TOBIA

TOBIA. - Pio giudeo che dà il nome al libro deuterocanonico del Vecchio Testamento che ne narra la storia. Nella Volgata il titolo è Liber Tobiae, negli antichi manoscritti greci Τοβίτ (o Τωβίτ) e nei più recenti Βίβλος λόγων Τωβίτ, con la genealogia, la patria e la deportazione di T. Nella Volgata il padre e il figlio son detti Tobias; in greco invece Τωβίας è soltanto il figlio, mentre il padre è detto Tobit, forma derivata da un nome ebraico la cui forma abbreviata doveva essere Τόβιτ e quella completa Τόβιβήλ (Ecd. 3, 60) o Τόβιβήλ (II Par. 17, 8) = «Jahweh è buono». Tob. narra la prova del giusto, che Dio provvidamente rialza e consola. Si svolge in tre parti coordinate in un tutto armonico.

1. Virtù e afflizioni (1,1-3,17 [S]; 1,1-3,23 [Volg.]). Tobit è un israelita della tribù di Nephthali, deportato sotto Salmanasar a Ninive, ove è costante nella pratica della Legge, come in patria. Sposa Anna e ne ha un figlio che si chiama T.; fa affari, protetto dal re assiro (1, 9-15). Fedele a Dio e ai suoi connazionali anche sotto la persecuzione che il nuovo re Sennacherib sferra contro gli Israeliti, Tobit ne seppellisce i cadaveri (1, 16-19); perciò è cercato a morte e spogliato di tutto. Ucciso il tiranno dai propri figli, Tobit ritorna nella sua casa e riprende i suoi beni (1, 20-23). Rientrato stanco dalla sepoltura dei cadaveri abbandonati, mentre dorme ai piedi del muro della sua casa, cade nei suoi occhi sterco da un nido di uccelli; mal curato dai medici, Tobit diventa cieco. Afflitto dagli schermi degli amici e della moglie, quasi fossero inutili le sue opere di pietà (2, 1-14), rivolge a Dio accorata preghiera (3,1-6). Nello stesso tempo, anche Sara, figlia di Raguel, a Ecbatana in Media, sette volte sposa e altrettante rimasta vedova per la morte dei mariti: il dì stesso delle nozze, ed afflitta per le insolenze di una sua schiava, si rivolge a Dio (3, 7-15). Dio esaudisce le loro preghiere (3, 15 sgg.).

2. Intervento provvidenziale di Dio, che manda l'angelo Raphael (v. RAFFAELE) in loro aiuto (4,1-12, 22 [S]; 3,24-12,22 [Volg.]). Tobit manda T. suo figlio nella Media a riscuotere una somma da Gabael (v. GABELO) suo parente (4,1-5,3). A T. si offre, compagno di viaggio e guida, l'angelo Raffaele in aspetto d'uomo, dissimulando la sua vera personalità, e con lui parte (5, 4-22). La sera del 1° giorno raggiungono il Tigri; T. s'avvicina alle acque per lavarsi i piedi ed è minacciato da un grosso pesce; per ordine dell'Angelo se ne impadronisce, lo sventra per conservarne il cuore, il fegato e il fiele da adoperare come eventuali medicamenti (6, 1-9). A Ecbatana, l'Angelo induce T. ad alloggiare presso Raguel, suo parente, e chiedergli Sara in sposa; Asmodeo (v.), che aveva ucciso i primi sette mariti di Sara: bruciare il cuore e il fegato del pesce, e prima di usare del matrimonio gli sposi veglino e preghino (6,10-7,8). Con soddisfazione di tutti, si conclude il matrimonio (7,9-8,19): T. resta due settimane presso il suocero, mentre Raffaele va a riscuotere la somma da Gabael (8,20-9,6). Tobit e la moglie attendono con impazienza il ritorno del figlio (10, 1-7); T., congedatosi dal suocero, torna a Ninive con la sposa; precede gli altri e corre ad abbracciare il padre, spalma sui suoi occhi il fiele del pesce e gli ridà la vista, con grande gioia di tutti (10,8-11,17). Raffaele svela il suo vero essere e scompare (cap. 12). Tobit prorompe in un inno di rinfragziamento (cap. 13).

3. Epilogo. Prossimo alla morte, Tobit dà le sue ultime raccomandazioni al figlio T. e spira. Morta anche la madre, T. emigra in Media presso il suocero e muore in tarda vecchiaia, dopo avere udito l'annunzio della caduta di Ninive (cap. 14).

