SPERANZA

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SPERANZA. - Il significato primigenio del termine *ἐπὶ* è desiderio; sperare è tendere verso un oggetto che ci appare come un bene. La s., considerata nel piano naturale, è il desiderio di un bene futuro, arduo, ma possibile (*Sum. Theol.*, 1a-2a6, q. 40, a. 2). Suoi elementi essenziali sono il desiderio e la fiducia. È la tensione di chi non è ancora tutto quello che deve essere, ma ha coscienza insieme della sua imperfezione e della sua perfettibilità.

La s. cristiana presenta la medesima struttura : ma la tensione supera la nativa capacità dell'uomo, spingendosi fino al possesso eterno di Dio. Per questo è

essenzialmente un suo dono. Infusa nell'anima del battezzato come qualità permanente, insieme con la virtù della fede, la s. è, sotto il soffio della Grazia attuale, il principio di quella santa inquietudine, che stimola l'uomo, oltre la sua debolezza e le sue colpe, a superarsi continuamente fino a raggiungere il fine supremo.

I. OGGETTO E MOTIVO DELLA S. CRISTIANA. — Oggetto principale della s. cristiana sono i tesori dell'eredità incorruttibile, la beatitudine suprema nel possesso eterno di Dio. Conseguentemente la s. cristiana si estende a tutti i mezzi necessari a ciascuno per raggiungere la stessa beatitudine (Rom. 5, 2; I Io. 3, 2). Anche i beni terreni possono cadere nell'orbita del suo raggio, ma solo nella misura e nel modo con cui Iddio li ordina alla nostra salute. Perciò è sempre Iddio che stimola i nostri desideri ed alimenta la nostra attesa. Per elevarci tanto su di noi e protenderci verso di lui, noi non possiamo far calcolo sulle nostre forze e sull'aiuto delle creature, ma far leva su di lui, sulla sua bontà, sulla sua onnipotenza ausiliatrice e sulle sue divine promesse: questi i motivi della nostra s. presi tutti insieme, piuttosto che l'uno o l'altro preso isolatamente, come la bontà riguardo a noi (Scoto, Suárez), l'onnipotenza ausiliatrice di Dio, ossia l'onnipotenza e misericordia (Prümmer), o la fedeltà alle promesse, considerate in se stesse come motivi unici.

Per questo a base della s. sta la fede, nell'onnipotenza di Dio, nella sua volontà salvifica e nella sua indefettibile bontà. E come la fede si incontra in Cristo, così la s. culmina in lui: egli è la nostra s. (I Tim. 1, 1; Col. 1, 26-27). In lui Iddio ha riassunto e ha mantenuto tutte le sue promesse, svelando e attuando il suo disegno salvifico. Se per tutti noi non ha risparmiato il suo figliuolo, come non ci dona ogni cosa con lui? (Rom. 8, 32). Nel Cristo noi siamo stati salvati (Rom. 5, 10; cf. anche Eph. 2, 12 sgg.; II Cor. 5, 18 sgg.). La sua Risurrezione è sicura garanzia della nostra (I Cor. 6, 14; cf. anche Eph. 1, 18-20). Uniti a lui come membra al capo, noi siamo già in un certo senso nella gloria, poiché non c'è nessuna dannazione per coloro che sono in Cristo Gesù. Chi crede in lui ha già la vita eterna (Io. 3, 18, 36; Rom. 9, 33; 10, 11).

II. VALORE E NECESSITÀ DELLA S

I. Il valore della s

È immenso per quello che dà e per quello che promette. La s. cristiana dà all'uomo un nuovo grado di vita, potenziandone al massimo la natura ed il valore. L'anima protendendosi verso il futuro, in Dio, respira già, pregustandola, l'aria beata di Dio. Non solo. Le promesse divine conferiscono all'uomo la massima sicurezza, gli danno quasi il senso dell'onnipotenza: «io posso ogni cosa in colui che mi dà forza» (Phil. 4, 13). Solo su questo terreno può fiorire la vittoriosa persuasione che resiste e trionfa di fronte ai compiti più ardui. Di qui l'invita fermezza nella prova, la sicura fiducia che l'aiuto divino non sarà mai inferiore alla sua violenza. Di qui la certezza che nulla potrà separarci dall'amore di Dio (Rom. 8, 38). Di qui infine la trasformazione del dolore nella letizia cristiana, che trae alimento dalla stessa sofferenza e che si rinnova ogni giorno nell'attesa del Signore vicino.

