GIONA. - Profeta, figlio di Amatthi (ebr. 'Amit-taj') di Geth (Gath) di Opher (Héphier) in Galilea; vaticinò a Geroboamo II (787-746) le sue vittorie (II Reg. 14, 25). Una leggenda giudaica lo dice figlio della vedova di Sarephta, risuscitato da Elia (I Reg. 17, 17-24). Tradizioni poco attendibili ponendo il suo sepolcro a Geth di Opher, o in Assiria presso il villaggio Nebi Yānus «profeta G.», sul posto dell'antica Ninive.
G. è l'eroe del libro omonimo, quinto tra i profeti minori della Bibbia ebraica e della latina, sesto in quella greca. Il libro non contiene discorsi, ma un episodio della vita di G.
Mandato da Jahweh a predicare la penitenza a Nivne, capitale dell'Impero assiro, oppressore d'Israele, G. si ricusa e cerca sottrarsi all'ordine di Dio imbaricandosi a Ioppe su una nave fenicia. Scoppia la tempesta, e la sorte indica in G. il colpevole. Gettato in mare, è inghiottito da un grosso pesce (cap. 1). Nel ventre di esso G. compone un cantico (un vero salmo) e dopo 3 giorni è vomitato sulla costa palestinese (cap. 2). Dopo un nuovo ordine, G. reca a Ninive il messaggio di distruzione: fra 40 giorni la capitale sarà distrutta. Gli abitanti fanno penitenza e Jahweh li perdona (cap. 3). È quello che G. non voleva; se ne adira ed invoca la morte. Jahweh gli rimprovera tale sentimento di odio e lo istruisce sulla sua misericordia che vuole salvi anche i gentili, mediante la pianta di ricino cresciuta ma poi inaridita nello stesso giorno, questa volta con vivo rammarico di G. (cap. 4).
GIONA - G. gettato a mare e in riposo dopo essere stato restituito dal mostro. Sarcofago (sec. IV) - Chiesa di St-Caprais d'Agén.
Scopo dell'autore è insegnare che Dio vuol salve anche le Genti (4, 2). Il profeta rimproverato da Dio impersona il gretto particolarismo giudaico. Lo spirito universalista che anima questo piccolo libro ne fa una delle perle della letteratura ebraica. Tale insegnamento, che ne è l'essenza, rimane intatto sia che il libro sia ritenuto pienamente storico, sia che venga assegnato piuttosto al genere didattico.
La storicità, difesa comunemente fino al sec. XIX, sembra insegnata da Gesù (Mt. 12, 39-41; Lc. 11, 29-32), che allinea l'esempio dei Niniviti a quello, certamente storico, della regina di Saba (I Reg. 10) e paragona la propria sorte a quella di G.: rimarrà 3 giorni nel sepolcro, come G. nel pesce. Il riferimento di Tob. 14, 4 (solo cod. B) è del tutto insicuro (R. Galdos, Tobit, Parigi 1930, p. 296; A. Miller, Tobia, Bonn 1940, p. 106). Infondati risultano i tentati riferimenti a testi cuneiformi (J. B. Schaumberger). D'altra parte, la disubbidienza di G. (cf. Ier. 20, 7-9), il cantico nel ventre del pesce, la conversione totale e subitanea di Ninive, appaiono inverosimili. Si parla di Ninive come di una città del passato, con riferimenti inesatti (3, 3, 6).
Gesù parla di G. e dei Niniviti a scopo didattico; fa un riferimento illustrativo che può essere desunto da un fatto storico come da un racconto parzialmente fittizio o leggendario. Così I Cor. 10, 4 e Jud. 9 segg. hanno riferimenti a leggende giudaiche; cf. II Tim. 3, 8; Mt. 23, 35; Hebr. 7, 3 ecc. Così la liturgia augura all'anna la pace eterna "con Lazzaro una volta povero". Un insieme di indizi favorisce l'interpretazione parabola, che è sempre più seguita dagli esegiti moderni (Lagrange, Van Hoonacker, Tobac, Lesètre, Holzhey, Gigot, Deneufel, Chaine, Feuillet, e già s. Gregorio Nazzaneno e R. Simon).
