GRADUALE. -
I. IL LIBRO
L'attuale Liber gradualis, di cui un estratto riunito poi con parti dell'Antifonario, costituisce il diffusissimo Liber usualis, approvato dalla Chiesa come raccolta dei canti della Messa, nell'edizione vaticana del 1907. Contiene in più del fondo antico tutte le aggiunte posteriori, dovute all'introduzione di nuove feste nel calendario.La denominazione definitiva dei libri liturgici può risalire ad Amalario di Mets (sec. IX). Il termine Antifonario si applicò dapprima a ogni raccolta di canti liturgici. Questo termine fu riservato poi al manoscritto che riportava le antifone sia della Messa che dell'Ufficio. Per ultimo « Antifonario » fu solo il libro contenente i canti dell'Ufficio, compresi i responsori: il « Cantatorium » o « liber Gradalis » o « Gradualis », che in un primo tempo conglobava i canti della Messa destinati al
tipo ravennate, tripartita, ad abside poligonale, eretta dal patriarca Elia (571-586) sulle mura di una basilica anteriore, a sua volta costruita attorno ad una piccola aula rettangolare, poi absidata, con vasca battesimale (principio del sec. v; un musaico sepolcrale è della fine del secolo). Ha il pavimento musivo originale, il più esteso del sec. VI, ma con larghe zone di restauro, e plutei marmorei coevi; ai lati dell'abside due martyria e a destra il salutatorium, tutti con bei pavimenti musivi. Da ricordare nel tesoro del Duomo due capselle argentee (secc. v e VI) e una pala d'argento sbalzata (1372). Più piccola è S. Maria delle Grazie, con abside incorporata nella pianta rettangolare (secc. v e VI); fra le due basiliche, il battistero ottagono (sec. v). Presso l'estremità meridionale della cinta è stata scavata la basilica di S. Agata, sorta nel
solista, diventò poi la raccolta di tutti i canti della Messa. I canti responsoriali della Messa entrarono nel « Liber Responsorius » destinato ai responsori dell'Ufficio, nel « Liber Sacramentorum », compilato per il celebrante (dal sec. X-XI in poi « Missale plenarium » erede del « Liber Sacramentorum ») e che compendiò anche i canti della Messa e le letture.
II. IL CANTO
G. è il canto eseguito durante la Messa dopo la lettura dell'Epistola. L'Introito, l'Offertorio, il Communio - canti che accompagnano un'azione - furono introdotti nella celebrazione della Messa dopo il G., il Tractus e l'Alleluia (che sostituì il Tractus). Questi ultimi seguono qualche lettura, sia la primitiva lettura dei Profeti rimasta in alcune Messe (quattro Tempora), sia la seconda lettura, quella dell'Apostolo, l'attuale Epistola: sono canti di riposo, o meglio di contemplazione, destinati a dare all'uditore tempo di penetrarne l'insegnamento e, con l'aiuto della musica, a provocare quegli affetti che formano la parte conclusiva delle meditazioni secondo i metodi moderni. I canti detti di azione devono invece mantenere desta l'attenzione dei fedeli mentre si svolge il rito: processione, oblazione o Comunione. I canti dopo le letture sono creditati dalla Sinagoga; gli altri sono innovazione della Chiesa.Si sono date etimologie diverse della parola G. La meno accettata fa derivare « gradualis » da « gradalis » piacevole, perché la melodia, molto ornata, riesce di gusto gradevole. La più comunemente ricevuta, si riferisce al posto che occupava il solista per cantare questa melodia, e cioè l'ambone o « gradus »: il diacono saliva fin sul pulpito; il lettore dell'Epistola e il cantore del G. rimanevano su qualche grado inferiore, donde l'espressione « responsorius gradualis », canto eseguito sui gradini. Il termine più antico dato a questo canto è quello di « Psalmus responsorius ». Forse questa espressione si sarà abbandonata quando, alla forma semplice del ritornello, si saranno sostituite melodie più ricche che hanno fatto ridurre il numero dei versetti del solista. Infatti, il testo del Responsorio g. va di regola preso dal Salterio. Nel ms. 339 di S. Gallo, buon testimone della tradizione antica, su 118 G. se ne contano 104 presi dai Salmi: gli altri provengono da testi biblici, uno eccettuato, per la Dedica, « Locus iste ». In un primo tempo, il salmo era cantato per intero (cf. s. Agostino, in Ps. 138). Il ritornello consisteva in un versetto, o parte di versetto, preso dal medesimo salmo, e si ripeteva dopo ognuno dei

(fot. Soprintendenza, Trieste)
(fol. Enc. Catt.)