Ciò non toglie però che egli abbia ad attendere alla sua salvezza «in timore e tremore» (Eph. 6, 5), cosciente della propria fragilità e defettibilità. Anzi codesto timore completa la sicurezza, preservando immune la confidenza in Dio dalla menomazione e che la leggerezza e l'imperfetta valutazione delle cose potrebbe arrecare.

2. Necessità della s

Senza la s. la nostra vita soprannaturale non avrebbe senso. È la Grazia il seme della gloria, ed il seme è, per definizione, promessa, aspettazione principio. D'altra parte la nostra attesa sarebbe ingiustificata e assurda, se non riposasse sulle promesse di Dio e sull'aiuto di Cristo. Per questo la s. cristiana, fatta di desiderio e di fiducia, è indispensabile per conseguire la salvezza: in essa noi siamo stati salvati (Conc. Trid., sess. VI, capp. 6-7, de iustif.: Denz-U, 798, 80o) e l'Apostolo ci ammonisce di indossare come elmo la s. della salute (I Thess. 5, 8), di essere gioiosi nella s. (Rom. 12, 12) e di vivere piamente in questo mondo nell'aspettazione della beata s. (Tit. 2, 13). Per questo stesso motivo non esiste condizione di vita e grado di santità da cui la s. debba o possa essere esclusa. Né la s. può essere intesa, come è parsa ad alcuni, aspettazione disinteressata di un'eternità, in cui trionferà l'amore, quasi ché il desiderio e l'attesa della propria felicità costituissero un calcolo incompatibile con lo stato dei perfetti. Kant (v.) è uno degli apostoli dell'amore puro.

L'amore ordinato di sé non è incompatibile con il più perfetto amore di Dio; anzi il primo condizione in un certo senso il secondo, non essendo possibile l'amore dell'oggetto, se il soggetto non ama se stesso. Del resto codesto amore trova la sua piena giustificazione nell'adeguazione perfetta della volontà umana con la volontà divina. Dio vuole la nostra felicità. È continuo nel Vangelo e nella predicazione degli Apostoli il richiamo amoroso e premuroso alla mercede copiosa dei cieli, alla retribuzione dell'eredità, alla corona incorruttibile che attende gli atleti dello spirito (cf. Mt. 5, 12; Lc. 12, 5; I Cor. 9, 24; Col. 3, 24). Pertanto il cosiddetto amore disinteressato, inteso come atteggiamento abituale ed esclusivo dello spirito, oltre ad essere psicologicamente assurdo, è teologicamente erroneo. Per questo la Chiesa lo ha condannato. La prima condanna in materia è quella del maestro Eckart (v. ECCARDO), che fu tra i primi maestri dell'amore puro (Denz-U, 508). Il Concilio Tridentino, contro i protestanti, confermò l'onestà delle azioni umane che vengono compiute sotto il miraggio dell'eterna mercede (sess. VI, cap. 16, can. 31: Denz-U, 841; sess. VI, cap. 11: Denz-U, 804). Alessandro VIII con la condanna di una proposizione respinse la dottrina giansenista, rinnovata da alcuni teologi di Lovanio, che pretendevano far derivare la s. unicamente dall'amore di benevolenza (D. Viva, Damnatae theses, ad prop. 10 Alexander VIII, III, Napoli 1708, n. 17). Seguì da parte di quietismo (v.) di Michele Molinos (Denz-U, 1227-32), parzialmente rinnovato dal Fénelon ([v.]; Denz-U, 1327, 1332).

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(fot. Alinari)
Speranza - La s. Particolare degli affreschi di Andrea del Sarto nel chiosiro dello Scalzo (1514-26) - Firenze.

