VENEZIA

VENEZIA - Salone della scuola grande di S. Giovanni Evangelista. Pareti e soffitto con tele ed affreschi dei secc. XVI-XVII; sull'altare statua di S. Giovanni, di G. M. Morlatter (sec. XVIII).
VENEZIA - Salone della scuola grande di S. Giovanni Evangelista. Pareti e soffitto con tele ed affreschi dei secc. XVI-XVII; sull'altare statua di S. Giovanni, di G. M. Morlatter (sec. XVIII).

la Cronaca del diacono Giovanni sulla fine del sec. X a. (cf. G. Monticolo, La Cronaca del diac. Giovanni, Perugia 1890). Cronache precedenti non sono che aridi elenchi più o meno attendibili (G. Monticolo, Cronache veneziane antichissime, Roma 1890); il cosiddetto Chronicon Alitinate (ed. MGH, Script., XIV, pp. 1-69) non è che una farragine di diversa origine ed età, di autorità ben limitata. Su questi dati incerti compilò la sua storia Andrea Dandolo, poi doge, la cui autorità comincia con i tempi suoi (sec. XIV; ed. RIS, XII, 1). Marin Sanudo (v. 1), con la sua vita dei Dogi (ibid., XXII, 1) sino alla fine del sec. XV, quando incominciano i suoi famosi Diarii che giungono sino al 1533. Contemporanei a quelli del Sanudo sono i Diarii veneziani di G. Priuli (RIS, XXIV, II, III, 1). Sul finire del sec. XV l'umanista M. Antonio Sabellico compilò una storia di V. in latino a carattere umanista cui tennero poi dietro quelle di Pietro Bembo. Paolo Paruta ed altri a carattere ufficiale, sinché con il sec. XVIII incominciarono gli studi a carattere erudito del Filiasi, del Galliccioli e di altri; si giunse così alla grande opera d'insieme ancora utile: S. Romanin, Stor. document. di V., 10 voll., Venezia 1842-78, poi ristampata. Seguirono le indagini critiche sul periodo delle origini: A. Gröber, Gesch. Venedig bis 1084, Graz 1872, trad. II. di P. Pinton, 1876-78; H. Kretschmayr, Gesch. von Venedig., 2 voll., Gotha 1905-20; W. Lenel, Venetianische-histor. Studien, Strasburgo 1911; R. Cessi, V. ducale, 2 voll., Padova 1928-1931; id., Le republ. di V. e il problema Adriatico, Napoli 1953. Nello stesso libro le storie delle maggiori famiglie e le indagini su periodi episcopali particolari della storia veneziana dovute al Barozzi, al Fulmin, al Della Santa, al Giorno, al Cessi ed altri molti. Buoni compendi quelli di R. Fulin, Breve sommario di stor. ven., Venezia 1914; Ch. Diehl, Une république patricienne, Venise, Parigi 1915; E. Musat, Stor. di V., 2 voll., Milano 1919; A. Battistella, La repubbl. di V. sec. di stor., Venezia 1921. Per la storia letteraria, lavori di complesso: G. Degli Agostini, Notizie istor.-crit. intorno agli scritti. venes., 2 voll., Venezia 1752-54; A. Cicogna, Iscriz. venes., 5 voll., ivi 1824-43 (opera rimasta incompleta); M. Foscari, Della letter. venes., 2 vol. di I. 1854; P. S. Molmenti, La storia di V. nella vita privata, 5 vol., Bergamo s. a. Pio Paschini.