L'originale di Tob. (in ebraico o in aramaico) è andato perduto. La traduzione di s. Girolamo, da un testo (o versione) aramaico (PL 29, 33), Volgata (v.). La versione greca si è conservata in tre forme o redazioni. La 1ª è nei codd. Vaticano (B) e Alessandrino (A), nella maggior parte dei minuscoli e nel papiro d'Ossirino 1594 (sec. III); era il testo in uso nella Chiesa greca; ne derivano le versioni siriaca (in 1,1-7,5), etiopica, copte. La 2ª è nel cod. Sinaitico (S), con due lacune (4, 7-19; 13, 8-11); da esso dipende l'antica latina, che è un elemento prezioso per la sua ricostruzione critica; ne derivano ancora le versioni aramaiche e arabe. La redazione di S è più diffusa nel racconto, di un dettato più volgare, di colorito più semitico; quella di BA è più succinta e di migliore grecità. Il Rahlù, Septuaginta, I (Stoccarda 1935), nella stessa pagina pone in alto la forma BA e in basso la S. Quale delle due stia più vicino all'originale è gran discordia tra i critici. Degli esegeti cattolici più recenti, Galdos ([V. BIBLICA.] p. 40) preferisce B; Miller ([V. BIBLICA.] p. 21 sg.) e Vaccari (che ne dà la traduzione in bella veste italiana) preferiscono S; quest'ultima è la tendenza prevalente. Nella Volgata tutto il racconto fin dall'inizio è in 3ª persona, mentre nel greco il preambolo

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TOBIA - L'Arcangelo e Tobiolo. Pala marmorea di G. Baratta (1670-1747) - Firenze, Chiesa di S. Spirito.
(1,1-2,6) è in 1ª persona; nella Volgata è più abbondante l'elemento parenetico, nel greco il biografico. Per quanto la Volgata in Tob. abbia particolare valore, essa trasmette meno pura che il greco la fonte originale (Vaccari; A. Clamer [V. BIBLICA.], p. 397 sg.). La 3ª redazione, costituita da pochi manoscritti minuscoli (44, 106, 107), è secondaria e incompleta; in essa, l'inizio (1,1-6,6) appartiene alla 2ª forma come nella versione siriaca (Pēlīṭā), che solo a partire da 7,13 dà un testo quasi identico a quello della 3ª. I testi ebraici ora noti sono traduzioni d'epoca tardiva (dal sec. v al XII).

La perdita dell'originale e le divergenze testuali spesso non permettono posizioni nette nell'esegesi e nella definizione del genere letterario.

Tob. è una storia edificante, scritta per inculcare lezioni religioso-morali che sgorgano dagli eventi riferiti. Tobit si rivela esempio vivo della fedeltà integrale alle prescrizioni della Legge; le sue vicende dimostrano la provvidenza e la giustizia divine che non lasciano senza retribuzione la pietà e soprattutto la misericordia verso il prossimo israelita. Sono insegnati con insistenza il valore dell'elemosina e la pietà verso i defunti, la riconoscenza per i benefici divini, i doveri dei genitori verso i figli e reciprocamente, la retta intenzione con cui bisogna accedere al matrimonio. Dottrine strettamente religiose inculcate da Tob. sono: l'esistenza e il ministero degli angeli presso gli uomini, l'influsso nefasto degli spiriti malvagi, l'alleanza del Sinai ristrettasi dopo la scissione al solo Regno di Giuda (la scissione fu un'apostasia: 1, 5 BA) e ai più israeliti che perseverano nello jahwismo, uniti spiritualmente a Gerusalemme, la città eletta da Dio (1, 4 BA), e al casato di David (1, 4 S). A Gerusalemme Tobit si recava per il culto, secondo la prescrizione divina (1,6). Jahweh vien chiamato «nostro Dio», «nostro padre in eterno» (13, 4), «re d'Israele» (14, 9, secondo l'antica latina); ha punito Israele per le sue iniquità; ma il castigo, temporaneo e medicinale, doveva convertire e purificare il suo popolo (13, 3, 5 sgg.). La comunità che risorge in Giuda, sulla terra di Abramo (14, 5, 7 S), incentrata nel Tempio (14, 5 b), più non verrà meno, secondo i vaticini dei profeti; essa sarà santa (14, 7 S) e realizzerà il rapporto iniziatosi al Sinai:

« Il suo popolo benedirà il Signore, e il Signore esalterà il suo popolo » (14, 7 BA). Il risorto Israele è l'ultimo passo per il regno del Messia; allora tutte le genti accorreranno alla nuova Gerusalemme di zaffiri e smeraldi, dalle mura di pietre preziose, risonante di lodi all'Altissimo (13, 13-23; cf. 14, 6).

