DALMAZIA. -
I. GEOGRAFIA
Regione storica corrispondente alla fascia marginale adriatica della penisola balcanica, dal Quarnaro al Golfo di Drin. È costituita da un settore continentale di varia larghezza (minima di 5-10 km. a N.; massima di 100 al centro) e da una ghirlanda di isole, isolotti e scogli (un migliaio ca.) che lo fronteggiano fino all'altezza di Ragusa. La costa, per lo più alta e rocciosa, è intagliata da frequenti e tipiche insenature (canali e « valloni »), ramificate e protette verso l'esterno dalle isole che si allungano parallelamente ad essa, talora in più file. Il vicino crinale montuoso (Alpi Bebie e Dinariche), che s'innalza fino ai 2000 m., isola nettamente, anche sotto l'aspetto climatico e floristico, l'elevato retroterra dinarico, dal litorale e dall'arcipelago dalmatico, il cui carattere mediterraneo è messo in evidenza, oltre tutto, dalle colture prevalenti dell'olivo, della vite, degli alberi da frutta (mandorli, fichi) e, localmente, degli agrumi. Nonostante la sua natura carsica, la D. ha appena il 3% di ter-
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La D. naturale abbraccia ca. 18.000 kmq. con poco più dell'80% di terra ferma; ma la sua unità regionale è andata perduta nella nuova sistemazione della Repubblica federale jugoslava, in cui è compresa. La sua fisionomia etnico-linguistica ha mutato d'assai col tempo; alla fine del secolo scorso l'elemento italiano (prevalentemente cittadino), contava probabilmente ancora 75-80 mila unità. Il Trattato di Rapallo (1920) lasciava all'Italia Zara e Lagosta (oltre Cherso e Lussino, compresi nell'Istria); l'accordo del 18 maggio 1941 le riconosceva in più il possesso di tutta la D. mediana e della regione di Cattaro (5242 kmq. con 325 mila ab.); oltre le isole di Veglia e di Arbe, annesse alla provincia di Fiume. Con il diktat di Parigi (11 febbr. 1947) l'intera regione passava invece alla Jugoslavia, compresa Zara, dove la prevalenza dell'elemento italiano era incontrovertibile.
I maggiori centri abitati della D. sono tutti costieri; il più popoloso è oggi Spalato, nella D. media; nessun altro supera i 20.000 ab.
II. STORIA
Fu abitata nell'età dei metalli dagli Illiri, costituiti intorno al III sec. a. C. in due principati (di cui quello dei Dalmati dà il nome al paese) e dai Liburni, che abitavano specialmente le isole; la zona meridionale ebbe molte colonie siracusane e frequenti scambi con l'Apulia. La conquista romana, iniziata alla fine del III sec. a. C., fu piuttosto fortunata e si concluse il 9 d. C. con la soggezione di tutto il paese e la costituzione dell'Illyricum, in cui fiorirono moltissime città, prima fra tutte Salona. Qui nacque Diocleziano, che nei pressi di Salona costruì il suo grande palazzo.Caduto l'Impero d'Occidente e tramontato l'effimero regno di Giulio Nepote (476-80), la D., già

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Scarse notizie si hanno sulla D. per i secc. VII e VIII: certo è che la regione continua a dipendere dall'esarca di Ravenna, sino a che non forma un «thema», cioè un governo a sé, con a capo uno stratega. Nei primi anni del sec. IX i Franchi tentano d'impadronirsi della regione; ma gli insuccessi riportati inducono Carlo Magno a riconoscere, nella pace dell'812, il governo bizantino. Ma questo va continuamente decadendo, né si trova più in grado di difendere le sue città e province dalle piraterie dei corsari croati e narentani. Allora varie città marittime cominciano a provvedere alle loro necessità e bisogni. Sino dal sec. X sorgono i comuni di Veglia, Arbe, Ossero, Zara, Traù, Spalato, Ragusa e Cattaro, retti da tribuni, priori, consoli e giudici. Il vescovo, eletto dal clero e dal popolo, non ha nelle sue mani il governo temporale, ma esercita una funzione importante nella vita comunale. I monasteri benedettini cassinesi, che si vanno rapidamente propagando nella regione, esercitano anch'essi una notevole influenza sulla popola-
zione, orientandola sempre più verso Roma. Nello stesso tempo, varie città costiere stringono accordi, contro i comuni nemici, con Venezia, già allora divenuta forte e potente sul mare. Così, proprio alla fine dello stesso secolo, invitato dagli stessi Dalmati, il doge Pietro II Orseolo si pone a capo di una formidabile flotta, sconfigge Croati e Narentani e, dopo aver ricevuto omaggi e promesse di fedeltà, assume il titolo di Duca di D. (1000).
