).
La spiritualità dell'opera è molto arcaica. Nei suoi tratti generali ha affinità con il Pastore di Erma, la letteratura pseudo-clementina e gli Atti di Paolo (sull'ultimo punto cf. C. Schmidt, Acta Pauli, Lipsia 1905, pp. 190-92). E una spiritualità ascetica (apotaxis) basata sul contrasto escatologico dei due mondi. Pare che una vita verginale sia raccomandata ai cristiani, sia perché già dal Battesimo è dedotta una tale domanda, sia per la nascita verginale di Cristo. La speculazione giudeo-cristiana su Adamo forse non era sconosciuta all'autore quando accenna al problema cristologico. L'autore conosce scritti apocrifi, quasi certamente il cosiddetto vangelo secondo gli Egiziani (cap. 12), che tuttavia non interpreta nel senso degli encratiti, e probabilmente un altro vangelo apocrifo (5,2 ; 3,4e forse 4, 2), inoltre conosce un libro profetico apocrifo (11, 2-4) che è conosciuto anche dalla I Epistola di C.
1813
(23, 3-4): forse Eldad e Modad. Il paese d'origine del nostro scritto è forse la Siria, il tempo di composizione probabilmente la prima metà del sec. II.
2. Lettere alle Vergini
Un codice siriaco del Nuovo Testamento contiene dopo l'epistola di Giuda due epistole di «C. apostolo di Pietro». Epifanio (Panar., 30, 15, 2, cd. K. Holl [CB, XXV], Lipsia 1915, p. 352 sgg.) conosce «lettere enciclliche» di C. che furono lette nelle chiese e le oppone alle Epifosso di Pietro attribuiti a C., cioè alla letteratura pseudo-elementaria.Il fatto che queste epistole furono lette nel servizio religioso in Oriente spiega la loro presenza in un codice neotestamentario, ma la notizia di Epifanio prova anche l'esistenza di più di una lettera e la lettura pubblica è comprensibile per l'autorità quasi apostolica di C. Le stesse lettere son conosciute anche da Girolamo (Adv. Iovin., 1, 12), che ritiene siano state indirizzate agli «eunuchi che si sono evirati da sé per il Regno dei cieli» (Mt. 19, 12). Questa destinazione che non risulta dalla traduzione siriaca ritorna invece nella traduzione copta del testo. Il testo copto pubblicato in frammenti da Th. Lefort (in Le Musée, 40 [1927], p. 254 sgg. e ibid., 1929, p. 265 sgg.) attribuisce tuttavia le epistole non a C. ma a S. Atanasio. Frammenti greci (in parte abbreviati) del testo sono stati trovati nelle Pandette di S. Scrittura del monaco palestinese Antico (ca. 620). La lettura pubblica delle epistole nelle chiese è in favore dell'attribuzione allo Pseudo-C.; mentre l'attribuzione ad Atanasio si spiega col fatto che anche egli aveva scritto epistole alle vergini. L'ascesi di queste lettere è ancora primitiva. Le vergini sacre abitano in casa dei loro genitori ma hanno fatto un voto (professione, ἀρχαιολογος [testo copto]) di castità. Il costume della coabitazione di uomini e di donne consacrati al Signore (virgines subin-troductae) viene combattuto. Interessante la sopravvivenza dei carismi in questi gruppi e la mancanza della stabilità loci. Rimane ancora più verosimile l'antica ipotesi, che le epistole siano opere di un Siro o di un Palestinese del sec. III. Bibl.: Edizione dei frammenti greci e di una traduzione moderna latina del testo siriaco nei citati Patres Apostolici, ed. F. X. Funk-F. Diekamp, II, Tubinga 1913, p. 1 sgg.; Ad. Harnack, Die Ps. C. Briefe de Virginitate und die Entstehung des Mönchtums, in Sitzungsberichte der Berliner Akademie, 10 (1891), pp. 361-85; M. Rothenhäuser, in Benediktinische Monatschrift, 24 (1948), pp. 148-51.
