PILATO, PONZIO

PILATO, Ponzio. - I. Vita. - Procuratore romano della Giudea, al tempo di Gesù.
PILATO, Ponzio. - I. Vita. - Procuratore romano della Giudea, al tempo di Gesù.

Discendente della famiglia dei Ponzi, di origine sannita, già celebre ai primi tempi della Repubblica romana, P. viene chiamato «cavaliere» e doveva essere personalmente prode, come sembra indicare il soprannome di P., derivante con ogni probabilità da pilum, giavellotto. Si onorava del titolo di «amico di Cesare» (Io. 19, 12), segno della sua nobiltà.

P. fu il quinto procuratore romano della Giudea. Successe a Valerio Grotto nel 26 d. C. e rimase in carica sino al 36. Eletto da Tiberio ai tempi di Seiano, nemico giurato dei Giudei, mostrò sempre grande disprezzo per i suoi governatori. Erode Agrippa I in una lettera a Caligola lo dice «implacabile, senza riguardi e ostinato». Tale infatti si mostra nei pochi episodi che la storia conserva di lui, tramandati da Filone e da Giuseppe Flavio. La sua disgrazia fu dovuta ai Samaritani, i quali lo denunciavano a Vitellio, preside di Siria, in seguito ad un atto di crudeltà commesso contro di loro. Vitellio depose P. e lo inviò a Roma per rispondere del suo operato davanti all'Imperatore. P. giunse a Roma all'inizio del 37, morto già Tiberio: da allora scompare dalla storia.

All'infuori della narrazione del processo di Gesù Cristo, in cui P. ha sì gran parte, egli è nominato sei volte nel Nuovo Testamento, tre volte con il nome completo, in Lc. 3, 1; Act. 4, 27; I Tim. 6, 13; altre tre volte con il solo soprannome di P.: Lc. 13, 1; Act. 3, 13; 13, 28. Di passaggio, s. Luca (13, 1) accenna ad un episodio di crudeltà in cui P. fece uccidere un gruppo di Galilei nel Tempio, mentre stavano offrendo sacrifici.

Ciò che rese tristemente famoso P. fu il processo e la condanna di Gesù Cristo. Durante tutto lo sviluppo del processo, P. tenne una condotta incerta. Verso Gesù Cristo si mostrò rispettoso e quasi favorevole: ne dichiarò ripetutamente l'innocenza (Mt. 27, 23; Mc. 15, 14; Lc. 23, 4. 14. 22; Io. 18, 38; 19, 4. 6), per cui si rifiutò a lungo di ricevere la richiesta di condanna presentata dai sinedriti, e cercò anzi di liberarlo: lo inviò ad Erode (Lc. 23, 6-15); proposte di infliggergli un castigo per rabbonire il popolo (ibid. 23, 16); cercò di usare del diritto di grazia in suo favore (Mt. 27, 15-21; Io. 18, 39 sg.); lo mostrò al popolo coronato di spine, per muoverlo a compassione (Io. 19, 4-6). Tuttavia, oltre alla flagellazione inflittagli, alla fine pronunciò la condanna a morte di croce, proprio come richiedevano i sinedriti, ai quali non voleva cedere. S'era accorto sin da principio che gli avevano condotto Gesù, mossi da invidia verso di lui (Mt. 27, 18),

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(da A. Munoz, Codex Purpureus Rosanensis, Roma 1586, tav. 12) Pilato, Ponzio - Gesù Cristo davanti a P. Miniatura nel Codex Purpureus
Rossanensis (sec. VI).

e poi si adattò al cambiamento di accusa che da religiosa divenne politica, e condannò l'innocente. S. Giovanni (18 e 19) manifesta l'animo di P.: cinico, e tuttavia con il senso innato di giustizia dei Romani; insensibile ai principi superiori e superstizioso; nemico dei Giudei e sensibilità al proprio tornaconto, per il quale arrivò a sacrificare la vita di un uomo. Si decise infatti a pronunziare la condanna quando sentì gridare: "Se lo liberi, non sei amico di Cesare!" (Io. 19, 12).