Nel 1060 il legato papale Mainardo, abate di Pomposa, arriva in D. per promulgarvi ed applicarvi le costituzioni del Sinodo pasquale lateranense dell'anno precedente e ne approfitta per restituire alla Chiesa spalatina la giurisdizione sui territori dell'antica D. romana, allora in gran parte tenuti dai Croati. Negli ultimi anni del secolo successivo (1199), essendo papa Innocenzo III, si svolge nella regione un Concilio che si disse appunto di D.: vi prendono parte Giovanni, cappellano del pontefice, e Simone suo diacono, legati della S. Sede, assistiti dall'arcivescovo Diocleo e dai sei vescovi suoi suffraganei; vi si condannano vari abusi lamentati, come le simonia, il matrimonio degli ecclesiastici, la violazione del segreto della confessione ecc., ed è ristabilita in tutta la sua purezza la dottrina cattolica.
In una lotta che dura circa tre secoli, dal XII ai primi del XV, Venezia contende il possesso della D. ai re di Ungheria, e per lungo tempo la regione rimane divisa in due zone d'influenza: la settentrionale, dal Quarnaro a Zaravecchia, per Venezia; la meridionale, da Zaravecchia ad Almissa, per i re magiari. Ma nel 1409 la Repubblica di S. Marco, mediante lo sforzo di contornità ducati, ottiene da Ladislao, re di Napoli e di Ungheria, la cessione di tutti i diritti sulla D. che diviene presto la prediletta delle sue province. In questo sec. XV si opera la riorganizzazione amministrativa della regione. Non esiste più il Comune, le città sono governate ciascuna da un nobile veneziano, col titolo di conte o capitano; si affermano ed acquistano importanza l'artigianato e i ceti popolari, organizzati in «università di popolo e di cittadini», progredisce l'agricoltura, si sviluppano le arti e le industrie, sicché anche le piccole città si abbelliscono di magnifici monumenti, come le città dell'altra riva adriatica e di tutta l'Italia.
Ma questa prosperità che coincide con l'epoca del Rinascimento, rimane interrotta e compromessa dalle sette guerre che Venezia deve combattere in D. dal 1468 al 1718, cioè per un periodo di due secoli e mezzo, con intervalli più o meno lunghi tra l'una e l'altra guerra. Con la libertà e l'indipendenza della regione e della città dominante, sono in giuoco le sorti di tutta l'Europa cristiana e i papi naturalmente non assistono indifferenti alla lotta formidabile e largheggiano di aiuti d'ogni genere, a pro dei difensori della fede e della civiltà. Da prima i Turchi hanno la prevalenza e riescono ad occupare qualche tratto della regione; ma, a cominciare dal sec. XVII, le vittorie dalmate-veneziane si susseguono, pressoché ininterrotte, l'una all'altra, sicché il territorio perduto viene non solo recuperato, ma anche sorpassato. Nel 1671, dopo la pace di Candia, la linea Nani delimita il cosiddetto acquisto vecchio; nel 1700, dopo la pace di Carlowitz, la linea Grimani, includendo i distretti di Tenin, Signo e Dernis, delimita l'acquisto nuovo; in fine, nel 1720, dopo la pace di Passarowitz, la linea Mocenigo, aggiungendo il territorio di Imoschi, delimita l'acquisto nuovissimo. Così sono ristabilite in pieno l'unità regionale e l'autorità del «provveditore generale di D. ed Albania».
