IL STORIA MODERNA. — Enrico VII (1483-1509), instaurando un sistema di rigide economie, non dovè ricorrere a nuove tasse e poté così fare a meno di convocare il Parlamento. D'altra parte la nobiltà era uscita decimata da un secolo di guerre, mentre il timore suscitato dal moto dei lollardi induceva i possidenti a sostenere il Re per averne protezione. Così Enrico VII, appoggiandosi alla nobiltà minore e ai mercanti, poté domare i superstiti della grande aristocrazia feudale. Ma non creò una nuova amministrazione né un assolutismo legale, e perciò in Inghilterra la monarchia non raggiunse quella onnipotenza che acquistò in Francia con i Valois. Con Enrico VIII (1509-47) la politica estera inglese fu rivolta ad impedire un'egemonia della Francia sul continente. E l'appoggio dato a Carlo V nelle guerre di predominio divenne un più stretto legame di alleanza e quasi di dipendenza quando la regina Maria (1553-58) sposò Filippo II. Un completo rovesciamento di tale indirizzo si ebbe invece con Elisabetta (1558-1603). Gl'Inglesi cominciano ora ad acquistare coscienza delle loro possibilità marinare, e poiché affacciandosi sugli oceani vedono la via sbarrata dalla potenza navale spagnola, la Spagna appare loro il nemico da eliminare. Così si può dire che ragioni politiche ancor più che religiose indussero Elisabetta ad aiutare i Fiamminghi contro la Spagna. Ed Elisabetta dette il massimo incoraggiamento agli audaci navigatori ed esploratori come Francis Drake e Walter Raleigh (che fondò nel 1584 la prima
colonia, la Virginia). Nel 1587 l'esecuzione di Maria Stuart fu considerata da Filippo II come una sfida. Ne seguì una guerra e la disfatta della invincible armada che fiaccò la potenza navale spagnola. All'interno, durante il regno di Elisabetta, ebbe inizio un profondo rivolgimento economico, favorito dall'immigrazione fiamminga che contribuì a trasformare gl'Inglesi da allevatori di bestiame e produttori di lana in industriali, armatori e navigatori. Ma ciò dette origine ad un dissidio fra Corona e Parlamento che l'energia e il prestigio della Regina poterono sopire ma non eliminare. La nuova classe di coloro che si erano arricchiti con le confische dei beni ecclesiastici e con la mercatura vedeva ormai nel Parlamento il difensore dei suoi interessi e nell'assolutismo regio il suo avversario.
Durante il regno di Giacomo I Stuart si ebbero le prime avvisaglie del conflitto che, inasprito dai contrasti religiosi, scoprì violento con Carlo I (1625-49). Nella guerra civile l'esercito regio prevalse su quello del Parlamento, finché questo non trovò un capo in Oliviero Cromwell. Sconfitto e preso prigioniero, Carlo fu processato e giustiziato. Anche il Cromwell si trovò ben presto in dissidio con il Parlamento: così, fallitogli il tentativo di creare una repubblica democratica, instaurò un regime dittatoriale, facendosi proclamare Lord protettore (1653). Due anni prima aveva emanato l'editto di navigazione, che vietava il commercio nei porti e nelle colonie inglesi a tutte le navi non costruite in Inghilterra e non guidate da marinai inglesi. La vittoria sull'Olanda, che reagì al colpo con le armi, dette enorme sviluppo ai traffici dell'Inghilterra e alla sua marina mercantile. Nel 1657 il Cromwell concluse con il Mazarino un'alleanza contro la Spagna, e nel nuovo conflitto l'Inghilterra guadagnò Dunkerque e la Giamaica. Il Cromwell morì nel 1658: gli successe come Lord protettore il figlio Riccardo, ma, privo dell'energia e del prestigio paterno, dovette poco dopo abdicare. Nel 1660 il Parlamento richiama gli Stuart con Carlo II (m. nel 1685). Questi mirò a restaurare l'assolutismo monarchico: per avere l'appoggio di Luigi XIV gli vendette Dunkerque e si alleò con lui contro l'Olanda. Ma tale politica e le sue tendenze cattoliche suscitarono la reazione del Parlamento, che gli impose la pace con l'Olanda e il matrimonio della nipote Maria con Guglielmo d'Orange. Nel 1679 fu anche approvato l'Habeas corpus ad subiciendum Act, che tutelava la libertà dei cittadini contro gli arreati arbitrari. A Carlo successe il fratello Giacomo II (1685-80). Sebbene cattolico non suscitò opposizioni, perché la sua età avanzata e il fatto che l'erede Maria fosse sposa all'Orange non facevano temere ai protestanti una restaurazione cattolica; ma quando Giacomo ebbe un figlio che fu battezzato con il rito cattolico e volle imporre una dichiarazione d'indulgenza per i non anglicani, gli avversari chiamarono Guglielmo d'Orange, che sbarcò in Inghilterra e marcì su Londra. Giacomo fuggì in Francia, e il Parlamento riconobbe come sovrani Guglielmo III e Maria, dopo che ebbero ratificato la dichiarazione dei diritti, nella quale erano enumerate tutte le libertà conquistate dagli Inglesi, dalla Magna Charta in poi. Con l'Orange ha inizio un regime costituzionale: si fissa l'uso che i ministri siano scelti dal Parlamento, e al Parlamento la legge di successione del 1701 attribuisce il diritto di scelta del sovrano.
Guglielmo III fu l'animatore della lega d'Augusta contro Luigi XIV, il quale nella pace di Ryswick dovette riconoscerlo re d'Inghilterra. In questa guerra, come in quella per la successione di Spagna, l'Inghilterra prende la direzione della politica europea, in veste di campione dell'equilibrio. In realtà, per consolidare e difendere il suo dominio marittimo, essa vuole che gli Stati medi o piccoli, rivieraschi del Mare del Nord, dell'Atlantico o del Mediterraneo, non siano assorbiti dai grandi ma restino indipendenti e così aperti all'influsso politico ed economico della nazione più potente sul mare. Queste ragioni, e necessità strategiche, la indurranno in avvenire a scendere in campo e a promuovere coalizioni contro qualsiasi potenza che cerchi di insediarsi sulle rive continentali del Mar del Nord.

(propr. Enc. Catt.)
Nel 1714 salì al trono Giorgio I di Hannover. La mediocrità dei primi sovrani della nuova dinastia favorì la trasformazione del gabinetto, fin qui composto di semplici consiglieri del re, in un vero ministero responsabile di fronte al Parlamento, ed uno dei suoi membri, Roberto Walpole, assunse di fatto le funzioni di primo ministro. Il Walpole adottò una politica di raccoglimento, e mantenendo buoni rapporti con la Francia, durante venti anni di pace, consolidò la dinastia e arricchì il paese.
Ma questo arricchimento generò nuove aspirazioni espansionistiche. Nel 1739 l'Inghilterra dichiarò guerra alla Spagna e subito dopo partecipò alla guerra di successione austriaca a fianco dell'Austria. Dopo la pace di Aquisgrana (1748), che costrinse le parti a restituire gli acquisti fatti, gli Inglesi continuarono la lotta in India, battendo i Francesi e preparando la fondazione di un nuovo impero. L'eccresciuta potenza abburghese indusse l'Inghilterra ad allearsi nel 1756 con Federico II di Prussia, e questo provocò l'alleanza della Francia con l'Austria. Nella guerra dei Sette anni il ministro inglese Guglielmo Pitt considerò le operazioni in Europa come un diversivo e dette il maggiore impulso alla guerra coloniale, estesa, dopo la conclusione del patto di famiglia borbonico, anche ai domini spagnoli. I Francesi rioccuparono Minorca, ma le loro flotte furono disfatte da quella inglese. Con la pace di Parigi (1763) la Francia restituì Minorca, dovette cedere il Canadà, quasi tutti i possessi indiani, parte delle Antille e il Senegal. Così l'Inghilterra, combattendo o finanziando alleati, aveva successivamente abbattuto la potenza olandese e la spagnola, eliminato l'egemonia della Francia e bilanciato sul continente la supre-
mazia degli Absburgo, contrapponendo loro le giovani forze della Prussia.
Nella seconda metà del Settecento si delinea la grande rivoluzione economica prodotta dall'introduzione delle macchine nelle fabbriche. Ciò avviene in Inghilterra prima che altrove, perché più forte vi è lo squilibrio fra popolazione operaia e richiesta di prodotti, e tale precedenza le dà modo di trionfare nella gara industriale fra le nazioni. Ma questa vittoria dà origine ad aspre lotte sociali. Gli operai, che vedono nelle macchine una fonte di disoccupazione e nel lavoro delle donne e dei fanciulli un espediente per tener bassi i salari, si uniscono nelle prime associazioni. Loro arma è lo sciopero, che sbocca spesso in moti insurrezionali. Il governo interviene autorizzando leghe padronali di resistenza e giungendo fino a considerare le unioni e agitazioni operaie come reati politici. Gli industriali promuovono opere di assistenza ai lavoratori, ma il metodo è quello filantropico dell'illuminismo, e solo nel secolo successivo si arriverà alle grandi leggi di previdenza sociale.
III. STORIA CONTEMPORANEA
Il primo periodo del Regno di Giorgio III (1760-1820) segna un arresto nelle fortune inglesi. La rivolta delle colonie d'America provocò l'intervento della Francia e della Spagna, che assicurò la vittoria agli insorti. Con la pace di Versailles (1783) l'Inghilterra riconobbe la loro indipendenza, restituì alla Francia il Senegal, alla Spagna la Florida, ma conservò il Canadà. La Rivoluzione Francese suscitò dapprima simpatie negli Inglesi più liberali e non dispiacque ai politici, perché le lotte interne non potevano che indebolire la tradizionale avversaria; ma quando la Convenzione riprese il vecchio programma egemonico della monarchia borbonica e occupò il Belgio, l'Inghilterra intervenne, e da questo momento fu l'instancabile organizzatrice di coalizioni contro la Repubblica francese e contro l'Impero napoleonico. La flotta britannica troncò la spedizione d'Egitto con la vittoria di Abukir (1ª ag. 1798) e si assicurò definitivamente il dominio del mare con quella di Trafalgar (1805). Non valse a piegare la tenacia degli Inglesi il blocco continentale che, se colpì seriamente i loro commerci, danni non minori arrecò alle nazioni dell'Impero. La resistenza che gli insorti spagnoli, con l'aiuto dei soldati di Wellington, opposero ai Francesi segnò il primo declino delle fortune napoleoniche, che crollarono nella disfatta inflitta loro dallo stesso generale a Waterloo. Al Congresso di Vienna l'appoggio che il Castlereagh dette al Talleyrand mantenne l'equilibrio continentale impedendo una ulteriore espansione della Russia e assicurando all'Europa alcuni decenni di pace. Delle colonie l'Inghilterra non permise che si parlasse e così poté conservare tutti gli acquisti fatti nell'ultimo ventennio.Dopo il 1815 il predominio dei conservatori, con la repressione dei movimenti operai e il rincaro della vita prodotto dalle leggi protettive dei cercali, provocò la diffusione di idee socialistiche e agitazioni popolari contro i privilegi parlamentari dell'aristocrazia fondiaria; finché i ministeri Canning e Peel iniziarono una nuova politica di riforme. Nel 1832 fu allargato il diritto di voto, e nel 1846 trionfò la campagna liberista promossa da Riccardo Cobden.
Nel 1837 salì al trono Vittoria. Il suo regno rappresentò per l'Inghilterra un enorme accrescimento di ricchezza e di potenza. Nei rapporti con l'estero i governanti inglesi, fossero conservatori o liberali, si opposero sempre a qualsiasi tentativo di turbare l'equilibrio delle forze in Europa. Appoggiarono l'Austria per impedire una ripresa imperialistica della Francia; combatterono, anche con le armi, le aspirazioni russe di espansione mediterranea. Nei moti e nelle guerre del Risorgimento italiano rimasero indifferenti ed ostili finché temettero la formazione di piccoli Stati gravitanti nell'orbita della Francia; ma quando, contro la volontà di Parigi, si profilò la costituzione di un solo regno, al quale l'estensione delle coste avrebbe resa necessaria l'amicizia inglese, dettero valido aiuto al movimento unitario. In seguito fiancheggiarono la «triplice alleanza» contro la Francia e la Russia. Nel campo coloniale l'era vittoriana vide completata la conquista dell'India, che divenne nel 1858 una colonia e nel 1877 un impero, acquistate Aden e la Nuova
Zelanda, annesso il Natal alla colonia del Capo, costretta la Cina ad aprire i suoi porti e a cedere Hong Kong. A questi ingrandimenti si accompagnò tuttavia una profonda trasformazione del regime coloniale: il Canadà nel 1867, l'Australia nel 1900 divennero Stati federali autonomi sotto la sovranità britannica (dominions). E tale trasformazione si estese successivamente alla maggior parte delle colonie inglesi.
All'interno il diritto elettorale fu ancora allargato nel 1867 e nel 1884 (solo nel 1918 si giunse al suffragio universale). Per molti anni si avvicendarono al potere conservatori e liberali; ma la proposta del Gladstone di concedere l'autonomia (home rule) all'Irlanda provocò la scissione dei liberali e la formazione del partito unionista, capeggiato da Joseph Chamberlain, con programma imperialista e protezionista. Di contro sorse il Labour Party, espressione politica delle Trade Unions. Nel 1906 liberali e laburiati riportarono una grande vittoria elettorale. Nel 1911 furono approvate leggi che limitavano l'autorità della Camera alta; dal 1911 al 1914 una serie di provvidenze a favore degli operai.
Fino alla morte di Vittoria (nel 1901 salì al trono Edoardo VII al quale successe nel 1910 Giorgio V) l'Inghilterra si era astenuta da ogni impegno con altre potenze; ma quando si delinearono le ambizioni egemoniche della Germania, e questa iniziò una gara di armamenti anche navali e disputò alle merci inglesi tutti i mercati del mondo, Londra strinse accordi con la Francia e la Russia, dette maggiore impulso alle costruzioni marittime e riorganizzò l'esercito. Nel 1914 l'illusione tedesca di un'Inghilterra neutrale fu subito delusa. L'intervento, fatalmente determinato dalla tradizionale politica di opposizione a qualsiasi egemonia continentale, fu affrettato dalla violazione della neutralità belga, che permise all'Inghilterra di legittimare la difesa dei suoi interessi con ottimi motivi giuridici e morali. Nella conferenza della pace a Versailles il rappresentante inglese Lloyd George, d'accordo con il Clemenceau, dopo avere accettato in teoria i principi del Wilson, riuscì in pratica ad annullarli. Così l'Inghilterra si assicurò nuovi vasti acquisti coloniali; ma l'assurdo tentativo di distruggere politicamente ed economicamente la Germania, e il contegno tenuto verso l'Italia che, in dispregio dei patti conclusi, fu trattata piuttosto come una nemica che come un'alleata, furono una delle cause, non l'unica ma non certo la meno importante, che precipitarono le due nazioni nell'avventura fascista e nazista. Nell'intervallo fra le due guerre mondiali l'economia britannica, dopo un periodo di grave crisi industriale, si risollevò brillantemente fra il 1931 e il 1935. Ma quattro anni dopo scoppiava il nuovo conflitto.
La vittoria angloamericana non ha risolto i problemi essenziali della politica inglese, ma li ha sotto molti rispetti aggravati. Già nel 1931, mentre l'Irlanda acquistava la piena indipendenza, fu modificato lo statuto del Commonwealth: il Parlamento britannico non ha più il diritto di legiferare per i dominions, e i primi ministri degli Stati che ne fanno parte non dipendono più dal gabinetto inglese ma direttamente dal sovrano. Anche l'India non è ora più un impero, ma una repubblica indipendente inserita come le altre nel Commonwealth. E l'Inghilterra, mentre gli Stati Uniti le hanno tolto la supremazia mondiale nel campo economico, politico e militare, deve affrontare il difficile problema di conciliare i suoi interessi e doveri di capo di una comunità di Stati sparsi in tutti i continenti, con i suoi interessi e doveri di membro della comunità europea, che non può più considerarsi come in passato «vicino al continente ma non facente parte di esso».

### III. STORIA ECCLESIASTICA.
I. DAGLI INIZI ALLA «RIFORMIA»
La penetrazione degli Angli e dei Sassoni, dopo la partenza dei Romani, sommerse nei territori occupati il cristianesimo (per la prima evangelizzazione: V. BRITANNIA) al quale però rimasero fedeli le popolazioni celtiche dell'Irlanda e del Galles. Nel Galles i missionari cattolici organizzarono e diressero la difesa che lo salvò dall'invasione. L'opera di evangelizzazione compiuta da s. Patrizio aveva mirato ad inserire l'Irlanda nella civiltà e cristianità romana, ma dopo la sua morte (461), la Chiesa irlandese, per la caduta dell'Impero e l'isolamento della sua terra dal mondo cattolico, assunse il carattere di Chiesa nazionale, mentre a base dell'ordine sociale permaneva la tribù e non laparrocchia, e la vita monastica conservava il tipo rigidamente eremitico senza influssi benedettini. Dall'isola, s. Columba, alla metà del sec. vi, portò nella Scozia i riti e gli ideali monastici irlandesi. Alla fine dello stesso secolo Gregorio Magno inviò in Inghilterra una missione diretta dall'abate benedettino Agostino, che riuscì a convertire la popolazione del Kent. E poiché Londra non accolse allora i missionari cattolici, la sede della Chiesa restaurata fu posta a Canterbury dove rimase definitivamente. Il cristianesimo si diffuse nella Northumbria (sec. vii) quando il vescovo Paolino ne convertì il re Edvino; fu abbattuto quando quel regno venne assorbito dalla Mercia, ma poco dopo una missione proveniente dal monastero scozzese dell'Isola di Iona, guidata da Aidan, evangelizzò nuovamente Northumbria, Mercia ed Essex. Quando Agostino convocò i vescovi celti e chiese loro di celebrare la Pasqua alla stessa data degli altri cattolici, di somministrare il Battesimo secondo il rito romano e di predicare la fede ai pagani anglosassoni (cosa che i Celti avevano sempre rifiutato di fare, in odio agli invasori), i vescovi rifiutarono. Per alcuni anni essi mantennero la loro intransigenza, finché Oswy, re di Northumbria, riunì un Sinodo nel monastero di Whitby, dove s. Cutberto e la maggior parte dei prelati celti aderirono alla Chiesa romana. Dal momento di questa unificazione la Chiesa offrì al paese un modello di ricostruzione amministrativa dello Stato e di riorganizzazione sociale, facendo rapidamente scomparire il regime di tribù. Il Re trasse prestigio dal riconoscimento ecclesiastico, mentre i vescovi e gli abati divenivano i suoi consiglieri negli affari di governo. La definitiva sistemazione della gerarchia ecclesiastica fu opera di Gregorio di Tarso e dell'abate Adriano. Con Gregorio,
rio, arcivescovo di Canterbury dal 669 al 690, fu perfezionato il sistema parrocchiale, e i vescovi, con competenza territoriale, furono sottoposti come i monaci al primate di Canterbury. Gregorio e Adriano introdussero in Inghilterra la civiltà mediterranea, portando a Canterbury copia di volumi greci e latini e promovendo lo studio di quelle lingue. E la nuova cultura si diffuse nell'isola, producendo la scuola di Beda e Jarrow o fondando quella biblioteca di York dove Egberto, scolaro di Beda, fu maestro di Alcuino. Conservata così in Inghilterra, la cultura poté tornare sul continente al tempo di Carlomagno. Nel sec. x la corruzione dei monasteri provocò anche in Inghilterra un'azione riformatrice, riflesso del movimento di Cluny. In quest'opera di
risanamento si segnalarono abati e vescovi, fra i quali Etelvoldo, vescovo di Winchester, e soprattutto s. Dunstano, arcivescovo di Canterbury, che fu anche per lungo tempo il più autorevole consigliere della Corona.