La leggenda dà particolari sulla fine di P. Dopo l'arrivo a Roma, la storia tace di lui. La leggenda è però tanto varia, che va dal farne un suicida a proclamarlo santo. Secondo Eusebio (Hist. eccl., II, 7: PG 20, 155) sarebbe stato esiliato a Vienne, nelle Gallie, ove si suicidò; secondo Malalas (Chronographia, 10: PG 97, 390) sarebbe stato decapitato da Nerone. La morte violenta sembra essere stata probabilmente la misera fine di P.

Bibl.: Filone, Leg. ad Caium, 38; Giuseppe Flavio, Antiq. Jud., 18, 3; Bell. Jud., 2, 9, 24; G. A. Müller, Pontius Pilatus, der fünfte Procurator von Judäa, Stoccada 1888; M.-J. Ollivier, Ponce Pilate et les Pontii, in Revue biblique, 5 (1896), pp. 247-54, 504-600; E. Schurer, Geschichte des jüdischen Volkes, I, Lipsia 1901, pp. 483-93; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Test., trad. it., I, Torino 1913, pp. 209-16; C. Nardi, Il processo di Gesù, Genova 1948.

II. APOCRIFI DI P

Complesso di scritti approfitti che si completano a vicenda, formati di parti primitive e aggiunte successive. Il nucleo primitivo pare si componebbe di scritti cristiani del sec. II, narranti la Passione, la morte, la discesa al limbo e la Risurrezione di Gesù, riuniti sotto un titolo generale di Acta Salvatoris o, come è conservato dalla recensione greca degli attuali Acta Pilati, "Ἰησοῦν ἠκούσατο τοῦ Κυρίου ἠκούσατο Ἰησοῦν ἠκούσατο Ἰησοῦν ἠκούσατο Ἰησοῦν ἠκούσατος" (Ἰησοῦν ἠκούσατος). Si aggiunsero poi altri scritti, contenenti la notificazione fatta da P. di ciò che era accaduto riguardo a Gesù, il castigo inflitto a lui e ai Giudei per la condanna del divino innocente. Si possono distinguere 7 opere di questa collezione.

1. Atti di P

Scritto giunto in due recensioni greche, assai differenti tra di loro (A e B), una siriaca, una copta, una armena, due latine (A e B). Pare fosse già conosciuto da S. Giustino (Ap., I, 35 e 48: PG 6, 384 e 400) e da Tertulliano (Apol., 21: PL 1, 461). È composto di due parti, completate ambedue in seguito, contenenti: la prima, il processo del Redentore davanti a P.; la seconda, la sepoltura per opera di Giuseppe d'Arimatea. La parte primitiva pare scritta, poco dopo gli avvenimenti, da un giudeocristiano; fu completata poco dopo. Lingua originale fu l'aramica. Nel 425 l'apocrifo fu ritrovato da un certo Aenia, da lui tradotto in greco e pubblicato, con una prefazione: a tale tempo risale la recensione da cui derivarono le altre oggi conosciute. Ha fine palesemente apologetico. L'autore, se non fu egli stesso testimone degli avvenimenti, si servì della narrazione evangelica come di sfondo, aggiungendovi parecchio di suo, tratto da testimonianze trasmesse a viva voce e ben note ai suoi contemporanei.

Narra il processo di Gesù svoltosi davanti a P., con relative accuse e difese. Il procuratore riconosce ripetutamente l'innocenza di Gesù, ma lo condanna; Gesù è crocifisso e muore. I Giudei rimproverano Nicodemo per la parte assunta a favore di Gesù e incarcerano, per lo stesso motivo, Giuseppe d'Arimatea, che nella notte viene miracolosamente liberato. Al mattino i soldati posti a custodia del sepolcro di Gesù vengono ad annunziare la Risurrezione ed altri, arrivando dalla Galilea, assicurano di aver visto il Maestro conversare con i discepoli. Ai Giudei increduli, Nicodemo propone di far cercare Gesù: non viene trovato, ma scoprono che Giuseppe è

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47. - ENCICLOPEDIA CATTOLICA. - IX.
Pilato, Pozzio - P. che si lava le mani. Musaico del sec. VI. Ravenna, basilica di S. Apollinare Nuovo.

3. Lettra di P

È conservata da alcuni codici latini, nessuno greco; di autore e data incerta. C. Noscuta pure come Seconda lettera di P., indirizzata a Tiberio. Suppone la prima. Nei codici segue il racconto della Discesa agl'inferi, e sembra risalire a non molti decenni dopo la disgrazia di P. e il suo ritorno a Roma.

