LETTERE PONTIFICIE

LETTERE PONTIFICIE. - Termine generico usato per indicare qualunque specie di lettere ammesse dal Romano Pontefice come persona pubblica della Chiesa; la denominazione tecnica, usata nella cost. apost. Sapienti Consilio (29 giugno 1908, AAS, I [1909], p. 17), con riferimento alle bolle e ai brevi, è quella di Lettere Apostoliche. Nella storia ecclesiastica le 1. p. ebbero diversi appellativi.

I. LITTERAE HORTATORIAE O MONITORIAE

Quelle che avevano una forma ammonitrice ed esortativa, e non un vero e proprio contenuto legislativo. La prima conservata è quella di s. Clemente; dei pontefici successivi, Sostere (166-74), Eleuterio (174-89), Vittore (189-99), Zefirino (199-217), Ponziano (230-35), Lucio I (253-54), Stefano I (254-57), Sisto II (257-58), Dionisio (259-68), si hanno solo frammenti. S. Ippolito accenna al decreto di Callisto (217-22); Philosophumena, 9), s. Cipriano ha conservato due lettere di s. Cornelio (251-53) e s. Atanasio nella Apologia contra arianos due lettere di Giulio I (337-52).

II. LITTERAE PRAECEPTORIAE

Quelle in cui il Papa manifestava la sua autorità legislativa e che in seguito furono dette Decretales (v. DECRETALI).

Per questo loro speciale valore furono in seguito chiamate Auctoritates, perché al Papa, in forza del primato, compete un'autorità su tutta la Chiesa. Così Zosimo nella lettera ai vescovi della Gallia e della Spagna «quan auctoritatem ubique nos mississe manifestum est» (PL 20, 670). E nel cod. Vat. Pal. 574 della Biblioteca Vaticana, contenente l'antica collezione gallicana, le Costituzioni hanno il titolo: Auctoritas Innocentii Papae, auctoritas Zosimi Papae. S. Leone Magno pone l'equivalenza fra le Costituzioni (cioè le lettere) e le autorità (Ep. 19, cap. 1: PL 54, 733). Qualche volta queste lettere vengono chiamate da s. Leone (Ep. 11, cap. 4: ibid., 663) decreta, ma tale appellativo viene usato specialmente nel Registro di s. Gregorio insieme alle denominazioni: Statuti, Statuti canonici, Statuti ecclesiastici, Regole, Ecclesiastiche Costituzioni.

III. EPISTOLAE PACIS

Quelle che il Romano Pontefice inviava ai vescovi, come attestato di identica comunione di fede. Se un vescovo era sospettato di eresia o come tale veniva deferito a Roma, egli per liberarsi da queste accuse doveva spedire al Pontefice una lettera in cui attestava l'ortodossia della propria dottrina. Se il Papa riteneva sufficiente questa professione di fede gli inviava una epistola pacis. S. Leone Magno ricorda solo il titolo di tali lettere, ma non la forma (Ep., 111, cap. 1, ibid. 185).

IV. EPISTOLAE SYNODICAE O SYNODALES

Quelle che contengono una professione di fede attestante la comunione.

nionc della dottrina tra la Chiesa orientale e l'occidentale. Il primo che parla di lettere di questo genere è s. Gregorio: «Hinc est enim, ut, quoties in quatuor praecipuis sedibus antistites ordinantur, synodales sibi epistolas vicissim mittant, in quibus se sanctam Chalcedonensem synodum cum aliis generalibus synodis custodire fateantur» (Reg. Ep., IX, 147: ed. L. M. Hartmann, II, Berlino 1899, p. 144, r. 24-26). E altrove paragona l'autorità dei primi quattro concili a quella dei quattro Vangeli: «sicut sancti Evangelii quatuor libros, sic quatuor concilia suscipere et venerari me fateor» (Reg. Ep., 1, 24, ed. cit., I, Berlino 1887, p. 36, r. 19). Inoltre ricorda le lettere sinodiche di Ciriano di Costantinopoli (ibid., 6, 62; 7, 24; 30; 31) e di Isacio di Gerusalemme (ibid., 9, 28). Solo alcune di queste lettere pontificie sono giunte fino ai nostri giorni; tra le altre sono degne di essere ricordate quella di Anastasio II (Jaffé-Wattenbach, 746 [377]) e di Pelagio I (ibid., 938 [618]). Secondo P. Ewald questo uso esisteva già al tempo di Pelagio I. Secondo Philippus queste lettere potevano contenere anche definizioni in materia di fede. Le lettere dei pontefici passarono poi nelle collezioni medievali.