La nuova invasione danese non danneggiò la Chiesa, perché Canuto soppresse il paganesimo, beneficò gli istituti religiosi e lasciò che i prelati anglosassoni conservassero i loro posti. Un affilasso di altri elementi latini si ebbe invece dall'inizio del sec. XI. Il movimento riformatore francese promosso da alcuni monasteri (come quello di Bec, di cui furono priori Lanfranco e Anselmo) si diffuse anche in Inghilterra, mentre Edoardo il Confessore introduceva buon numero di Normanni nelle alte gerarchie ecclesiastiche: Roberto di Jumièges fu da lui nominato primate d'Inghilterra. Tali sostituzioni furono completate dalla conquista normanna. Ma gli effetti di questa non si limitarono ad un mutamento di persone. In Inghilterra come altrove si lamentava un profondo decadimento del livello morale e intellettuale del clero, che per la sua ignoranza e i cattivi costumi non era più rispettato. La simonia imperava nelle elezioni dei vescovi. Il partito riformatore che, capeggiato da Ildebrando, dirigeva a Roma la politica della S. Sede, appoggiò le rivendicazioni di Guglielmo, perché la Chiesa era da tempo in ottimi rapporti con i duchi di Normandia, e perché la fazione sassone del conte del Wessex, Godvino, padre di Aroldo, aveva illegalmente conferito la carica di primate a Stigand, che aveva anche mantenuto rapporti con l'antipapa. Guglielmo si impegnò ad attuare la riforma della Chiesa inglese secondo i principi di Ildebrando ed ebbe così per la sua spedizione la benedizione papale e il vessillo della S. Sede. Nel 1070 Lanfranco fu nominato arcivescovo di Canterbury. Poiché l'arcivescovo di York contestava la sua primazia, la questione fu deferita al Papa che la rinviò ad un concilio inglese. A Windsor nel 1072 fu accolta la tesi di Lanfranco, che ebbe così l'autorità necessaria per compiere l'opera riformatrice. In una serie di concili fu gradatamente affermata l'indipendenza legislativa della Chiesa: il Re continuò a convocare le riunioni e a presiederle, ma di qui innanzi le questioni ecclesiastiche furono discusse solo dai chierici, e i provvedimenti approvati divennero leggi della Chiesa. Conseguenza di ciò fu nel 1076 la separazione delle corti ecclesiastiche dalle laiche: i violatori delle leggi canoniche furono sottoposti alla sanzione del vescovo, e fu assicurato ai decreti ecclesiastici l'appoggio delle autorità temporali. Dal 1070 al 1076 furono approvati altri provvedimenti: si migliorò il sistema monastico, vennero riformati i Capitoli delle cenedrali, sostituendo in molti luoghi il clero regolare ai canonici. Si andava così precisando la tendenza a sottomettere la Chiesa inglese alla Curia di Roma, sottraendola ad ogni ingerenza statale. Ma circa i due principi basilari del partito riformatore: il celibato ecclesiastico e il divieto delle investiture da parte del potere civile, mentre il decreto pontificio che proibiva il matrimonio dei preti fu accettato con la riserva che fossero riconosciuti validi i matrimoni precedentemente contratti dai parroci, ai quali in passato non si estendeva tale divieto. Guglielmo rifiutò cortesemente ma fermamente di prestare al Papa l'omaggio feudale, e quanto alle investiture Lanfranco, pur riconoscendo il diritto papale di eleggere i vescovi, sostenne l'esistenza di uno speciale privilegio della Corona inglese per tali nomine e ne chiese la conferma, che Gregorio VII concesse limitatamente alla vita di Guglielmo. Così il problema era rimandato ma non risolto. In conclusione, mentre si riconobbe che ogni vescovo dovesse chiedere il pallio di riconoscimento, e che il Papa potesse invalidarne l'elezione, e anche in questioni amministrative si fece ricorso alla S. Sede e si tenne in gran conto il suo parere, il Re mantenne immutate tre sue decisioni: non riconoscersi in Inghilterra alcun pontefice né potersi ricevere sue lettere senza il consenso del sovrano; gli atti dei concili non essere obbligatori senza la sanzione regia; nessun suddito poter essere scomunicato contro la volontà del re. Questa politica di
compromesso ebbe buoni risultati allora per lo spirito conciliante di Lanfranco e l'energia di Guglielmo, ma fu la prima origine delle lotte religiose che agitarono l'Inghilterra per secoli.
Il figlio di Guglielmo, Guglielmo Rufo, abusò dei poteri ereditati dal padre nei rapporti con la Chiesa. Quando Lanfranco morì (1089), non si curò di sostituirlo e per cinque anni si appropriò le rendite della sede di Canterbury. Solo quando, gravemente ammalato, si credette in punto di morte, cedette alle pressioni dei prelati e dei baroni ed elesse arcivescovo Anselmo, priore di Bec, che cercò inutilmente di ricusare la nomina. Essendo guarito, Guglielmo si trovò subito in aspro contrasto con il prelato, uomo che aveva la modestia di un santo ma una inflessibile fermezza nel difendere i diritti della Chiesa. Quando Anselmo riconobbe papa Urbano II senza il consenso del Re, dovette lasciare l'Inghilterra e rifugiarsi in Francia, dove rimase fino alla morte del sovrano. Poiché questi aveva lasciato di nuovo senza titolare la sede di Canterbury, Enrico I appena salito al trono accordò una Carta con la quale s'impegnava tra l'altro a non lasciare mai vacanti i benefici ecclesiastici. Anselmo fu perciò richiamato e riprese possesso della sua sede. Dopo lunghi dibattiti la questione delle investiture fu risolta di comune accordo nel 1106. Il Re riconosceva al Papa il diritto d'investire i vescovi con il pastorale e l'anello, ma il vescovo investito doveva prestargli l'omaggio come suo dipendente feudale. La scelta della persona rimaneva tacitamente al sovrano.
Nella lotta che seguì alla morte di Enrico I fra i partigiani di sua figlia Matilde e quelli di Stefano di Blois, la Chiesa esercitò una benefica funzione arbitrale: l'intervento di Teobaldo arcivescovo di Canterbury condusse ad un'intesa, in base alla quale Stefano adottò Enrico, figlio di Matilde, e lo dichiarò suo erede. Ma con Enrico II un altro e più grave conflitto scoppiò fra il potere regio e l'ecclesiastico. Al nuovo re, Teobaldo raccomandò uno dei suoi chierici, Tommaso Becker, che ebbe la carica di cancelliere e con la sua abilità si conquistò la stima e l'amicizia del sovrano. Questi alla morte di Teobaldo lo nominò arcivescovo di Canterbury. Ora il perfetto ministro divenne un perfetto religioso, che non si considerò più funzionario regio ma rappresentante della Chiesa e del Papa, pronto a sacrificare ogni bene mondano ai suoi doveri di prelato. La competenza dei tribunali ecclesiastici, che gli accordi stipulati da Lanfranco avevano limitato ai casi di coscienza, si era andata col tempo estendendo, perché gli accusati preferivano sottoporsi alla giurisdizione ecclesiastica che non contemplava fra le sue pene né mutilazione né morte. Inoltre la S. Sede rivendicava il diritto di avocazione delle cause a Roma. Enrico chiese che un chierico riconosciuto colpevole fosse degradato e consegnato al braccio secolare. Tommaso si oppose, dichiarando che un individuo non poteva essere punito due volte per lo stesso reato. Il Re convocò un Concilio a Clarendon, dove Tommaso fu costretto, sotto minaccia di morte, a firmare le Costituzioni che sancivano la tesi sovrana. Non ritenendosi vincolato da un consenso estortogli con la forza, si rifugiò a Vézelay, mentre Alessandro III lo dichiarava sciolto dall'impegno. Enrico II, temendo che il Papa lanciasse l'interdetto, s'incontrò in Francia con Tommaso e si riconciliò con lui. Appena giunto in Inghilterra Tommaso ricevette le richieste lettere papali che destituivano i vescovi che lo avevano tradito. Questo fatto suscitò l'ira di Enrico, che ritenne violato il divieto di corrispondere con Roma senza il consenso sovrano; e alcuni cavalieri, convinti di eseguire un tacito ordine del Re, si recarono a Canterbury, dove intimarono a Tommaso di assolvere i vescovi, e poiché egli si rifiutò, lo uccisero. L'assassinio provocò in Inghilterra e a Roma una violenta reazione. Enrico placò lo sdegno del Papa revocando le Costituzioni di Clarendon e giurando di restituire a Canterbury i beni che aveva confiscati. Ma poiché il delitto aveva suscitato una rivolta, alla quale presero parte anche la moglie e i figli del Re, questi corse in Inghilterra, dove, umiliandosi dinanzi alla tomba del martire, fece pubblico atto di pentimento. Alla fine i ribelli
cedettero, e la questione delle corti ecclesiastiche fu regolata riservando ai tribunali laici i reati di tradimento. Nel Concilio di Northampton (1176) il Re rinunziò a molte delle sue pretese, ma il diritto di patronato dei benefici ecclesiastici, altrove sottoposto alla legge canonica, rimase qui di competenza dell'autorità regia.
Il movimento delle Crociate non ebbe in Inghilterra, come in altri paesi, partecipazione di masse, perché la civiltà romana e mediterranea della quale fu espressione era stata accettata solo in parte e piuttosto superficialmente dalla mentalità inglese. Vi furono solo partenze individuali, e fra queste la più famosa quella del re Riccardo Cuor di leone. Durante la sua assenza lo Stato fu retto dall'arcivescovo di Canterbury Uberto Walter, il quale governò con grande saggezza, appoggiandosi di preferenza alle classi medie delle città e della campagna. Con Giovanni Senzaterra un nuovo dissidio turbò i rapporti fra la Corona e la Chiesa. Il diritto di eleggere l'arcivescovo di Canterbury era disputato fra i monaci di quell'abbazia, i vescovi e il Re. Innocenzo III, al quale fu rimessa la decisione, si appigliò ad un quarto partito, nominando un suo candidato, Stefano Langton, che da molto tempo dimorava a Roma. Giovanni rifiutò di riconoscerlo. Il Papa lanciò l'interdetto e un anno dopo scomunicò il Re e lo dichiarò deposto. Giovanni dovette cedere, accogliere Langton e riconoscersi vassallo della Chiesa. L'arcivescovo fu poi l'organizzatore del moto dei baroni che impose al Re la promulgazione della Magna Charta.
Uno spirito nuovo penetrò nel mondo religioso con le missioni degli Ordini mendicanti. Mentre i parroci erano generalmente incapaci di predicare, i prelati assorbiti nella loro opera di funzionari statali e i monaci disprezzati per la loro corruzione, i Domenicani e soprattutto i Francescani, come quelli che non si appartavano per custodire la loro fede ma affrontavano animosamente il mondo per purificarla e diffonderla, trovarono larghissimo seguito nelle classi popolari e negli studenti poveri. Campioni di una rinascita culturale, i Francescani dettero nuova vita all'Università di Oxford, rifiorente sotto la guida del vescovo Roberto Grossetête, che ebbe fra i suoi collaboratori Adamo di Marsh e Ruggero Bacone (più tardi l'Ordine dette alla scolastica Duns Scoto e Guglielmo di Ockham). Anche i Francescani e i Domenicani si andarono poi a poco a poco allontanando dalla Regola, e nel sec. XIV divennero due corporazioni ricche e potenti, odiate dal clero secolare come dai seguaci di Wyclif, che vedevano in quei frati i loro più temibili rivali. Sino alla fine del secolo essi furono ancora sostenuti dalla simpatia popolare, ma più tardi il movimento della riforma protestante li trovò senza amici.
II. DALLA «RIFORMA» ALLA RISCOSSA CATTOLICA
Enrico III fu largo di favori alla Chiesa, ma in Inghilterra cominciò a diffondersi un sentimento di ostilità verso Roma, per le decime richieste durantela lotta con Federico II e soprattutto per la sempre maggiore estensione data dalla S. Sede all'uso dei provisors (abati italiani ai quali si assegnavano benefici inglesi non ancora vacanti e che, quando tali benefici vacavano, continuavano a reggerli per mezzo di vicari, e ne riscotevano le rendite senza muoversi dall'Italia). Nuovi urti si verificarono fra Corona e papato nel 1296, quando Bonifacio VIII con la bolla Clericis laicos vietò al clero di pagare imposte senza il consenso papale. Mentre Edoardo I ordinava il sequestro dei beni della Chiesa, una scissione avveniva nel clero inglese: i regolari sostennero Roma, i secolari delle parrocchie parteggiano per il Re. Il dissidio fu composto, ma nacque al prestigio della Chiesa. Colpi ancor più gravi esso dovette subire nel corso del sec. XIV. Mentre si precisava la formazione del Parlamento, qui, a differenza di ciò che

Le tristissime condizioni del basso clero spiegano il successo iniziale di Giovanni Wyclif, con la sua predicazione per il ritorno alla povertà evangelica. Quando egli cadde nell'eresia negando la Transustanziazione e la presenza reale nell'Eucaristia, e con-
dannato ripudiò l'autorità del Papa, il Re intervenne e costrinse i maestri di Oxford a rinnegarlo. Dapprima i cavalieri e i Comuni, che consideravano con occhi ostili le ricchezze della Chiesa, disapprovarono la condotta del Re, ma dopo la rivolta dei contadini, quando le classi dirigenti si accorsero che i seguaci di Wyclif minacciavano la proprietà non meno che l'ortodossia, il Parlamento votò lo statuto De haeretico comburendo (1401) che fu applicato con spietato rigore. È da tener presente che i malcontenti, in questo secolo e nel successivo, intesero correggere quelli che ritenevano errori della Chiesa ma non pensarono di uscirne. Per molto tempo ancora la grande maggioranza degli Inglesi rimase fedele al dogma cattolico.
Enrico VIII iniziò il suo regno continuando la repressione degli eretici, e la sua confutazione delle tesi di Lutero gli valse dal Papa il titolo di defensor fidei. Ma dopo che, essendogli stato negato da Roma il divorzio da Caterina d'Aragona e avendo egualmente sposato Anna Bolena, fu scomunicato dal Papa, fece approvare dal Parlamento l'atto di supremazia, che faceva del re l'unico e supremo capo della Chiesa inglese. Pochi prelati rifiutarono di aderire allo scisma: fra questi il vescovo s. Giovanni Fisher (v.), che, come s. Tommaso Moro (v.), preferì il patibolo all'abiura. Se la facilità con la quale fu accettato il distacco da Roma si può attribuire a quella passione nazionale sorta già nel sec. XIV, l'attribuzione al sovrano della massima autorità religiosa non si può spiegare che con motivi meno obbiettivi, come il desiderio di pace, l'indifferenza e la paura. È da considerare inoltre che al clero minore, poverissimo, non dispiacque mutarsi in un corpo di funzionari statali. Solo i monaci rifiutarono di giurare; e questo permise al governo di deliberare la desiderata confisca dei beni monastici, mentre un gran numero di frati venivano mandati a morte. E la vendita di codeste proprietà creò una classe di possidenti che sostennero la politica del re, perché ad essa era legata la sicurezza della loro nuova proprietà. Soddisfatta la sua ambizione personale, Enrico VIII credette di poter conservare un cattolicesimo inglese che si distinguesse da quello romano solo perché governato dal re invece che dal papa, e nei Sei Articoli dello Statuto del 1539 confermò i principali dogmi della Chiesa e prescrisse il celibato dei preti. Non ammise nessuna deviazione protestante e gli eretici combatté e mandò a morte senza misericordia. Dopo la morte di Enrico, durante il breve Regno di Edoardo VI (1547-53) e la reggenza del duca di Somerset, il protestantesimo aumentò la sua diffusione e ottenne che fossero revocate le leggi contro gli eretici, legittimato il matrimonio dei preti e pubblicato il Prayer Book dello scismatico arcivescovo Cranmer, libro che fu reso obbligatorio per tutte le Chiese inglesi da un «atto di uniformità» votato dal Parlamento.
L'assunzione al trono di Maria (1553), figlia della prima moglie di Enrico VIII, fu accolta dai cattolici come una liberazione, perché era nota la sua fede ardente e la sua incrollabile fedeltà alla Chiesa. Essa incontrò all'inizio il favore della maggioranza, stanca di un regime che, con il pretesto di correggere i riti ecclesiastici, alternava confische ed esecuzioni capitali. Anche le sue prime decisioni, di ristabilire la Messa e di espellere i preti sposati, non incontrarono ostacoli. Ma il più grave errore di Maria fu il suo matrimonio con Filippo II, re di Spagna, invano sconsigliatole dal vescovo cattolico Gardiner. Sebbene il contratto nuziale contenesse clausole che
garantivano l'indipendenza della politica inglese, queste nozze suscitarono nel popolo malcontento e sospetto. Ciò nonostante, quando Filippo si recò a Londra fu bene accolto; e festose accoglienze ebbe il legato pontificio card. Pole, inviato per consacrare il ritorno della Chiesa nell'obbedienza del Papa, anche perché il Papa aveva promesso agli acquirenti di beni ecclesiastici di mantenerli nel possesso. Ma questa restaurazione cattolica non ebbe durevoli effetti, perché mancò in Inghilterra quella rinascita del sentimento religioso che assicurò altrove il successo della Controriforma. E quando Filippo tornò in Spagna, Maria, rimasta sola, contro il parere degli stessi Spagnoli che le consigliavano prudenza, ripristinò le leggi contro gli eretici e dette inizio ad una spietata e sanguinosa repressione. Centinaia di protestanti furono mandati al rogo, e poiché si trattava in gran parte di popolani, l'odio contro la Regina e contro gli Spagnoli si diffuse nelle masse, diventando più violento quando l'Inghilterra, in violazione degli impegni assunti all'atto delle nozze, fu da Filippo II trascinata nella guerra contro la Francia e vi perdette Calais. Nei suoi ultimi giorni Maria si trovò abbandonata da tutti, perché anche Paolo IV, allora in contrasto con la Spagna, aveva preso partito contro di lei.