In essa P. si scusa di aver dovuto condannare Gesù, uomo piissimo, dicendo d'esservi stato costretto dai Giudei, tutti uniti nel volerne la morte, che fu poi accompagnata da prodigi mai visti. Afferma pure di aver voluto evitare sedizioni e salvare l'autorità dell'Imperatore.

4. Vangelo di Nicodemo

Non è un nuovo libro apocrifo, ma la riunione degli Atti di P. con La discesa di Cristo agl'inferi.

Il primo codice che ne testimonia l'unione è quello di Einsiedeln, del sec. x: non si sa tuttavia quando e da chi furono per la prima volta riuniti. Di tale unione non si ha notizia nei codici greci. Il titolo è molto recente, forse del sec. XVI.

5. Anaphora Pilati

Conosciuta anche sotto il nome di Epistola di P. a Cesare, è tuttavia complementare diversa dalla lettera a Claudio. È un rapporto che P. fa all'imperatore Tiberio di quanto è avvenuto in Palestina riguardo a Gesù. Anch'essa

PILATO, PONZIO - Cristo davanti a P. Parricolare dell'altare di bronzo del Giambologna (sec. XVI) - Firenze, chiesa della S.ma Annunziata.

antichissima, è conservata in due recensioni greche, abbastanza simili tra di loro. Non c'è in codici latini.

P. scrive che i Giudei gli hanno consegnato Gesù, accusandolo specialmente di aver violato il sabato. Gesù invece si era mostrato sempre buono ed aveva beneficato molti, anche con miracoli. Indotto dai tumulti, egli prima fece flagellare Gesù, poi lo condannò a morte. I Giudei lo crocifissero. Quando fu sulla Croce, il sole si oscurò, la terra tremò e si aprì, e molti morti risuscitarono. Nella notte dopo il sabato, Gesù stesso risorse e richiamò in vita quanti si trovavano nel Limbo. Molti giudei nemici di Gesù furono ingoiati dalla terra, e tutte le sinagoghe di Gerusalemme furono distrutte.

6. Paradosis Pilati

È come la continuazione o, meglio, la conseguenza dell'Anaphora: facilmente del medesimo autore, sconosciuto. Conservata solo in pochi codici greci.

Avuta la relazione di P., l'Imperatore divenne furibondo, e mandò ad imprigionarlo. Arrivato a Roma, fu sottoposto a giudizio solenne e condannato a morte. Anche i Giudei furono castigati, in parte con la morte, in parte con la schiavitù.

7. Vindicta Salvatoris

Riguarda anch'essa i rapporti dei Romani con il Salvatore. Conservata solo in alcuni codici latini, di autore ignoto.

Deve risalire ai tempi di Claudio, almeno nella recensione primitiva, assai breve, che ha costituito il nucleo primitivo di quella lunga. La recensione latina, così come è giunta, è certamente composta di più scritti, come ne fanno fede le ripetizioni che vi si trovano. Nella parte primitiva si narra il castigo di P. e dei Giudei, inflitto da Tito e Vespasiano. A questa parte fu poi aggiunta la narrazione di una missione di Velusiano, che qui viene fatto chiamare da Tito e Vespasiano: egli si reca in Palestina, cerca una figura di Gesù; trova il fazzoletto della Veronica, lo porta a Roma, dove viene adorato da Tiberio, che con quell'atto merita la guarigione dai suoi mali e si fa battezzare.

In conclusione: oltre agli Atti di P. e la Discesa di Cristo all'inferi, pare che le diverse Lettere di P. e la Vindicta Salvatoris, conservata in latino, corrispondono all'Anaphora e alla Paradosis Pilati dei codici greci: hanno i medesimi scopi, ma sono indipendenti tra di loro. Derivano tuttavia ambedue da fonte comune, ufficiale, e vogliono completare il ciclo degli Acta Salvatoris. Studi posteriori potranno chiarire parecchi punti ancora oscuri.

