CORPO. — In genere c. è una realtà materiale sensibile. Nella scienza sperimentale c. è una porzione di materia con determinate proprietà specifiche (dimensioni, peso, densità, reazioni chimiche, ecc.). Si distinguono c. semplici e c. composti (v. *Composto*). Filosoficamente il c. è una sostanza materiale, cioè una realtà in sé sussistente, percepibile per mezzo dei sensi.
La speculazione sull'essenza e i principi costitutivi dei c. costituisce, com'è noto, l'oggetto principale della prima filosofia greca. Gli antichi ionici posero a fondamento della realtà materiale un principio comune (*ἀρχή*, φύσις) dal quale i c. hanno origine e a cui ritornano, variamente modificato (cf. Aristotele, *Phys.*, I, 4, 187 a 12 sgg.). Per Talete questo principio è l'acqua, per Anassimandro l'intimo (*ἀπείρων*), per Anassimene l'aria (id., *Met.*, I, 3, 983 b). I pitagorici invece sostennero che il principio di cui sono fatti i c. è il numero (*ibid.*, I, 5, 983 b). Secondo Empedocle, i c. composti risultano dalla composizione meccanica degli elementi (terra, acqua, aria, fuoco), divisi in particelle ed immutabili (*Fgm.* 8, 9, 11); similmente Anassagora, che ammetteva infiniti elementi, indefinitamente divisibili (*Fgm.* 1, 4, 17). Gli atomisti (Leucippo e Democrito) ritennero che i c. primordiali sono gli atomi, essenzialmente semplici, indivisibili, immutabili, di forma differente; questi, combinandosi in vari modi, danno origine a tutti i c. (cf. Aristotele, *Met.*, I, 4, 985 b 5 sgg.; V. *ATOMISMO*). Per Platone i c., vari e mutevoli, sono partecipazione o imitazione delle idee sussistenti immutabili; i c. con stano di spazio (*χώρα*), che rimane immutato nel mutare dei c., è come un «ricettacolo» (*ὑποδοχή*), una «nutrice» (*τύχημη*), un «portaimpronte», riceve in sé tutte le forme (*μορφή*) non avendone una sua propria (*ἀμορφον*): *Tim.*, 48 e 52 d). Queste nozioni, oscure in Platone, sono sviluppate da Aristotele, per cui il c. è essenzialmente composto (*σύνολο*) di un sostrato, chiamato materia (*ὕλη*) e di una forma (*μορφή*): *γίγνεται πᾶν ἐκ τετοῦ ὑποκεκμένον κατ᾽τῆς μορφῆς* (*Phys.*, I, 7, 190 b 20).
La materia è il sostrato delle mutazioni dei c. (ibid., I, 9, 192 a 31). È in sé indeterminata: «Chiamo materia quella che in sé non è cosa determinata, né quantità, né num'altra delle determinazioni dell'essere» (Met., VII, 3, 1029 a 20). La forma è l'elemento determinato e determinante: essa non è un ente completo, non è generata in senso proprio (ibid., VIII, 3, 1043 b 15; 5, 1044 b 21-23, ecc.). Questa dottrina dell'idemorfismo (v.) passò alla scuola aristotelica greca, araba e latina e fu sviluppata da S. Tommaso, che la chiari nelle sue conseguenze. Essa è invece sostanzialmente modificata da Scoto, che nega la materia prima essere potenza pura rispetto ad ogni atto (Opus Oxon., II, d. 12, q. 1, 2, in Opera omnia, ed. L. Wadding, VI, Lione 1639, p. 664 sgg.), similmente da F. Suárez (Disputationes metaphysicae, d. 13, s. 5: in Opera omnia, ed. L. Vivés, XXV, Parigi 1856-61, p. 414 sgg.) e dalle loro scuole.