Con Elisabetta, figlia di Anna Bolena, seconda moglie di Enrico VIII, si tornò in parte alla politica di questi. Nel 1559 il Parlamento approvò l'Atto di supremazia che rifiutava l'autorità del Papa (ma la Regina non volle accettare il titolo di capo supremo della Chiesa), e l'atto di uniformità che dichiarava il Prayer Book la sola forma legale di culto. Elisabetta non si curò della religione se non in quanto poteva costituire uno strumento o un impaccio per il potere monarchico. T'enne perciò una via media, impedendo i tentativi dei Lords di introdurre emendamenti in senso cattolico, trascurando le deliberazioni della Convocazione di Canterbury che riaffermavano la supremazia del papa e il dogma cattolico, ma non facendo alcuna concessione al luteranesimo. La confessione anglicana, di cui furono fissati i principi nei 39 articoli del 1563, conservava l'organizzazione medievale, escludendo qualsiasi rappresentanza laica nelle assemblee ecclesiastiche, ma negava la libertà e supremazia della Chiesa di fronte allo Stato, sia che fosse fondata, come per Roma, sulla diretta derivazione del sacerdozio da Dio, sia che traesse la sua legittimazione da una democrazia religiosa, secondo le teorie di Ginevra.
In Scozia l'occupazione militare francese e il governo di Maria di Guisa, reggente per la giovinetta Maria Stuart sposata al delfino di Francia, resero impopolare il partito cattolico, mentre i protestanti, guidati da Giovanni Knox, poterono erigersi a campioni dell'indipendenza nazionale. L'appoggio delle armi inglesi, la morte di Maria di Guisa e l'evacuazione delle truppe francesi fecero prevalere i calvinisti. Ma quando Maria Stuart tornò in Scozia, il malcontento creato dall'intransigenza demagogica dei presbiteriani le avrebbe forse permesso di vincere la sua battaglia contro Knox, se avesse saputo, come Elisabetta, subordinare agli interessi politici le sue passioni personali. La sua leggerezza invece assicurò il trionfo ai presbiteriani.
In Irlanda l'imposizione violenta dell'anglicanesimo, mentre non riuscì a distruggere il cattolicesimo, scavò tra Irlandesi e Inglesi un abisso incolmabile. Si soppressero i monasteri, unici centri di educazione e di cultura, senza sostituirli con scuole e università; s'imposero testi rituali (Bibbia e Prayer Book) scritti in inglese. L'isola fu invasa da avventurieri britannici che la trattarono come terra di conquista e colonia di sfruttamento, e mentre costoro si consideravano come detentori di una suprema-

Nella politica religiosa di Elisabetta si possono distinguere due periodi. Per un decennio i cattolici non subirono persecuzioni: molti di loro furono mantenuti nelle gerarchie statali, e le ammende che la legge comminava a quelli che non assistevano alle funzioni anglicane venivano raramente riscosse. Le condizioni mutarono dopo il 1570: la scomunica lanciata da Pio V contro Elisabetta, l'impressione prodotta dalla strage di S. Bartolomeo (24 ag. 1572), la fondazione sul continente di seminari che dovevano preparare la riconquista cattolica dell'Inghilterra e la penetrazione di missionari gesuiti incaricati di diffondere nell'isola i principi della Controriforma, permisero ai ministri, più settari della scettica Regina, di prendere il sopravvento, sfruttando ancora una volta lo spirito nazionale che vedeva nei cattolici gli strumenti della politica spagnola. Ebbe inizio così un nuovo periodo di feroci persecuzioni e torture ed esecuzioni di presunti traditori: onde si arricchì il martirologio della Chiesa. Ma se le circostanze avevano portato Elisabetta a difendere gli interessi delle nazioni protestanti contro Filippo II, neppure adesso essa accettò la democratizzazione della Chiesa secondo la norma calvinista, e anche i non conformisti furono in gran numero processati e mandati a morte.
Le condizioni dei cattolici negli ultimi anni di Elisabetta erano tristissime. Esclusi da ogni impiego locale o nazionale; non potevano allontanarsi dalle loro sedi senza un permesso firmato dal giudice di pace; preti e assistenti alle Messe potevano subire la pena dei traditori. Perciò le loro speranze si ridestarono quando salì al trono Giacomo I che sapevano incline alla tolleranza. Ma il nuovo Re offrì ai cattolici di abolire le ammende a condizione che facessero professione di lealismo verso il Re e non verso il Papa e che rinunziassero al proselitismo. Il patto fu rifiutato. Seguirono agitazioni e complotti, il più grave dei quali, detto «delle polveri» (1605), provocò
una sanguinosa ripresa di persecuzioni: fu giustiziato anche il provinciale dei Gesuiti inglesi, Garnet, sotto l'accusa non provata di aver consigliato l'attentato. I cattolici furono privati anche dei diritti civili, dichiarati incapaci di esercitare l'avvocatura e la medicina, ecc.
Nella Chiesa inglese si distinguono ora tre rami: la Chiesa Alta, che accetta il Rituale Tudor; i presbiteriani, che rimangono nella Chiesa anglicana per riformarla; gli indipendenti, che rifiutano egualmente l'episcopato anglicano e la sinodo presbiteriana e non vogliono Chiesa di Stato né di tipo inglese né di tipo scozzese. Giacomo combatté presbiteriani e indipendenti, molti dei quali emigrarono in Olanda e alcuni in America.
Carlo I si appoggiò alla Chiesa Alta, ma non nascose le sue simpatie per i cattolici, simpatie rafforzate dalla cattolica regina Enrichetta. Le leggi repressive non furono più applicate, e molti, specialmente nelle classi elevate, tornarono alla religione dei padri. Ma le lotte politiche e religiose, nelle quali l'intervento dei presbiteriani scozzesi e la rivolta dei puritani indipendenti di O. Cromwell portarono al momentaneo trionfo di questi ultimi e al martirio del Re, ebbero conseguenze disastrose per i cattolici che lo avevano fedelmente sostenuto durante tutta la guerra civile. Divenuto protettore, il Cromwell ripartì i benefici ecclesiastici fra presbiteriani e indipendenti riuscendo a conciliare le varie sette puritane; lasciò che gli anglicani si servissero del Prayer Book pur non consentendolo ufficialmente; anche verso i cattolici usò in pratica una certa tolleranza. Ma nell'Irlanda ribelle adottò i più crudeli metodi di repressione: poté spezzarne la resistenza, non abbatterne la fede. Espropriando i proprietari cattolici e completando la distruzione della nobiltà laica, fece sì che il popolo irlandese non avesse altri capi che i preti perseguitati, e ne infiammò maggiormente la passione religiosa e l'odio nazionale.
Con il ritorno degli Stuart il Parlamento ristabilì la supremazia della Chiesa Alta, ordinando la persecuzione dei dissidenti (Codice Clarendon, 1661) e ripristinando l'obbligo del Prayer Book (Atto di uniformità, 1662). Carlo II avrebbe voluto favorire i cattolici, ma non riuscì nei primi anni a superare le resistenze del Parlamento, egualmente ostile a cattolici e a puritani. Dopo il 1667, quando governò il ministero detto «della Cabala», Carlo decise di ricorrere all'aiuto della Francia: nel 1670 fu concluso il Trattato di Dover, con il quale le due potenze convenivano la spartizione dei Paesi Bassi e, in un articolo segreto, la restaurazione del cattolicesimo in Inghilterra. Ancora una volta un sovrano inglese commetteva l'errore di cercare una soluzione del problema religioso in accordi con stranieri, cosa che l'opinione pubblica inglese non avrebbe mai approvato; senza considerare che il «nazionalismo» gallicano era avversato anche dalla S. Sede. La reazione del Parlamento costrinse il Re a rompere l'alleanza e ad accettare nel 1673 il Test Act, che escludeva i cattolici da ogni specie di uffici. Nel 1678 gli anticattolici macchinarono l'indegno trucco del falso complotto papista di Titus Oates, che portò al patibolo altri innocenti. Sul letto di morte Carlo II professò apertamente la sua fede cattolica.
Con Giacomo II ebbe luogo l'ultimo tentativo di restaurazione cattolica. Repressa una rivolta di puritani, il Re liberò i cattolici dai divieti del Test Act, dando loro cariche civili e militari e formando un esercito rafforzato da contingenti fatti venire dall'Irlanda. Questa politica non fu del tutto approvata neppure dai cattolici, i quali, comprendendo che per riconquistare la supremazia si sarebbe dovuto ricorrere alle armi straniere e alla guerra civile, e che ad ogni modo l'Inghilterra avrebbe subito quella egemonia di Luigi XIV che cominciava a preoccupare anche la S. Sede, limitavano le loro aspirazioni al conseguimento di una piena tolleranza religiosa. Ma sebbene le ripercussioni della revoca dell'Edito di Nantes rendessero l'azione di Giacomo sempre più difficile e pericolosa, egli vi perseverò tenacemente, attaccando la Chiesa Alta, alla quale tolse molti benefici per darli a cattolici. Nella lotta fra il Re e la Chiesa anglicana ambo
le parti cercarono l'appoggio dei dissidenti: l'uno offrendo loro libertà religiosa ed uguaglianza civile con una «dichiarazione d'indulgenza», l'altra una concessione di tolleranza sanzionata con decreto del Parlamento. I dissidenti, sia per la loro tradizionale preferenza del potere parlamentare nei confronti di quello regio, sia per timore di un dispotismo cattolico, si posero dalla parte della Chiesa. Quando dopo la nascita del figlio il Re obbligò il clero a leggere dai pulpiti la «Dichiarazione d'indulgenza» e fece processare per sedizione alcuni vescovi che avevano protestato, il giurì li assolse, e i capi politici provocarono l'intervento di Guglielmo d'Orange. Guglielmo III instaurò un regime di relativa tolleranza, e mentre confermò i decreti che escludevano i dissidenti dalle funzioni statali, concesse loro libertà di culto, pur non riuscendo nel tentativo di far rientrare nella Chiesa anglicana gli elementi più moderati. Nulla di simile poterono ottenere i cattolici, perché la loro causa si identificò per molto tempo con quella dei pretendenti giacobiti, i quali in diverse occasioni preferirono rinunciare al successo piuttosto che aderire all'anglicanesimo. In pratica però i cattolici inglesi godettero di una certa libertà di culto, e le leggi penali non furono applicate loro se non quando si verificavano più seri tentativi di riscossa giacobita. L'Irlanda invece continuò ad essere martoriata, le sue attività industriali e commerciali ridotte in rovina, e migliaia di cittadini costretti ad emigrare oltre Atlantico.
III. LA RISCOSSA CATTOLICA
Nella seconda metà del Settecento cominciò a manifestarsi il profondo disagio spirituale di tutti coloro che, pur repugnando all'individualismo disgregatore e all'austerità spesso un po' ipocrita del puritanesimo, non trovavano il soddisfacimento delle loro aspirazioni religiose nel freddo razionalismo della Chiesa anglicana, Chiesa di Stato, Chiesa di classe esclusivamente aristocratica, che con i suoi privilegi politici e il suo monopolio educativo andava sempre più perdendo ogni contatto con il popolo. Ma i tentativi di riformare l'anglicanesimo dall'interno non avevano avuto alcun successo, perché avevano urtato contro una barriera insormontabile di interessi costituiti. Il movimento di Giovanni Wesley, che all'inizio non si era proposto una sciama, aveva infine creato una nuova setta dissidente, i metodisti, i quali, vedendo i loro più temibili concorrenti nei cattolici, furono i più tenaci avversari della loro emancipazione.Il segnale di una riscossa cattolica venne dall'Irlanda. Dopo le lotte interne che insanguinarono l'isola nel 1798, nel 1800 fu proclamata la sua unione con l'Inghilterra. Nell'approvare tale decreto si era promesso agli Irlandesi il diritto per i cattolici di eleggere ed essere eletti al Parlamento inglese; ma l'opposizione personale di Giorgio III annullò la promessa. Questo provocò la formazione di una Lega dei cattolici irlandesi che fu presieduta da Daniele O'Connell. Anche in Inghilterra molti ormai riconoscevano il loro buon diritto, perché in questo modo l'unione aveva tolto agli Irlandesi qualsiasi rappresentanza. Ma i cattolici avevano nel gabinetto di Londra decisi avversari, il più potente dei quali era il ministro Peel. Per qualche anno l'Irlanda fu minacciata da una nuova guerra civile fra la Lega cattolica e i protestanti dell'Ulster. Finalmente il ministro Wellington, personalmente non ostile ai cattolici, convinse il Re della necessità di prevenire altre lotte; e nel 1829 fu votato l'Atto di emancipazione che restituiva ai cattolici tutti i diritti civili e politici. Unica restrizione rimase l'obbligo per il sovrano di professare l'anglicanesimo. Nel 1871 fu abolito il monopolio dell'insegnamento superiore e le università aperte agli studenti di qualsiasi confessione.
All'emancipazione dei cattolici seguì una forte rinascita religiosa. Il movimento di Oxford, sortì nel 1833, cominciò con il combattere metodismo e cattolicesimo, ma molti dei suoi aderenti finirono per
ritornare alla Chiesa romana, come Giovanni Newman, che si convertì nel 1845 ed ebbe nel 1879 la porpora cardinalizia. Altro illustre convertito fu Enrico Manning, nominato cardinale nel 1875.
In Inghilterra il Papa ristabilì la gerarchia cattolica nel 1850, in Scozia nel 1878.
Nel 1895 i cattolici furono autorizzati dalla S. Sede a frequentare le università inglesi. Ed è dell'anno seguente la bolla Apostolicae curae di Leone XIII che Anglicane Ordinazioni (v.).
IV. CONDIZIONI GIURIDICHE DELLA CHIESA
Lo Stato, non potendo più misconoscere l'influenza fortissima che l'accresciuta forza della popolazione cattolica esercitava sull'opinione pubblica, sentì la necessità di allacciare nuovamente delle relazioni regolari, anche se non mediante un concordato, con la S. Sede e con le più alte gerarchie cattoliche esistenti in I. Questa necessità, che si rese più impellente durante e immediatamente dopo la prima guerra mondiale, portò nel 1914 all'invio a Roma d'un ministro plenipotenziario straordinario.In questa nuova atmosfera Malines (v.) del 1921, tra il card. Mercier e Lord Halifax, colloqui che se pure in sé infruttosi, furono significativi e orientativi.
Nel 1927, infatti, il Parlamento inglese approvò il «Catholic Relief Act». Con questo provvedimento venivano abrogate tutte le leggi penali, emanate sino a quell'epoca contro i cattolici inglesi, riconoscendo ed essi in pari tempo non solo la piena parità giuridica di fronte allo Stato con le altre confessioni religiose, ma dando loro anche la possibilità di svolgere la loro pubblica attività sotto la garanzia della legge comune a tutti i cittadini inglesi. In tal modo ai cittadini inglesi cattolici era riconosciuta la possibilità di adire anche le cariche più alte dell'ordinamento giuridico statale, quali la magistratura, la legislatura e il potere esecutivo, eccettuate le più rappresentative, ad es., la Corona, ecc.
Nel 1944, poi, venne emanato, sempre dal Parlamento inglese, in seguito alla conversione del ministro dell'Educazione M. R. R. Butler, 1er Education Act.
Questo provvedimento, pur non rispondendo pienamente ai desiderato dei cattolici, venne a premiare la forte e costante tenacia dimostrata da essi nel sostenere con le proprie sole forze le ingentissime spese indispensabili per il mantenimento di scuole atte a permettere a quei cattolici, che non volevano compiere i propri studi entrando nel sistema nazionale, pervaso tutto naturalmente della spirito anglicano, di formarsi una retta e vera educazione.
Mediante questo provvedimento lo Stato inglese assicura il proprio concorso, nella misura del 50%, nel sostentamento delle spese per le scuole controllate dai catto-
lici. E questo diversamente che in Scozia, dove il governo si accolla tutte le spese scolastiche.
Tuttavia il governo inglese, offrendo il suo apporto, ha posto sotto il suo controllo le scuole elementari, non rispettando pienamente il diritto dei genitori circa l'educazione da dare ai propri figli e tentando di imporre in tutte le scuole l'istruzione religiosa, mediante un « Agreed Syllabus » che non è di pieno gradimento neppure della Chiesa anglicana.
Ma la pressione dei cattolici sull'opinione pubblica inglese non si limitò a farsi sentire nel solo ambito interno dello Stato, ma fu tale da mettere il governo nella necessità di avviare ad una maggiore regolarità i rapporti diplomatici con la S. Sede. Il rappresentante diplomatico che, con il grado di ministro, rappresenta la Nazione inglese presso la S. Sede, divenne stabile, e la S. Sede, a sua volta, il 21 nov. 1938 inviava un delegato apostolico in I.
Infine, quale sintomo di particolare importanza circa la considerazione in cui trovasi la corrente cattolica della popolazione nell'opinione pubblica inglese, sono da mettere in rilievo non solo le numerose visite fatte dai capi di governo inglesi al Santo Padre negli ultimi anni di questo mezzo secolo, dalla visita a S. S. Pio XI, fatta da Chamberlain ed Halifax, rispettivamente primo ministro e ministro degli Esteri, nel 1938, all'udienza privata con S. S. Pio XII, sollecitata da una delegazione parlamentare britannica, formata da elementi appartenenti a diversi partiti (11 genn. 1949). Il 3 maggio dello stesso anno vi fu poi una udienza concessa a Sir Stafford Cripps, in quel tempo cancelliere dello Scacchiere, con la consorte, accompagnati dal primo segretario della Legazione britannica presso la S. Sede, e, infine, l'11 maggio successivo, l'udienza con la principessa Margaret, secondo-genita di Giorgio VI di Gran Bretagna, accompagnata dal rappresentante d'I. presso la S. Sede.