BIBL.: J. C. Thilo, Codex apocryphus Novi Testamenti, I, Lipsia 1832; C. V. Tischendorf, Evangelia apocrypha, 2a ed., 1876; E. Hennecke, Handbuch zu den neutestamentlichen Apokryphen, Tubinga 1904, pp. 143-53; E. Darley, Les Acta Salvatoris, un Evangelium de la Passion et de la Résurrection et une mission apostolique en Aquitaine, Parigi 1913; id., Les Actes du Sauveur, la Lettre de Pilate, la Mission de Volusien, de Nathan, la Vindicta, Leurs origines et leurs transformations, 1919; P. Vannutelli, Actorum Pilati textus synoptici, Roma 1938.

III. Archeologia

La figura di P. nel giudizio del Signore è entrata anche nelle rappresentazioni dell'arte cristiana antica, specialmente nei sarcofagi. Il Garrucci, il Le Blant ed altri hanno pubblicato diciannove esempi di scultura; il Wilpert altri nove, però frammentari. I sarcofagi, che derivano da un prototipo romano, sono, eccetto nove, del tipo di quelli che hanno la fronte spartita da colonne: in questi, generalmente, la scena del giudizio di P. è a destra; il tribunale è indicato dal suggestus con la cattedra per il giudice, la clessidra per determinare il tempo assegnato allo svolgimento del processo, gli assessori o consiglieri del giudice, i soldati che accompagnano l'accusato, P. a cui è vicino il servo che si appresta a lavargli le mani. I sarcofagi più notevoli sono: il Lateranense 55, detto dei due fratelli, il Lateranense 174, ora nelle Grotte Vaticane, come quello di Giunio Basso. La scena si trova anche in una delle colonne anteriori del ciborio dell'altare maggiore di S. Marco di Venezia (sec. VI); nel coperchio della lìspanoleta del Museo civico di Brescia (sec. IV); ivi Cristo è tenuto da due soldati, mentre P. si lava le mani; nel dittico eburneo del Tesoro del duomo di Milano (sec. V), dove P. si lava le mani, mentre G. Cristo è condotto via da un soldato, come nell'avorio del British Museum di Londra (inizio sec. V) e nella porta di bronzo della cattedrale di Salerno (sec. XIII). Di singolare interesse è lo stesso episodio nei musei (inizio sec. VI) in S. Apollinare Nuovo di Ravenna: Cristo, accompagnato da un soldato, è a destra di P. che, seduto in cattedra, fiancheggiato da alcuni personaggi, si lava le mani.

Nel campo pittorico, ha straordinaria importanza l'miniatura del Codex purpureus Rossanensis (sec. VI): P. è in una sedia dall'alta spalliera quadrata con cuscino, posta sopra il suggestus: alla sua sinistra cinque personaggi, a destra due, e, alquanto discosto da questi, G. Cristo. Altra miniatura è quella ricordata da Peirce e Tylor, in cui si osservano gli Ebrei che reclamano da P. la liberazione di Barabba. La scena ricorre anche nell'Evangelario si ricavo di Rábula dell'a. 586 (f. 12a). Il soggetto è stato trattato anche in S. Maria Antigua nel Foro Romano, dove, al lato del dipinto che rappresenta G. Cristo sulla via del Calvario, si vuol vedere, nei minimi resti, il Signore avanti a P. In S. Maria in Pallara o S. Sebastiano al Palatino, tra gli affreschi del sec. x e posteriori, distrutti (meno quelli dell'abside) ma conosciuti nella copia eseguita nel 1630 (Biblioteca Vaticana, fondo Barberini), era raffigurata la scena di P., conservata invece nella serie degli affreschi (sec. XI) in S. Urbano alla Caffarella. Secondo G. Wilpert, nel giudizio di P. non potevano mancare, perché di regola nella sala del tribunale, le immagini degli imperatori: sacri vultus, sacrae imagines: queste si riscontrano solo nell'Evangelario di Rossano, nella colonna del ciborio di S. Marco in forma di piccoli quadri, posti ai lati di P., e nel sarcofago Lateranense 174, in cui la figura simbólica dell'imperatore (acefala) è portata dal servo imaginifer (εἰκονόφωρος). Tuttavia è da osservare che questo particolare non ha corrispondenza con la realtà storica, perché, fra i molti privilegi concessi alla nazione giudaica, i soldati romani non potevano portare in quel territorio i vescili dell'Imperatore. P. per la prima volta fece entrare in Gerusalemme i soldati romani con tali insegne, che poi fu costretto a far togliere, come più tardi ebbe ordine da Tiberio di levare dal Palazzo di Erode alcuni scudi dorati con il nome dell'Imperatore, che vi aveva collocato.

