MANI E MANICHEISMO

MANI e MANICHEISMO. -

I. VITA

Mani, n. a Mardinu o Afrunya in Babilonia il 14 apr. 216. Il suo nome è di origine aramaica; la forma Manichaeus deriva dal siriano: Mānī hajā = «Mani il vivente» (terminologia gnostica; V. le autodenominazioni vigenti presso i Naasseni in Ippolito, Ref., V, 8, 31 sg.). Suo padre Patek (Patig, Patakias) proveniva da Hamadan (Ecbatan) nella Sfedia ed apparteneva alla famiglia regnante degli Arsacidi. La madre Marjam discendeva anche da stirpe reale.

Mani dunque, benché nato in Babilonia, era di origine persiana e di famiglia nobile. Il padre in Babilonia era divenuto aderente di una setta battista, di carattere encratita (nuqtasilah), i cui adepti si chiamavano «i puri» e portavano delle vesti bianche. Il loro encratismo corrisponde all'encratismo cristiano. Erano probabilmente dei cristiani, ma non identici con i mandei (cf. E. Peterson, in Vigiliae christianae, Amsterdam 1949; interpretazione differente in H.-Cr. Puech, Le manicheisme, ecc. Parigi 1949, p. 41 sg.). Mani elevato in questo ambiente si distaccò più tardi dai battisti. Da Kephalaia, VI, ed. cit. sotto, p. 33, 31 sg.) risulta che il dissidio riguardava la materia del Battesimo: l'acqua, che per Mani apparteneva al mondo cattivo (forse in base ad una tradizione dei marcioniti?). Difatti il manicheismo ha rifiutato il Battesimo nell'acqua (Puech, op. cit., pp. 87, 180 sg., nn. 363, 364). Ma la rottura con i battisti sta probabilmente anche in rapporto con una rivelazione che egli aveva avuto a dodici anni, età della discrezione, in cui cominciavano forse i doveri religiosi dei battisti. Apparve a lui lo Spirito-gemello (Paracleto) e rivelò a lui la Verità Intera (v. PECIA, op. cit., p. 42 sg. Preferibile la descrizione che è stata data nei Kephalaia, I, pp. 14, 30 sg. a quella del Fihrist che parla di due rivelazioni). La figura dello Spirito-gemello è conosciuta dagli Atti apocrifi degli Apostoli (v. E. Peterson, op. cit., pp. 156-60). Si può forse dire che il distacco dai battisti portò Mani al gruppo degli encratiti radicali che sostituivano il Battesimo dell'acqua con l'esperienza dello Spirito pentecostale e che non erano estranei ad accettare rivelazioni private. Verso gli anni 240-242 Mani si trovava in India (Kephalaia, I, pp. 15, 24 sg.), più precisamente in Turan e Mekran (l'odierno Belucistan), dove il Re, vedendo in Mani il vero Buddha, si convertì al manicheismo (H.-Cr. Puech, op. cit., p. 45). Dall'India fece ritorno (per via di mare) in Persia, chiamato dal re Sapore I e raccomandato dal fratello del Re, Pārāz, che era diventato aderente di Mani. L'incontro, che ebbe luogo probabilmente il 9 apr. 243 (Puech, op. cit., p. 46), fu favorevole per Mani. Fu accordata a lui la libertà di predicare in tutto il territorio persiano. Al seguito (comitatus) del Re, Mani partecipò anche alla guerra contro i Romani (probabilmente contro Valeriano, 256-60). La libertà di culto sotto Sapore I dava a Mani la possibilità di grandi viaggi propagandistici nel territorio persiano. Dopo la morte di Sapore I e con l'arrivo al potere del suo secondo successore Bahrām I (274-77) la situazione cambiò. Il Re stava sotto l'influenza dei Magi, che guidati dal mōbēd (sacerdote) Kartir accusavano Mani di distruzione della religione mazdea. L'eresiarca fu imprigionato e morì dopo

26 giorni di sofferenze, probabilmente di lunedì, il 26 febbr. 277 (ibid., p. 53) in carcere. Il suo martirio nella tradizione manichea è chiamato crocifissione, benché Mani non abbia subito il supplizio della croce. Per i suoi aderenti l'«apostolo» soffre la morte di Gesù, idea anche non sconosciuta agli Atti apocrifi degli Apostoli (v.).