In alcuni luoghi, p. es., in Inghilterra, si continuò fino al sec. XIII a ripetere il ritornello dopo il versetto. La forma responsoriale propria del G. vuole infatti che la prima parte del canto sia intonata e cantata integralmente dal solista: il coro ripete il ritornello. Il solista, riposato, eseguisce allora un versetto ornato, e il coro ripete il ritornello; dopo tutti i versetti, il coro riprende ancora una volta il ritornello, e poi daccapo tutta la prima parte del canto. Se questo canto fosse stato molto ornato, ne sarebbe derivata una lunghezza esagerata e una disproporzione nella celebrazione della Messa: s. Agostino si scusa in un suo sermone perché il psalmus responsorius era durato più del suo desiderio: il salmo scelto aveva 24 versetti! (Ps. 138). Questa è una ragione per ammettere una evoluzione nello stile melodico del Responsorium graduale. È probabile che agli inizi non solo la prima parte destinata al coro, ma anche il ver-
setto del solista fosse pressapoco sillabico: una prova di questa opinione si trova nel fatto che per i Responsori dell'Ufficio la parte del solista è rimasta di tale stile, anzi con formole fisse, mentre la parte destinata al coro è molto più variata e ornata.
Il solista del Responsorio graduale era fino a s. Gregorio un diacono, come tuttora nella liturgia ambrosiana. Un eccessivo zelo per le esibizioni vocali fece togliere ai diaconi il loro privilegio dallo stesso s. Gregorio, nel Concilio romano del 595. Nel sec. VII in Spagna il numero dei solisti per il versetto del G. può essere di due o tre (cf. s. Isidoro di Siviglia, De ecclesiasticis officiis, I, cap. 9); a Roma bisognerà aspettare il sec. XII per registrare questo cambiamento: per cinque secoli, il solista rimase unico e fu scelto tra i più capaci della Schola cantorum. L'uso di cantare a memoria imponeva una competenza che non era di tutti: al più il solista portava in mano il « Cantatorum » dove originariamente leggeva le sole parole senza neumi. Nei primordi nella salmodia responsoriale il coro incaricato di « rispondere » era forse l'assemblea dei fedeli; quando il ritornello è di stile neomatico e talvolta anche melismatico, l'esecuzione spetta non più a persone senza cultura musicale ma alla schola cantorum.
Si osserva che non tutti i modi gregoriani sono adoperati per le melodie del G.: manca il modo 8°; i modi 1° e 4° sono poco rappresentati. È vero che generalmente la prima parte del G. si canta nella forma plagale del modo e il versetto nella forma autentica, e così i G. di 5° modo, i più numerosi e probabilmente i più antichi, sono nella 1ª parte di 6° e nella 2ª di 5° modo.
Il genere di composizione melodica a cui appartengono i G. è per lo più il genere centonizzato: le formole preesistenti sono cucite secondo precise regole d'arte. Questo genere venuto dall'uso della musica greca - e forse anche ebraica - dimostra insieme con la scelta del testo salmodico l'antichità del canto del G.
Le liturgie orientali hanno nella Messa un canto equivalente al G. romano, il « Prokeimenon »; nell'Ufficio un canto seguito a una lettura esiste pure con termine che richiama i gradini sui quali stava il solista romano si chiama la « Katabasia ». Nella liturgia ambrosiana il canto che segue la lettura dell'Epistola si chiama « Psalmellus » e corrisponde al G. romano.