Da ultimo si può ricordare il cosiddetto «catino di P.», che si trova nel cortile omonimo, in mezzo a quegli edifici: chiese, oratori, che costituiscono la basilica di S. Stefano in Bologna. Si tratta di una piccola vasca marmorea, di fattura arcaica, dono dei re longobardi Liutprando e Ilprando. Rinvenuta in uno scavo fu rite

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(ftet. Alinari)
Pilato, Ponzio - Cristo davanti a P. Particolare dell'altare di bronzo del Giambologna (sec. xvI) - Firenze, chiesa della S.ma Annunziata.

nuta quella in cui P. si lavò le mani: fu posta sopra una base dal card. Giovanni de' Medici, poi Leone X.

BIBL.: R. Garrucci, St. dell'arte cristiana, Prato 1876-1881, tavv. 316, 1: 322, 2: 323, 4: 335, 2: 436, 1: 350, 1: 353, 4: 358, 3: 366, 2: E. Le Blant. Études sur les sarcophages chrétiens antiques de la ville d'Arles, Parigi 1878, p. 15, n. 10, tav. 8; id., Sarcof. chrét. de la Gaule, ivi 1886, Gaule, tavv. 24, 1, p. 81; 42, 3, p. 113; O. Marucchi, I monumenti del Museo crist. Pio-Lateran., Milano 1910, tavv. 6, 4; 23, 2; 28, 6; 29, 2, pp. 11, 18, 21, 22; id., Scoperta di antichità crist. nell'area della basil. suburbana di S. Valentino, in Bull. della Comm. arch. comunale di Roma, 55 (1927), pp. 265-67; id., Ulteriori osservazioni sulle antichità crist. scoperte al primo miglio della Via Flaminia, ibid., 56 (1928), pp. 119-32; id., Un sarcofago recentemente scoperto nel perimetro della basil. di S. Valentino, in Rivo. di arch. crist., 5 (1928), pp. 31-35; W. de Grüneisen, Ste-Marie Antique, Roma 1911, p. 134, fig. 101 c pp. 159-302; G. Wilpert, Le due più antiche rappresentazioni della «Adorato Crucis», in Atti della Pont. accad. romana di archeol. Memorie, Roma 1925, tav. 2, pp. 135-55, tavv. 12, 13; id., Sarcofagi, II, pp. 316-20 e fig. 100, p. 169, Tavv.: 12, 5; 13, 16, 1, 2; 33, 3; 91; 121, 4; 127, 5; 13; 128, 2; 136, 1; 137, 7; 148, 1; 127, 1; vol. II, tavv. 190, 4; 217, 5. Carlo Carletti

IV. ARTE

La pittura e la scultura dall'età romanica in poi hanno frequentissimamente rappresentato P. seduto in trono nell'atto di lavarsi le mani, in tutti i cicli figurativi del Nuovo Testamento. Prototipi se ne colgono nell'opera di Duccio (Siena, Museo dell'Opera), di un pittore riminese del sec. XIV (Venezia, Accademia) e di Pietro Cavallini (Napoli, S. Maria Donnaregina). Ripete quegli schemi Spinello Aretino a Firenze negli affreschi in S. Croce, e con varianti il Ghiberti nei rilievi della porta del Battistero, ove in una stessa composizione si vedono il Cristo flagellato e P. che si lava le mani. Quasi nello stesso giro d'anni Donatello, da solo in un rilievo in terracotta del Bargello di Firenze, e in collaborazione con Bertoldo in quelli bronzeni nel pergamo di S. Lorenzo, riprendeva il tema raffigurando nella stessa scena il Cristo davanti a Erode e P. Tra le rappresentazioni cinquecentesche è memorabile quella del Tintoretto nella scuola di S. Rocco a Venezia, quella del Pontormo negli affreschi della certosa del Galluzzo presso Firenze, e quella del Giambologna nei rilievi bronzeni dell'altare della cappella del Soccorso nella S.ma Annunziata, pure a Firenze, ove nella Galleria di arte moderna, nel quadro famoso di Antonio Ciseri dal titolo Ecce Homo, è la più realistica rappresentazione della scena offerta dall'arte ottocentesca.