In occasione del centenario della ricostituzione della Gerarchia (1850-1950), i cattolici inglesi si raccolsero intorno a 6 cardinali, 12 arcivescovi, 46 vescovi per commemorare la data faustissima con funzioni, conferenze e mostra che ne illustrarono il valore. Pio XII, oltre ad una lettera (16 dic. 1950) all'arcivescovo di Westminster, nella quale si compiaceva delle conquiste raggiunte: la maggior stima del cattolicesimo, le molte chiese erette o ridonate al primitivo splendore, le scuole e gli istituti aperti e sempre più frequentati, l'aumento del clero, l'unione del gregge con i loro pastori, volle il 1° ott. parlando per radio ai fedeli, riuniti nello Stadio di Wembley; ricordare loro i santi dell'antica Chiesa inglese preriforma, i martiri e tutta la schiera dei sacerdoti e laici, che alimentarono l'oscillante fiamma della fede nel periodo seguente, e invitarli ad un lavoro sempre più efficace in tutti i campi, fatto di amore e di comprensione (L'osservatore romano, 26 ott. e 1° nov. 1950).
Francesco Ercolani
V. I MARTIRI INGLESI
Così vengono designati quei cattolici inglesi che subirono il martirio durante le persecuzioni scatenate sotto Enrico VIII, Elisabetta, Giacomo I, Carlo I, la Repubblica di O. Cromwell, Carlo II, dal 1535 (in cui ebbe luogo l'esecuzione di J. Fischer, vescovo di Rochester e cardinale, e del cancelliere T. Moro) al 1681 (che portò l'esecuzione di O. Plunkett, arcivescovo di Armagh). Il loro numero è assai grande (tanto più se si aggiungono quelli che perirono nelle prigioni); ma non di tutti si posseggono oggi i documenti storici necessari alla prova del martirio; quindi non tutti furono iscritti nell'elenco di quelli per cui si promosse la causa di beatificazione.La quale causa ebbe varie vicende, che si possono riassumere così: una prima serie di 54, con a capo J. Fischer e T. Moro, « che avevano subito la morte per la Fede cattolica e il Primato del Sommo Pontefice su tutta la Chiesa, dal 1535 al 1583, e il cui martirio era stato formalmente dipinto in affresco da Nicolò Cerciani, per autorità di Gregorio XIII, nella chiesa di S. Stefano al Celio, e di nuovo, con il permesso dello stesso Papa, era stato affrescato dal medesimo pittore nella chiesa inglese della SS.ma Trinità in Roma e poi nel 1584, con privilegio del Papa, inciso su di una lastra di rame, con annessa leggenda », ebbe da Leone XIII la conferma del culto il 29 dic. 1886 (cf. Acta Sanctae Sedis, 19 [1886], pp. 347-350). Gregorio XIII, infatti, tra il 1580 e il 1585, aveva concesso in loro onore « vivace vocis oraculo » alcuni privilegi di culto pubblico ed ecclesiastico, specialmente che si potesse far uso della loro reliquie nella consacrazione di altari, qualora non si potessero avere reliquie di antichi santi martiri. Un secondo gruppo di 9, martirizzati nello stesso spazio di tempo, ebbe ugualmente la conferma del culto dallo stesso Pontefice il 13 maggio 1895 (cf. ibid., 27 [1894-1895], pp. 746-47). Benedetto XV beatificò il 25 maggio 1920 l'arcivescovo O. Plunkett (AAS, 12 [1920], pp. 235-40). Pio XI ne beatificò altri 136, il 15 dic. 1929 (ibid., 22 [1930], pp. 38-39) e separatamente, il 22 dic. 1929, il gesuita J. Ogilvie, martirizzato nella Scozia (ibid., 22 [1930], pp. 40-42). Di altri 116 venerabili è ancora in corso il processo di beatificazione.
Raccogliendo la lunga serie di tutti questi martiri secondo le diverse epoche del loro martirio, se ne contano: 50 sotto Enrico VIII (1535-44); 180 sotto Elisabetta (1570-1603); 27 sotto Giacomo I (1603-18); 24 sotto Carlo I (1628-46); 2 durante la Repubblica di O. Cromwell (1631-54); 25 sotto Carlo II (1678-81). Da aggiungere che altri 44 furono « dilati », in attesa di ulteriore valida documentazione, dalla S. Congregazione dei Riti il 9 dic. 1886 (cf. Acta Sanctae Sedis, 19 [1886], pp. 460-64).
Resta da aggiungere un'osservazione assai importante: tutti questi martiri furono condannati alla morte come « rei di alto tradimento », perché le leggi create dai persecutori, a cominciare da Enrico VIII, tale appellativo infamante, a cui seguiva la pena di morte, infliggevano a quelli che negavano al re o ai suoi eredi il titolo e la dignità di Capo supremo della Chiesa d'Inghilterra (cf. State's Paper, 26, Henry VIII, cap. 13). Il che era un volere scaltramente sostituire, dinanzi al popolo, il motivo politico al motivo religioso, un voler additare alla pubblica esecuzione, come ribelli alla autorità e cospiratori contro la sicurezza dello Stato coloro che, invece, secondo il precetto del Vangelo e la voce della coscienza, intendevano ubbidire prima a Dio e poi all'autorità statale, perché in questo caso non si trattava del Regno di I. e della successione al trono, ma di affermare o rinnegare un dogma inconcusso della fede: il primato spirituale del sommo pontefice su tutti quanti i fedeli, a qualunque nazione possano appartenere. Invece dunque che traditori, « i martiri inglesi — fa notare esplicitamente Pio XI — possono definirsi i Martiri del cattolicesimo, anzi, più spiccatamente, della Chiesa cattolica, della romanità, della papalità di questa Chiesa. Il duello si pose fra i diritti di Cesare e i diritti di Dio; e quei martiri morirono proclamando i diritti di Cesare, professando anzi per essi il loro rispetto: ma furono nobilmente intrattabili, quando si volle a quei diritti posporre i diritti di Dio, che si identificano con i diritti della Chiesa, con i diritti del Vicario di Gesù Cristo » (L'osservatore romano, 9-10 dic. 1929, p. 1).
der Katholikenverfolgung in England, 4 voll., 2ª ed., Friburgo in Br. 1905; id., Die Blutungen aus den Tagen der Titus Oates Verschwörung, ivi 1901; B. Camm, Lives of the English Martyrs, declared blessed by Pope Leo XIII in 1886 and 1893, 2 voll., Londra 1904-1905; J. H. Pollen, Unpublished documents relating to English Martyrs (Catholic Record Society, 5), ivi 1908; E. H. Burton, J. H. Pollen, Lives of English Martyrs, 2ª serie: The venerable (1883-88), I, ivi 1914; C. Testore, Il primato spirituale di Pietro difeso dal sangue dei martiri inglesi, Isola del Liri 1920; id., I Martiri gesuiti di I. e di Scozia, ivi 1934.
VI. ORGANIZZAZIONE ECCLESIASTICA
Attualmente le circoscrizioni ecclesiastiche sono costituite da 6 sedi metropolitane e 20 sedi suffraganee, così distribuite: 1ª BIRMINGHAM (29 sett. 1850, metropolitana 28 ott. 1911), con le suffraganee: CLIFTON (29 sett. 1850), PLYMOUTH (29 sett. 1850), SHREWSBURY (29 sett. 1850); 2ª CARDIFF (prima Newport 29 sett. 1850; mutato nome e fatta metropoli 7 febbr. 1916), con la suffraganea MENEVIA (12 maggio 1898); 3ª GLASGOW (sec. VI, metropolitana 1492, vacante dal 1603, ristabilita come arcivescovato 4 marzo 1878, metropolitana 25 maggio 1947), con le suffraganee: MOTHERWELL (25 maggio 1947), PAISLEY (25 maggio 1947); 4ª LIVERPOOL (29 sett. 1850, metropolitana 28 ott. 1911) con le suffraganee: HEXHAM e NEWCASTLE (la prima: 678, senza vescovi dall'861, ristabilita 29 sett. 1850, aggiunta Newcastle 23 maggio 1861); LANCASTER (22 nov. 1924), LEEDS (22 nov. 1924), MIDDLESBROUGH (20 dic. 1878), SALFORD (29 sett. 1850); 5ª ST ANDREW AND EDINBURG (sec. X, metropolitana 1472, vacante dal 1571, ristabilita 4 marzo 1878), con le suffraganee: ABERDEEN (1125, vacante dal 1577, ristabilita 4 marzo 1878), ARGYLL AND THE ISLES (1200, vacante dal 1579, ristabilita 4 marzo 1878), DUNKEL (1115, vacante dal 1586, ristabilita 4 marzo 1878), GALLOWAY (sec. IV, vacante dal 1558, ristabilita 4 marzo 1878); 6ª WESTMINSTER (29 sett. 1850), con le suffraganee: BRENTWOOD (20 luglio 1917), NORTHAMPTON (29 sett. 1850), NOTTHINGAM (29 sett. 1850), PORTMOUTH (19 maggio 1882), SOUTHWARK (29 sett. 1850).La serie accennata dimostra come nella I., strettamente detta, in seguito ad una legge inglese, che proibiva ai rappresentanti della gerarchia cattolica di assumere un titolo territoriale detenuto da un vescovo anglicano, la S. Sede dovette, ricostruendo la gerarchia, evitare gli antichi titoli esistenti al tempo della cosiddetta «Riforma» e conservati dalla Chiesa anglicana. Nella Scozia, invece, le sedi ricostruite sono quasi tutte quelle antiche, soppresse nel periodo della «Riforma».
VII. ATTIVITÀ CATTOLICHE CULTURALI E SOCIALI
A mano a mano che il cattolicesimo andò annoverando tra le sue file, accanto alle poche famiglie aristocratiche e di nobiltà terriera, e alla massa operaia, un numero sempre crescente di persone appartenenti alle classi medie e con cariche direttive, crebbe anche il bisogno di una stampa propria ispirata alle sue dottrine, valida a controbattere le obiezioni e i pregiudizi, lenti e difficili a cadere. Per una più larga diffusione in mezzo ai fedeli servono mirabilmente i settimanali: The Universe, fondato nel 1860; The Catholic Times (1867) e The Catholic Herald (1884); ai quali si può riallacciare l'attività della Catholic Trust Society iniziata nel 1884, che, ben attrezzata, lancia sul mercato migliaia e migliaia di opuscoli di dottrina, controversia, storia, devozione, apologetica (circa due milioni di opuscoli all'anno). Per i lettori più colti la stampa periodica è numerosa: Dublin Review, trimestrale, angloirlandese (1836); The Tablet, settimanale (1840); The Month, fondato nel 1864, diretto dai Gesuiti; The Downside (1882), diretto dai Benedettini; Blackfriars (1931) diretto dai Domenicani; The Clergy Review (1931) diretto dal clero secolare.Cattolici eminenti non sono mancati nel campo letterario oltre al card. Newman e al card. Wiseman; ad es.: J. Lingard, J. E. E. D. Acton, G. K. Chesterton, H. Belloc, G. M. Hopkins, F. Thomson. Oggi almeno 150 cattedre universitarie sono tenute da cattolici.
Nel campo delle istituzioni sociali, per limitarsi a quelle più universali, sono da ricordare, oltre alle
associazioni cattoliche e scoutistiche: gli ospedali, le case per l'infanzia abbandonata o trascurata, per le ragazze madri, i deficienti, gl'incurabili, i moribondi, i ciechi, i sordomuti, facenti capo ad un comitato generale (Catholic Child Welfare Council), il quale è incaricato di rappresentare l'opinione cattolica in seno al comitato generale (National Council of Associated Children's House), che include i comitati generali per gli anglicani, gli Ebrei ecc.; la Catholic Social Guide (1909) che promuove circoli di studio parrocchiali e universitari, forma oratori ed apologisti, assiste i convertendi; la Catholic Evidence Guild, con predicazioni apologetiche, filosofiche e teologiche all'aperto; la Catholic Young Christian Workers Society (1935), maschile e femminile per l'assistenza agli operai, che lancia il Catholic Workers Movement, per la difesa della famiglia e dei lavoratori; la Sword of Spirit (1940) per cooperare con i parroci e i vescovi a qualsiasi opera utile alla parrocchia e alla diocesi.
IV. LETTERATURA.
La conquista anglosassone dell'I. si fa tradizionalmente culminare nell'a. 449 d. C., che è anche la data ufficiale dell'inizio della letteratura inglese. Un fatto più importante e meglio accertato della storia e della cultura inglese è la conversione al cristianesimo degli Anglosassoni e opera di Agostino e dei suoi monaci (597). La prima figura letteraria di rilievo è quella del Venerabile Beda, nella cui Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum (scritta come tutte le sue opere in latino) si fa menzione del primo poeta anglosassone, Caedmon, un monaco, ispirato autore di inni religiosi, al quale tuttavia si possono attribuire con certezza soltanto alcuni versi che Beda riporta tradotti in latino (l'attività poetica di Caedmon si svolge tra il 660 e il 670).
Il documento più insigne della poesia di quest'epoca è il Beowulf, un poema epico di ambiente scandinavo, composto probabilmente intorno al 740 da autore ignoto. Caratteristiche del poema sono la mescolanza di elementi cristiani e pagani e, tecnicamente, il verso alliterativo e l'uso abituale della metafora (kenning). I personaggi vi hanno un carattere embrionalmente simbolico (lotta tra il bene impersonato dall'eroe e il male impersonato dai mostri che egli combatte), e quest'opera già testimonia quella predilezione per l'allegoria e la didascalia che contrassegna il medioevo in generale e la poesia medievale inglese in particolare. D'ispirazione più direttamente cristiana i poemi religiosi di Cynewulf (inizio del sec. IX) ed altri simili giunti sotto il suo nome ma di dubbia attribuzione. Nessuno di essi tuttavia possiede il vigore poetico e il potere suggestivo del Beowulf. Più originale un poemetto anonimo intitolato The dream of the Road, la prima di quelle «visioni» di cui non mancano altri esempi nella poesia medievale inglese.
Il documento più notevole della prosa anglosassone è rappresentato dalla Anglo-Saxon Chronicle, opera del maggiore dei sovrani inglesi dell'epoca, re Alfredo (849-901) e dei suoi collaboratori e successori, che partendo dalle origini dell'era cristiana arriva alla metà del sec. XII.
Dopo la conquista normanna (1066) la struttura linguistica del paese subisce tali modificazioni da prodursene in sostanza una nuova lingua, l'inglese medievale, ricchissimo di apporti francesi e assai più sciolto e pieghevole dell'anglosassone. Ciò tuttavia non ingenera un asservimento della letteratura, la quale al contrario mantiene ben netti i suoi caratteri originali e indigeni. Il processo di trasforma-
zione linguistica è lento e non uniforme, tanto che ne nascono diversi disletti di cui uno, il cosiddetto east-midland, alla fine prevale, assurgendo alla dignità di lingua nazionale. È il periodo in cui si matura lentamente (con un processo più lento che nei paesi latini) quella letteratura nazionale in senso vero e proprio che ebbe il suo massimo rappresentante, nel pieno Trecento, in Chaucer. Un cenno a parte merita, non soltanto per l'efficacia che ebbe e la diffusione di cui godette sino alla « riforma », ma anche per specifiche qualità di lingua e di stile, la letteratura mistica in prosa e in versi del Duecento e del Trecento.
L'anonimo Ancrene rivile (principio sec. XIII), The form of living di Rolle, The ladder of perfection e il Treatise of mixed life di Hilton, The cloud of unknowing anonimo, attestano i mirabili progressi compiuti nel corso dell'epoca dalla prosa inglese. Non altrettanto può dirsi della prosa dell'eretico John Wyclif (ca. 1330-84), il primo che tradusse interamente la Bibbia in inglese, che non era a conoscenza degli sviluppi della prosa devota in volgare, e la cui fortuna è posteriore alla « riforma », della quale venne considerato un precursore.
Il poeta maggiore del Trecento in I. è Geoffrey Chaucer (ca. 1340-1400). Egli accoglie nella propria opera la migliore tradizione letteraria classica e medievale e v'inscrive un sano e schietto verismo. Spregiudicato e sin troppo franco nella rappresentazione dei costumi e dei vizi della propria epoca, egli rimane tuttavia pienamente ortodosso, né mancano nella sua opera maggiore, The Canterbury tales, i temi religiosi ed edificanti, tratti non soltanto dal repertorio cavalleresco ma anche da quello agiografico ed ecclesiastico. La conoscenza della cultura italiana e dell'Italia significò per Chaucer l'arricchimento e la maturazione del proprio stile, allineandosi alla sua precedente esperienza della poesia cavalleresca e allegorica francese. Egli fu anche, a suo modo, un dotto e un umanista in possesso di una vasta e salda, anche se disparata ed eterogenea, conoscenza della cultura classica ed europea. Accanto a Chaucer merita d'esser ricordato John Gower (1330?-1408), versificatore eclettico in inglese, francese e latino, poeta di non spiccata personalità, ma rifinito e colto. Figura assai più significativa è quella di William Langland (1330?-1400?) il cui poema allegorico e sociale, The vision concerning Piers the Plowman, si riconnette, anche tecnicamente, poiché è scritto in versi allitterativi, alle « visioni » anglo-sassoni.
Alla stessa epoca appartiene un buon numero di ballate popolari, alcune di argomento storico, che vennero raccolte per la prima volta dal Percy nel 1765 in: Religies of ancient english poetry. Una vasta produzione romanzesca sorse intorno ai cicli tradizionali trattati nelle maggiori letterature europee e originariamente in Francia e in Provenza: Carlomagno e i suoi paladini, re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda, i fatti di Alessandro Magno, di Tebe e di Troia. Il ciclo di Artù, che ebbe una speciale fortuna in I., s'ispira alle notizie contenute nella Historia Regum Britanniae (in latino) del vescovo Geoffrey di Monmouth (1140 ca.). A tale ciclo
appartiene: Sir Gawain and the Green Knight, composto probabilmente intorno al 1370, in versi allitterativi. È il più bello dei cantari inglesi, ammirevole per vivacità di rappresentazione e profondità di contenuto. Allo stesso autore viene attribuito il poemetto allegorico The pearl, altra « visione » pervenuta dal medesimo manoscritto, composta anch'essa in versi allitterativi. I temi obbligati e i codici convenzionali della romanza cavalleresca provocarono una reazione nello stesso Chaucer (v. il Racconto di Sir Thopas, una satira del cavaliere errante),
che tuttavia l'aveva egli stesso trattata. Essa ebbe tuttavia una specie di retrospettiva riabilitazione con Sir Thomas Malory, nella prosa maliosa e quasi decadentistica della sua Morted Arthur (1470 ca.), che fu tra i primissimi libri stampati in Inghilterra (nel 1485 a cura di William Caxton); Tennyson se ne servì per i suoi Idylls of the king (1859-85).