È notevole la dipendenza letteraria e teologica di G. da Geremia: il profeta delle nazioni è stato la fonte principale dell'autore di G. (cf. 1, 14 = Ier. 36, 15; 3 = Ier. 36; 3, 8 = Ier. 18, 11; 23, 22; 3, 10 b = Ier. 18, 7 seg.). I versi del cantico sono reminiscenti del Salterio. Tutto ciò tenderebbe a confermare il carattere non strettamente storico, ma didattico, del racconto.
Lo stile, con aramasimi e neologismi, pone G. tra gli ultimi scritti ebraici del Vecchio Testamento. I critici odierni, cattolici o protestanti, esitano quanto all'interpretazione, se simbolica (E. König), parabola, allegorica, o mistica. Il tempo della composizione è assegnato tra il 500 ca. e il 300 a. C.; probabilmente, il libro fu composto ca. il 300, nel periodo della maggiore dispersione (v. DIASPORA) e del proselitismo. Contro la corrente più ristretta che si opponeva alla diffusione del jahwismo tra i gentili, si sentì il bisogno di affermare il non esclusivo della religione di Jahweh nei confronti dei pagani (cf. Is. 56, 1-9). L'autorità divina del libro è attestata da Gesù (Mt. 12, 39-41; Lc. 11, 29-32).
Francesco Spadafora
Iconografia. - I. Nell'antichità cristiana. Lo stesso Divino Maestro ha insegnato il senso del simbolismo dell'episodio del profeta G., dicendo: "Come G. rimase tre giorni e tre notti nel ventre del cetaceo, così anche il Figlio dell'uomo resterà per tre giorni e tre notti nel seno della terra" (Mt. 12, 40). G. gettato in mare e ingoiato dal mostro è simbolo del fedele defunto deposto nel sepolcro,

mentre il mostro rappresenta la morte eterna dalla quale il Signore salverà il defunto come già G. Questo concetto è espresso in una orazione pseudo-ciplinaria in cui è detto: «come tu o Signore, esaudisti G. dal ventre del mostro, così ascolta anche me e dalla morte gettami alla vita».
È stato uno dei soggetti più spesso rappresentati nell'arte funeraria primitiva cristiana; il cielo è espresso talvolta con quattro scene: G. gettato dalla nave e ingoiato dal mostro; G. rigettato sulla riva; G. in riposo; G. molestato dal sole essendosi seccata la pianta. Queste quattro scene si trovano dipinte nel cimitero «ad duas lauros». In genere però sono rappresentate solo le tre prime; talvolta è soppressa la nave; in alcuni casi si ha una sola scena o il solo rigetto del profeta come nel cubicolo detto della velata in Priscilla o del solo G. in riposo. La tempesta prodotta dal vento è talvolta indicata dalla sua personificazione; l'effetto della tempesta è espressa anche dai gesti dei marinai; uno atterrito si copre il volto con le mani, un altro è in preghiera. Circa il genere della pianta all'ombra della quale si riposò il profeta, nacque una polemica tra S. Girolamo e S. Agostino perché nella versione della Volgata la parola ebraica qiqājōn fu resa con hedera, mentre nella versione dei Settanta si trova zōzōzōnōnōnōnōnōnōnōnōnōnōnōnōnōnōnō nōnōnōnōnōnōnōnōnōnōnōnōnōnōnō. Nell'arte si trova sempre rappresentata la cucurbita, meno che in un affresco di Priscilla (Wilpert, Pitture, tavv. 44, 2). Talvolta nello sfondo è rappresentata anche la città di Ninive, come nel cubicolo A° del cimitero di Callisto, in un coperchio di sarcofago di Arles e in una lastra grafitta nel cimitero «ad duas lauros» in Roma. Le più antiche rappresentazioni del ciclo di G. si hanno in Roma in musica nella cella sepolcrale scoperta nel 