PRUDENZA. - I. NATURA
Fu definita da Aristotele (Ethica, I, VI, cap. 5; Sum. Theol., 2ᵃ-2ᵃ, q. 47, a. 2, arg. Sed contra) retto discernimento intorno a ciò che si deve operare. Ora, se ciò che si vuol operare è orientato ad un fine particolare, ad es., la vittoria delle armi, il benessere del popolo, la p. sarà particolare (militare, governativa, ecc.). Ma se il fine dell'operare è quello ultimo di tutta la vita dell'uomo, allora si avrà la p. per eccellenza, virtù intellettuale e morale che giudica e comanda ciò che nei singoli casi si deve fare od omettere per agire onestamente. S. Agostino, seguendo Cicerone (De offic., III, 47), parla della p. come della cognitio rerum appetendarum et fugiendarum (Lib. de diversis quaest., q. 614; PL 40, 51).
Nella mitologia e nell'arte la p. è simboleggiata in un cocchiere (auriga della virtù) che, ritto sul cocchio, scruta la via, ed incita i cavalli, raffiguranti le altre virtù (Sum. Theol., 1ᵃ-2ᵃ, q. 58, aa. 4-5). In quanto scruta è virtù intellettuale, in quanto guida e tiene sulla retta via è virtù morale (ibid., a. 3 ad 1; 2ᵃ-2ᵃ, q. 181, a. 2 ad 3). A questa virtù, la più remota antichità sia pagana (Cicerone, De invent., II, cap. 53; De officis, I, cap. 5) che ebruco-cristiana (Sap. 8, 7; s. Ambrogio, Exposit. in Luc., I, V, nn. 49, 62; PL 15, 1738) ha guardato come ad una tra le virtù fondamentali. La S. Scrittura (Prov. 3, 13-14; 4, 5-9; Sap. 6, 9; Eccl. 6, 18-37) esalta l'uomo prudente ed identifica la p. con la sapienza, poiché è proprio del sapiente ordinare tutta la propria vita in ordine al fine ultimo, come appunto fa il prudente. Naturalmente nella S. Scrittura si attende soprattutto alla virtù infusa (v. appresso) e si contrappone la vera p. ad una prudentia carnis, che persegue i beni carnali come fine ultimo della vita (Rom. 8, 6-8).
Come virtù intellettuale la p. appartiene alla ragione pratica e la dirige nel regolare i nostri atti secondo le norme morali: non deve quindi confondersi con l'avvedutezza od il calcolo nel raggiungere l'utile, il bello o il vero e che pure possono chiamarsi p. in senso improprio (cf. Mt. 10, 16; Lc. 16, 8); essa dirige al fine ultimo. Noppure deve confondersi con le altre virtù intellettuali: non con la sapienza che ha per oggetto le cause più alte e divine ed assolute, né con la scienza il cui soggetto è pure universale ed assoluto: quello della p. invece è il singolare e relativo. Inoltre sapienza e scienza, come anche l'intelletto, altra virtù intellettuale, mirano al vero; la p. al bene. Si distingue poi dall'arte, perché questa tende al bello e dirige le azioni, specialmente esterne, nel loro essere fisico e non in quanto sono morali e rendono l'uomo moralmente buono. Come virtù della ragione pratica, la p. importa la conoscenza delle verità universali morali e, in modo assoluto, di quelle più vicine all'azione. coscienza (v.) morale pur avendo in

La p. è vera virtù morale, sia perché esige predisposizioni morali, sia per il suo oggetto. Questo è costituito dagli atti umani, intrinseci all'agente, sia esso una persona fisica od una comunità, in quanto debbono farsi od omettersi per operare onestamente. Sono suo oggetto anche le virtù morali ch'essa dirige come moderatrice ed alle quali è talmente legata che né essa può esistere in grado perfetto senza tutte le altre virtù morali, né queste senza la p. Così l'atto di qualsiasi altra virtù le appartiene non in quanto è atto di fortezza, castità ecc., ma in quanto è da porsi hic et nunc, cioè in quelle determinate circostanze di tempo e di ambiente, ed in ordine al debito fine. L'aspetto che in tale atto viene preso di mira dalla p. è la sua verità pratica, cioè la sua rettitudine o indirizzo al fine ultimo. Però la virtù della p. non bada solo alle circostanze estreme dell'atto di virtù da compiere, ma determina ancora in che modo e misura l'atto dev'essere compiuto (medium virtutis), il giusto mezzo in cui consistono le virtù morali, il giusto mezzo tra l'eccesso e il difetto,
tra il troppo e il poco. Per questa sua caratteristica vien detta misura e regola delle altre virtù e pertanto a ragione è considerata la prima virtù cardinale. Chi ha la p. possiede in qualche modo anche le altre virtù, ma chi non ha la p. non ha né la fortezza, né la giustizia, né la temperanza, perché è impossibile senza la p. scegliere rettamente i mezzi per il raggiungimento del fine (Sum. Theol. 1a-2ae, q. 65, a. 1).
