HAMILTON, William. - Filosofo, n. a Glasgow 18'5 marzo 1788, m. a Edimburgo il 6 maggio 1856. Dopo aver studiato nella città natale e a Oxford, fu dapprima avvocato, quindi (dal 1821) professore di storia, poi (dal 1836 fino alla morte) di filosofia nell'Università di Edimburgo.
Fedele al carattere tradizionalmente psicologico del pensiero inglese, H. ritiene fondamentale (sulle ore del Reid e in antitesi allo scetticismo di Hume) l'attestato istintivo della coscienza, che pone un'irriducibile qualità tra il mondo oggettivo e il soggetto percipiente; ma, non solo dell'insegnamento di Kant, vuol togliere a quell'attestato il carattere dell'immediatezza, mostrando come il conoscere non sia assoluto e incondizionato, bensì sempre limitato e relativo. « Pensare è porre condizioni » (to think is to condition): questa è la proposizione fondamentale della gnoseologia di H. Ossia: conoscere un oggetto è riferirlo a qualcosa che lo condiziona e lo limita. La stessa forma logica del giudizio (che lo H. assume kantianamente come tipica forma del conoscere) dimostra la relatività del pensiero per il suo porsi come espressione dell'unità sintetica di due termini. In questa asserzione della relatività del pensiero come pensiero del finito e del condizionato, assume nella mente di H. particolare rilievo il concetto di causa-effetto, in quanto esso rappresenta quasi il paradigma dell'attività condizionatrice del pensiero conoscitivo.

È invero, il concetto di causa-effetto esprime quel reciproco riferimento dinamico delle determinazioni oggettive del conoscere, che non è esplicito nelle rappresentazioni meramente spazio-temporali e lo è meno ancora nei concetti logico-metafisici di « tutto » e « parte », « genere » e « specie », e via dicendo. È evidente pertanto, in questa accentuazione del concetto causale, il ricordo dell'Analitica trascendentale kantiana. La quale è peraltro fraintesa da H. in questo: « ch'egli non vede nell'attività del pensiero un processo sintetico puro, che costruisce la scienza dei fenomeni; ma considera un fenomeno la stessa coscienza, in quanto in realtà essa non pone, ma subisce dall'esterno le condizioni del suo sapere. Il concetto non si fa così, per H., categoria, ma resta piuttosto un compromesso empirico tra l'intelletto e l'osservazione sensibile. Onde, quando H. sostiene con Kant che non si dà conoscenza dell'incondizionato, egli dimostra di interpretare troppo letteralmente il pensiero kantiano, poiché in effetti con quell'affermazione pretende di negare al pensiero non solo la possibilità di trascendere il fenomeno, ma altresì quella di porsi il problema del fenomeno: cosicché si preclude la via per intendere non soltanto la Critica della ragion pratica e la Critica del giudizio, ma anche il senso più profondo della stessa Critica della ragion pura. Di conseguenza, le contraddizioni antinomiche implicite nel pensiero dell'incondizionato e dell'assoluto (di cui è pur immanente nello spirito umano la più viva esigenza) non trovano per H. altra soluzione che l'atto di fede: di una fede, però, che, lungi dall'esprimere la profonda spiritualità dell'esistenza umana attraverso il suo riferimento alla pura spiritualità divina, rappresenta piuttosto la finale rinunzia del pensiero di fronte alle difficoltà del suo pensiero. Ciò spiega la fragilità della polemica di H. contro l'idealismo post-kantiano, e particolarmente contro Schelling (v.); e spiega anche la scarsa vitalità dei tentativi teologici dello stesso H. e del suo discepolo e prosecutore Mansel.
Accanto a questa fondamentale gnoseologia psicologistica si pone, nel pensiero dello H., l'elaborazione formalistica di una logica dei concetti, i cui rapporti vengono limitati, in senso antiristotelico, alla sola relazione della quantità: onde ogni giudizio esprime il rapporto di estensione tra due concetti nello schema di un'equazione reversibile. Ne risultano un matematico deduttivo e una logica calcolatrice, HOBBES, THOMAS (v.), ma hanno ormai scarsa importanza.
Opere principali di H.: Discussions on philosophy and literature (Londra 1852), Lectures on metaphysics and logic, postuma (4 voll., ivi 1859-60).