Nel medioevo le lettere pontificie ebbero altre denominazioni: degna di speciale menzione è la bolla della Crociata (v. CROCIATE, BOLLA della).

Tali forme di lettere vengono usate anche ai nostri giorni. Dal 1920 si chiamano «Lettere decretali» (Litterae decretales) le bolle che riguardano la canonizzazione dei santi. Presentemente con il nome Epistolae vengono indicate le lettere che il Sommo Pontefice invia in occasione di speciali ricorrenze; come per la centenaria celebrazione di s. Antonio da Padova (AAS, 23 [1931], p. 71).

V. ENCICLICHE

Sono quelle che il Papa, per il suo magistero ordinario e universale, dirige a tutta la cristianità, a incremento e tutela della vita spirituale.

1. Origine

Etimologicamente proviene dal greco ἐν καὶ λόγος (cerchio), cioè lettera circolare. Erano usate dai principi per far conoscere al popolo la propria volontà o dai magistrati per divulgare le leggi. Tali lettere, nei primi secoli della Chiesa, venivano inviate dai sommi pontefici e dai primati ai fedeli per consolidarli nella fede; per questo determinato fine ricevevano l'appellativo di Clericae; in seguito, se venivano dirette a tutti i fedeli, si chiamavano cattoliche «non quod de rebus ad catholicam Ecclesiam pertinentibus agerent, sed a voce καὶ λόγος (universus) quod scilicet ad universos Christi fideles dirigebantur» (Eusebius, Hist. eccl., V, cap. 17). Queste ultime avevano diverse forme; si chiamavano deminutivae, se denunziavano a tutti i cristiani il nome degli eretici e degli scomunicati; declarativae, se oltre al nome degli eretici e al loro errore, contenevano anche la professione di fede; indicativae, se, usate al tempo delle persecuzioni, riportavano il nome dei martiri perché fossero onorati dai fedeli (Eusebio, ibid., IV, cap. 15, riporta quella della chiesa di Smirne sul martirio di s. Policarpo); paschales, in cui il vescovo di Roma annunziava il giorno della Pasqua; enthronisticae, erano le lettere che i vescovi appena eletti inviavano al popolo. Eusebio (ibid., IV, cap. 23) ricorda alcune lettere cattoliche di Dionisio, vescovo di Corinto. La raccolta di queste lettere episcopali veniva chiamata Encyclia o Enkyclia: così ci riferisce Pelagio II in una sua lettera ai vescovi dell'Istria. Solo molto tardivamente il vocabolo «enciclica» ha ricevuto un significato specifico, indicando soltanto le più importanti comunicazioni che il Romano Pontefice indirizza a tutta la cristianità. Nella Chiesa greca ancora oggi si chiamano «encicliche» le lettere che il Patriarca indirizza a tutto il patriarcato, quando riguardano questioni attentati la propria chiesa e il proprio rito. Nella Chiesa latina le lettere che gli Ordinari dei luoghi indirizzano ai loro fedeli vengono chiamate unicamente «Lettere pastorali».

Gli anglicani, seguendo l'uso romano, attribuiscono il nome di encicliche alle lettere circolari del Primato d'Inghilterra; con le prima parole Saepius officio viene indicata la lettera dei vescovi di Canterbury e di York inviata ai loro colleghi nell'episcopato, in risposta alla

lettera Apostolicae curae di Leone XIII (13 sett. 1896), sulla invalidità delle ordinazioni anglicane. Oggi non vengono sotto il nome di encicliche le lettere che le SS. Congregazioni indirizzano a tutti i vescovi su argomenti che riguardano la disciplina della Chiesa o il suo culto. Così la lettera del 21 luglio 1899 della Congregazione dei Riti per l’incremento della devozione al S.Cuore di Gesù, indirizzata a tutti i vescovi del mondo, ha la denominazione di «lettera circolare». Il primo papa che riservò questa denominazione ad una determinata forma di 1. p. fu Benedetto XIV nella Ubi primum del 3 dic. 1740 (Epistola encyclica et commemoria ad omnes episcopos). In seguito la parola Commemoria non venne più usata. Forse il Pontefice nel dare questa nuova denominazione, che doveva perpetuarsi nell’avvenire, ebbe presente l’opuscolo di Bencini comparso pochi anni prima. Nel sec. XVIII e nei primi anni del sec. XIX le encicliche furono molto rare, mentre si moltiplicarono nel periodo successivo fino ai nostri giorni.

