INTERESSE. - Dal latino interesse «essere compreso, importare», è il prezzo di un servizio: quello del prestito di capitali. Raggiugliato ad una unità convenzionale di capitale (cento lire) e all'unità di tempo (un anno), si chiama tasso o ragione. Essendo un prezzo, l'è, segue generalmente la legge della domanda e della offerta. Un tasso alto è quindi l'espressione della scarsezza di capitali, oltre che di un elevato rischio totale: e viceversa. Il rischio totale si compone di tre rischi elementari: d'investimento, d'immobilizzazione e di svalutazione. Tali rischi, e particolarmente quello di svalutazione, che è certo e permanente, giustificato da soli l'è. dei prestiti: infatti il capitale si degrada con il tempo, e non compera più, al momento della restituzione, quanto comperava al momento del prestito.
Il tasso legale considerato dalle necessità amministrative, è appunto commisurato alla somma dei premi di assicurazione relativi ai primi due rischi e alla quota media annua di svalutazione.
L'antica proibizione dei prestiti a interesse da parte di quasi tutte le religioni, compresa la cristiana (v. USURA), va intesa come relativa ai prestiti propriamente detti, che sono quelli di contingenza o di carità, tecnicamente definiti come improduttivi. È naturale, infatti, che se in conseguenza del prestito non si ha produzione di nuova ricchezza, la corresponsione di un che superi la somma dei premi di assicurazione contro i rischi e della quota di svalutazione è contraria non solo ai precetti morali e di carità, ma anche a quelli economici: rappresenta una spesa di carattere inflazionistico, destinata a far rialzare i prezzi, e quindi a svalutare la moneta.
Gli altri prestiti, cioè quelli produttivi, sono in realtà contratti di partecipazione agli utili (dividendi), anche se questi vengono «forfettizzati» in un tasso fisso (obbligazioni e cartelle) con il patto di non ingerenza o controllo nella gestione e amministrazione dell'azienda (v. TITOLI).
È peraltro da osservare che appartengono alla categoria dei prestiti improduttivi anche molti che appartengono non lo sarebbero: p. es., i prestiti statali in larga misura, e i finanziamenti di industrie voluttuarie e parasitarie, o che alimentano la burocrazia e la guerra. Valutando l'enorme massa di tali prestiti, cui vengono corrisposti i spessosai elevati, si ha l'impressione che, a lato del lavoro inutile, nell'interesse dei prestiti improduttivi, e specialmente nell'accumulo degli i composti, risieda una delle cause fondamentali e permanenti della incessante svalutazione monetaria: causa a sua volta della lotta di classe (v. PREZZO). Un capitale investito al 5

nerario e i muri tardi costruiti lungo tutta la lunga galleria che immette nella cripta venerata confermano la traslazione
per cento raddoppia in poco più di quattordici anni, per raggiungere poi rapidamente cifre astronomiche, anche se non produce alcuna nuova ricchezza. Il naturale corretto del paradosso è appunto l'aumento generale dei prezzi, svalutazione monetaria (v.).
Tutto ciò è in perfetta armonia con il «Mutuum date nihil inde sperantes» (Lc. 6, 35), e conferma che i precetti religiosi e morali precedono sempre, e coincidono infine, con esigenze scientifiche e pratiche destinate a rivelarsi nel tempo. Le religioni non hanno perciò mai deflettuto dalla proibizione dei prestiti a i. : né costituiscono attenuazioni del principio l'art. 1543 del CIC e il riconoscimento della legittimità di un modico i. (Decreto S. Uffizio, 18 ag. 1830, Denz-U. 427; Decreto S. Penitenziaria, 16 sett. 1830). Il Concilio Lateranense del 1515 aveva spiegato che v'è usura «dove il guadagno del mutuante non deriva da cosa fruttifera, e non esige lavoro, né spese, né rischi da parte sua» (Mansi, XXXII, 906).
Economisti e sociologhi invocano, e in vario modo perseguono, il progressivo abbassamento e infine la scomparsa del tasso d'ì, anche dei prestiti produttivi : è chiaro però che la via razionale per ottenere lo scopo sia soltanto quella dell'assicurazione del risparmio, fonte a sua volta dell'abbondanza di capitali.
Per l'interessante storia delle questioni morali V. più diffusamente : USURA.