GERINI, GIOVANNI BATTISTA. - Pedagogista, n. a Vessalico (Imperia), il 9 febbr. 1859, m. a Torino il 13 febbr. 1916. Dal 1884 svolse la sua attività, come professore di materie letterarie, nei Ginnasi di Cuneo, Roma e Torino; e, come studioso e scrittore, nel campo della pedagogia. Ammiratore e conti-nuatore di G. Allievo, egli si ricollega alle migliori tradizioni della scuola pedagogica subalpina.
La sua opera principale è costituita da Gli scrittori pedagogici italiani, nei secc. XV, XVI, XVII, XVIII e XIX (5 voll., Torino 1896-1910), la quale, se non apporta notevoli contributi sotto l'aspetto teoretico, né coglie il processo evolutivo delle dottrine nel loro sviluppo lo-gico, indaga tuttavia con accuratezza gli scritti di autori anche di secondaria importanza, raccogliendo un ricco materiale di notizie, di idee, di osservazioni utili e indispensabili allo storico della pedagogia italiana. Scrisse pure: Le dottrine pedagogiche di G. Locke (ivi 1893); Le dottrine pedagogiche di T. Campanella (ivi 1899); V. Gioberti e le sue idee pedagogiche, in Atti della R. Accademia di scienze di Torino, 1907, pp. 611-34; Le dottrine pedagogiche di M. T. Cicerone, L. A. Seneca, M. F. Quin-tiliano e Plinio il Giovane, C. Claudiano, Giuliano imperatore e Plutarco, precedute da uno studio sull'educazione presso i Romani (ivi 1914).

origini preistoriche (periodo mesolitico e eneolitico). La cronologia delle mura è stata cosi classificata. La città fondata nel 3000 era ristretta con un muro massiccio (A) nella parte settentrionale del Tell; dal 2100 al

propaganda esercitata con la massima prudenza e tolleranza, lasciando anche sopravvivere qua e là usanze e riti pagani, come presso gli Anglosassoni e gli Scandinavi, e in altre, invece, dove essa era anche e soprattutto una faccenda politica, come presso i Frisi ed i Sassoni al tempo di Carlomagno, essa fu imposta col rigore delle leggi e talora con la distruzione violenta di tutto ciò che ricordava la fede primitiva, spiegano non solo come il quadro del paganesimo che si può oggi ricostruire, sia notevolmente diverso presso le varie famiglie, ma anche come le fonti, a cui è possibile attingere, fluiscano in modo così vario. Per i territori della Germania propriamente detta si può dire che non si hanno se non notizie indirette – a prescindere da qualche repertorio archeologico di dubbia interpretazione e da qualche frammento letterario anch’esso controverso – cioè le opere degli scrittori dell’antichità, specialmente di Tacito, che danno però informazioni isolate e sovente superficiali, parecchi storici medievali delle famiglie germaniche, Jordanes per i Goti, Gregorio di Tours per i Franchi, Paolo Diacono per i Longobardi, Widuchindo per i Sassoni, e le biografie dei missionari che evangelizzarono i popoli germanici, s. Colombano, s. Gallo, s. Bonifacio, gli uni e le altre mancanti spesso di precisione o, specie le seconde, comprensibilmente non abbastanza obiettive. Per le regioni del Settentrione d’Europa, invece, dove, come si disse, il paganesimo sopravvissero fino ad oltre il Mille, si ha una ricchezza incomparabile di fonti dirette, cioè una cospicua letteratura nazionale (v. EDDA) nella quale non solo si trova sviluppata organicamente una complessa saga divina, ma è pur fissata una compiuta dottrina cosmogonica ed escatologica. Una tale mitologia, cosiddetta nordica, non può per altro esser presa se non molto cautamente per base della ricostruzione del paganesimo comune, essendo talora non solo il risultato di sviluppi indipendenti, ma avendo subito il più delle volte notevoli influssi stranieri e specialmente cristiani, e non rappresentando perciò un complesso di credenze popolari, ma piuttosto un’epocapartistica e aristocratica, una poesia dotta.