Psicologicamente la p. agisce esaminando i diversi mezzi per raggiungere in concreto il fine ultimo, giudica quali tra essi sono da attuarsi od omettersi e finalmente comanda l'esecuzione che ne consegue; si dice perciò che sono suoi atti il deliberare, giudicare e specialmente il comandare («actus imperandi est principalis et proprius actus prudentiae»: ibid., 2a-2ae, q. 47, a. 8).
II. SPECIE
Oltre alla p. naturale, finora considerata (p. acquisita), acquistata attraverso l'esperienza e con lo sforzo dell'animo rivolto al bene, esiste ancora, se si è in grazia di Dio, la p. infusa che si estende anche agli atti soprannaturali e dirige anche le virtù teologali, alle quali pure è subordinata, indicando quando debbano compiersi i loro atti.Per essere perfetta, la p. in quanto è virtù intellettuale, richiede esperienza, tatto morale, docilità, sagacità e buon uso della ragione; in quanto è virtù morale: previdenza, circospezione e precauzione. Queste virtù, che nel linguaggio tradizionale latino sono chiamate memoria, intellectus, docilitas, solertia, ratio, providentia, circumspectio e cantio, sono dette dagli scolastici parti «integranti» della p. (ibid., 2a-2ae, q. 48, a. unic.).
Sono sue parti specifiche o soggettive: la p. personale (o monastica) che guida a ben dirigere se stesso e la p. sociale che dirige gli atti della società al bene comune e che si suddivide in p. militare, economica o famigliare e legislativa o politica, secondo le diverse comunità e forme di governo. Tra esse la p. personale è p. in senso pieno; quella legislativa la più perfetta (ibid., 2a-2ae, q. 50, a. 2).
Le parti «potenziali» o complementari sono il buon senso morale (synesis), l'abilità morale (eubula) e la perspicacia morale (gnome) (ibid., 2a-2ae, q. 51, a. 2, ad 1).
III. GENESI E SOGGETTO REMOTO
La p. naturale può essere favorita da predisposizioni psichiche e biologiche e dall'ambiente, ma di fatto s'acquista con la ripetizione di atti prudenti: per questo non esiste, di regola, nei giovani che mancano di esperienza e si perde quando le passioni, specialmente lussuria, avarizia e superbia, turbano l'intelletto o il volere e, indirettamente, per dimenticanza e non uso. La p. infusa si riceve e perde con la Grazia santificante.IV. VIZI CONTRARI
Per difetto, si oppone alla p. la imprudenza che si suddivide in numerosi vizi come la indocilità, la negligenza, l'imprevidenza, il difetto di precauzione, di circospezione, di memoria e delle altri parti soggettive o integrali della p., nonché nella temerità (contro l'eubula) e nell'inconsideratezza, contraria al buon senso ed alla perspicacia morale. Per eccesso si hanno i vizi della p. della carne (Rom. 8, 6), l'astuzia e l'inganno sia mediante segni e parole (il dolo) che mediante le azioni (la frode).I vizi contro la p., osserva s. Tommaso, se eccedono per difetto, hanno come fonte la lussuria, se per eccesso, l'avarizia (Sum. Theol., 2a-2ae, q. 55, a. 8). Perciò mezzi efficaci per raggiungere la p. sono: 1) la fervente orazione al Dio di ogni lume; 2) il controllo delle passioni disordinate e specialmente dell'avarizia e lussuria; 3) la considerazione degli eventi sub specie aeternitatis.