PRESUNZIONE. - Il termine p. può intendersi in diversi significati: nell'ordine del sentimento, indica la fiducia esagerata nelle proprie qualità: è dunque una forma di orgoglio; nell'ordine della volontà, la p. è un movimento che spinge una persona a intraprendere più di quanto possa realmente fare, con le forze di cui dispone o crede di disporre. Nell'ordine naturale, la p. si oppone alla virtù della magnanimità (v.), che ha il compito di moderare la tendenza a lanciarsi nelle imprese difficili. Nell'ordine soprannaturale, la p. viene ad opporsi direttamente alla virtù della speranza.
I. LA P., PECCATO OPPOSTO ALLA VIRTÙ DELLA SPERANZA
Può definirsi una fiducia temeraria di ottenere la salvezza eterna senza i mezzi stabiliti da Dio. La Grazia e la gloria, beni dell'ordine soprannaturale, sono sopra la portata delle forze naturali dell'uomo: chi volesse raggiungerli con i propri mezzi sarebbe in diretta opposizione alla virtù della speranza, in quanto praticamente le toglie il motivo suo proprio, oggetto formale, ossia la bontà divina che sola giustifica nella creatura l'attesa di tali beni, i quali possono venire solamente da Dio. D'altra parte normalmente Dio accorda i suoi beni soprannaturali in conformità alle sue promesse e ai suoi attributi. Voler ottenere tali beni per altra via significherebbe «visare l'oggetto della speranza e quindi peccare contro di essa. È il caso del peccatore che crede di essere perdonato senza il pentimento sincero dei suoi peccati, o di chi crede di salvarsi, continuando sino alla fine, ostinato nel suo peccato. È una confidenza in Dio esagerata, contraria alla Provvidenza da lui stabilita. Si renderebbero assolute promesse che sono invece condizionate, o si vorrebbe dare risalto alla misericordia di Dio a danno della giustizia. Di qui due forme di p., diverse per causa e malizia. La prima pone alla speranza un fondamento illusorio. La seconda rispetta l'onnipotenza di Dio, ma attende gli aiuti soprannaturali senza agire per meritarseli.
II. LA P. ERETCALE, COMUNE O SEMPLICE
I teologi chiamano la p. che pone la speranza su un fondamento che non è il proprio, praesumptio contra spem o praesumptio haereticalis. Essa distrugge la virtù della speranza opponendosi al suo motivo: la bontà di Dio. Si fonda su un errore dogmatico. La «pelagiana» si fonda sul naturalismo pelagiano, che esalta la libertà umana fino al punto di attribuire all'uomo da solo la sua santificazione. La p. «luterana», derivante dalla dottrina di Lutero, attribuisce la santificazione individuale e la salvezza ai soli meriti di Cristo, escludendo ogni collaborazione dell'uomo. Il predestinazionismo calviniano, che ammette la predestinazione assoluta, genera la p. «calviniana». Le p. calviniana e luterana sono più gravi che quella pelagiana, perché vorrebbero attribuire a Dio una potenza e una misericordia a scapito della giustizia, attentando quindi alla stessa santità divina.
È detta dai teologi praeter spem la p. che, senza distruggere la virtù della speranza, introduce nella pratica di questa qualche disordine e qualche temerità. È doveroso sperare da Dio il Paradiso e i mezzi per raggiungerlo, ma è temerità e peccato di p. sperare quel grado di gloria che egli ha riservato all'uno o all'altro dei suoi eletti. Dio dà a tutti le grazie promesse, ma differire di occuparsi della propria salvezza facendo conto di avere al momento della morte il tempo di pentirsi e attendere da lui più di quanto abbia promesso, è peccare di p. Atto di p. è l'abusare della fiducia nel perdono divino per peccare con più frequenza, gravità e libertà, per perseverare più a lungo nel peccato, per esporsi senza motivo alla tentazione, per pretendere le grazie divine senza i mezzi normali della preghiera e dello sforzo personale.
III. MALIZIA DELLA P
La p. ereticale, ossia quella che include errore dogmatico, è peccato di per se stesso (ex toto genere suo) mortale perché si oppone alla fede, alla speranza e al timor di Dio e reca grande ingiuria alla giustizia divina.
La p. comune o semplice è peccato mortale di sua natura (ex genere suo) perché anch'essa per sé reca gravi ingiurie alla giustizia divina e cagiona all'uomo grande danno; ma ammette oscillazioni tra peccato mortale e veniale. Questo peccato è meno grave di quello di disperazione (v.): infatti la p. va contro la giustizia divina, la disperazione invece distrugge la divina misericordia; e secondo il nostro modo di pensare è attribuito più proprio di Dio essere misericordioso che essere giusto e vindice dei peccati (Sum. Theol., 2ᵃ-2ᵃᶜ, q. 2, i a. 2).
IV. LA P. NELLA VITA SPIRITUALE
Dell'errore dogmatico sul quale si fonda la p. ereticale deriva una concezione falsa della vita e del progresso dell'anima, per cui l'uomo si pone fuori delle condizioni della salvezza e della perfezione.
Pur essendo meno radicale, la p. comune esercita anch'essa una influenza in tutto il campo della vita spirituale. Mentre la confidenza in sé, quando è ragionevole e saggia, fortifica l'anima, ne stimola le energie e genera il coraggio nelle iniziative, la perseveranza nello sforzo, l'audacia per affrontare la lotta e vincere le difficoltà, la p. che si presenta come confidenza eccessiva in sé non produce che mali. Chi ha stima esagerata di sé si lancia in imprese sproporzionate, giudica inutile prendere consiglio e direzione; diminuisce in lui la paura del pericolo sino a trascurare le precauzioni necessarie, particolarmente nelle tentazioni. Se è desideroso di perfezione, crede già acquisite le virtù che invece non ha, disprezzando le vie ordinarie della pietà e della vita cristiana.
Ogni ascetica e ogni mistica che non siano fondate sull'umiltà sono presuntuose e quindi inefficaci e dannose.
Bibliografia4 opere
Giuseppe Sette