STRUMENTALISMO

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STRUMENTALISMO. - Con questo termine pragmatismo (v.) propria del filosofo nordamericano J. Dewey (n. a Burlington il 28 ott. 1859, m. a Nuova York il 1° giugno 1952; professore dal 1905 nella Columbia University di Nuova York), per il quale ogni idea e dottrina è un utensile (tool) per l'azione e la trasformazione dell'esperienza.

Il Dewey e la «Scuola di Chicago», da lui promossa, si caratterizzano per il cosiddetto s. logico o «logica strumentale». Il pensiero del Dewey è svolto nelle opere principali: Psychology (Nuova York 1887); Studies in logical theory (Chicago 1903); Democracy and education (Nuova York 1916); Reconstruction in philosophy (ivi 1920); Human nature and conduct (ivi 1922); Experience and nature (Chicago 1925); Characters and events (ivi 1929); Construction and criticism (Nuova York 1930); Philosophy and civilization (ivi 1931).

Come scrive lo stesso Dewey, «la conoscenza riflessa è un mezzo (instrumental) per dominare una situazione anormale», com'è anche «un mezzo d'arricchire la immediata significanza (significance) delle esperienze anteriori» (Essays in experimental logic, 1917, p. 17). Il Dewey è tornato, in tarda età, con molto impegno agli studi di logica (Logic, the theory of inquiries, Nuova York 1939; trad. II. Torino 1949). Egli abbandona, per evitare equivoci, la parola «pragmatismo» (v.), ma il suo s. logico resta inviato: carattere pratico della logica, strumento (come la ragione e la scienza) per trasformare la condizione umana, la società. Da qui il carattere sociale del suo «naturalismo umanistico», che è un neo-empirismo, secondo il quale il pensiero è un prodotto dell'evoluzione biologica, avente una finalità sociale e instaurante la collaborazione e la comunicazione tra gli uomini. Il pensiero nasce da bisogni vitali e la sua funzione è appagati (notevoli i punti di contatto tra il deweyismo e il marxismo); da qui il suo fine essenzialmente «strumentale» di trasformare o di risolvere «situazioni reali», non individuali ma sociali. Questa precisazione non basta a risparmiare allo s. logico del Dewey la qualifica di puro utilitarismo, di pragmatismo e di relativismo radicale. Ridotta la logica a «strumento di lavoro», alla sua funzione pratica di trasformare e risolvere situazioni, è evidente che la logica (e le verità logiche) sono mutevoli come le situazioni e la loro validità resta limitata a questa o quella situazione (soggettiva o sociale che sia, non importa). La logica è una disciplina che si evolve... Via via che si perfezionano i metodi delle scienze, corrispondenti mutamenti si verificano nella logica. Un cambiamento di enorme importanza... avvenne in conseguenza dello sviluppo della matematica e della fisica... Quando in avvenire i metodi d'indagine verranno ulteriormente mutati, la teoria logica cambierà anch'essa... L'idea che la logica sia suscettibile di formulazione definitiva non è altro che un'idolum theatri» (Logica, cit., trad. it., p. 47). È da rilevarsi ancora la distinzione che il Dewey fa tra «strumentale» e «operativo»: «Come termine generale, strumentale» significa la relazione mezzi-risultati, come categoria fondamentale per l'interpretazione delle forme logiche, mentre «operativo» esprime le condizioni grazie alle quali la materia è 1) resa atta a servire come mezzo e 2) effettivamente funziona come mezzo nel compiere la trasformazione obiettiva che è il fine dell'indagine» (ibid., p. 48).

BIBL.: V. PRAGMATISMO. Su Dewey: Th. Milton Halsey-H. Wallace Schneider, A. bibliography of J. D., Nuova York 1929; J. Rauter, The philosophy of J. D., ivi 1928; M. T. Gillo-Toss, Il pensiero di G. Dewey, Napoli 1938; P. A. Schilpp, The philosophy of J. D., Chicago 1939; G. White Morton, The origin of Dewey's instrumentalism, Nuova York 1943; G. De Ruggerio, Filosofi del Novecento, 3ª ed., Bari 1946, pp. 63-87. Altre indicazioni in G. A. De Brie, Bibl. philos. 1934-45, I, Utrecht-Bruxelles 1950, pp. 551-52.

Michele Federico Sciacca