II. IL PATRIARCATO DI GRADO

Le origini ecclesiastiche di V. sono strettamente legate col AQUILA (v.) Grado (v.), e particolarmente di quest'ultimo, costituiti in seguito Tre Capitoli (v.). L'estinzione di quello scisma (fine del sec. VII) non restituì l'unità e il patriarcato di Grado continuò ad esistere nonostante ripetuti tentativi, legali ed anche violenti, da parte di Aquileia. A Grado obbedivano le comunità costituite lungo il litorale e nelle isole del golfo, quando V. ancora non esisteva; quando poi il centro abitato formatosi a Rialto ebbe preso forza ed importanza politica, il patriarca, che veniva scelto costantemente fra le prime famiglie veneziane, preferì abitarvi, causa anche il progressivo decadere di Grado e le mire dominatrici del patriarca-principe di Aquileia. Così il patriarca Vitale IV Candiano (m. nel 1018) fa-ceva soggiorno in V., presso la chiesa di S. Silvestro, data in giurisdizione al patriarca di Grado fin dal 989; senza per questo trasferirvi ufficialmente la sede. Il patriarca Enrico Dandolo (1131-86), costretto a riparare a V. per l'invasione di Ulderico II patriarca d'Aquileia, vi edificò il Palazzo patriarcale, dietro la chiesa di S. Silvestro; palazzo che poi il papa Bonifacio VIII (1294-1303) rese indipendente dalla giurisdizione del vescovo di Castello. Il doge Vitale Micheli II (1156-1172) ricuperò ben tosto Grado, ma lo stesso patriarca Dandolo ottenne nel 1177 da Alessandro III di trasferire la residenza a V. Curia, i tribunali e la ordinaria giurisdizione diocesana, oltre che sulla parrocchia di S. Silvestro, anche su quelle di S. Giacomo dell'Orio. S. Martino, S. Cassiano, S. Matteo di Rialto, S. Bartolomeo, e sui monasteri di S. Maria dei Crociferi e di S. Clemente in isola. Erano facili le interferenze e le contese fra le due autorità, una metropolita e l'altra suffragana, esistenti nella stessa città o per questioni di diritti, forse non bene determinati, o per le mire di qualche patriarca di allargare sempre più entro V. DIOCESI, o per la indisciplina di ecclesiastici che si dichiaravano dipendenti ora dall'uno ora dall'altro, per non dipendere da alcuno. È vero che lo stesso Alessandro III scriveva il 21 gen. 1178 al doge Sebastiano Ziani esortandolo a volersi prestare affinché la sede patriarcale di Grado fosse trasferita a V.; ma il 31 apr. moriva il doge e non se ne parlò più.

Morto nel 1451 il patriarca di Grado, Domenico VI Micheli, Niccolò V, con la bolla Regis Aeterni dell'8 ott. 1451, soppresse il vescovato di Castello (Venezia) ed il patriarcato di Grado; unì le loro rendite, diritti, privilegi, oneri, giurisdizioni e costituì il patriarcato di V., Lorenzo Giustiniani (v.), ultimo vescovo di Castello. La provincia ecclesiastica gradense, con i vescovi suffraganei, fu eretta in provincia patriarcale della Chiesa di V. Il 23 dic. la bolla ebbe esecuzione nella cattedrale di S. Pietro di Castello, e ne risultò così il patriarcato di V. che estendeva la sua giurisdizione diocesana sopra tutte le parrocchie della città (ad eccezione di S. Marco che si reggeva come abbazia nullius), sulle parrocchie di Grado e di Latisana, sulla forania del Campardo (Conegliano) che in seguito sarà costituita da sei parrocchie (S. Giovanni Battista di Fior di sopra; S. Lorenzo di Pianzano; S. Vendemiano; S. Martino di Bibano; S. Pietro di Zoppé; S. Giustina di Fior di sotto), sulla curazia di S. Martino di Torre di Mosto, unica superstite della soppressa diocesi di Era-clea o Cittanova, unita al patriarcato di Grado nel 1440; ed in seguito sulla parrocchia di S. Giovanni Battista di Jesolo, risorta dalle rovine dell'antica diocesi di Equilio, soppressa ed unita al patriarcato di V. nel 1466; e sulla parrocchia di S. Giovanni Battista di Gambarare, antica terra dell'abbazia di S. Ilario. La giurisdizione metropolitana si estendeva sulle diocesi della V. martirita (Caorle, Torcello, Chioggia). Eredità ancora il patriarcato di V. ARA, con le sue suffragane di Veglia, Ossero, Arbe, che Adriano IV, con breve del 22 febbr. 1155, aveva assoggettato al patriarca di Grado; giurisdizione sempre confermata dai Pontefici e sempre combattuta dai zaratini; finché col patriarca Gianfranco Morosini (1644) si giudicò migliore consiglio conservare di tale supremazia almeno il solo titolo.