3. Soggetto della s

Soggetto della s. teologica è la volontà: suo soggetto infatti sono i beni soprannaturali, che non si possono conseguire se non mediante la volontà (Sum. Theol., 2a-2a, q. 18, a. 1). Da ciò segue che l'atto della s. è libero; sebbene l'uomo infatti voglia necessariamente la beatitudine in astratto considerata, liberamente poi la colloca nell'uno o nell'altro oggetto. Soggetto prossimo capace dell'atto e dell'abito della s. sono tutti gli uomini viatori e le anime purganti. Sono incapaci di s. i dannati e i beati, almeno per rispetto all'aiuto della Grazia e delle condizioni indispensabili. Nell'eredito formale, ad es., la virtù della s. non può restare, non essendo possibile la coesistenza della s. senza la fede. I peccatori invece, per sé (a meno che il peccato non si opponga alla s.) sono capaci di s. (Conc. Trid., sess. VI, cap. 6: Denz-U, 798). Nelle anime del purgatorio la s. rimane, perché sebbene per essi la beatitudine sia certa, è tuttavia futura e di arduo conseguimento, dovendo raggiungersi attraverso le pene (Sum. Theol., 2a-2a, q. 18, a. 3).

III. PECCATI CONTRO LA s

Contro la s. si può peccare direttamente: per difetto e per eccesso. 1) Pecca per difetto tanto colui che non aspira più alla vita eterna, quanto chi disperi di raggiungerla. Il primo atteggiamento può essere determinato o dall'incredulità o dall'eccessivo attaccamento ai beni di questa terra. La disperazione, invece, è il più delle volte determinata dalla sfiducia. Dalla disperazione propriamente detta va distinto lo scoraggiamento, non solo quando pesa involontariamente sull'anima come tentazione o come malattia, ma anche quando è accolto nella volontà: esso infatti non è la rinunzia, ma il rallentamento della s. Può dipendere o dall'intiepidimento della fede e dalla pusillanimità dello spirito. Tuttavia lo scoraggiamento, se non dominato, può gradualmente degenerare in disperazione.

2) Alla s. si oppone, per eccesso, presunzione (v.).

BruL.: cf. i trattati di teol. dogm. e morale de virtutibus infusis; cf. inoltre: E. Dublanchy, Désépour, in DThC, IV, coll. 622-622; Esp. rance, ibid., V, coll. 605-706; A. D. Sertillanges, Les vertus théologales, II. L'espérance, Parigi 1913; C. Spicq, La révélation de l'espérance dans le N.-T., 1930; B. Bartmann, La nostra fede nella Provv. Brescia 1932; R. Garriguol-Langrange, La Provv. de la confidenza in Dio, Torino 1933; R. Raitz von Frenztz, Analyse der Hoffnung, in Schloßstik, 9 (1934), pp. 553-563; C. Gay, Vita e virtù crist. considerate nello stato religioso, I, Padova 1937, pp. 261-348; C. Zimara, Das Wesen der Hoffnung, in Natur und Übernatur, Frührg. in Br. 1937; S. Ramírez, De certitudine spei, in La ciencia lomita, 5 (1938), pp. 184-188; 353 sgg.; F. Amiot, L'enseignement de St Paul, Parigi 1938; V. Mc Nabbs, S. Buona, Milano 1939; F. Tillmann, Il maestro chiama, 3a ed., Brescia 1945, pp. 136-151; A. Charue, La I Petr., messag. de l'espérance, in Collat. Nom. 3 (1947), pp. 75-96; G. M. Coulon, De certitudine spei sec. 5. Thomam. Fontes et doctrina, Washington 1947; S. Soubiguo, La vertu de l'espérance, in La pensée catholique, 1949, fasc. IX, pp. 31-47; E. Ranwez, L'espérance, in Revue d'éthique, de Namur, 5 (1950), pp. 119-135; autori vari, S. (con vari sottotitoli), in Tabor, 9 (1951), pp. 197-266; M. Fracyman, Est autem fide: sperandarum substantia rerum, in Collationes Gandav., 2a serie, 1 (1951), p. 35 sgg.; id., Essentiaia de spe christiana in Theologia Paulina, ibid., 2 (1952), pp. 38-43.