II. GLI SCRITTI DI MANI E DEI MANICHEI

Il manicheismo ha avuto sette scritti canonici: 1) il Sāpurakān, libro scritto da Mani in lingua persiana (pehlēst) e dedicato a Sapore; 2) Il Pangelo (vivente); 3) Il Tesoro della vita; 4) La Pragmotsia (Trattato); 5) Il Libro dei misteri; 6) Il Libro dei giganti; 7) Le Lettere. Questi sei scritti furono redatti in lingua siriana (aramaica orientale; Puech, op. cit., pp. 67 e 149, n. 262). Un carattere per così dire mezzo canonico si deve attribuire ai Kephalaia e all'Epistola fundamenti (di quest'ultima, conosciuta presso i manichei in Africa settentrionale, pare che parli un trattato cinese, ancora inedito; Puech, op. cit., p. 149, n. 262). I frammenti del Libro dei giganti sono stati pubblicati da W. B. Henning, in Bull. of the School of Oriental and African Studies (11 [1943], pp. 52-74), i Kephalaia da Polotsky e Böhlig (Stoccarda 1936-39). La nostra conoscenza del manicheismo è sensibilmente aumentata in seguito alla scoperta di testi manichei in lingua copta (v. Schmidt e H. J. Polotsky, Ein Mani Fund in Aegypten [Sitzungsber. Berlin. Akad. 1933, 1]) di testi manichei in diverse lingue trovati nel Turkestan (v. p. es., F. W. Müller, Handschriftenrester in Estrangelo-Schrift aus Turfan, in Abhand., Berlin. Akad. 1904; F. C. Andreas-W. Henning, Mittelfranische Manichäica aus Chinesisch-Turkestan, I, II, III, Sitzungsber. Berlin. Akad. 1932, 1933, 1934; W. Henning, Ein manichäisches Bet- und Beichtbuch, in Abhand., Berlin. Akad. 1936, n. 10; E. Waldschmidt-W. Lentz, Die Stellung Jesu im Manichäismus, ibid., 1926 [inni manichei in lingua cinese]; id., Manichäische Dogmatik aus chinesischen und iranischen Texten. Sitzungsber. Berlin. Akad. 1933, 13, per altre pubblicazioni di Henning V. PECIA, op. cit., p. 150, n. 263; ibid. anche su un nuovo testo di inni in lingua cinese). Di scritti manichei in lingua copta sono stati pubblicati: H. J. Polotsky, Manichäische Homilien (Stoccarda 1934); C. R. C. Allberry, A Manichaean Psalmbook, II (ivi 1938); V. T. Säve-Söderbergh, Studies in the Coptic Manichaean Psalm-Book (Uppsala 1949). Alla luce di questi nuovi materiali si possono ora studiare gli estratti manichei presso Teodoro bar Kōnaj (VIII sec.), V. H. Pognon, Inscriptions mandates (Parigi 1898-99) nel Fihrist (= catalogo) di Muhammad b. an-Nadim (m. nel 1995) V. C. Flügel, Mani (Lipsia 1862); gli Acta Archela ed. Beeson (ivi 1906) e le notizie presso Sahrastānī, Alessandro di Licopoli, Tito di Bostra, Simplicio e specialmente s. Agostino (gli scritti anti-manichei in CSEL, 25, Vienna 1891-92, contiene anche: Evodio, De fide).

III. L'ESPANSIONE

Sulla espansione della religione manichea non esiste uno studio aggiornato. Per la propaganda nell'Occidente V. Em. de Stoop, Essai sur la diffusion du manichéisme dans l'Empire Romain (Gand 1909). Sul manicheismo nei paesi musulmani V. H. H. Schaeder, Manichter und Muslim, in Zeitschrift der deutschen morgenländ. Gesellsch., 82 (1928), p. 76 sg.; G. Vajda, in Riv. degli studi orientali, 17 (1937), p. 173 sg.; U. Pestalozzi, Il manicheismo presso i Turchi occidentali ed orientali, in Rend. R. Istit. lombardo di scien. e lettere, 67 (1934), pp. 417-97. Sulla diffusione in Asia centrale e nell'Estremo Oriente V. P. Pelliot, in Rev. d'hist. et de littérat. relig., nuova serie, 3 (1912), pp. 97-119 e: Les traditions manichéennes au Fou-kien, in Tsoung Pao, XXII, Parigi 1923, p. 193 sg.; W. Henning, Neue Materialien zur Geschichte des M., in Zeitschr. d. deutsch. morgenld. Gesellsch., 90 (1936), p. 1 sg. Specialmente notevole è che il popolo turco degli Uigur nel territorio del Turfan abbracciò fin al sec. XII la religione di Mani.