Al tipico allegorismo della lirica medievale inglese (che fa capo, già in pieno Rinascimento, a Spenser) fa riscontro il simbolismo altrettanto tipico del dramma (che
si rintraccia ancora nella struttura dei drammi di Marlowe e dello stesso Shakespeare). In I., come altrove, il dramma nasce in forma di sacra rappresentazione, e più precisamente di miracle, che ha origine nella stessa liturgia e presenta scene tratte dai sacri testi e dalle vite e leggende dei santi, e di morality, un tipo di dramma più astrattivo e psicologico, in cui si rappresentano conflitti allegorici di virtù e vizi personificati. Come esempio dei primi si ricorda la Secunda pastorum, ascrivibile alla seconda metà del sec. XIV e appartenente al gruppo delle cosiddette Towneley plays. Presenta una caratteristica mescolanza di elementi sacri con tratti comici e spunti sociali, e una notevole caratterizzazione dei personaggi. Come esempio delle seconde si cita Everyman (sec. XV) ove si rappresentano vigorosamente gli intimi conflitti dell'uomo di fronte alla morte. Si ricordino infine, tra i documenti della prosa inglese del tardo medioevo, i pittoreschi e fantastici Mandeville's travels (Mandeville è uno pseudonimo e i viaggi furono scritti originariamente in francese), le Paston letters (una corrispondenza privata scritta tra il 1440 e il 1446), il Book of faith (1456) del vescovo Reginald Pecock, una confutazione di Wyclif e dei lollardi, che ha interesse anche linguistico. La lingua dei dotti continua a essere il latino che è anche la lingua ufficiale della Università di Oxford, fondata nel sec. XIII e dominata fin dall'inizio dalla figura del frate Ruggero Bacone, filosofo e scienziato di fama europea, e in certo senso fondatore dell'empirismo inglese.
L'Umanesimo penetra tardi in I. e risente fortemente delle cause e degli effetti dello Scisma. Il petrarchismo venne introdotto in I. dai due poeti cortigiani Thomas Wyatt e Henry Howard Earl of Surrey (quest'ultimo decapitato per ordine di Enrico VIII). I loro versi (per lo più imitati o tradotti dal Petrarca) compaiono nella Tottel's Miscellany, che è la prima regolare antologia inglese (1557). Il Surrey modificò il sonetto petrarchesco nello schema che venne adottato da Shakespeare e da lui prese il nome (tre quartine e un distico rimato)

Ma gli umanisti più insigni dell'epoca furono Thomas Linacre e William Grocyn, che appresero il greco in Italia e lo introdussero nell'Università di Oxford; John Colet, che fondò la prima scuola di studi classici a Londra; Erasmo, che visse e studiò e insegnò lungamente in I. e, maggiore di tutti, l'amico congeniale di Erasmo, Thomas More (1478-1535). Questi, come è noto, dopo una brillantissima carriera letteraria e politica, ricusatosi di sottoscrivere, nella sua qualità di Lord Chancellor, l'Act of supremacy di Enrico VIII, venne condannato a morte e affrontò serenamente il martirio. La Chiesa ne ha fatto un santo (1935). Il più noto dei suoi scritti, la Utopia (che egli scrisse peraltro in latino), propone uno Stato teorico fondato sulla sola ragione e che non corrisponde (come alcuni insigni critici, tra i quali il Sargent e lo Shafer, hanno giustamente rilevato) all'ideale religioso e politico di More: uno Stato insomma che, nelle intenzioni dell'autore (e conformemente al carattere tradizionale dell'utopia inglese) deve servire più di monito che di modello (né deve dimenticarsi che alcune parti della Utopia, sono pura divagazione e divertimento letterario). Il rinnovato interesse per i classici è testimoniato anche dalle numerose traduzioni, alcune delle quali eccellenti. Thomas North traduce dal francese di Amyot Plutarco (1579), dando materia d'ispirazione a Shakespeare per i suoi drammi romani; Philemon Holland traduce Plinio, Livio, Svetonio e Senofonte (principio sec. xvii); John Florio, figlio di un protestante italiano esule in I., traduce gli Essais di Montaigne (1603) e scrive glossari e frasari italo-inglesi; si traducono Il cortegiano (1561), Il gelinetto (1576) e altri trattati italiani, la Diana del Montemayor, la Divine Semaine del Du Bartas, le novelle del Bandello e di altri novellieri italiani.
La « riforma » possiede nella Bibbia inglese o, come venne anche detta, la Bibbia di Cranmer, il suo più notevole documento letterario. La traduzione si deve in gran parte al dotto eretico William Tyndale, il quale aderì al luteranesimo prima dell'inizio ufficiale della riforma inglese. Dall'I. egli si trasferì in Germania dove ebbe contatti con lo stesso Lutero e ivi pubblicò nel 1526 una versione del Nuovo Testamento che venne attaccata dal More. Attese quindi a tradurre il Vecchio Testamento e la sua versione era a buon punto, quando egli venne tradito da un compagno inglese, consegnato alle milizie di Carlo V e bruciato come eretico (1535). Letterariamente la versione è pregevolissima e il suo autore possedette un perfetto dominio della propria lingua e un eccezionale talento nell'uso della metafora. La traduzione venne completata, dopo lo Scisma, da Miles Coverdale, sotto la direzione dell'arcivescovo Cranmer (che aveva sanzionato l'annullamento del matrimonio di Enrico e l'Act of supremacy) il quale più tardi compilò e pubblicò sotto il suo nome il Book of common prayer (1548), che è tuttora il testo ufficiale delle orazioni anglicane. L'edizione definitiva della Bibbia inglese è la cosiddetta « authorized version », pubblicata, sotto Giacomo I, nel 1611. Il suo nucleo è costituito dalla versione di Tyndale, ma essa venne curata da una commissione di ben cinquantagustro studiosi. Il suo influsso è evidente in tutto il corso della letteratura inglese.
La tradizione della lirica medievale, platonica e allegorica, si continua in Spenser, poeta cavalleresco e umanistico insieme. Accanto al vergiliano e bucolico Shepherd's calendar (1579), i cui modelli sono in Virgilio e
in Teocrito, egli scrive The faerie queue (1591) che è quintessenza di concetti cavallereschi, d'idolismo platonico e di allegoria medievale, mentre con gli Amoretti (1595) egli dà il proprio contributo al petrarchismo. Il suo amico e contemporaneo Philip Sidney fu un altro esemplare « cortigiano » e, come poeta, un esemplare campione dell'amore cavalleresco. Nella sua Defense of poesy, pubblicata postuma, egli lascia un tipico documento della poetica rinascimentale, in Astrophel and Stella una delle più notevoli collane di sonetti, e nell'Arcadia il più raffinato romanzo pastorale dell'epoca. Accanto ad esso va ricordato Euphnes, or the anatomy of wit (1579), che più che un romanzo è un modello di retorica, e iniziò in I. la voga di quella elaboratissima prosa, fondata sul parallelismo delle frasi e dei periodi, l'uso frequente dell'allitterazione, l'abuso della citazione erudita e pedantesca, che da esso venne chiamato « eufuismo ». Un esempio eloquente del contrasto tra ideali umanistici e rigore protestante l'offre Roger Ascham, il quale, nel suo Scholemaster (1570), mentre esalta i Greci e i Romani, attacca violentemente non soltanto la Roma cattolica, ma anche gli ideali cavallereschi (confutando, p. es., Malory).
Intanto il teatro, per il quale gli Inglesi avevano una innata vocazione, si continua, si perfeziona e si emancipa alla fine, con i drammaturghi elisabettiani, da ogni convenzione ed esigenza che non risponda alla sua natura. Si è già accennato a Marlowe, il maggiore dei precursori di Shakespeare, che della « morality » mantiene soltanto lo schema, inserendovi conflitti e contrasti individuali e accenti titanici. Accanto a lui si affermano altri professionisti del teatro che nei loro drammi asseriscono e impongono al pubblico i caratteri e le tendenze del gusto dell'epoca: lo pseudomachiavellismo costellato di orrori esotici, lo stoicismo alla maniera di Seneca che trova una perfetta rispondenza nei costumi elisabettiani e che si diffonde in I. soprattutto attraverso l'influsso dei trattati italiani, in primo luogo Giraldi Cinthio. La tragedia in questo senso più tipica è la Spanish tragedie di Thomas Kyd (1558-64), che ambienta in un convenzionale scenario spagnolo inauditi orrori e delitti. Drammi non meno tipici sono The white devil (o Vittoria Coronadora, 1612) e The duchess of Malfi (1614 ca.) di John Webster. L'anonimo Arden of Feversham (1586) è una forte tragedia di ambiente inglese che mette in scena realisticamente un adulterio. La prima commedia regolare inglese è Ralph Roister Doister (1553), adattamento del Miles glorious di Plauto. La fonte principale dei drammi storici di soggetto inglese, non soltanto per Shakespeare ma per tutti gli elisabettiani, è la Chronicle di Holinshed (1578).
Nelle opere di Shakespeare, il maggior genio drammatico del mondo, la tradizione teatrale inglese attinge il suo ultimo vertice. Egli rappresentò e liberò sulla scena forze, passioni e conflitti universali e, sebbene non fosse un innovatore e accettasse i modelli e le fonti del suo tempo, sopravanzò nettamente tutti i contemporanei, i quali spesso eran più preparati e culturalmente meglio attrezzati di lui. Nei suoi drammi anche le passioni smisurate s'inscrissono entro strutture armoniose e sapienti, ed egli possiede un così perfetto e superbo controllo della similitudine e della metafora, è un così inesauribile creatore di immagini, da non incorrere mai nella sproporzione sacrificando le parti al tutto. Negli ultimi drammi di Shakespeare (e già in quelli cosiddetti problematici che appartengono alla piena maturità del poeta) gli aspetti religiosi dell'esistenza vengono più insistentemente e appassionatamente indagati, considerati e contemplati. Ciò è vero particolarmente del suo ultimo dramma The tempest (la cui suggestiva atmosfera rievoca al Praz il Purgatorio dantesco), dramma d'impronta e di materia prettamente cristiane, al quale verosimilmente prelude (come più tardi venne asserito) il ritorno del poeta alla fede cattolica. Il Belloc vede anzi in tutta l'opera di Shakespeare i segni della fondamentale ispirazione cattolica del suo autore. I songs, i poemetti giovanili, la mirabile collana dei sonetti, rappresentano quasi un contrappeso lirico (e nei drammi altrettante pause suggestive) dell'opera drammatica di questo genio, luci che meglio ne illuminano e ne prospettano la grandezza.

(fot. British Council)
John Donne (1573-1631) è il fondatore di una tradizione (piuttosto che scuola), quella dei poeti cosiddetti «metafisici». L'epiteto è di Dryden, da cui lo riprese Samuel Johnson e, soprattutto in Johnson, ha piuttosto il significato di «fantastici» che quello di mistici o religiosi. Il caso di Donne è singolare: egli è un manierista dell'antiretorica, il suo concettismo è fondato ben più sulle metafore audaci e sincopate e sulle allusioni bizzarre, che non, come l'eufuismo, sul parallelismo e le altre risorse della retorica. I concetti di Donne investono il contenuto non meno che la forma dei suoi versi. Donne e tutti i metafisici sono stati rivalutati in epoca recente, soprattutto a opera del critico Grierson e del poeta T. S. Eliot il cui «immaginismo» si riallaccia consapevolmente alla poesia metafisica da una parte, al dramma elisabettiano dall'altra. Donne nacque cattolico e rimase tale durante la gioventù. Nel 1615 venne ordinato sacerdote nella Chiesa anglicana e dal 1621 fu decano di S. Paolo a Londra. I suoi sermoni sono tra i più notevoli del secolo. Vi si riflette, non meno che nei suoi versi, l'irrequietezza e l'insaziabilità di uno spirito avventuroso e travagliato dai contrasti tra la natura e il mondo soprannaturale, contrasti fortemente vissuti nell'epoca. Donne, al pari di Ben Jonson ma in modi diversi, rappresenta un approfondimento critico della poesia, e questo spiega come S. Johnson accomunasse arbitrariamente ed erroneamente i due poeti tanto diversi nell'unica qualifica di «metafisici». Più specificamente religiosa è, fin dagli inizi, la lirica concettosa di Richard Crashaw, il quale aveva avuto un precursore nel gesuita Robert Southwell (m. martire nel 1595). Crashaw parte dall'indirizzo metafisico ma si accosta più degli altri al concettismo continentale (gon-
gorismo e marinismo). Per i rapimenti e le arditezze della fantasia egli anticipa i poeti romantici (Shelley e, più recentemente, Francis Thompson). Egli si fece cattolico, si trasferì in Italia, ove fu segretario del card. Pallotta, e morì a Loreto, nel 1649. I maggiori predicatori dell'epoca, oltre a Donne, sono: Richard Hooker e Jeremy Taylor, campioni dell'anglicanismo e teologi razionalisti, che sono già in realtà alle origini del deismo e del sensismo, campioni piuttosto della religione naturale che della religione rivelata.
Il «saggio», componimento letterario che ebbe una straordinaria fortuna in I. e vi presiede alla nascita del giornalismo, è ben rappresentato nelle età elisabettiana e giacobita. Negli Essayes di Francis Bacon esso trova la sua forma compiuta in una prosa epigrammatica lucida e sobria. Degli altri basterà ricordare Robert Burton (1577-1640) la cui Anatomy of melancholy (1621), farraginosa e pedantesca, e fortemente influenzata dall'eufuismo. Più interessanti nell'epoca successiva la Religio medici (1643) di Thomas Browne, notevole per qualità introspettive, e gli scritti di Izaak Walton che, accanto alla divagazione o divertissement (The compleat angler, 1653), coltiva per il primo il genere biografico (vite di Donne, di Herbert, ecc.).
Il sec. XVII ha in John Milton (1608-74) il suo poeta maggiore. Milton, anche in considerazione delle numerose fonti italiane di cui si servì, può ritenersi l'ultimo poeta del Rinascimento in I. La sua prosa controversialistica è considerevole per mole e per vigore. La poesia di Milton è umanistica, idillica e pastorale nei poemetti giovanili, solenne e suggestivamente barocca nel capolavoro: Paradise lost (1667), speculativa e quasi disadorna nel Paradise regained (1671), amara e tragica nell'ultima opera, una tragedia d'ispirazione greca e biblica insieme: il Samson agonistes (1671). Nel travagliato spirito di questo poeta i due grandi fatti già storicamente «scontati» nella sua epoca, Rinascimento e «riforma», si intrecciano caratteristicamente (anche la Bibbia inglese, è bene ricordarlo, è un testo linguisticamente umanistico). Sebbene dichiaratamente anticattolico, Milton non fu tuttavia insensibile allo spirito della Riforma cattolica (anche per influenza del poema tassesco), e nemmeno fu rigorosamente protestante (egli, p. es., non discute anzi esalta il valore delle opere ai fini della rigenerazione individuale e sociale del genere umano). E se egli è un campione della libertà di pensiero, è al tempo stesso un credente fermissimo nel peccato originale e nella necessità del riscatto, che ogni educazione deve proporsi come fine ultimo e supremo. Meno sensibile fu alle esigenze della religione rivelata, pure avendole chiare nella mente, e vide in Cristo piuttosto il vicario di Dio fra gli uomini (egli fu un convinto millenarista) che il loro Redentore, né seppe intendere in pieno il valore della Passione, che infatti si ricusò di trattare in poesia. La sua lingua è ricchissima di apporti classici. Egli fu l'ultimo grande umanista inglese, quando le fortune dell'Umanesimo declinavano anche nei paesi d'origine. La sua attenzione era tutta concentrata sul peccato e sui mezzi di Redenzione che venivano offerti all'uomo nel corso della sua esistenza individuale e storica. Non per nulla l'arcangelo Michele espone ad Adamo le varie fortune dei suoi successori nel corso dei secoli, come l'ombra d'Anchise aveva esposto ad Enea le vicende di Roma. Una ben più sobria e rigorosa espressione del puritanesimo si ha in The Pilgrim's progress (1678), una sorta di romanzo allegorico scritto a scopo di edificazione e in tono di devozione ispirata da John Bunyan, di umile nascita, e di nessuna cultura (i
suoi libri furono la Bibbia e il Martirologio protestante di John Fox). Egli militò sotto Cromwell e conobbe lunghi anni di carcere durante la Restaurazione. Chiarezza e compostezza di lingua fanno del Pilgrim's progress un libro classico dell'I. La sua diffusione fu enorme (in I. e in America, dove accompagnò i primi colonizzatori). Esso riflette in una lingua scarna ma concisa e ridotta all'essenziale i travagli interni, la fede intensa e le reali tribolazioni di questo irremovibile credente puritano.
La Restaurazione (1660-88) è letterariamente caratterizzata dall'accademismo di John Dryden (1631-1700). Egli è il più grande letterato della sua epoca (a cui da alcuni critici è stato assegnato il suo nome) e come tale, benché non possa certamente dirsi un poeta d'ispirazione, ebbe competenze e talenti singolari. Scrisse in gioventù un panegirico in occasione della morte di Cromwell, ma acclamò poco dopo, in Astrax redux, l'avvento di Carlo II. Nel 1682 difese la Chiesa anglicana in Religio laici, ma nel 1686 si convertì al cattolicesimo e giustificò la propria conversione nel poema allegorico The hind and the panther. In seguito alla rivoluzione del 1688, avendo ricusato il suo giuramento, fu privato delle cariche e del titolo di poeta laureato, e da allora non conobbe altre conversioni né politiche né religiose, dedicandosi ad opere di compilazione e a traduzioni di classici greci, latini e italiani. La sua versatilità e l'eccellenza formale dei suoi versi gli assicurarono una fama indiscussa fino all'avvento dei romantici. S. Johnson, che lo ammirava e lo celebrò in uno dei suoi saggi, tentò di giustificarne anche l'incosstanza politica asserendo che se egli cambiava, cambiava con il proprio paese, e il finale rifiuto di sottoscrivere alla rivoluzione di Guglielmo d'Orange contribuì a riscattare i suoi precedenti mutamenti d'indirizzo.
La satira politica, frequentemente trattata anche dal Dryden, ha un suo tipico prodotto nel lungo poema satirico in distici rimati di Samuel Butler: Hudibras (1663-78), che è uno spietato attacco contro l'ipocrisia puritana. Il teatro della Restaurazione (i teatri eran stati chiusi dai puritani nel 1642) e cioè la cosiddetta commedia di costumi, per lo più cinica e licenziosa, ha i suoi principali rappresentanti in Wycherley, Congreve, Otway, Etherage. Un pittoresco documento dei costumi del tempo è il diario di Samuel Pepys (1633-1703), scritto per precauzione dall'autore in una sorta di stenografia personale che soltanto nel 1826 si riuscì a decifrare. Lo scetticismo politico ha il suo testo classico nel Leviathan di Thomas Hobbes, scritto prima ancora della Restaurazione, e l'empirismo filosofico nello Essay concerning human understanding di John Locke (1690).