2. Forma

Esse differiscono dalle altre lettere solo dal lato tecnico e in quanto contengono generalmente insegnamenti dottrinali. Si debbono considerare quindi come semplici lettere apostoliche che vengono indirizzate ai vescovi di tutto il mondo o solo a quelli di una data nazione. Così, ad es., la Vix pervenit (1° nov. 1743) di Benedetto XIV, sull’usura e gli altri guadagni disonesti, venne indirizzata ai vescovi italiani; la Iam pridem nobis (1886) fu indirizzata ai vescovi della Prussia sulle condizioni della Chiesa in Germania e la Permoti nos (1895) fu indirizzata ai vescovi del Belgio sulla questione sociale e l’unione dei cattolici. Altre volte vengono indirizzate direttamente a tutti i fedeli. Generalmente si usa la seguente iscrizione: Ai venerabili fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi di tutto l’orbe cattolico che hanno la grazia (la pace) e la comunione con la Sede Apostolica, segue il nome del Papa con le parole: Venerabili fratelli, salute ed apostolica benedizione. Usualmente vengono scritte in lingua latina: tale incombenza spetta alla Segreteria delle lettere latine e dei brevi ai principi (cost. apost. Sapienti consilio 29 giugno 1908, III, 5: AAS, 1 [1909], p. 17; can. 264 CIC); raramente sono scritte in lingua volgare: Chiamati dalla divina provvidenza (1831) di Gregorio XVI; Vi è ben noto (1887), Dall’alto (1890), Au milieu (1892) di Leone XIII; Mit brennender Sorge (1937) e No es muy concordia (1937) di Pio XI. Oggi è in uso di aggiungere anche il titolo della materia che viene trattata. Questa interessa generalmente la Chiesa universale e in qualche caso le Chiese particolari; nella seconda ipotesi la lettera viene indirizzata alla Chiesa interessata, benché le decisioni ed i principi si possano applicare, nelle stesse condizioni, a tutti i fedeli.

3. Valore

Le encicliche, in generale, non contengono definizioni ex cathedra che includano il carattere dell’infallibilità, ma sovente vi sono in esse direttive obbligatorie per tutti i fedeli, specialmente quando il Papa condanna errori o riassume l’insegnamento della Chiesa su un determinato argomento. Questa obbligatorietà deriva dal magistero ordinario ed universale, fondato sul primato che il Romano Pontefice ha su tutta la Chiesa; quindi, benché le proposizioni non siano infallibili e definitive, rivestono però un’autorità speciale, per la fonte da cui emanano. Per l’infallibilità mancano peraltro la forma e le condizioni esterne delle definizioni ed anche la volontà del Papa di definire.

4. Divisione

Oggi è invaso l’uso di raggruppare varie encicliche, che riguardano la medesima materia, con una propria denominazione. Le principali divisioni sono: dogmatiche, le quali non contengono definizioni né norme giuridiche, ma condannano errori che incominciano a serpeggiare nella Chiesa; esortatorie, quando sono indirizzate a tutto il mondo perché con rinnovato fervore si implorino speciali favori dal cielo.
BIBL.: E. Mangenot, Encicliche, in DTHC, V, coll. 14-16; F. D. Bencini, De literis encyclicus, Torino 1728; B. Kurtischeid, Historia iuris canonici, Historia institutorum, Roma 1941, p. 29; Sgg.; A. van Hove, Prolegomena, 2ª ed., Malines-Roma 1945, pp. 69; Sgg., 137 Sgg., 186 Sgg.

39. – ENCICLOPEDIA CATTOLICA. – VII.