IV. LA DOTTRINA

L'insegnamento di Mani è basato sul concetto di un profetismo continuato, che però sotto l'influenza della religione cristiana ha fissato un termine all'arrivo di nuovi messaggeri del mondo celeste. La venuta del Paracleto, con il quale

Mani s'identifica, significa la fine del mondo e la fine della missione di questi messaggeri. Sotto questo punto di vista Mani rimane legato alla tradizione cristiana. La dottrina del profetismo continuato è conosciuta dalle idee dei giudeo-cristiani (v. in ultimo: H. I. Scheeps, Theologie und Geschichte des Indenchristentums, Tubinga 1949, pp. 87-116, 335-340). Essa si trova anche nella gnosi dei Sethiani (v. il Libro [siriaco] delle Caverne ed il libro-copto gnostico Rivelazione di Adamo al suo figlio Seth,

V. H

Ch. Puech, in Coptic studies in honor of W. E. Crum, Boston 1950, p. 137).

Deve trattarsi di una speculazione o giudaica o giudeocristiana che Mani avrà conosciuta in Mesopotamia. I nomi dei messaggeri nell'elenco variano secondo le circostanze. Qualche volta contengono i nomi dei patriarchi del Vecchio Testamento, qualche volta anche i nomi di Zoroastro, Buddha, Lao-tseu, Gesù, ecc. (v. Ch. Puech, Manicheisme cit., p. 144 sg). Mani si distingue dai suoi predecessori nella sua qualità di Paracleto «suggello dei profeti» e l'«apostolo» della «ultima generazione». Mani ha preso il termine «apostolo» dalla tradizione cristiana, allargando però il concetto di apostolo forse sotto l'influsso degli Atti apocrifi degli Apostoli. Dalla medesima fonte viene anche la sua convinzione della ecumenicità della sua missione. L'autodenominazione di Mani come «apostolo di Gesù Cristo» nell'inizio delle sue epistole è la prova evidente che Mani non aveva l'intenzione, spesso attribuita a lui, di fondare una nuova religione, ma che voleva solo portare al suo ultimo fine la Rivelazione cristiana stessa. Si può fino a un certo punto interpretare l'illuminazione mistica di Mani inquadrandola nella cornice delle idee degli encratiti in Mesopotamia. Mani che non accetta la vita coniugale diventa «apostolo» e come tale riceve il Paracleto, lo spirito «gemello». Il Paracleto fa sentire a lui la voce di Dio ed insegna la verità intera (v. Io. 15, 26, 16, 12). L'unione mistica con il Paracleto, che secondo Kephalaia (p. 16, 23 sg.) lo fece diventare: «un corpo e uno spirito» con lui, si basa su s. Paolo, I Cor. 6, 17. Il carattere intellettuale della illuminazione da parte del Paracleto lo porta verso una conoscenza gnostica (v. Kephalaia, p. 15). La base encratita della gnosi di Mani è evidente dalla sua identificazione della materia con la concupiscenza. Senza la concupiscenza non esisterebbe un mondo materiale. La materia è tenebrosa perché alla concupiscenza manca la luce della intelligenza. Il dualismo di Dio e Hyle, di Luce e Tenebre presso Mani è in fondo dunque un dualismo antropologico, ma l'estensione del dualismo antropologico sul mondo intero è giustificata dalla analogia che esiste fra microcosmo e macrocosmo. Come l'escatologia giudeo-cristiana non è soltanto una dottrina della salvezza dell'uomo ma riguarda anche il mondo intero, così la dottrina di Mani è una dottrina che s'interessa anche dell'universo. La situazione dell'uomo caduto si rispecchia, per così dire, nella situazione di un universo caduto. Se nell'uomo sono mischiati Dio, cioè l'anima dell'uomo consustanziale con Dio, e Materia, cioè il corpo, visto sotto l'aspetto della sua concupiscenza, Luce e Tenebre, si deve supporre che anche l'universo sia nello stesso stato di mescolanza. La luce e le tenebre nel mondo che nell'inizio erano separate in due regni, chiaramente distinti, si sono mescolate, come si è mescolata l'anima con il corpo. Un giorno la Hyle vede il regno della Luce ed è presa dal desiderio di invadere questo territorio straniero. L'idea di un attacco delle tenebre iniziali era suggerita forse a Mani da una tradizione giudaica o cristiana che attribuiva al Pneuma di Gen. 1, 2 la funzione di separare la regione della luce da quella delle tenebre (Gen. 1, 4; cf. Teofilo Antioc., Ad Autolyc., II, 13: PG 6, 1072-73). Il Padre della «grandezza» (maestà) affrontò l'attacco mandando incontro «l'uomo ini-