All’epoca del loro ingresso nella storia le popolazioni germaniche veneravano alcune divinità antropomorfiche, già modellate con particolari caratteri etici e con forme di culto semplicissime ma non più rudimentali, in rozzi templi di legno, che in origine pare mancassero del tetto a ciò bastando l’ombra di sacre foreste, alberi consacrati e idoli di legno o di pietra a cui si offrivano sacrifici di frutta, di animali e spesso di vittime umane: sacerdoti non costituiti in casta speciale e la cui dignità era forse prerogativa degli anziani e delle famiglie più cospicue, anzi talora degli stessi principi. Il nome collettivo degli dei era Asi. Il loro numero è variabile a seconda delle regioni e delle epoche: mentre i poeti normali lo fissarono talora a 9, tal’altra a 12 e persino a 14, Tacito parla di tre divinità principali e con lui si accordano numerose altre testimonianze, fra cui la famosa «formola di abiura» sassone del sec. VIII nella quale sono citati i nomi degli dei a cui i neofiti dovevano rinunciare ricevendo il Battesimo, e cioè Donar, Wodan e Ziu, che i Romani identificarono con Giove, Mercurio e Marte, e che ebbero nel settentrione rispettivamente il nome di Thor, Odino e Tyr. La supremazia sugli altri e su tutto il consorzio celeste fu tenuto or dall’uno o dall’altro dei due primi. Si tratta, in ogni modo, di un deciso politeismo: le ipotesi di taluni studiosi che ravvisano indizi di monoteismo sia all’inizio della concezione religiosa germanica, sia come tendenza finale del suo sviluppo, sia come carattere latente, sono insostenibili. Specifico è, invece, il fatto che esse sono tutte e tre, più o meno, divinità di guerra e che a questa hanno attinenza i loro principali attributi: qualità forse non originaria, ma acquisita attraverso le tempestose vicende e i secolari conflitti delle trasmigrazioni, che esaltarono in supremo grado gli istinti guerrieri di quei popoli e impressero un carattere fosco e bellicoso alla loro saga divina così come offersero il motivo della tragica fatalità che riempie la loro epopea nazionale.
Di codeste tre divinità la più antica è certamente Ziu, che rappresenta l’originario dio celeste dell’antichità ariana, comune, per la concordanza etimologica, a tutti i po

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**GEMANI, RELIGIONE dei - Ara votiva pagana delle Matronae**
**Germaniae trovata sotto il pavimento della cripta romanica della collegiata di S. Cassio - Bonn.**
(da Rivista di Archeologia cristiana, 9 [1932], p. 135)
**GEMANI, RELIGIONE dei - Ara votiva pagana delle Matronae**
**Germaniae trovata sotto il pavimento della cripta romanica della collegiata di S. Cassio - Bonn.**
poli indoeuropei. Presso i G. dell’epoca storica egli ha già assunto però il carattere e gli attributi di un dio della guerra, per cui Tacito, che parla del suo culto presso alcune popolazioni e narra che i vincitori gli consacravano tutti gli uomini dell’esercito vinto, lo identificò con Marte. Analogamente, allorché i G. della regione renana del III e del IV sec. avvertirono la necessità di tradurre in tedesco i giorni della settimana latini, sostituendo ai nomi delle divinità romane, da cui si chiamavano i cinquemila giorni della consacrazione, Ziu prese il posto di Marte per rendere il dies martis: Zioisac e, nel nord, Tysdagr. Se a Ziu, con il nome di Irmino, quale capostipite degli Erminoni, debba intendersi consacrata la enigmatica Irminsul o calumna universalis, cioè un tronco d’albero gigantesco, venerato specialmente presso i Sassoni, ma anche altrove, e di cui uno fu distrutto da Carlomagno nel 772 presso Eresburg, oppure se il vocabolo Irmin conferisca ai compositi un senso superlativo senza alcuna relazione a qualche particolare divinità, è tuttavia dubbio.
Culto generale godette Donar, che nel settentrione ebbe il nome di Thor. Dio del tuono, come dice il suo nome, egli fu da Tacito identificato dapprima erroneamente con Ercole e poi esattamente con Giove, benché soltanto più tardi e nella sola Scandinavia egli abbia tenuto il primo posto fra tutti gli dei; nelle altre regioni sembra aver avuto sempre una posizione inferiore a Ziu, poi a Wodan. Era ritenuto il più forte e il più valente degli dei ed invocato dai combattenti prima della battaglia. Gli venivano offerti sacrifici di animali e gli si consacravano degli alberi, come la quercia di Geismar, abbattuta da s. Bonifacio, che col suo legno fece costruire un oratorio a S. Pietro. Nel settentrione è il dio del popolo comune, protettore della casa, della proprietà e della nazione. Personificazione della forza naturale usata in difesa dei deboli, egli appare come l’invincibile debellatore dei giganti avversari, il vendicatore e il protettore del divino consorzio. Rappresentato come un bell’uomo alto e robusto dalla lunga barba rossa, armato di un for
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stitui quello di Mercurio nella denominazione del giorno di mercoledì in tutte le lingue germaniche, meno nelle regioni del mezzogiorno, cioè nell'attuale tedesco letterario. Questo fatto può valere come una prova che al tempo dell'introduzione dei nomi latini, le popolazioni dei territori che furono poi alto-tedeschi, non praticavano il culto di Wodan.