3. Liturgia di C
Nel I. VIII delle Costituzioni Apostoliche la liturgia nominata è detta di S. Clemente, perché il loro compilatore ha attribuito, a torto, la sua opera a C.Altra questione è se l'epistola di C., nei suoi passi liturgici, sia sopravvissuta in testi liturgici posteriori. Così, p. es., in Constit. Ap., VIII, 22, 3 (p. 526, 123 sgg. ed. F. Funk) ritornano — quasi alla lettera — frasi dalla I Epist. di C.: 60, 1 e 59, 1; e anche nel frammento liturgico di un papiro del sec. III (cf. U. Wilcken, Mitteilungen aus der Würzburger Papyrussammlung [in Abhandlungen der Preussischen Akademie der Wissenschaften, 6], Berlino 1934, n. 3, p. 33 sgg.) si riscontrano coincidenze con il testo di C. Probabilmente le coincidenze si spiegano ammettendo che sia C. che i testi liturgici dipendano da testi liturgici giudaici. Dalla cosiddetta liturgia di C. nel I. VIII delle Costituzioni Apostoliche, sono da distinguere liturgie siriache che vanno sotto il nome di C.
Bibl.: P. Drews, Untersuchungen über die sogen. clementinische Liturgie im 8. Buch der Apostolischen Konstitutionen. I. Die clementinische Liturgie in Rom (Studien zur Geschichte des Gottesdienstes, 2 e 3), Tubinga 1906; W. Bousset, Eine jüdische Gebetssammlung im 7. Buch der apostol. Konstitutionen (Nachrichten der Kgl. Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen. Philologisch-historische Klasse, 3), Berlino 1916, p. 435 sgg.; A. Baumstark, Liturgie comparée, Chevetogne 1939, pp. 55-80. Per la liturgia siriaca dello Pseudo-C.: A. Raes, Introductio in ana-
phorarum Syriacarum editionem (Anaphora Syriaca, I, 1) Romae 1939, pp. XI-XXXIX. Erik Peterson
4. Clementine
Si dà questo nome (Κλημαντίας) ad un gruppo di scritti attribuiti un tempo a S. C. Romano, che costituiscono uno dei problemi più complessi dell'antica letteratura cristiana.a) Stato attuale. — Restano: 20 Homiliae, 10 libri di Recognitiones, una Epitome siriaca compilata sulle due opere precedenti, due Epitomi greche, o estratti delle omelie e da altri scritti, due Epitomi arabe, ancora estratte dalle Omelie e dalle Ricognizioni. Alle Omelie in greco precedono due lettere, una attribuita a S. Pietro, una «Contestazione» (διακριτηρία) di Giacomo e dei suoi presbiteri, e una lettera ove C. dichiara a Giacomo il contenuto dell'opera, che è nello stesso tempo la sua autobiografia e il riassunto delle prediche tenute da Pietro durante i viaggi in cui C. l'accompagnava. Pertanto, nelle Omelie, l'elemento narrativo, romanzesco, s'intreccia con quello didascalico e gli serve di pretesto; il contrasto e le dispute con Simon Mago ne costituiscono in certo modo il centro. La dottrina è un insieme di elementi giudaici, cristiani e gnostici, non fusi in un corpus omogeneo: ELCESAITI (v.): Cristo non è il Salvatore, ma uno dei profeti.
Anche le Recognitiones, pervenuteci solo nella traduzione latina di Rufino, si presentano come un'autobiografia di C. indirizzata a Giacomo, con alcune variazioni nel racconto e con una dottrina che, scostandosi dal giudaismo, si uniforma all'ortodossia cattolica; ciò è dovuto certamente al traduttore. Il titolo (ἀναγνωστικόν) viene dai «riconoscimenti», dopo molte peripezie, di C. e dei suoi congiunti, che hanno luogo nelle Omelie.