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(da M. Gorce-II, Mortier, Histoire générale des religions, III, Parag. Ier., p. 22) MANI E MANICHEISMO - Affresco di Turfan rappresentante probabilmente Mani tra i suoi Eletti.
ziale» (da non confondere con l'«Adamo terreno») con la sua anima ed i suoi 5 elementi (aria, vento, luce, acqua, fuoco), in questo combattimento «l'uomo primitivo» subisce una sconfitta, le tenebre divorano gli elementi luminosi dell'«uomo primitivo». Così avvenne la mescolanza della luce e delle tenebre in questo mondo. Il racconto è basato sul presupposto dell'idea di un uomo iniziale, di un Adamo cosmico, essenzialmente «luce» che è Dio, più precisamente: essenza in Dio. In questo punto Mani continua una speculazione gnostica antecedente. L'idea di un Adamo cosmico e della sua caduta era conosciuta anche presso gli encratiti; caratteristica per Mani è la sostituzione della caduta con l'idea di una sconfitta in combattimento. Come l'uomo primitivo, benché Dio, non è identico con Dio, così «l'uomo iniziale non si identifica con i suoi cinque elementi luminosi». Nella sconfitta l'«uomo primitivo» perde solo per un momento la sua coscienza, poi si riprende e chiede al «Padre della grandezza» la sua liberazione. Anche per questa preghiera dell'«uomo primitivo» si ha una analogia in una tradizione indipendente da Mani (v. E. Peterson, La libération d'Adame de l'Ananke, in Revue biblique, 55 [1948], p. 199 sg). Il Padre manda in aiuto all'uomo primordiale lo «Spirito vivente» che tende la sua destra all'uomo iniziale, che la prende e che viene riportato al paradiso della luce. La descrizione della liberazione dell'uomo primitivo è stata elaborata forse in base alla descrizione del descensus di Cristo ad inferos. La mano stessa di Cristo nel descensus (v. EPISTOLA APOSTOLORUM) ha servito come modello, ma la stretta di mano ha preso presso Mani una importanza speciale dovuta a una tradizione iranica dove questo gesto era un rito di carattere religioso e morale. L'uomo primitivo dunque fu salvato, ma non così la sua «anima», la sua «armatura», i cinque «elementi» luminosi, che si erano perduti nella incoscienza. Per salvare questi il demiurgo crea il mondo. Con la pelle degli arconti demoniaci vengono creati dieci cieli, dalla loro carne otto terre, dalla luce non contaminata vengono creati sole e luna, dalla luce in parte contaminata le stelle. Il resto della luce mescolata con le tenebre viene estratta e raffinata in seguito all'attività del «terzo messaggero». Questa attività ha in parte un carattere meccanico, in parte un carattere meccanico libidinoso, perché facendo appello al meccanismo della vita sessuale vengono estratti con il seme anche le particelle della luce che i demoni avevano divorato. Le immagini ripugnanti usate da Mani nel racconto della seduzione degli arconti, anche l'immagine dell'aborto, non sono creazioni di Mani ma vengono da una tradizione gnostica antecedente. L'ultimo tentativo della Hyle di conservare il suo dominio consiste nella creazione di Adamo ed Eva, che nei loro corpi conservano la forma animalesca degli arconti, mentre la loro libidine corrisponde al desiderio della Materia di