La poesia e il teatro della Restaurazione sono già fortemente influenzati dai modelli francesi, ma l'influsso delle poetiche di Francia nelle lettere inglesi diviene predominante e palese nell'opera di Alexander Pope (1688-1744). Pope è, dopo Dryden, il maggiore dei poeti letterati inglesi. Nelle sue opere entra in larga misura quella satira letteraria, politica e sociale, che caratterizza tanta parte della letteratura inglese del Settecento (anche in scrittori moderati, come Fielding e Goldsmith) e non è mai del tutto assente dalla letteratura inglese, costituendone anzi un tratto saliente e riscontrandosi anche nei poeti romantici, non soltanto in un Byron ma anche in uno Shelley. In Pope la poesia non va mai disgiunta da una correlativa retorica o poetica, desunta da modelli francesi. Nei suoi saggi è critico in versi e nei suoi versi è poeta critico. Quei principi formalistici che vanno sotto il nome di poetic diction e che vennero sopratrati soltanto dalla reazione romantica di Wordsworth, ebbero in lui la loro perfetta attuazione, e il suo capolavoro di poeta (intendendosi la parola con le dovute precisazioni) è The rape of the lock (1714), una elegantissima composizione di satira sociale, una minuscola epopea giocosa di versificazione perfetta. Al Pope si deve anche un'artificiosa e settecentesca traduzione dell'Iliade in «distici eroici». Pope nacque cattolico e non ripudiò mai la sua fede. Egli tuttavia nelle sue opere si mostra un razionalista e un
deista (come appare chiaramente dallo Essay on man che risente in modo diretto del deismo di Shaftesbury).
Il Settecento in I. (come in tutta l'Europa) è dominato dalla «letteratura» e non si deve pertanto attendere che il romanzo dell'epoca, che pure ne è la massima espressione letteraria, sia un prodotto di pura immaginazione. Cionondimeno è un fatto che gli spiriti più creativi e originali del secolo si volgono di preferenza alla prosa piuttosto che alla poesia e la prosa predomina sul verso sino all'avvento dei romantici. Un tratto tipico del romanzo settecentesco che si riallaccia senza netto distacco al saggio giornalistico è il moralismo (che può essere tuttavia personalissimo come in Swift e in Sterne), quel moralismo, o se si preferisce contenutismo e psicologismo, che sono profondamente connaturati al carattere inglese. Il Settecento non è in I. un'epoca di forti contrasti religiosi. Con il «Toleration act» (1689) cessano le persecuzioni contro i cattolici, sebbene la loro emancipazione sia un fatto assai più recente. Il francescano John Wall è l'ultimo martire cattolico (1679) e muore con la profetica consapevolezza di esserlo. Anche la lotta politica, con la sempre più netta supremazia del Parlamento, l'automatico subordinarsi del potere monarchico, l'alternarsi al potere di «whigs» e di «tories», è viva e tenace ma non cruenta. Gli ingegni si volgono di preferenza alla critica del costume e alle riforme interne. Tali caratteri si rispecchiano nel romanzo e nel saggio.
Swift (a parte le singolarità del suo temperamento che ne fanno una figura unica ed eccentrica) non tanto appartiene alla tradizione narrativa quanto a quella polemica e utopistica. Egli accettò l'etica cristiana (e fu un ministro della Chiesa anglicana) e la difese anche con la penna, ma fu avverso a tutte le forme storiche del cristianesimo, al cattolicesimo, al calvinismo, allo stesso luteranesimo (impersonati rispettivamente in Peter, Jack, e Martin in The tale of a tub, pubblicato nel 1704). Il suo capolavoro, i Gulliver's travels (1726), ammirabile per nitore di lingua, estro inventivo e dialettico, acume psicologico, mostra tuttavia chiari segni di un egocentrismo esasperato e patologico. Il romanzo vero e proprio viene annunciato, come s'è detto, dal saggio giornalistico in cui eccellono Steele e Addison. Ingegno più vivace ed esuberante il primo, più equilibrato e coerente il secondo, tipico portavoce dell'inglese medio, più sollecito degli affari del proprio paese che curioso del resto del mondo (i suoi Italian remarks on several parts of Italy [1705], messi all'Indice nel 1729, mostrano una tipica incomprensione del nostro paese). Il giornale che egli diresse in collaborazione con Steele, lo Spectator, dove Mr. Spectator funge da portavoce dei gusti e delle esigenze di un crocchio di personaggi borghesi, è stato il modello dei migliori giornali settecenteschi europei. L'intento di tale giornale, che si rivolgeva a un vasto pubblico non esclusivamente letterario, era di ammaestrare dilettando. Alla fortuna del giornalismo in I. contribuì anche De Foe, con più veristico spirito di cronista. La sua Review preluse alla fondazione dello Spectator e alla nascita del Tatler. De Foe scrisse il più famoso dei suoi romanzi: Robinson Crusoe, nel 1719, quando aveva già sessant'anni. Uomo di pochi scrupoli nella vita, egli è tuttavia un severo moralista, né deve disconoscerci il contenuto edificante del suo capolavoro, il cui protagonista è sostenuto per tutto il racconto dalla fiducia nelle proprie forze assistite dalla provvidenza di Dio. La nota moralistica persiste non affievolita anche nei romanzi mondani e realistici del De Foe, storie della malavita narrate con esemplare sobrietà di stile. Mancano alle opere di De Foe le sfumature e le mezze tinte dell'umorismo in cui ecceleranno gli altri narratori del Settecento. De Foe scrisse anche d'occultismo (The political history of the devil, condannato dalla Chiesa). Samuel Richardson è il caposcuola del romanzo sentimentale e psicologico e se il suo sentimen-
talisimo è spesso sforzato e convenzionale, la sua finezza di analisi psicologica gli assicura un nuovo ascendente sui romanzieri moderni e modernissimi. I suoi romanzi epistolari ebbero una vasta ripercussione nell'Europa continentale. Al temperamento delicato e femminile del Richardson fa contrasto il temperamento robusto e spregiudicato di Henry Fielding, il più grande narratore inglese del Settecento e uno dei più vigorosi umoristi di tutta la letteratura europea. Muovendo, in nome della bontà naturale del cuore, all'attacco del sentimentalismo e della ipocrisia, in Joseph Andrews (1742), uno dei suoi capolavori, intese a satireggiare e controbilanciare la Pamela di Richardson. Il Tom Jones (1749), che è considerato la sua opera maggiore, riprende in sostanza, amplificandolo, lo stesso schema narrativo. Il vigore della rappresentazione e la freschezza dello humour vi sono ammirabili, ma ciò non toglie che il protagonista, proprio in quanto campione degli istinti dell'uomo, riesca a volte convenzionale. La sua unica virtù positiva è quella che ha in comune con il suo autore: la sincerità. Lo stile di Fielding si ammorbidisce in Amelia (1751), il suo ultimo romanzo, che è sostanzialmente richardianiano. Vi prevalgono le questioni sociali, di cui Fielding era competente per avere esercitato lungamente la magistratura. L'intreccio di tali questioni ai motivi romanzeschi e sentimentali ne fa un romanzo caratteristicamente inglese. Narratore di tipi e di scene tipiche più che di personaggi e d'intrecci fu Tobias Smollett (1721-71), un medico di marina, che tradusse in inglese il Don Chisciotte e scrisse alcuni libri di viaggio tra cui il semiautobiografico Roderick Random. Detruttò l'Italia, ma in Italia trascorse gli ultimi anni della sua vita e morì a Montenero, presso Livorno. Con Laurence Sterne (1713-68), il parroco inglese di non irreprensibile vita, il romanzo diviene estrosa divagazione, farsa erudita e digressione introspettiva in cui si smarriscono i personaggi e si diluiscono gli intrecci. La tenera espansività, la pateticità del riso condito abbondantemente di lacrime fecero di Sterne un autore caro ai romantici, sebbene in lui il sentimentalismo (diversamente che in Richardson) sia ironico e autocritico. Caratteri di eccentricità presenta anche Oliver Goldsmith (1730-74), il quale tuttavia rimane fedele alle forme convenute del racconto nel suo unico romanzo: The vicar of Wakefield, che risente della imitazione di Fielding, ma è temperato da un diverso umorismo e da un più cristiano senso della vita. Goldsmith in effetti, al pari del suo vicario, nutre una piena fiducia nelle vie della Provvidenza che aiuta e salva i buoni anche quando li provi duramente. Un tal senso unito a un vivo interessamento alle esistenze umili richiamano a tratti il nostro Manzoni e il suo capolavoro.
La critica erudita e accademica ha il suo ultimo campione in Samuel Jonhson (1709-84) di cui son rimasti famosi il Dictionary (1747-55) e i Lives of the poets (1779-1781). Il suo contemporaneo James Boswell ha lasciato dell'uomo, con i suoi talenti, il suo humour, le sue stravaganze, un ritratto perfetto in quella che è considerata la maggiore biografia letteraria di un paese in cui al genere biografico arrise una particolare fortuna. La storiografia inglese si arricchisce nel Settecento di quella che è considerata la maggiore opera storica dell'I.: The decline and fall of the Roman Empire (1776-88) di Edward Gibbon. Gibbon si convertì nell'adolescenza al cattolicesimo ma, inviato dal padre a educarsi in Svizzera, si ritrattò e da allora, come è evidente dalla sua opera di cui i capitoli sul cristianesimo provocarono reazioni anche da parte anglicana e che è all'Indice, restò sempre un tipico scettico «illuminato». Altre opere storiche dell'epoca sono la History of Great Britain di David Hume e la History of Scotland di William Robertson (1721-93), entrambe contrassegnate dall'indagine critica dei fatti.
Il tardo Settecento possiede in I. almeno un commediografo di spiccato talento: Richard Brinsley Sheridan (1751-1816). Nello scorcio del secolo appaiono già alcuni dei caratteri che contrassegnano la successiva epoca romantica. Tali le note elegiache in James Thomson (1700-48), e il gusto della poesia cimiteriale in Edward
Young (1683-1765) e nella famosa Elegy written in a country churchyard (1750) di Thomas Gray. Il Gray fu tra i primi a studiare con passione l'epoca germanica primitiva. L'Ossian, che tanto doveva commuovere i romantici, sebbene sia in gran parte opera di mistificazione, apparve tra il 1760 e il 1773. Opera invece di onesta ricerca è la prima antologia di ballate medievali inglesi e scozzesi a cura di Thomas Percy, pubblicata nel 1765 e che promosse lo studio della poesia cosiddetta popolare. La musicalissima Ode to evening (1746) di William Collins è ricca d'ispirazione lirica. Il gusto dell'esotico si afferma e si esaspera nei «romanzi neri» di Horace Walpole, Ann Radcliffe, M. G. Lewis, nel Meltmoth the wanderer di C. R. Maturin, un'opera che impressionò vivamente Baudelaire, nel Wathen (1781) di William Beckford, uno strano racconto rutilante di splendori e di orrori orientali. Un singolare esempio di poesia messianica e ispirata si ha nel solenne e impetuoso Song to David (1763) dell'eccentrico Christopher Smart, che in qualche modo anticipa Blake. Il celebre storico e oratore Edmund Burke (1729-97) l'autore delle Reflections on the French Revolution (1790) in cui difende il legittimismo, e il campione della emancipazione dei cattolici, difese nel suo tratto sul «sublime» (1757) quello «entusiasmo» che la critica accademica aveva ripudiato e diffidato. Il poeta William Cowper (1731-1800), pur restando fedele ai canoni del descrittivismo settecentesco, anticipa, con la sua predilezione del paesaggio naturale, il Wordsworth, e, sotto l'influsso del metodismo (fondato da John Wesley) riaffronta con successo la lirica propriamente religiosa. Ma tutti i poeti che sono stati sin qui citati rimangono più o meno fedeli ai precetti della «poetic diction» e la loro opera appartiene, nei riguardi della forma, al Settecento. I primi romantici veri e propri (prescindendo dal Chatterton, suicidatosi a diciotto anni e la cui figura assume un valore puramente simbolico) sono lo scozzese Robert Burns (1759-96), potente lirico istintivo e rivoluzionario, e l'originalissimo William Blake (1757-1827) poeta occultista e visionario, la cui magia verbale prelude alle teorie e alle tecniche dei simbolisti.
Jane Austen (1775-1817), nella non lunga ma fecondissima carriera di narratrice, rimase fedele ai modelli settecenteschi, profondendo nei suoi incantevoli romanzi di ambiente borghese un talento tutto femminile dell'analisi minuziosa dei personaggi attraverso un dialogo mirabilmente dosato, e uno spontaneo delicatissimo humour. Ciò le valse l'elogio di Walter Scott, che pure è considerato il creatore del romanzo romantico.
La rivoluzione romantica vera e propria prende inizio ufficialmente dall'anno di pubblicazione delle Lyrical ballads (1798) di William Wordsworth (1770-1850) e Samuel Taylor Coleridge (1772-1834). Il Wordsworth stesso nella sua prefazione alla 2ª edizione (1801) teorizzava gli intenti da cui i due poeti erano mossi: l'adozione di un linguaggio semplice ed essenziale, anche in composizioni fantastiche; la reazione agli artifici e al troppo rigido formalismo della «poetic diction». Il Wordsworth, dopo avere inizialmente aderito ai principi rivoluzionari (e successivamente alle teorie del razionalista anarchico William Godwin, padre della seconda moglie di Shelley, Mary), ripiegò su posizioni sempre più moderate e fu in vecchiaia un conservatore in politica e un anglicano zelante in religione. I suoi versi migliori furono pubblicati tutti prima del 1815. Il Coleridge va ricordato, oltreché per la singolare magia e lo straordinario potere evocativo dei suoi versi, anche per l'originalità della sua opera critica d'indirizzo platonico-kantiano che sebbene inorganica è tuttavia ricca di fedeli e geniali intuizioni. Tipicamente ma diversamente rivoluzionari sono i due maggiori rappresentanti della generazione poetica successiva: George Byron (1788-1824) e Percy Bysshe Shelley (1792-1822). Nell'opera di Byron si riflette un contrasto tipico dell'uomo ed esasperato dalla posa, tra i generosi impulsi dell'animo e la reazione ironica della ragione. Poeta di ricca vena naturale, egli trova tuttavia la più felice espressione del suo genio nel poema satirico (Don Juan, Beppo). Shelley è un anarchico sulle orme
di Godwin, un deista mistico e platonizzante con idee poco chiare e coerenti, ma dotato di un'inesauribile e ricchissima vena lirica che gli consente di tradurre in versi ispirati le intense vibrazioni della sua sensibilità. John Keats (1795-1821) è romantico proprio nella sua ardente nostalgia del mondo classico, di cui appassionatamente rievoca gli splendori e le armonie; i decadenti ne faranno il loro maestro, e i «pereffaeliti» prenderanno a modello i suoi poemetti di soggetto medievale. Il romanticismo inglese non è un movimento organizzato e i suoi maggiori esponenti sono poeti tra loro diversissimi; non ha portata politica né rispondenze sociali (come parzialmente avverrà più tardi della letteratura vittoriana), e alcuni dei suoi rappresentanti svolgono buona parte della loro attività lontano dalla loro patria. E non è forse senza significato il fatto che il solo poeta sociale dell'epoca, George Crabbe (1754-1852), segua ancora in pieno la tradizione razionalistica. Estranei alle correnti romantiche rimangono anche i principali riformatori dell'epoca: Mill, Malthus, Ricardo, Sydney Smith. Inoltre i conservatori rimasero al potere quasi ininterrottamente dal 1783 al 1830. Il «Catholic Emancipation Act» (che fu riprovato dal Wordsworth) venne promulgato nel 1828: con esso si garantivano ai cattolici i diritti civili e politici.
Il più celebre romanziere della prima epoca romantica fu Walter Scott (1771-1832), che nei suoi numerosi romanzi storici riuscì in una felice mescolanza di ingredienti romantici e veristici, e, con il piglio vivace della esposizione, seppe destare e mantenere desto l'interesse dei lettori. Saggista e umorista impeccabile fu Charles Lamb (1775-1834), noto anche per il suo studio sui drammaturghi elisabettiani minori, che rivalutò e ripropose alla considerazione degli studiosi. Prostato raffinato e prezioso fu Thomas De Quincy (1785-1859), le cui Confessions of an English opium eater (1821) attirarono l'attenzione di Baudelaire. Romanziere scettico ed erudito fu Thomas Love Peacock (1785-1866), i cui romanzi a base di conversazione fecero scuola ai narratori moderni. Tra i saggisti minori vanno ricordati William Hazlitt (1778-1830) e Leigh Hunt (1784-1859) che fu anche poeta. Walter Savage Landor (1775-1864) vissuto lungamente in Italia, fu particolarmente felice nell'epigramma. Di Thomas Hood (1799-1845) si ricordano soprattutto i versi sociali e umoristici.
L'epoca successiva, che corrisponde approssimativamente al lungo regno della regina Vittoria, è caratterizzata da una maggiore rispondenza tra i valori morali e sociali e le affermazioni letterarie, da una maggiore (non sempre felice) intesa e più stretti rapporti tra scienza e fantasia, tra società e cultura. Ciò si deve in parte all'affermarsi del progresso scientifico che trasforma rapidamente e radicalmente il paese attraverso un automatico trapasso da una civiltà prevalentemente rurale a una preponderantemente industriale, e al suo conseguente e progressivo democratizzarsi, per cui anche la letteratura offre un posto più largo ai sentimenti, ai problemi e ai conflitti dell'uomo comune e fa appello a una più ampia cerchia di lettori, avvantaggiandosi anche gli interessi, i diritti e le probabilità di successo degli autori. Non si può disconoscere che questa letteratura, la quale trova il suo veicolo ideale nel romanzo e più generalmente nella prosa, è generalmente povera di valori speculativi.