È innegabile il carattere didattico di Tob. I moderni esegeti, nel definirne il genere letterario, concordano sempre più nel ravvisarvi una narrazione a sfondo o nocciolo storico, liberamente elaborato con abbellimenti accessori il cui scopo principale e diretto è l'insegnamento delle verità suddette. Tale posizione di equilibrio tien conto degli argomenti dei fautori delle due tendenze estreme: della storicità completa, del carattere semplicemente novellistico; e particolarmente delle molteplici relazioni di Tob. con la storia di Ahlqār (v.), cui chiaramente si allude (14, 10 sg.; Ahlqār parente di Tobit: 1, 21; cf. 2, 10; 11, 19). Entrambi i libri mescolano l'elemento narrativo con il didattico, con prevalenza del primo in Tob., del secondo in Ahlqār. Ciò porterebbe a collocare i due libri nel medesimo genere letterario: la novella morale a sfondo storico. Ma a poter dare un giudizio assoluto e definitivo manca l'inconcussa base del testo originale di Tob. (Vaccari).

In tal genere letterario interessano non tanto i particolari narrativi quanto l'insegnamento inculcato. Così l'angelo che assiste in forma d'uomo, i suoi medicamenti rappresentano l'intervento divino: la fuga del demonio Asmodeo (colore popolare locale) è connessa con motivi morali (6, 16 sg.); la morte dei sette precedenti sposi di Sara era causata dal niun pensiero che si davan di Dio e dei santi scopi del matrimonio.

L'ignoto autore giudeo di Tob. scrisse dopo l'esilio (sec. IV-III a. C.). La distruzione di Ninive (612 a. C.) è ben lontana (14, 6, 16); i capp. 13-14 suppongono la distruzione di Giuda, l'esilio, il rimpatrio con la restaurazione.

Il libro di T. non è incluso nel canone giudaico; i protestanti lo relegano tra gli « apocrifi ». Ma la Chiesa cattolica, sia latina sia orientale, lo venerò sempre sin da principio come ispirato (Policarpo, Ad Phil., 10, 2 cita Tob. 4, 10; 12, 9; Erma, Pastor, mand. V, 11, 3, e sit. I, 1, 6 cita Tob. 4, 19; 5, 17; Clemente Alessandrino Stromata, I, 21, cita Tob. 4, 19 ecc.; così Origene, Cipriano) e lo pose nelle prime liste o canoni dei libri sacri (Concili di Ippona [393] e di Cartagine [397 e 419]. Innocenzo I [405], Concilio di Firenze [1441], fino alla definizione del Concilio di Trento (1546), ripetuta dal Concilio Vaticano (1870). I dubbi di alcuni Padri (localizzati nel tempo, secc. IV-V, e nello spazio, Chiese in contatto con i giudei) furono causati dalla mancanza di una lista autentica, ufficialmente definita, e dall'influsso dei giudei che escludevano Tob. dal loro canone biblico.

« Con Tob. la Chiesa ci porge a nostra istruzione un delizioso modello di prosa narrativa, pieno d'insegnamenti religiosi e morali (s. Beda)... Simile al libro di Rut per soavità di scene domestiche, Tob. lo supera per varietà e intreccio d'avvenimenti e per copia d'insegnamenti morali. Anche ci trasporta in ben più ampio teatro, svolgendo la scena fra più famiglie di Israeliti dal conquistatore assiro deportate nelle province orientali del suo vasto impero (cf. II Reg. 17, 6) » (A. Vaccari).

BIBL.: commenti più recenti: E. Kalt, Steyl 1923; J. Thackeray, Londra 1929; R. Galdos, Parigi 1930; M. Schumpp, Münster 1933; A. Herranz, Barcellona 1936; G. Bardi, Milano 1936; A. Miller, Bonn 1940; J. Straubinger, Buenos Aires 1942; G. Gollwitzer, Die Gesch. vom jungen T., Monaco 1948; A. Vaccari, La S. Bibbia, III, Firenze 1948, pp. 231-67; A. Clamer, in La Ste Bible, IV, Parigi 1940, pp. 387-480; F. Stummer, Würzburg 1950; G. Priero, Torino 1953. - Studi: P. Joüon, Quelques hébraïmes du Codex Sinait. de T., in Biblica, 4 (1923), pp. 168-74; G. Priero, Il libro di T. Testi e introd., Como 1924; R. Galdos, Valor de la versión jerónima del lib. de T., in Estud. eclesia, 7 (1928), pp. 129-45; id., Historicidad del libro de T. en sus varias partes discutidas, in Estud. bibl., 6 (1947), pp. 449-480; D. De Bruyne, in Rev. bénéd., 45 (1933), p. 260 sgg.; J. Prado, La índole liter. del libro de T., in Sefarad, 9 (1947), pp. 373-94; id., Hist., enseñanzas y poesía en el libro de T., ibid., 9 (1949), pp. 27-51; R. Pautrel-M. Lefèbre, Trois textes de T.

