TASSONI, ALESSANDRO. - Poeta, n. a Modena 21 set. 1595, m. ivi 12 sep. 1635.
Dopo gli studi a Bologna e a Ferrara, passò nel 1597 a Roma e vi restò parecchio, tutto intento ai suoi lavori letterari. Sono di questi anni le Considerazioni sopra le Rime del Petrarca, scritte non per «mal talento contro il Petrarca e dei melici», ma contro gli «sticci» adoratori di quello. Nel 1606 fu «principe» degli «Umoristi»: era anche de' Lincei e della Crusca. Quando Carlo Emanuele il Di Savoia ruppe guerra alla Spagna, il T. secondò l'impresa con due Filippiche contro gli Spagnoli (1615), che sono la più nobile e vigorosa prosa oratoria del Seicento. Il Duca nel 1618 lo nominò segretario dell'ambasciata piemontese a Roma e gentiluomo di suo figlio Maurizio cardinale; nel 1619 lo chiamò a Torino suo primo segretario; nel 1621 lo dette compagno a Maurizio, che si trovava a Roma per il conclave. Intanto aveva composto la Secchia rapita (1615), in 10 canti, che poté stampare soltanto nel 1624, in 12 canti. Nel 1620 stampò il Pensieri diversi, in 10 libri. Nel 1626 accettò di servire il card. Ludovisi, morto il quale (1632) si recò, invitato dal duca Francesco I, alla corte di Modena, ove finì i suoi giorni.
Nei Pensieri diversi (naturali, morali, civili, storici, letterari) vive uno spirito battagliero e bizzarro, acuto e
TASSONI, ALESSANDRO - La Secchia rapita. Cimelio storico: secchia lotta dai Modenesi ai Bolognesi nel 1325 in battaglia, rimasta custodita nella Torre del Duomo quale trofeo di vittoria, e resa famosa dal poema eroicomico del modenese A. T.
paradossale, opponente la ragione alla tradizione, nemico delle idee accolte senza esame e dell'autorità degli «antichi», rivelatore di nuovi veri, quantunque non immune da curiosi pregiudizi. La Secchia rapita è il capolavoro della poesia eroicomica italiana. Il T. volle parodare l'epopea eroica, di cui abusavano gli epigoni del Tasso, e che era in contrasto con la misera realtà sociale e politica del suo tempo: e gli venne fatto un felice poema, un racconto filato e spedito, dove, con vivace mutevolezza di tono, con «risi che cadono impensati tra le cose serie», passa agilmente dal serio al burlesco e al grottesco. Che i caratteri in generale siano poco rilevati, siano maschere e caricature piuttosto che caratteri, importa poco: ché bastano a colorire la parodia d'una moda poetica e la satira di un'età inetta e servile. Molto rilievo hanno, peraltro, il conte di Culaagna, il nobile fanfarone e vile, che il T. presenta come nèpote di «don Chisotto», e Titta di Cola, il popolano romanesco rifatto, gradasso e millantatore, una specie di Rugantino. E non meno felice è la rappresentazione realistica d'intero T. con i contadini e di cittadini, armati nelle più strane guise e parlanti i più eterocliti linguaggi.