TORLONIA, CARLO. - N. a Roma il 18 dic. 1798, m. ivi il 31 dic. 1847.
Secondogenito di Giovanni Raimondo, il noto finanziare che assicurò le fortune di casa T., don Carlo - al pari del maggior fratello don Marino jr. - lasciò la ge-

(fot. del Museo)
Il fratello cadetto ALESSANDRO, n. a Roma il 7 giugno 1809, m. ivi il 7 febbr. 1886, subentrò al padre (1829) nella direzione del Banco che aveva dato ricchezza e lustro alla famiglia. Per rinunzia dei fratelli maggiori assunse anche il titolo paterno di principe di Civitella-Cesi e venne considerato il capo della casata. Uomo di rara attività e di larghissime iniziative, non solamente fece prosperare il suo Banco, ma tutte le altre imprese agricole, industriali e commerciali a cui diè mano, fra le quali la Regia dei tabacchi nel Regno di Napoli e nello Stato pontificio, così da accumulare ricchezze addirittura portentose per l'epoca. Considerato una delle persone più doviziose d'Europa, fu larghissimo di donazioni benefiche, mecenate di rara munificenza (tra l'altro, provvede a proprie spese al completo restauro della chiesa del Gesù e di molti altri templi romani) e raccolse nel sontuoso palazzo - oggi distrutto - di Piazza Venezia una delle più co-
spicue collezioni artistiche del primo Ottocento. Altre insigni raccolte, prevalentemente archeologiche, sistemò nelle sue dimore in Borgo, alla Lungara e nella Villa già Albani a Via Salaria. Le cronache romane del secolo scorso sono piene di notizie sulla sua vita e sulle feste che egli offriva con l'intervento di sovrani, principi reali, cardinali e dei più bei nomi dell'aristocrazia europea.
Condusse in moglie la principessa Teresa Colonna e ne ebbe due figlie, di cui Anna Maria sposò don Giulio Borghese, che assunse il cognome di T. allo scopo di perpetuare il titolo principesco del Fucino. T. ottenne infatti questo titolo da Vittorio Emanuele II dopo che ebbe eseguito, con opera titanica, il prosciugamento dell'omonimo lago abruzzese, ricavandone estesissime tenute subito poste a cultura intensiva. L'impresa, che durò dal 1854 al 1875, costò al T. oltre 34 milioni e rese coltivabili oltre 16 mila ettari. Per attendere all'opera colossale, il T. cedé tutte le proprie imprese ad altri (il Banco, nel 1862, al noto storico Giuseppe Spada [v.]), deciso a riuscire là dove tanti tentativi erano falliti, a cominciare da quello dell'imperatore Claudio, che pur disponeva delle risorse dell'orbe romano.
Il T. non prese parte attiva alla politica del suo tempo; rifiutò nel 1848 la nomina a membro dell'Alto Consiglio da parte di Pio IX; e se l'anno successivo, durante la Repubblica mazziniana, consentì a sedere nel Consiglio comunale di Roma, lo fece unicamente per impedire con la propria autorità eventuali dilapidazioni del pubblico denaro, tanto è vero che non gli vennero meno, a restaurazione avvenuta, la fiducia e la stima del Pontefice.
Renzo U. Montini