sur Raphaël (5, 22; 3, 16 sg.; 12, 12-5), in Rech. de sc. relig., 39 (1951), pp. 115-24; J. Hennig, The book T. in liturgy, in The Irish theolog. quart., 19 (1952), pp. 84-90. Francesco Spadafora

ARCHEOLOGIA. - La scena di T., salvato dall'arcangelo Raffaele mentre era in pericolo di essere divorato da un pesce, fu accolta nel repertorio dell'iconografia cristiana piuttosto tardi, e per poche volte. I tre elementi dell'episodio, T., il pesce e l'angelo, rappresentano l'anima del defunto nel suo viaggio verso l'eternità, insidiata dal demonio e salvata in tempo, grazie all'intervento divino per mezzo del suo messaggero. Un altro significato vogliono esprimere le interiori del pesce, quando sono rappresentate: la guarigione del vecchio T. (il padre) assume il simbolo della Grazia santificante. Si noti che, mentre le fonti più antiche sono mute, non mancano testimonianze di scrittori più recenti a corroborare tale interpretazione, come Ottato di Milevi, il quale nel pesce riconosce Cristo (De schismate donatistarum, 3, 2; PL 11, 991).

Il Wilpert (Pitture, p. 50) ha il merito di aver individuato la scena. Quando nel cubicolo III di Domitilla il pittore raffigurò per la prima volta in una lunetta del soffitto T. nudo con il pesce nella destra e il pedum nell'altra mano (la figura fu asportata, ma si hanno le copie; cf. Wilpert, op. cit., p. 355), l'artista dovette accorgersi di aver creato una figurazione facilmente confondibile con l'altra notissima del Buon Pastore. E infatti nel sec. IV, mentre sulla volta di un arcosolio di Trasone (Wilpert, op. cit., tav. 164, 2) l'artista, effigando T., trovò il modo di distinguere rappresentando un pesce pendente da un ramo, in un'altra rappresentazione, l'ultima che si conosce, nella catacomba sotto la vigna Massimo (Wilpert, op. cit., tav. 212) s'incontra T. cinto del solo ventrale con un ramo sulla spalla, il pesce nella sua destra e l'angelo in tunica e pallio, distinto da una svastica (immagine di Cristo).

Penuria maggiore di esempi - e sempre tardi - esiste nel campo delle figurazioni plastiche; ma, come spesso accade, queste sono più complete e aderenti all'episodio che illustrano. Nell'unico sarcofago conosciuto dal Wilpert (Sarcofagi, tav. 65, 5), quello di Mas-d'Aire, i particolari della scena (T. che estrae dal pesce il cuore, il fegato e il fiele, che libereranno Sara e guariranno la cecità di suo padre) esprimono esattamente gli elementi determinanti del racconto in una sintesi felice. Un secondo sarcofago con questa scena venne alla luce nel 1939 in una « forma », scoperta nella navata sinistra di S. Sebastiano (L. De Bruyne, Sarcofago cristiano con nuovi temi iconografici scoperto a S. Sebastiano sulla Via Appia, in Riv. di archeol. crist., 16 [1939], pp. 262-63, fig. 7): l'angelo in tunica e pallio addita significativamente gli occhi del giovinetto che tiene il pesce appena preso. La scena sul sarcofago di Verona pubblicato dal Maffei (Verona illustrata, parte 3ª, Verona 1732, coll. 53-54; cf. Wilpert, Sarcofagi, tav. 150, 2) di cui ancora si dubita se voglia o no rappresentare T., è da assegnare al ciclo dei profeti. Si conoscono inoltre due lampade, una pubblicata dal De Rossi (in Bull. d'archeol. crist., 4ª serie, 3 [1884], p. 127), l'altra segnalata da E. De Blant (Les sarcophages chrétiens de la Gaule, Parigi 1886, p. 99, n. 7) ma rimasta inedita; vari fondi di coppe vitree (R. Garrucci, Vetri ornati con figure in oro, 3ª ed., Roma 1874, tav. 3, nn. 4-5-6; tav. 6, n. 10) e una patera di bronzo mostrata dal p. Marchi al Martigny, ma non pubblicata. Per le raffigurazioni posteriori di T.

V. voce: RAFFAELE

Vedi tav. XX.

BIBL.: Wilpert, Pitture, pp. 354-56; id., Sarcofagi, pp. 270-71 e passim: H. Leclercq, s. V. in DACL, fasc. 172-73, coll. 2018-20. Pasquale Testini
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“TOBIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), p. 132. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/tobia.