III. LA DIOCESI DI OLIVOLO O CASTELLO

Si vuole che nel 421 sorgessero a Rialto le prime case e la prima chiesa, soggette nello spirituale al vescovo di Padova che trovava, di quando in quando, rifugio nell'isola marittima di Malamocco. Si arrivò in ogni modo nel sec. VIII ad una comunità di venticinque isole con le rispettive chiese. Stabilitosi a Rialto il Castello ducale, presso la chiesa di S. Teodoro, allora patrono principale della nascente comunità, approdato da Alessandria, nell'828, le reliquie di s. Marco, si votò l'erezione di una sontuosa basilica in onore del Santo evangelista, che divenne il patrono principale e, col suo leone, simbolo vivente di V. Oscure sono invece le vere origini del vescovato di Olivolo che aveva la sua giurisdizione sulle isole ed

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(ftet. Giacometti)
Venezia - Salone della scuola grande di S. Giovanni Evangelista. Pareti e soffitto con tele ed affreschi dei secc. xvı-xvII; sull'altare statua di S. Giovanni, di G. M. Morlauer (sec. xvili).

il suo centro più verso il mare con la Cattedrale dedicata a s. Pietro ed il battistero al Battista; col 1091 mutò il nome in quello di vescovato di Castello. Non ostante sommose e ribellioni di diversa natura, nel corso dei secoli sorsero nuove chiese, conventi, monasteri, ospedali, opere pie. Fino al 1450 erano già sorte centoquaranta chiese (delle quali sei più non esistevano); senza tener conto delle ricostruzioni che salirono a ben cinquanta nel solo sec. XII.
Le isole realtime, ormai tutte regolate ed unite da ponti, costituivano la città di V., divisa in settanta contrade (parrocchie) con le rispettive chiese, quasi tutte collegiate, unite in cinque gruppi col titolo di filiali con a capo la chiesa collegiata (parrocchiale matrice o battesimale). Il movimento monastico, iniziato con i Benedettini nell'800, e forse prima, e con le Benedettine nel 727, si fa rapido dopo il Mille; e nel 1450 si trovano ventisette Ordini religiosi con quarantaneve case (19 femminili e 30 maschili) e rispettiva chiesa: Benedettine (9), Benedettini (3), Camaldo-lesi (1), Canonici Regolari di S. Antonio di Vienna (1), Canonici Regolari di S. Spirito (1), Canonici Regolari Lateranensi del S. Molavatore di Lucca (1); Canonici secolari di S. Giorgio in Alga (1), Carmelitani della primitiva osservanza (1), Cavalieri di S. Giovanni (1), Cavalieri Teutonici (1), Certosini (1), Cistercensi (1), Crociferi (1), Domenicane (1), Domenicani (2), Eremitane di S. Agostino (7), Eremitani di S. Agostino (1), Eremitani di S. Girolamo di Fiesole (1), Eremitani agostiniani di Monte Orto (1), Eremiti di S. Girolamo (1), Francescane Clarisse (1), Frati Minori (3), Gesuiti (1), Olivetani (1), Servi di Maria (2), Umiliati (1). Dodici ospedali, di cui sette con chiesa propria ed altre chiese non parrocchiali completano la corona di centotrentaquattro chiese che ornavano V. alla metà del sec. XIV; tutte ricche d'arte e di preziose reliquie portate, in gran parte, dall'Oriente. Primeggiava la basilica di S. Marco, ricostruita nel 1063 nella sua forma definitiva. Essa divenne tosto la cappella ducale col suo primicerio ed il suo clero. Nel 1071 si cominciò ad onorarla di opere musee e di preziosi marmi trasportati dall'Oriente, e fu solennemente consacrata l'8 ott. 1094, nel quale anno si scoprì miracolosamente (25 giugno) il corpo di s. Marco del quale si era perduta ogni traccia. Nel 1053 il ponte-fice Leone IX passava per V., di ritorno dalla Germania; dopo la sua morte una chiesa parrocchiale sarà dedicata al suo nome. Nel 1177 Alessandro III si incontrò a V. con il Barbarossa. Non manca qualche contrasto fra la Repubblica ed il Papato, ma le questioni non toccano mai la religione (interdetto del 1309-13 in occasione della guerra per Ferrara). La serie dei suoi vescovi, salvo trascurabili eccezioni, è una serie di santi pastori. Uno, Angelo Correr, cinse il trigesimo col nome di Gregorio XII (1406-16); l'ultimo, Lorenzo Giustiniani (v.), salì agli onori degli altari. V. ha i suoi santi anche fra i fedeli. Il santo doge Pietro Orseolo I (v.) che nel 978 lasciò il dogado per condurre vita solitaria e penitente, m. il 10 genn. 997; s. Gerardo Sagredo (v. GERARDO DI CSANÀD, SANTO); b. Pietro Acatanto, padre dei poveri, mendico per amore di Dio, m. il 26 ag. 1187; b. SALOMONE (v.), domenicano, m. il 31 maggio 1314. Un altro veneziano (Gabriele Condulmer) diveniva papa col nome di Eugenio IV (1431-47) quando Lorenzo Giustiniani saliva al vescovato di Castello (1433) ed in pieno Rinascimento imprimeva a V. un robusto suggello di spiritualità, per cui, nonostante le molteplici insidie, seppe resistere alla propaganda protestante. Il Concilio di Trento viene accettato in pieno nello stesso anno della sua conclusione (1564).

