VALDÉS, Juan de. - Letterato e scrittore spagnolo, figlio di un Ferdinando e fratello di Alfonso (m. nel 1532) che fu segretario imperiale ed autore di due dialoghi, n. a Cuenca verso la fine del Quattrocento, m. a Napoli ai primi di 1541.
Servi in alcune corti di signori spagnoli, studiò diritto e scienze sacre e subì da un lato l'influsso di Erasmo di Rotterdam e dall'altro quello degli alumbrados. Nel 1529 uscì anonimo il suo Dialogo de doctrina christiana, che pur non urtando apertamente contro l'ortodossia, provocò un processo contro l'autore. Lo si trova a Roma verso il 1530 quale camerarius di Clemente VII ed insieme segretario imperiale. « Archivaro » di Napoli nel dic. 1532, lasciò Roma solo dopo la morte di Clemente VII, e pose stabile dimora a Napoli nel 1535 dove, pur lasciato l'ufficio di archivario, ebbe uffici ed incarichi dal governo spagnolo e mantenne relazione con i ministri di Carlo V. Qui nel 1535-36 compose il Dialogo de la lengua, insigne documento per la storia della lingua e della letteratura spagnola. Particolare importanza nella vita religiosa del tempo fu l'influsso ch'egli esercitò su un gruppo di intellettuali a cominciare da Giulia Gonzaga vedova di Vespasiano Colonna. Per lei compose il dialogo l'Alfabeto cristiano conservato nella traduzione italiana di Marco Antonio Magno, e commenti sulle lettere ai Corinti, ai Romani, sul Vangelo di S. Matteo, una traduzione ed un commento ai Salmi. Si hanno inoltre di lui Le cento e dieci divine consi-derazioni... delle cose utili, più necessarie e più perfette della christiania professione tradotte anche in altre lingue; un catechismo: Lacte spirituale, con il quale si debbono nutrire et allevare i figliuoli dei christiani e qualche altro minore trattatello, tutte opere stampate dopo la sua morte. Oltre ad altre gentildonne si radunarono intorno al V. ecclesiastici come l'Ochino (v.) che prendeva ispirazione da lui per le prediche, VERMIGLI, PIETRO MARTIRE (v.), Pietro Antonio di Capua, arcivescovo di Otranto, il Carnesecchi, poi Marco Antonio Flaminio, Jacopo Bonfadio ed altri ancora. Pur senza rinnegare l'utilità delle buone opere, caposaldo dell'insegnamento suo era la giustificazione per la sola fede nell'applicazione dei meriti di Cristo senza bisogno del Sacramento della Penitenza per la remissione dei peccati; e pur nell'esperienza professione del cattolicesimo, veniva a rinunziare al dovere di appartenere alla Chiesa, e a dubitare del Purgatorio. Era in fondo un luteranesimo blando nella forma che si adottava e che ebbe fortuna anche fuori di Napoli per una certa unzione di maggiore pietà interiore in confronto con la decadenza del costume ecclesiastico. Il V. si trovò presto in contrasto con i primi Teatini stabilitisi a Napoli in quegli anni e morì senza essere stato condannato dalla Chiesa. Era stato, come il Carnesecchi, aspro nemico dei Farnesi.