b) I rapporti e le fonti dei due scritti sono stati spiegati diversamente. Esclusa l'attribuzione a C., inconciliabile con l'elemento dottrinale, dapprima si sono fatte dipendere le Omelie dalle Ricognizioni (Hilgenfeld), poi s'invertì il rapporto (Uhlhorn); altri pensò ad un influsso mutuo, distinguendo nelle due opere parti di età diversa (Uhlhorn, Lehmann, de Lagarde). Si ammette oggi generalmente l'esistenza d'una o più fonti comuni, che si cerca di identificare con gli Atti e le Predicazioni di Pietro (Waitz, Harnack), o con le Epistolae di Clemente menzionate da Origene (Schwartz). Incerta è pure la data, che alcuni fissano ai primi tempi dell'ebonismo, altri pongono non prima del 221 o 260, altri nel periodo postinceno, datando gli scritti a noi pervenuti dalla seconda metà del sec. IV. Bibl.: Edizioni: Omelie: a cura di A. R. M. Dressel, Gottesglaube 1833; PG 2, 57-62; P. de Lagarde, C., Lipsia 1865; Ricognizioni: a cura di E. G. Gersdorf, Lipsia 1832; PG 1, 1205-1454. Lo Svennung (Uppsala) ne prepara l'edizione critica. Epitomi greche: PG 2, 49-60; A. R. M. Dressel, Lipsia 1850, Epitomi arabe: M. D. Gibson, in Studia Sinaitica, V. Londra 1896; W. Frankenberg, Die syrischen Clementinen mit griechischem Paralleltext (Texte und Untersuchungen, 48, 111), Lipsia 1937. Studi: H. Waitz, Die Pseudo-Klementinen (ibid., 25, 17), ivi 1904; W. Heintze, Der Klemensroman und seine griechischen Quellen (ibid., 40, 111), ivi 1914; Bardenhewer, II (1914), PG 615-26; C. Schmidt, Studien zu den Pseudo-Klementinen (ibid., 46, 11), ivi 1929; A. Siouville, Introduction aux homélies élémentaires, Parigi 1930; O. Cullmann, Le problème litt. et. hist. du Roman pseudoclementin, ivi 1930; E. Schwartz, Untersuchungen über die sogen. clementinen, in Zeitschrift für neutestamentliche Wissenschaft, 3 (1932), pp. 151-199; J. Thomas, Les éboniens baptistes, in Revue d'hist. eccl., 30 (1934), pp. 275-69. Michele Pellegrino
IV. Titolo di S. C. — Sta nell'avvallamento tra le ultime lacine dell'Esquilino e del Celio (Celio ed Oppio) in zona prossima all'anfiteatro Flavio. Gli scavi hanno accertato che la basilica fu dapprima adattata in un grande edificio a grossi blocchi tufacei con cordone di travertino, spettante incirca all'epoca augustea e sopraelevato più tardi (fine sec. II - inizi III) con una cortina laterizia. Accanto vi era una casa dell'età fluviale che nel III sec. ebbe dei rimaneggia-
menti fra cui l'inserzione di un importante centro di culto mitriaco.
Il passaggio a basilica cristiana dell'edificio pubblico non poté avvenire prima della pace della Chiesa. Ma fin dal i sec. poté radunarsi un gruppo cristiano nella casa anzidetta. E non è improbabile che si tratti proprio della comunità diretta da papa C. e che la casa fosse proprietà di Tito Flavio Clemente, giacchè la tradizione del lungo ricorda i due personaggi. Nel sec. Iv s. Girolamo (De viris ill., 15) dichiara: "nominis eius [Clementis papae] memoriam usque hodie Romae extructa ecclesia custodit". Un collare di schiavo del Iv sec. ha un'epigrafe che parla del dominicum Clementis. La parola dominicum può far presumere una notevole dignità del sito, forse addirittura per il ricordo di un'originaria sede della Domus ecclesiae.
La basilica ebbe le cure di molti papi dell'alto medioevo a cominciare da Siricio (384-99). Nel 417 vi si tenne un Concilio presieduto da papa Zosimo. Grandi lavori furono compiuti sotto Ormisda (51432) e Giovanni II (533-35): il monogramma di quest'ultimo è nei plutei del recinto presbiteriale, poi riadattati nella basilica superiore. Adriano II (867-72) vi collocò le reliquie di s. C. portate dal SS. Cirillo e Metodio. Nell'869 anche s. Cirillo, morto a Roma, fu dal Papa tumulato in S. C.
Dopo le rovine operate dal sacco del Guiscardo (1084) la basilica, che aveva avuto una importante decorazione pittorica nell'alto medioevo (fra cui un quadro votivo dei tempi di Leone IV, ov'è il ritratto del Papa) fu ancora decorata con storie allusive a s. C., a s. Alessio, ecc.; ma poco dopo dovette essere ricostruita a più alto livello (età di Pasquale II, 1099-1118). Fu ridedicata nel 1128.
I musaici della tribuna, bellissimi (vi domina il Crocefisso in mezzo a un largo frondeggiare di volute floreali) sono di questo tempo. La nuova basilica, più ristretta dell'antica, ebbe un nuovo atrio; fu arricchita di una schola cantorum e di un ciborio di arte cosmatesca. Altre opere d'arte vi si aggiunsero posteriormente, fra le quali insigne è la cappella quattrocentesca di S. Caterina con i dipinti di Masolino da Panicale. - Vedi Tavv. CXIII-CXIV.