La poesia tende a cristallizzarsi nei versi elaborati e preziosi del maggiore poeta dell'epoca: Alfred Tennyson (1809-92), dotato di uno squisito gusto virgiliano, i cui versi tuttavia troppo facilmente si distendono e si placano nella monotonia. In Robert Browning (1812-89) l'ispirazione lirico-drammatica troppo spesso si frantuma e divaga nell'astruseria e nell'eccentricità. Le idee, ardite senza un fondamento di speculazione e di dolore, si accavallano e si contorcono epiletticamente nei suoi celebrati e discussi monologhi. La nozione della realtà
mistica è privilegio e proprietà riservata di poche figure isolate di poeti cattolici: un lirico doloroso ma sperante perché credente, il gesuita G. M. Hopkins (1844-89), il maggiore dei simbolisti inglesi, i cui versi furono pubblicati soltanto dopo la sua morte; un campione solitario e intransigente della tradizione cattolica meditata e interpretata personalmente: Coventry Patmore (1823-96) che trova la sua più compiuta espressione in alcune lavoratissime odi mistiche e allegoriche; un lirico ispirato, visionario e credente, di febbrile immaginazione e di inesauribile vena: Francis Thompson (1859-1907). John Henry Newman (1801-90), convertitosi nel 1845, fu per tutta la vita un difensore, infaticabile e profondamente consapevole delle esigenze dell'uomo moderno, della religione rivelata, sostanzialmente immutata e necessaria agli uomini di ogni epoca. La sua Apologia pro vita sua (1861) figura tra i grandi modelli della prosa inglese. Strenuo assertore dell'individualismo inteso come culto dell'eroe e del superuomo, e avversario delle istituzioni democratiche nonché storico eloquente più che convincente fu Thomas Carlyle (1795-1881), la cui vasta opera risente delle correnti idealistiche del pensiero tedesco. Un'analogia funzione di critico ispirato e di opposizione della civiltà industriale, viene esercitata, nei confronti delle arti figurative, da John Ruskin (1819-1900), che fissa il suo interesse sui valori etici e sociali delle arti: è un socialista misticizzante e uno tra i maggiori critici d'arte d'Europa. Contro la concezione utilitaristica della cultura e in nome di un concetto umanistico e insieme universalistico della educazione combatte anche il critico e poeta Matthew Arnold (1822-88). Il fondo o residuo contenutistico del suo pensiero critico è documentato dalla definizione che egli dette della poesia: «a criticism of life», una critica applicata alla vita. La concezione della supremazia assoluta dell'arte, e dell'estetismo come filosofia della vita viene asserita per la prima volta nei saggi di Walter Pater (1839-94), la cui raffinatissima opera di critico artista è stata felicemente caratterizzata dal Praz che l'ha definita «critica romanzata».
I due maggiori romanzieri dell'epoca vittoriana sono Charles Dickens (1812-70) e William Makepeace Thackeray (1811-63). Dickens non è un grande psicologo, ma possiede una singolare fantasia inventiva e un inesauribile humour. I suoi romanzi, non impeccabili nello stile, parlano tuttavia al cuore dei loro innumerevoli lettori. Thackeray è più colto e raffinato e costruisce meglio i suoi dialoghi, ma è meno ricco di fantasia e troppo incline alla digressione. Anthony Trollope (1815-88) è un minuziosissimo analizzatore di tipici ambienti vittoriani. Le scrittrici più notevoli sono: George Eliot (1819-80), nei cui romanzi il fine didattico e la tesi preconcettiva sono spesso troppo scoperti; le sorelle Brontë: Charlotte (1816-1855), Anne (1820-49) ed Emily (1818-48) delle quali l'ultima rivela nel suo unico romanzo: Wuthering Heights un'eccezionale e singolare personalità in uno stile potentemente evocativo. Romanzi sociali scrisse Elizabeth Gaskell (1810-65) la cui cosa migliore è tuttavia il breve romanzo di ambiente provinciale intitolato Cranford. Il «pereffaelitismo» è rappresentato nella poesia principalmente dai medievalisti Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), figlio di profugo italiano, e William Morris (1834-1896) che fu anche propugnatore di un socialismo ispirato alle corporazioni d'arti del medioevo. Thomas Babington Macaulay (1800-59) fu storico e saggista brillante e versatile ma non originale né profondo, sebbene ai suoi tempi celebratissimo.
La letteratura immediatamente successiva all'era vittoriana e degli ultimi decenni di essa è contraddistinta in parte da una più aperta e dichiarata reazione contro gli ideali e i costumi di quell'epoca. La rivolta contro ogni morale codificata e la crisi dei valori etici in nome dell'assolutezza del verbo estetico è ben documentata nel paganeggiante Algernon Charles Swinburne (1837-1900) che scrive versi di rara perfezione formale, e in Oscar Wilde (1854-1900) che costruisce uno pseudoromanzo e preziosissime fiabe intorno al motivo dell'assolutezza dell'ideale estetico, all'assioma che unica verità è la bellezza, e nelle sue commedie spregiudicate diverte e scandalizza
il pubblico con un fuoco di fila di abili paradossi. Una contosa mescolanza di scetticismo, acume analitico, e ingenui dogmi positivistici accusano nel romanziere George Meredith (1828-1909), il cui romanzo migliore è forse The egoist (1879), contrasti non risolti né approfonditi. Un più potente e suggestivo narratore è Thomas Hardy (1840-1928) il cui pessimismo tragico, radicale e programmatico (in reazione all'ottimismo ufficiale dell'epoca) si rifrange in numerosi romanzi e racconti, ambientandosi in un desolato scenario rurale e provinciale. Ancora più radicale e metodico il pessimismo a sfondo sociale dei romanzi di George Gissing (1857-1903), autore anche di un ottimo saggio sul Dickens. Lugubre e disperato il noto poemetto di James Thomson, anarchico ateo e alcoolizzato: The city of dreadful night (1874). Perocemente antivittoriano fu Samuel Butler (1835-1902), ispiratore di Bernard Shaw, nel suo romanzo programmatico e semiautobiografico The way of all flesh e nella utopia swiftiana di Erewham (anagramma di Nowhere che traduce utopia). Poeta ancor più letterato ma più sobrio e castigato di Swinburne fu Robert Bridges (1844-1930), eletto poeta laureato nel 1913.
Fan gruppo a sé i narratori esotici: Robert Louis Stevenson (1850-94), la cui elaboratissima prosa ha singolari poteri evocativi nei racconti esotici, e che continua Scott in forme e ritmi più moderni nei racconti scozzesi; Joseph Conrad (1857-1924), che ambienta in paesaggi esotici i tormenti dei suoi personaggi e la cui arte analitica e introspettiva fa presa su Henry James; Rudyard Kipling (1865-1936) il cui verbo attivistico ed imperialistico si nutre e si colora di variopinte suggestioni esotiche. La letteratura cattolica ha due forti campioni in Hilaire Belloc (n. nel 1870) e G. K. Chesterton (1874-1936) l'uno e l'altro scrittori militanti e versatili, sobrio e solido il primo, immaginoso e paradossale il secondo. Cattolico convertito è anche Maurice Baring (1874-1945), fine e colto saggista, poeta e romanziere elegantissimo che descrive ambienti e personaggi privilegiati con singolare discrezione e delicatezza di tocco. G. B. Shaw (1856-1950) è assertore dell'evoluzione individuale e sociale nei suoi saggi brillanti e nelle sue popolarissime commedie basate sul paradosso estroso; H. G. Wells (1866-1946) è campione della evoluzione biologica e del progresso tecnico, sebbene le sue ultime opere si colorino di pessimismo; John Galsworthy (1867-1933) nei suoi romanzi a serie e nelle sue commedie documenta con finezza e precisione la crisi della borghesia e dell'individualismo tra la fine del secolo e il primo decennio successivo alla prima guerra mondiale.
La letteratura propriamente moderna è una letteratura sperimentale, quella cioè della nostra tormentata epoca, alla quale tuttavia non si deve disconoscere di riproporsi e cercare, anche se confusamente o disperatamente, quei valori speculativi che la letteratura ottocentesca aveva troppo trascurato. Tali esigenze si rispecchiano in una più attenta ricerca della verità psicologica nel romanzo, in una rivalutazione della metafora e dell'assoluta obiettivizzazione del sentimento nella poesia. L'analisi psicologica e introspettiva, intesa a rappresentare anche le percezioni più fluide e le minime reazioni del personaggio di fronte all'ambiente, presiede a tutta l'opera di Henry James (1843-1916), americano di nascita, che è il maestro riconosciuto dei successivi narratori europei, e nell'irlandese James Joyce (1882-1941) giunge progressivamente alla dissoluzione di ogni nesso logico e alla dissociazione dello stesso linguaggio in un gergo caotico e proteiforme, sottratto al tempo e allo spazio, che è stato definito «un esperanto del subcosciente». Scrittore di ricchissima vena lirica e di raffinata cultura è Virginia Woolf, suicidatasi durante la seconda guerra mondiale (1941). Individualista scettico, ma appassionato indagatore dei rapporti elusivi e sfuggenti delle creature umane della nostra epoca è E. M. Forster (n. nel 1879) che è anche vivace e penetrante critico letterario. Scrittore d'istinto e di ricca vena lirica è D. H. Lawrence (1885-1930), ossessionato da una sorta di idolatria dell'unione sessuale. Aldous Huxley (n. nel 1894), scrittore eclettico e versatilissimo, dopo aver dato una felice rappresentazione del disorientamento e della crisi morale del primo
dopoguerra in Point counter point (1928) si è progressivamente orientato, nei successivi saggi e romanzi, verso una sorta di metodismo della vita ascetica e contemplativa, un'asserzione programmatica e intellettualistica dell'ascetismo, derivandola sincretisticamente dalle opere mistiche e ascetiche di tutte le civiltà. Alcuni scrittori cattolici sono tra i più noti e i più letti: Evelyn Waugh (n. nel 1903), maestro nella satira polemica; Graham Greene (n. nel 1905), forse il più forse dei narratori inglesi contemporanei, un inesorabile indagatore di conflitti di coscienze e di anime; Bruce Marshall (n. nel 1899), un cattolico moderato e lungimirante e un umorista della scuola di Chesterton; Elizabeth Myers (1913-47), interprete squisita e acuta di coscienze turbate.
Il maggiore poeta vivente è T. S. Eliot (n. nel 1888), americano di nascita, che è anche autorevolissimo critico letterario e sociale, convinto assertore della validità della nozione e tradizione cristiane (Eliot è anglocattolico). La scuola dell'«immaginismo» che a lui fa capo, ha una base programmatica nella teoria della «correlazione oggettiva» come chiave del linguaggio poetico, e si ricongiunge idealmente, come già s'è osservato, ai cosiddetti «metafisici» del Seicento. A Eliot si riallacciano in gran parte i poeti della generazione successiva di cui i più rappresentativi sono: Cecil Day Lewis (n. nel 1905), Wystan Hugh Auden (n. nel 1907), Stephen Spender (n. nel 1909) i quali tutti svolgono anche opera di critici letterari. Si ricordano ancora i nomi di due eccellenti poetesse: Edith Sitwell (n. nel 1887) e Kathleen Raine (cattolica) e, tra i poeti caduti nell'ultima guerra, il giovanissimo e promettentissimo Sydney Keyes.
La biografia storica e letteraria, coltivata sempre con interesse e passione in I., ha avuto il suo più cospicuo rappresentante in Lytton Strachey (1886-1934), elegantissimo saggista analitico e introspettivo. Accanto a lui sono da ricordare David Cecil (n. nel 1902), Percy Lubbock (n. nel 1879) e la già citata Edith Sitwell. Uno scrittore satirico di sicuro talento, di cui si compiace la recente, immatura scomparsa, è George Orwell (1903-1950) di cui notevoli la pungente satira sociale: The animal farm (1945) e l'utopia sanathifica, amara e disperante di «1984», pubblicata a breve distanza dalla morte.
#### IV. ARCHEOLOGIA ED ARTE.
I. ARCHEOLOGIA
Tra le fine del sec. IV e quella del sec. VI (arrivo di s. Agostino nel 598 a Canterbury) i monumenti cristiani di I. sono rappresentati da iscrizioni in rozzo latino nelle regioni della bassa Scozia, del Galles, della Cornovaglia. Per quanto riguarda gli edifici del culto cristiano, due sono le più antiche chiese; la prima è la piccola chiesa absidita di Silchester esplorata nel 1892; una seconda è quella di Caerwent nel Monmouthshire. Beda ricorda che s. Agostino arrivando a Canterburynel 598 trovò i resti di due antiche chiese. Nel sec. VII si possono distinguere due gruppi, l'uno nel Kent dove si esplicò la missione di s. Agostino, l'altro nel Northumbria, in seguito alle costruzioni di Benedetto Biscop e di Ceolfrido. Il gruppo del Kent è rappresentato in Canterbury dalle chiese dei SS. Pietro e Paolo, eretta tra il 597 e il 604 (C. R. Peers e A. W. Chapham, St. Augustine's abbey church Canterbury, before the Norman conquest, in Archaeologia, 77 [1946], p. 201); di S. Maria fondata da Edbald, re del Kent ca. il 620 (ibid., p. 211); di S. Pancrazio (Archaeologia Cantiana, 25 [1913], pp. 222-37). Si deve tener presente che Beda ricorda a Canterbury una «ecclesia in honorem Sancti Martini antiquitas facta dum adhuc Romani Britanniam incolerent» (Hist. eccl., I, 26). In Rochester da S. Andrea fondata nel 604 dal re Etelberto; in Lyminge da S. Maria eretta dopo il 633 (Archaeologia Cantiana, 10 [1898], p. 102); in Bradwell on Sea da S. Pietro, eretta molto verosimilmente da s. Ceed dopo il 653; in Reculver da S. Maria ca. il 1669; una caratteristica di questo gruppo di chiese è data dal portico usato anche quale luogo di sepoltura, come a Lyminge, dove furono sepolti Tobia vescovo di Rochester e s. Ethelburga. Posteriore a queste chiese è quella di Brixworth (Northants) notevole perché datata al sec. VII, come l'altra di Abingdon del 680 ca.
Il gruppo delle chiese del Northumbria offre innanzi tutto quelle di Monkwearmouth, eretta da Benedetto Biscop ca. il 675 e di Iarrow con l'iscrizione dedicatoria dell'a. 685; poi quelle di Escomb a Durham e di Corbridge, in cui venne inadoperato materiale romano, Ceolfrido costruì o restaurò le chiese di Ripon e di Hexham. La chiesa di Hexham fu a tre navi, divise da colonne, ebbe transetto e cripta sul tipo di quella romana di S. Stefano sulla Via Latina. Ad Hexham fu eretta una chiesa dedicata alla Madonna con portico su ciascuno dei quattro lati, ed era «in modum turris erecta et fere rotunda» secondo la testimonianza di Riccardo di Hexham.
Il vescovo Hedda (691-721) costruì la chiesa di Lichfield; Ina re del Wessex (680-728) ingrandì la chiesa preesistente di Glastonbury dedicata nel sec. VI alla Madonna e detta in seguito «vetusta ecclesia»; vicino ad essa fu una cappella dedicata a s. David. Nel 676 è abbazia benedettina e l'abate fu Bertevaldo. Il re Ina del Wessex fece costruire una chiesa più grande, detta «maior ecclesia». Negli scavi del 1927-28 furono identificati i resti delle sue fondazioni. Guglielmo di Malmesbury chiama «basilica pulcherrimi operis» quella eretta dal re Offa a St. Albans. Per la decorazione interna della chiesa s. Beda, detto il Venerabile, attesta che Benedetto Biscop (628-90) nel suo quinto viaggio da Roma aveva riportato copia del ciclo pittorico per adornare la chiesa di S. Pietro annessa al monastero di Wearmouth, da lui costruita, introducendo per la prima volta dalla Gallia i vetrai finora sconosciuti in Inghilterra (Vita Sanctorum abbatum, I: PL 94, 717-18).
II. ARTE
Le prime manifestazioni di arte cristiana in I. vanno ricercate nell'epoca romana, quando le croci e simboli religiosi del genere erano scolpiti nella pietra o veniva dato un nome cristiano ad alcune figure del tutto pagane all'apparenza. Ma tali oggetti difficilmente possono essere classificati come lavori artistici, ed ancor meno se ne produssero durante l'epoca del dominio barbarico che seguì la partenza dei Romani, benché si avesse una fioritura dell'arte pagana, specialmente sotto forma di oggetti di ornamento personale, di metallo e di smalto. Un gran numero di questi oggetti, alcuni dei quali bellissimi, è stato trovato nelle tombe; degna di menzione è la ricca barca sepolcrale trovata ca. dieci anni fa a Sutton Hoo, nell'Anglia orientale.Ma nel sec. VII, con l'espandersi del cristianesimo, le cose mutarono. Gli oggetti d'ornamento personali divennero rari, perché anche se venivano prodotti non erano più sepolti nelle tombe: cominciò invece a fiorire l'arte cristiana. Vennero eseguiti ottimi lavori in metallo (tra cui merita di essere ricordata la coppa «di Ormside» ora a York), ma le cose più belle erano prodotte in pietra su vasta scala, e in minor numero in pittura. La scultura in pietra non era destinata ad uso privato, ma a decorare le grandi croci poste in ogni centro sacro o di particolare importanza in tutto il nord della Britannia.
Di queste le più belle sono forse quelle di Ruthwell e Bewcastle vicino al confine scozese, ambedue eseguite ca. l'a. 670. Come decorazione principale hanno composizioni di figure di ispirazione cristiana orientale e la qualità della fattura non ha l'uguale in Europa, tranne che nella zona bizantina. Simili immagini appaiono anche nelle miniature dei manoscritti, ma in questo campo il maggiore interesse è dato da una particolare decorazione a intrecci geometrici e figure zoomorfe. Gli artisti che lavorarono su questi libri dimostrano scarsa conoscenza dell'arte figurativa, ma la loro ingegnosità nel disegnare e dipingere modelli complicati è sorprendente, e le miniature da essi prodotte sono di rara bellezza. V'erano stretti legami tra la scuola di Northumbria e quella di Irlanda, e vi sono state accese discussioni fra studiosi sui rispettivi contributi di queste due aree alla creazione dell'arte generalmente nota come ibero-sassone (sassone-irlandese). Ma è molto probabile che il manoscritto noto come il «Vangelo di Lindisfarne» sia stato prodotto in Northumbria, probabilmente a Lindisfarne stessa, ca. l'a. 700. Lavoro splendido e molto diverso per lo stile dai lavori irlandesi come il libro di Durrow o quello di Kells (v. arte; arte).