Accanto a Odino si trova, fin dalle più antiche testimonianze, una divinità femminile, Frija; ma se si eccettuano una leggenda longobarda tramandata da Paolo Diacono, ove essa appare col nome di Frea, e qualche formola magica, essa è molto scarsamente documentata al di fuori dei paesi scandinavi, ove prese il nome di Frigg, ed è la dea dell'amore, della felicità maritale e della casa: corrisponde perciò, come compagna del dio supremo, meglio a Venere che a Giunone, e della prima infatti essa prese il posto in tutte le denominazioni germaniche del venerdì.
Poco, anzi nulla più che il nome latinizzato si sa di altre divinità, probabilmente locali, di cui parla Tacito: di una Tafana, venerata dai Marsi, di una Nehalennia, che si trova raffigurata in alcune pietre votive, di una Badhuenna, a cui era sacro un boschetto presso i Frisi, di un dio Requelivahano, menzionato in una lapide del 11 sec., e di altre ancora. Merita però menzione particolare la dea Nerthus, che Tacito identifica con la Madre Terra, venerata presso alcune popolazioni dello Jutland e il cui santuario, ch'era il tempio nazionale degli Ingavoni, si trovava in mezzo ad una foresta in un'isola solitaria del Baltico, e nel quale si custodiva il carro su cui il simulacro della dea veniva portato in giro con grande solennità per celebrare forse la fecondità della terra e il risveglio della vegetazione. Il suo culto mostra una grande concordanza con quello del dio Njord e del figlio Freyr delle fonti nordiche, il quale ultimo occupò talora nella Svezia un posto preminente accanto a Thor e a Odino. Essi non appartenevano però alla stirpe divina degli Asi, ma a quella dei Vani, stirpe altrettanto potente, benché più barbara e più rozza, che mossero guerra agli Asi e si riconciliarono poi col patto che due di essi fossero accolti nel concilio degli Asi, i quali davano in cambio due dei loro. Questa guerra di due stirpi divine è certo il riflesso di una lotta culturale fra i seguaci di una fede antica e quelli di una religione straniera, forse l'immigrazione del culto di Odino nella Svezia, ove era già antica l'adorazione di Freyr, e la conseguente fusione dei due culti. Sono altresì caratteristiche del settentrione e perciò creazioni posteriori e indipendenti, altre divinità, di cui qui basti citare Balder, dio della purezza e dell'innocenza e martire di un fatale tradimento, la cui morte sarà il triste preludio della fine del mondo; Loki, originariamente di nome del fuoco, genio del male e padre di una figliolanza terribile, tra cui Hel, dea della morte, personificazione, cioè, dell'antico concetto germanico di un luogo sotterraneo che accoglie le anime di tutti i morti e poi, quando la fantasia nordica ebbe creato il Walhall per gli eroi morti in battaglia, solo di coloro che morivano di vecchiaia o di malattia. Infine anche le vaghe e rudimentali idee degli antichi G. sull'origine degli dèi e delle stirpi ebbero uno straordinario sviluppo nella letteratura nordica, dove per opera in parte del popolo, in parte dei poeti, esse furono sistemate in una vera e propria dottrina che abbraccia l'intera saga divina in un grande quadro che contiene i singoli miti come singole azioni dello spaventoso dramma universale. Esse sono state tramandate specialmente nel primo libro dell'Edda, la Völuspa, che è nello stesso tempo il libro delle origini e la profezia della fine (v. COSMOGONIA). Nato il primo essere capostipite dei primi Asi, Odino, e poi Vili e Ve, venne da essi costruito Asgard, o giardino degli Asi, ove trascorsero per lungo tempo una vita di gioia nell'età dell'oro. Ma il loro destino si offusca dal giorno in cui Loki ottiene con la sua astuzia la morte del giusto Balder, e precipita finalmente verso la catastrofe, verso il «crepuscolo degli dei» nel quale in una spaventosa battaglia tra gli Asi e le potenze avversarie, tutti promobono, mentre il mondo si incendia ed ogni vita dispare. Ma dalle immense ceneri una nuova terra emerge più bella dell'antica, su cui germina il grano senza che la mano dell'uomo vi getti