Ma pur vittorioso, queste guerre veneto-dalmate-turche turbano profondamente la vita economica della regione e provocano anche forti sconvolgimenti etnici: l'elemento latino va diminuendo, gli Slavi del retroterra sono accolti nelle città, e nell'agro si verifica un continuo flusso e riflusso di profughi croati serbi e morlacchi. Venezia e i Dalmati stessi si adoperano sollecitamente, con tutti i mezzi, per riparare ai danni patiti, specie nelle terre di più recente acquisto; ma non hanno il tempo materiale di condurre a compimento l'opera iniziata, in quanto, sopraggiunta la bufera della Rivoluzione Francese, Venezia stessa è minacciata di estrema rovina. Di fronte al grave pericolo della Dominante,
dodicimila Dalmati passano l'Adriatico per difenderla; ma vano risulta il loro slancio di fedeltà e di attaccamento. Con il trattato di Campoformio (1797) la monarchia austriaca sostituisce Venezia nella D., come nell'Istria e nell'Italia nord-orientale; ma per breve tempo, che le vittorie napoleoniche riuniscono presto D. e Istria al Regno d'Italia (1806-1809): durante questi pochi anni la D. è governata dal provveditore Vincenzo Dandolo, veneziano, che v'introduce molte migliorie, vi apre nuove strade e nuove scuole e vi pratica una saggia ed illuminata politica sociale ed economica. Nel 1810 la D. viene aggregata alle « Province Illiriche », nelle quali si spegne anche la piccola Repubblica di Ragusa; ma, al principio del 1814, vinto ed abbattuto Napoleone, la regione intera ritorna sotto la soggezione austriaca e da allora non ha più corpo rappresentativo né Stati provinciali, come gli altri antichi domini austriaci: solo alcuni distretti e città conservano pochi dei diritti e dei privilegi già goduti sotto il governo veneziano. Seguono alcuni decenni di politica piatta. Nel biennio fortunato 1848-49 i Dalmato-Veneti prendono parte attiva alla rivoluzione italiana: Niccolò Tommasco, di Sebenico, esercita funzione direttiva nel governo e nella difesa di Venezia; legionari dalmati si segnalano per atti di valore nell'assedio di
Roma e nella resistenza ad oltranza sulla laguna veneta. Negli anni seguenti cominciano a delinearsi ben distinti nella regione due movimenti politici, l'un contro l'altro armato, l'autonomista e irredentista italiano e l'annessionista croato-asburgico: il governo di Vienna sta per un po' di tempo a vedere come si mettono le cose; poi, a cominciare dall'ott. 1865 inaugura la sua politica croatofila e comincia a perseguitare sistematicamente i Dalmato-italiani. Nondimeno questi riescono ancora a conservare le loro posizioni alla Dieta, nel Consiglio dell'Impero e nei Consigli comunali sino al 1870, ca. Ma da quest'anno cominciano a perdere terreno e, nonostante gli sforzi eroici di Antonio Bajamonti, capo riconosciuto del movimento nazionale, sono a poco a poco ridotti alla quasi inesistenza politica: infine, nel 1909, un decreto amministrativo ministeriale sopprime, cioè proibisce l'uso della lingua italiana negli uffici dello Stato.
Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, la lotta nazionale si arresta; ma quattro anni dopo, nell'ott. del 1918, si riprende con la vittoria dell'Intesa: il 31 di quello stesso mese, l'on. Ziliotto, presidente del Consiglio comunale di Zara, con un gruppo di popolani armati, prende possesso del Municipio, e il 15 nov. successivo, arriva a Sebenico, e il 19 a Zara, l'ammiraglio Enrico Millo, quale effettivo governatore italiano della zona occupata in base al patto di Londra (Zara e le isole Lagosta e Carra). Più tardi (apr. del 1941), dopo lo smembramento della Jugoslavia, l'Italia occupa alcune altre regioni della D., ma deve poi sgombrarle alla fine della seconda guerra mondiale. Oggi, nella nuova circoscrizione politica amministrativa della Jugoslavia, la D. non esiste, cioè non figura nominativamente. Esistono, invece, i tre banati di Primorje, capoluogo Spalato, Savska, capoluogo Zagabria, Zetska, capoluogo Cettigne.
F. Cusani, La D., le isole Ionie e la Grecia, 2 voll., Milano 1846; L. Maschek, Manuale del Regno di D., Zara 1871-75; V. PERSIA, I partiti politici in D. Rivolazioni, in Rivista europea, nuova serie, n. 14, vol. 32; S. Mitis, La D. ai tempi di Lodovico il Grande, in Annuario Dalmatico, 4 (1887); T. Erber, Storia della D. dal 1797 al 1814, in Programma del Ginnatio superiore in Zara, 30-35 (1886-1892); T. G. Jackson, Dalmatia, the Quarnaro and Istria, 3 voll., Oxford 1887; P. Pisani, La Dalmatie de 1789 al 1815. Episodes des conquêtes napoléoniennes, Parigi 1893; H. Marozali, Les relations de la Dalmatie et de la Hongrie du XIIe siècle au XIIIe, ivi 1899; C. Jirecek, Die Romanen in den Staaten Dalmatiens während des Mittelalters, in Denkschriften der K. Akad. der Wissenschaft., 48-49 (Vienna 1902-1904); G. Gelcich, Il conte Giovanni Dandolo e il dominio veneziano in D. nei secoli di mezzo, in Archeografo triestino, 30 (1906); V. Brunelli, Storia della città di Zara dai tempi più remoti sino al 1815, Venezia 1913 (un volume solo, sino al 1909); V. Gayda, L'Italia d'oltre confine.

Bologna 1919; J. Bulic, Jugoslavia e Italia, Spalato 1919; A. Chaboseau, Les Serbes Croates Slovènes, Parigi 1919; Z. Moravec, L'Italie et les Jugoslaves, ivi 1919; A. Tamaro, La Vénétie Julienne et la Dalmatie. Histoire de la Nation italienne sur ses frontières orientales, II e III, Roma 1919 (con ampia bibl.); S. Gbelli, La maschera dell'Austria nell'Adriatico orientale, Prato 1919; A. Giannini, Libro verde [sui negoziati diretti tra i governi italiano e jugoslavo per la pace adriatica], Roma 1921; A. Alesani, La D., Zara 1933; A. Consiglio, D. veneta e romana, ivi 1941; B. Dudan e A. Teia, L'italianità della D. negli ordinamenti e statuti cittadini, Milano 1943; O. Randi, D. etnica. Incontri e fusioni, ivi 1943 (con bibl. più specialmente jugoslava).