Nella filosofia moderna è nota la posizione di Descartes per cui il c. è essenzialmente estensione: «Percipie- mus naturam materiae sive corporis in universum spectati non consistere in eo quod sit res dura... sed tantum in eo quod sit res extensa in longum, latum et profundum» (Principia philosophiae, II, n. 4: in Opera omnia, ed. C. Adam e P. Tannery, VIII, Parigi 1897-1910, p. 42); quindi ha solamente le proprietà dimensive della materia, divisibilità, moto, figura ecc. Per Spinoza invece il c. è un modo della Stanzata unica, infinita, considerata in quanto estesa: «Per corpus intelligo modum, qui Dei essentiam, qua- tenus ut res extensa consideratur, certo et determinato modo exprimit» (Ethica, ed. G. Gentile, Bari 1933, p. 47). Leibniz concepisce il c. come un aggregato di monadi, sostanze semplici, attive; di conseguenza la sua estensione è fenomenale (cf. Lettera a M. Arnaud, ed. Dutens, II, parte 1a, Ginevra 1768, p. 46).
Nella scuola inglese è da rilevare, per il suo reciso immaterialismo, la posizione del Berkeley, per cui il c. è un complesso di impressioni causate nel nostro spirito da Dio: «Le idee impresse nel nostro spirito dall'autore della natura sono chiamate cose reali» (Trattato dei prin- cipi della conoscenza umana, n. 33: trad. II. di G. Papini, Bari 1925, p. 40). «Il loro esse (delle cose sensibili) è per- cipi, e non è possibile che esse abbiano esistenza fuori delle menti o delle cose pensanti, che le percepiscono» (ibid., n. 3, ed. cit., p. 26). Per D. Hume l'opinione della esistenza continuata, e quindi da noi distinta, dei c. nasce non dai sensi ma dalla coerenza e costanza di certe impressioni che, ritornando sempre eguali, supponiamo «siano con- nesse in un'esistenza reale, di cui tuttavia non abbiamo coscienza» (Trattato sulla natura umana, I, parte 4a, sez. 2a, n. 6: trad. di A. Carlini, Bari 1926, p. 245). In conclusione lo scetticismo di Hume «è costretto ad ammet-tere l'esistenza dei c., benché non possa pretendere di sostenere, con nessun argomento filosofico, la realtà» (ibid., n. 1: ed. cit., p. 231).
Secondo E. Kant il c. o natura è la cosa in quanto da noi percepita attraverso le forme a priori, non la cosa in sé: «Per natura si intende l'esistenza delle cose in quanto determinate da leggi generali. Se «natura» significasse l'esistenza delle cose in sé, noi non potremmo conoscerla mai, né a priori né a posteriori» (Prolegomeni a ogni metafisica futura, trad. di P. Martinetti, Bari 1924, p. 92). In Hegel i c. (la natura) sono la prima estrinsecazione dell'idea da se stessa, il suo divenire altro da sé, distendendosi nello spazio e nel tempo; solo dopo que- sta estrinsecazione l'idea ritorna in sé, conoscendosi, e diventa pensiero di sé, cioè Spirito (Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, trad. di B. Croce, Bari 1923, p. 199). G. Gentile pensa che i c. sono il mondo spaziale e temporale, il mondo del molteplici, la natura, che è fuori dello Spirito, ma è vita di questo: «La natura... non è intelligibile se non come vita dello Spirito, che si moltiplica bensì, ma restando uno» (Teoria generale dello Spi- rito, Firenze 1938, p. 126). Invece per il materiali- smo il c. è l'unica realtà esistente, dalla quale tutto deriva; e per il fenomenismo, puro complesso di rappresentazioni sensitive e soggettive.
Nella fisica moderna i c. si concepiscono come aggregati di particelle estese, che sono i fondamenti elementi costitutivi della materia, legati tra di loro da forze; la recente teoria della meccanica quantistica, pur accettando la costituzione particellare della ma- teria, pensa il c. come complesso di corpuscoli-onde, che nel c. composto perdono la loro individualità fisica (v. MATERA). Queste teorie scientifiche lasciano aperto il problema filosofico della unità ontologica del c. composto.
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