mantenere all'infinito in carcere l'anima luminosa, trasmessa nella generazione. L'attività salvatrice che si concentra ora sull'uomo è affidata a Gesù, a questo Gesù luminoso (ziud) che conoscono anche gli Atti apocriti degli Apostoli (v. E. Peterson, in Vigiliae christianae cit., p. 157 sg). Questo Jesus-Noös (intelligenza) sveglia Adamo, mostra a lui la sua anima che soffre ed il carattere animalesco del suo corpo, la sua origine celeste rivela a lui la «gnosi», la conoscenza di quello che è stato, che è e che sarà. Allora Adamo accetta i comandamenti di Gesù e rigettando il corpo della morte diventa libero per sempre. Il carattere cristiano della eresia di Mani è dimostrato dalla dottrina del Jesus patibilis che si presenta l'anima nel mondo «crocifissa», «omni suspensus ex ligno» (cf. s. Agostino, Contra Faustum, XX, 2, p. 536, 21ª ed. I. Zychia, CSEL, 25). La salvezza del mondo è un progresso molto lento, essa è legata alla accettazione della dottrina encratita di Mani che porterà alla fine di questo mondo. Le linee generali della escatologia manichea sono quelle della Chiesa, e vi si può constatare anche un certo millenarismo. La meta è la separazione delle due sostanze. Il singolo deve creare in se stesso il dualismo per mezzo della gnosi. Né Battesimo né Eucaristia hanno qualche valore. Preghiere e canti costituiscono l'azione santificatrice. È difficile non commettere peccati. I libri manichei sulla confessione dei peccati lo dimostrano. Gli elementi piangono quando i manichei spezzano il pane o raccolgono i fichi. Si può attenuare il problema soltanto con la distinzione fra auditores (catecumen) ed electi, ma non risolverlo. Gli auditores sono obbligati di osservare una specie di decalogo, ma per il resto possono possedere, contrarre matrimonio ecc. Queste opere possono essere utili a loro se sono fatte a vantaggio degli eletti (elemosine) ma non liberano l'auditor dalla trasmigrazione delle anime. Al perfetto è proibita ogni forma di possesso e di lavoro profano. Solo un vestito all'anno può portare (tradizione encratita) e solo una volta al giorno (la sera) può prendere un pasto; frequenti e lunghi digiuni sono loro prescritti e debbono osservare strettamente i tre suggelli: della bocca (non mangiare carne, non bere vino ecc.), della mano (non commettere gesti che possono lesionare l'anima nel mondo) e del seno (astinenza carnale). Anche su questo punto Mani è il continuatore della tradizione encratita in Mesopotamia. Fra i cibi e legumi sono preferiti meloni e zucche, che contengono molto della sostanza luminosa. Il mangiare stesso non serve al sostentamento del corpo, ma alla estrazione della sostanza luminosa. In questo senso ogni colazione dell'eletto è una azione religiosa. La preparazione dei cibi, che non può essere fatta senza peccati, è affidata ai catecumen. L'eletto maledice il portatore dei cibi, respingendo per la sua persona ogni responsabilità del peccato che ha commesso l'altro e tuttavia accetta i suoi doni. Le conseguenze della dottrina di Mani hanno portato a soluzioni che non sono soddisfacenti, s. Agostino convertito dal manicheismo alla dottrina della Chiesa ha messo il dito su questo fatto. Ma il fatto che s. Agostino è stato per nove anni auditor nella setta di Mani è la prova che questa eresia doveva contenere qualche cosa di molto attraente, che oggi per noi che conosciamo soltanto una parte delle tradizioni antecedenti, raccolte da Mani, è difficile valutare.

BIBL.: Il libro migliore è oggi: H.-Ch. Puech, Le Manichéisme, son fondateur, sa doctrine, Parigi 1949. Accanto a Puech è importante l'articolo di H. I. Polotsky, in Pauly-Wissowa, VI, p. 241 sg. Della letteratura antecedente sono da menzionare: F. Chr. Baur, Das manich. Religionssystem, Tubinga 1837; F. Cumont, Recherches sur le M., 3 voll., Bruxelles 1908 sg.; P. Alfaric, Les Ecritures manichéennes, 3 voll., Parigi 1918; F. C. Burkitt, Religion of the Manichees, Cambridge 1925; H. H. Schaefer, Urform und Fortbildungen des manich. Systems, Lipsia 1927; A. V. W. Jackson, Researches in Manicheism, Nuova York 1931; H. Jonas, Gnasis und spätantiker Geist, I. Gottlinga 1934, p. 284 sg.; G. Messina, Cristianesimo, buddhismo, manicheismo nell'Asia antica, Roma 1947, pp. 219-49. Erik Peterson
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“MANI E MANICHEISMO.” Enciclopedia Cattolica, vol. VII (1951), p. 1160. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/mani-e-manicheismo.