Ersilio Michel
III. ARCHEOLOGIA
La vita cristiana della D. Salona (v.) che la documenta con una ricchezza di monumenti unica fra le città romane provinciali. Primo segno è un oratorio della fine del sec. III; il primo vescovo noto, s. Domnio (o Doimo), fu martirizzato con molti compagni, soldati e civili, sotto Diocleziano. Salona, sede metropolitica dal 414 al 639, dopo le gravi incursioni avare e slave (le reliquie dei martiri furono portate a Roma), fu sostituita da Spalato, soppressa poi nel 1828. Undici sedi episcopali le erano suffraganee, altre dieci erano suffraganee di Scodra, sostituita poi da Doclea e poi da Antivari. Questa attualmente è sede primaziale per la D., ma il titolo di primate di D. spetta anche al patriarca di Venezia. Vi è poi la sede di Zara, di cui sono suffraganee altre cinque sedi episcopali. La D. da cui la Chiesa ebbe due papi, s. Caio e Giovanni IV, si vanta di aver dato i natali a s. Girolamo, a Stridone. La maggioranza della popolazione è cattolica, gli ortodossi erano ca. il 17% nel 1921. Notevole apporto al numero degli ortodossi ha dato prima l'occupazione austriaca, poi quella jugoslava.IV. ARTE
L'architettura, che è preminente contributo della D. all'arte, è fin dall'età romana fervidissima, favorita dalle ottime cave di pietra. Opere di notevole importanza, quasi tutte peraltro poco conservate, appaiono in ogni città; a Salona (anfiteatro, teatro, terme, templi gemelli), ad Aenona, ad Asseria (cinta murale e portatraiana), a Burnum (pretorio), a Doclea (basilica). Di particolare rilievo il palazzo di Diocleziano, nel quale è nata Spalato, mirabile per l'organica, chiara concezione, la possente e animata architettura pienamente romana, la notevole integrità dei resti. In esso si notano anche aspetti caratteristici della scultura decorativa dalmata, vivamente pittorica e di ispirazione orientale. Anche in D., grazie alle relazioni con l'Attica, coesistono le due tendenze fondamentali della scultura romana. Quanto alle arti minori, da rilevare l'industria vetraria (Aenona, Iadera).
Salona ha preziosi resti di costruzioni cristiane; notevole la varietà dei tipi basilicali (ad aula rettangolare, a tre navate, a forma di croce, discoperta), i mausolei a due celle ed alti barbacani, i pavimenti musivi, l'eleganza degli arredi marmorei.
L'alto medioevo conserva l'attenzione romana alla pianta centrale in molte piccole chiese di vario aspetto (S. Donato di Zara, Trinità di Spalato, S. Croce a Nona); caratteristica la cupolella sulla nave centrale di alcune altre (S. Lorenzo di Zara). Nel 1200 e nel 1300, spesso per opera di monaci benedettini, una larga serie di opere in pietra polita, fonde modi pugliesi, lombardi e pisanolucchi sia nelle strutture (duomo di Zara) che nelle decorazioni piuttosto fastose. Da rilevare nella scultura alcuni influssi bizantini, o diretti o attraverso Venezia.
Il gotico giunge con l'avvento della Serenissima e ha molti esempi, specie di carattere decorativo, in edifici religiosi e civili. Il Rinascimento, prima acerbo (Palazzo dei Rettori a Ragusa), si fa misurato e saldo specialmente per opera di Giorgio Orsini (duomo di Selenico), che si era affermato per personali, rigogliose opere giovanili, di Andrea Alessi e Niccolò Fiorentino (cappella Orsini nel duomo di Traù, che riprende la volta del tempio di Spalato). Nobili le opere di architettura militare, a cui dette il suo segno anche il Sammicheli (porta di Zara). L'Orsini e Luciano da Laurana portano nella penisola ricchezza e originalità di architettura di primo piano.
L'Orsini, impetuoso ma elegante, dà il segno alla vigorosa scultura del suo tempo (noti Giovanni Dalmata); maestri zaratini vestono di modi toscani la loro pittura; nettamente venete sono le arti minori. È frequente l'apporto dei grandi pittori veneziani del Rinascimento, da rilevare i decisi colori di Andrea da Zara (lo Schiavone), mentre altri pittori riecheggiano gravemente i modi veneziani.
Nel '600 e nel '700 l'attività architettonica è più ridotta; Ragusa è la città più ricca di opere di quest'epoca, in genere di ambiente romano, mentre venete sono ancora la scultura e la pittura. Dopo l'occupazione austriaca mancano opere di rilievo, per quanto attività costruttiva notevole si sia avuta in varie città (Spalato, Zara). Lo scultore Ivan Mestrovich è l'unica grande voce dell'arte moderna, che per la pittura ha dato qualche apprezzato ottocentrista. Fra gli uomini illustri in altri campi va ricordato Niccolò Tommaseo. - Vedi tav. LXXVIII.