L'invasione danese del sec. VIII-inizio del sec. IX arrestò lo sviluppo artistico, e i manoscritti e le sculture a partire da ca. il 750 sono evidentemente decadenti. Tuttavia si nota come un risveglio artistico nella Mercia verso l'800. Il re Offa (757-96) è conosciuto quale illuminato protettore delle arti, ed alcune sculture a Breedon (Leicestershire), Fletton presso Peterboro e altrove, vanno forse messe in relazione con lui. Ma tale risveglio della fine del sec. VIII fu evidentemente locale, e soltanto alla fine del sec. IX l'arte cominciò a fiorire ovunque, effetto questo dell'unificazione del governo e della politica illuminata del re Alfredo. Di grande valore sono alcuni lavori che possono essere datati al regno di Alfredo o subito dopo, dei quali i più importanti sono: il gioiello dello stesso re Alfredo nell'Ashmolean Museum di Oxford e la stola di s. Cutberto a Durham, eseguita tra il 909 e il 916; probabilmente della stessa epoca una magnifica croce di pietra di Codford St. Peter (Dorset). Ma in quel tempo la migliore produzione si ebbe soltanto per gradi, e l'acme della tarda arte sassone si ebbe verso la fine del sec. X. Allora tutte le arti fiorirono con il massimo vigore, ed anche se l'architettura inglese può a malapena essere paragonata a quella del continente, le sculture in pietra e in avorio, i tessuti e le miniature non hanno l'eguale in nessun paese, eccetto che a Bisanzio. Molto è andato perduto, ma fra le sculture in pietra vanno ricordati la Madonna di York e i Crocifisti di Romsey e Langford, e tra quelle in avorio un meraviglioso crocifisso montato su di un piedistallo di metallo di origine germanica, ora al Victoria and Albert Museum.
Il più alto valore artistico, però, è forse raggiunto nel campo delle miniature dei manoscritti. Sembra che i primi lavori siano stati prodotti ad Abingdon, ma presto il centro di produzione si spostò a Winchester e quantunque si siano avuti gli «scriptoria» in tutti i principali monasteri, Winchester rimase il più importante, e il nome «scuola di Winchester» è spesso usato per designare in blocco la tarda miniatura sassone. Il più notevole di tutti è forse il Benedizionale di s. Athelwold, nella colle-

(Dr. F. Nor - H. Wittkower, British art and the Mediterranean, Oxford 1918, rev. 12, fig. 3)
La conquista normanna del 1066 segnò la fine di questa bellissima arte anglo-sassone, che fu ben presto soppiantata da uno stile del tutto nuovo, introdotto già maturo dal continente; veramente nell'architettura il mutamento si era verificato già
prima della conquista, poiché la chiesa di Edoardo il Confessore a Westminster era un edificio normanno e non sassone. Ma subito dopo la conquista si cominciò a costruire tutta una serie di cattedrali, abbazie e chiese, e quantunque la maggior parte non sia stata ultimata fino al sec. XII, gli anni intorno al 1075 rappresentano uno dei periodi più attivi di costruzione che l'I. abbia mai visto. Molti di questi nuovi edifici sono di eccezionale livello artistico, ma basti ricordare Durham, che non solo è grande e bellissimo, ma anche interessante quale primo esempio dell'uso della volta a sesto acuto per coprire la navata principale.
Naturalmente questo fu uno dei tratti caratteristici dello stile romanico, ma Durham reca il più antico esempio dell'impiego effettivo di tale volta su vasta scala; esso data del 1093. Vi furono delle soste in questa grande ondata di costruzioni, dovute alla mancanza di denaro o alla politica anti-ecclesiastica da parte di qualche re, come Guglielmo II, ma, in generale, le costruzioni continuarono attraverso il sec. XII, ed in quest'epoca si sviluppò uno stile anglo-normanno, che riuniva in sé le correnti del continente e quelle essenziali inglesi. Con l'andar del tempo si manifestò ancora la tendenza ad affiorare degli antichi gusti inglesi, e il gioco di questi gusti e correnti fu alla base dell'arte medievale inglese sin dal suo inizio. Così, in fin dei conti, la conquista fece da sprone allo sviluppo artistico nazionale e non segnò soltanto l'introduzione di un nuovo stile straniero, come dapprima sembrava.
Le più importanti manifestazioni dello stile anglo-normanno si ebbero in architettura, e quasi non c'è chiesa nel paese che non conservi qualche segno di quel tempo; all'architettura è unito un deciso sviluppo della scultura architettonica: la scultura figurativa ebbe minore importanza, e vi sono soltanto alcuni monumenti, qua e là, che possano essere in qualche modo paragonati alle splendide opere prodotte in Francia durante il sec. XII. Il grande portico del lato sud a Malmesbury è il più importante di essi. Tessuti, lavori in metallo, intagli e sculture in avorio erano peraltro molto belli; si eseguivano pitture murali e manoscritti venivano miniati nei principali monasteri. Effettivamente l'antica eredità sassone è più evidente nella pittura, e la bella sagoma di s. Paolo a Canterbury, datato alla prima metà del sec. XII, è tanto sassone quanto normanna. E anche difficile poter stabilire a quale epoca alcuni libri possano essere attribuiti, e le somiglianze sono forse accentuate dalla penetrazione, avvenuta al principio del sec. XII, di una nuova ondata di influssi bizantini. L'arte sassone è stata, in molti casi, profondamente influenzata dalla bizantina; lo stesso avvenne nel campo della pittura da parte della primitiva arte normanna, ma l'antica gentilezza anglo-sassone cedette il posto ad una maniera più decisa e forte, e le stoffe drappeggiate, caratteristiche della scuola di Winchester, vennero sostituite da vesti dall'aspetto più rigido, strette intorno ai corpi. Sopravvisse però la sensibilità per l'eleganza della linea, che già si intravede nella produzione di Canterbury all'epoca sassone, e che divenne una delle principali caratteristiche inglesi, quale si può vedere attraverso lo svolgimento della storia dell'arte dell'I.; sia nell'epoca gotica, come nei disegni di un Matthew Paris, come nell'epoca elisabattiana, come nella nitida eleganza dei ritratti e miniatura, e infine, nei secc. XVIII e XIX, nei disegni di un Rowlandson e nelle illustrazioni di un Charles Keen.
L'alba del sec. XIII venne tuttavia segnata dall'evoluzione di un nuovo stile architettonico, noto con il nome di inglese antico e caratterizzato da finestre a sesto acuto alte e strette e da modanature semplici e precise. Degna di essere segnalata la cattedrale di Salisbury e i transetti di York, questo più parti-
colarmente per la grande finestra a nord, posta più tardi e nota con il nome di «Le cinque sorelle». È uno stile semplice, piuttosto austero, dove l'effetto è dato dalla proporzione e dalla linea piuttosto che dagli elementi decorativi, ma in alcuni casi venne usata anche la scultura figurativa, come, p. es., nel fronte ovest di Walls, diventando peraltro più importante nella fase successiva dello sviluppo dell'architettura inglese, quella nota con il nome di «decorativa». Degni di menzione sono gli angeli posti in alto nei timpani degli archi dell'abbazia di Westminster o nel «coro degli angeli» di Lincoln. Tutte queste sculture sono senza dubbio molto importanti, quantunque nell'insieme la produzione figurativa non sia mai stata, nel periodo gotico, di un valore paragonabile a quello della scultura francese, e non vi sia nessun edificio in Gran Bretagna che possa vantare una decorazione ricca e completa o splendida come quello di Reims o Amiens.
Lo stile decorativo si sviluppò dapprima secondo linee strettamente parallele a quelle seguite dall'architettura francese, ma con l'andar del tempo gli architetti inglesi dimostrarono maggiore originalità ed invece di uno sviluppo delle forme gotiche fino alla logica conclusione, lo stile fiammeggiante, come avvenne in Francia, si ebbe un ritorno ad uno stile di carattere più semplice ed austero ove dominavano le linee diritte. Le esuberanti curve e le spirali del gotico fiammeggiante francese furono sostituite, in I., dagli ornamenti verticali e dalle composte modanature dello stile perpendicolare. Questo stile venne concepito nel sec. XIV, ma ca. cinquanta anni dopo la sua nascita si producevano ancora belle opere in stile decorativo e soltanto nel sec. XV il perpendicolare divenne lo stile predominante in architettura, e sopravvisse per tutto il sec. XVI, per essere infine sostituito dalla nuova moda rinascimentale portata dall'Italia da Inigo Jones e dai suoi discepoli. Il primo esempio di stile perpendicolare, e in un certo senso uno dei più perfetti, è il coro di Gloucester il cui rifacimento ebbe inizio nel 1330. La grande finestra ad est, la più grande d'I., fu terminata nel 1330, e i superbi cori furono aggiunti tra il 1351 e il 1412. Con il sec. XV il nuovo stile fu universalmente adottato, e vanno ricordati edifici della massima importanza, quali la cappella del King's College a Cambridge e la cappella di re Enrico VII e Westminster. Ultimo esempio di questo stile ed ultima opera gotica veramente bella in I. è lo scalone del Christ Church College di Oxford, del secondo venticinquennio del sec. XVII.
Lo stile perpendicolare nel complesso era semplice per quanto riguardava l'ornamentazione, ma nei monumenti funebri veniva largamente impiegata la scultura. Degni di nota sono i celebri alabastrati del Nottinghamshire, prodotti in gran quantità per l'esportazione, ed anche le belle figure tombali in metallo dei vari membri della famiglia reale di Westminster tra cui quella di Enrico VII. Venivano eseguiti anche lavori in avorio, ed i più belli sono quelli del sec. XIV. Particolarmente sono da notare un Crocifisso frammentario e un dittico raffigurante Cristo e la Vergine con il Bambino, ambedue nel Victoria and Albert Museum. Queste due opere sono decisamente inglesi, ma altri lavori sono più vicini alla Francia, ed ancora si discute se il più bello di questi, il dittico Wilton della Galleria Nazionale datato ca. al 1395, sia opera di un artista inglese o di un francese. Tuttavia altre pitture dell'epoca sono più decisamente inglesi e con il sec. XV fioriscono numerose scuole; quella dell'Anglia orientale è forse la più importante: tanto le pitture su tavola come gli affreschi hanno subito gravi danni: sono meglio conservate le decorazioni dei codici manoscritti. Le pagine interamente miniate sono spesso bellissime, ma l'opera migliore consiste forse nelle iniziali e nei fregi al principio dei capitoli, dove frequentemente appaiono la vivacità e l'umorismo, caratteristiche particolari dell'arte inglese in quell'epoca. Vanno ricordati il Dyson Perrins e i Salteri Luteral, e non si devono dimen-
ticare i vetri dipinti, poiché dal sec. XII in poi se ne ebbe una eccellente produzione, per niente inferiore a quella francese; ma fu molto devastata dagli iconoclasti, tanto che ne rimangono solo pochi frammenti.
All'età d'oro dell'arte religiosa in I. venne posto termine dallo scioglimento dei monasteri nel 1540 ed un colpo finale le fu dato dal puritanesimo della rivoluzione. Ma la costruzione delle chiese riprese di nuovo con la restaurazione, ed una buona occasione si presentò quando Londra fu ricostruita dopo il grande incendio del 1666. Il grande architetto Christopher Wren approfittò di questa circostanza e le chiese della città, a cominciare dalla cattedrale di S. Paolo, costituiscono una degna successione ai monumenti gotici di due o tre secoli prima. Differente è tuttavia lo spirito, perché queste chiese riflettono l'anima del protestantesimo inglese, così come le costruzioni del Vignola riflettono quello della Controriforma in Italia. Ma, eccezion fatta per queste chiese del secc. XVII e XVIII, l'arte religiosa si manifestò poco, e quantunque molti dei grandi artisti del sec. XVIII, come Reynolds, Hogarth e Constable, tentassero la pittura religiosa più o meno orientandosi nel senso del Rinascimento italiano, la pittura inglese del sec. XVIII raggiunse le sue più alte vette nel campo del ritratto, del paesaggio e nelle composizioni di genere. In questi campi, come in quello del ritratto, le opere di Ramsay, Reynolds, Gainsborough, Raeburn ed altri, nella pittura di genere i quadri di Hogarth, come i paesaggi di Wilson, Constable e Turner rappresentano forse la migliore opera d'arte prodotta nel paese. Considerevole è l'influenza di Constable sullo sviluppo successivo, specialmente in Francia. Di nuovo in quest'epoca eccellono le arti minori, e le ceramiche di Wedgwood e di altre fabbriche come i mobili di Chippendale, Sheraton e Happlewhite sono tutti di eccellente qualità.
Alla fine del sec. XVIII l'architettura religiosa ebbe una rinascita con l'introduzione dello stile detto neogotico e molte delle chiese in questo stile non sono prive di bellezza, quantunque il tentativo di far risorgere lo spirito dell'epoca gotica fosse destinato a fallire nel tempo in cui la società si sviluppava in direzione del tutto opposta, verso un vasto industrialismo. E così nel campo della pittura, il movimento noto con il nome di pre-raffaellita, benché avesse al suo attivo opere di notevole interesse, era troppo dominato dal passato, e mancava dello spirito del grande movimento d'avanguardia del continente, l'impressionismo. Da allora in poi, nonostante la produzione di alcuni artisti di genio, come Augustus John e Sickert, e nonostante la costruzione di qualche bell'edificio, non si è più manifestato il sorgere di un grande stile, e nel complesso si può dire che l'arte segni il passo, fino a quando sorgerà una nuova epoca creativa anche nel campo artistico come quella anglo-sassone, o quella gotica, o quella del sec. XVIII.
Davide Talbot Rice
V. ORDINAMENTO SCOLASTICO.
La carta dei giovani del 1942 sviluppa ampiamente la legge 1918 e il «Carnegie Trust», e stabilisce che la personalità dello scolaro è sacra e che le sue esigenze devono essere la base dell'educazione. Ogni scolaro ha il diritto di essere alloggiato, nutrito, vestito ed ha diritto alla sorveglianza e cura medica. Tutti gli scolari hanno uguali possibilità di accostarsi alle fonti del sapere e deve essere lasciato loro il tempo necessario da dedicare allo studio. Tutti hanno il diritto alla istruzione religiosa.
Questa carta dei giovani è un tentativo dell'unificazione dell'insegnamento inglese caratterizzato sinora dalla amplissima libertà d'insegnamento. Dalle origini
dell'educazione inglese sono pochi gli interventi dello Stato nel campo scolastico. Nel 1867 l'«Elementary school act» stabilì che l'insegnamento elementare doveva essere obbligatorio e gratuito; nel 1870 il «Forster educational act» introdusse la tolleranza religiosa anche nel campo scolastico limitando il predominio della Chiesa anglicana, dando ai cattolici la facoltà di fondare le proprie scuole. Nel 1899 fu fondato il «Board of education» (Ministero dell'educazione). Al detto Ministero spettava solo il compito di favorire la diffusione della cultura e di far osservare il «Code of regulation». La Scozia possiede un proprio «Education department» al quale spetta il diritto della ispezione e l'educazione dei maestri nei «training colleges». Nel 1925 a causa delle sovvenzioni finanziarie da parte dello Stato sono sorti degli attriti fra la «established presbyterian Church» e la Chiesa cattolica che hanno trovato la soluzione nella legge 1928 con la quale si confermava il «Forster educational act» e si permetteva la fondazione delle scuole cattoliche.
Nel 1902 l'«Educational act» stabilì il controllo delle scuole private. Nel 1918 il «Fisher education act» introdusse le norme unitarie in ciascuna organizzazione scolastica inglese e stabilì l'educazione complementare dei giovani dai 14 ai 18 anni.
L'istruzione si divide in prescolastica e scolastica. La prescolastica si svolge nelle «nursery schools» o nelle «nursery classes» dove il sistema della Montessori trova la più larga applicazione.
L'istruzione scolastica invece si svolge nelle scuole elementari dove l'insegnamento è strettamente individuale e si basa sulla psicologia sperimentale di W. Mac Dougall. Le scuole elementari comprendono: 1) le «provided council schools» che si potrebbero considerare quasi statali e dove l'istruzione religiosa è obbligatoria a seconda della fede degli scolari; 2) Le «non provided voluntary schools» che appartengono o alla Chiesa cattolica o alla «Church of England». Ambedue si dividono in «infantschools» dai 5 ai 7 (8) anni, in «juniorschools» dai 7 (8) agli 11 anni, in «seniorschools» e in «modern-schools» dagli 11 ai 16 anni. Queste ultime alla loro volta si dividono in: rurali, commerciali, industriali e domestiche.
L'istruzione secondaria comprende: «selective central schools» a tipo misto dove gli scolari vengono incoraggiati a seguire le proprie inclinazioni; «non selective central schools»; «senior classes specially»; «technical trade schools»; «day schools» (medie); «college» e «State aided secondary schools». A 16 anni si può fare un «first schools examination» e si può frequentare l'università. Se non si ha la frequenza della scuola media si può essere assunti all'università solo dopo aver superato un esame d'immatricolazione.
Nelle scuole medie inglesi si cura la formazione del carattere: lealtà, sincerità con se stessi e capacità di iniziativa più che la stessa istruzione generale. Per questa ragione agli scolari stessi spetta la gran parte della disciplina della scuola stessa. L'ordine è affidato non solo all'insegnante ma anche agli allievi i quali assumono salitariamente il compito del «schools prefect». Ogni scuola secondaria e particolarmente «boarding schools» o «girls schools» sono divise in «houses». Ogni «house» è presieduta da un «master» che ha alle proprie dipendenze «house prefects». Tutte le scuole pubbliche sono divise in circoli letterari, scientifici e musicali a capo dei quali è un'insegnante specializzato.
L'istruzione superiore viene impartita dalla università. Le università sono indipendenti dal controllo dello Stato e nessun ministro può esercitare un controllo sulla loro attività. Hanno libertà nella scelta degli insegnanti, nella selezione delle materie d'insegnamento e nel metodo da seguire. Alle Università di Oxford, fondata nell'anno 1168, e Cambridge, fondata nell'anno 1209, sono annessi dei «colleges» maschili e femminili dove si impartisce la educazione personale. Esistono inoltre le Università di St. Andrews fondata nell'anno 1411, Glasgow fondata nel 1455, Aberdeen fondata nell'anno 1494, Edimburgo fondata nell'anno 1582, Galles fondata nell'anno 1903, Londra fondata nell'anno 1825, Durham
fondata nell'anno 1657, Manchester fondata nell'anno 1851, Birmingham istituita nel 1900, Sheffield fondata nel 1590, Belfast fondata nel 1849.
L'educazione degli insegnanti primari si svolge nei collegi statali sotto il controllo dello Stato ed ha la durata di due anni; quella degli insegnanti delle scuole secondarie si svolge nelle scuole governative o nelle scuole libere che sono sottoposte alla università. Secondo la legge del 1944 non esiste differenza fra l'insegnamento delle due categorie. L'educazione del clero cattolico si svolge in 15 collegi, in 2 collegi-seminari, in 3 seminaria plena, in 4 seminari maggiori e in 4 seminari minor