1942 presso la confessione di S. Pietro in Vaticano, in pittura nel cimitero di Callisto (Wilpert, ibid., p. 338, tav. 26, 1), in scultura nel sarcofago lateranense n. 119 (id., Sarcofagi, tavv. IX, 3; LIX, 3). Fuori Roma in pittura si trova nel cimitero detto di S. Gennaro in Napoli, a Bonaria in Sardegna, e a Cinque Chiese in Ungheria. È rappresentato pure in musicai tombali, a Roma su lastre di terra cotta, rinvenute in un cimitero della Via Latina, oggi nel Museo cristiano Lateranense; in Africa a Tabarca, e in un pavimento oggi nel Museo Alauni in Tunisi. Proveniente da Tarso, oggi nel Metropolitan Museum di Nuova York, si ha una scultura con G. gettato dalla nave, inghiottito e restituito dal mostro. Figura la scena di G. e del mostro anche in una lastra marmorea del Museo Lateranense, proveniente dal cimitero di Pretestato; nell'iscrizione di Beratius Nikatoras dello stesso Museo. Si trova poi in lampade in bronzo (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana nei primi otto secoli, VI, Prato 1880, tav. 471, n. 3), in lampade in terra cotta di Marsiglia, di Siracusa, di Sémur-en-Auxois, di Parigi, di Colonia, di Cartagine. In piatti (R. Garrucci, ibid., VI, tav. 465, 4 e 5). In medaglioni in bronzo da Ponziano ora alla Vaticana; in una coppa di piombo; in vetri dorati, in gemme, in stucchi come a Ravenna nel battistero di S. Giovanni in Fonte (R. Garrucci, ibid., II [Prato 1876], tav. 132, 1). Nel bordo marmorei di bacini provenienti da Salona e conservati a Zagabria la scena del mostro che rigetta G., in un frammento di Atene, in uno dell'Istituto archeologico russo di Istambul, proveniente da Smirne, in un altro di Laodicea oggi al Museo Tchinit-Kiosk pure a Istanbul (E. Michon, Rebords de bassins chrétiens ornés de reliefs, in Revue biblique, nuova serie, 12 [1915], p. 517 sgg.). In miniature, come nei manoscritti di Rabula, di Cosma Indicolpeste, nell'omelario di S. Gregorio di Nazianzo. In avorio, come nella pisside già di S. Ambrogio a Milano, ora al Museo de l'Ermitage a Leningrado o in quella del Museo di Bonn; nella lispanoetica di Brescia, nella copertura d'evangelario di S. Michele di Murano, ora a Ravenna.
Quale profeta G. è effigiato a Ravenna in S. Martino, «in caele aureo», oggi S. Apollinare Nuovo (R. Garrucci, op. cit., III [Prato 1876], tavv. 246-247).
29. Nell'arte medievale
Più tardi la pittura medievale esprime i medesimi concetti secondo le forme stilistiche proprie delle diverse età. Così le vetrate di Bourges, Le Mans e Lione (sec. XIII), mentre le sculture ed i musicai con l'immagine del profeta ingoiato dal pristice, che si trovano spesso sui parapetti dei pergami ducenteschi nell'Italia centrale e meridionale (Minturno, S. Pietro; Sessa Aurena; Gaeta, Duomo; Ravello, Duomo, e S. Giovanni del Toro) rivelano un significato particolare, cioè un ammonimento indirizzato ai predicatori. A prescindere dalle biblici catalane del 1000 a. e dalle rappresentazioni nei monumentali portali gotici, le effigi di G. raggiungono con l'affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina, con l'altro del Correggio in S. Giovanni Evan-gelista a Parma e con la statua del Lorenzetto (su disegno di Raffaello) in S. Maria del Popolo a Roma il più alto
livello artistico. Lo stesso dicasi per le scene del naufragio dipinte dal Rubens (Nancy, Museo) e dal Poussin (Windsor Castle).