IV. IL PATRIARCATO A VENEZIA

Dalla metà del '400 alla seconda metà del '700 continua il ritmo di erezioni
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VENEZIA - La basilica di S. Marco illuminata per l'esecuzione dell'oratorio - La Resurrezione di Cristo - di Lorenzo Perosi, durante l'Anno Santo 1950.

di nuove chiese (ben quarantacinque) che, unite alle preesistenti, sono modelli impareggiabili di tutti gli stili: dal bizantino al romanico, al gotico, al rinascimento, al barocco, ed in fine al neo-classico. Si sviluppano gli Ordini religiosi già di stanza a V., trovando sempre buona accoglienza quelli di nuova istituzione, come Cappuccini e Cappuccine, Carmelitani e Carmelitane scalze. Carmelitani della congregazione di Mantova, Fatebenefratelli, Filippini, Minini, Minori Riformati, Gesuiti, Mechi, Chiaristi, Somaschi, Teatini, ecc. che concorrono con nobile gara alla vita spirituale della città. Con la soppressione canonica di sette Ordini (Umiliati, 1462; Priorato veneto dei Cavalieri Teutonici, 1592; Canonici Regolari di S. Spirito e Crociferi, 1656; Canonici secolari di S. Giorgio in Alga; Eremitani di S. Girolamo di Fiesole e Gesuiti, 1668) i cui beni vengono devoluti alla Repubblica per le guerre contro i Turchi, V. conta alla metà del sec. XVIII quaranta Ordini religiosi in ottantuno case. Nella prima metà del sec. XVI dànno in città fulgido esempio di carità e fede Gian Pietro Carafa (Paolo IV) e s. Gaetano Thiene; e la nobiltà veneziana dà agli altari Girolamo Emiliani (v.), m. l'8 febbr. 1537, ed il compagno ed imitatore fedele di s. Gaetano, Giovanni Marinoni (v.), m. il 13 dic. 1562. In questa età due interdetti ecclesiastici clamorosi, causati da controversie di carattere politico interruppero le relazioni pacifiche con la S. Sede: quello sotto Sisto IV nel 1483 in occasione della guerra per Ferrara, e quello del 1509 sotto Giulio II in occasione della Lega di Cambrai, che V. chiuse con la sottomissione quando s'accorse del suo errore politico. L'interdetto di Paolo V nel 1605 ebbe maggiore risonanza nella vita pubblica del tempo. Provocato da ragioni più strettamente di disciplina ecclesiastica, esso colpiva, insieme con la città, tutto il territorio soggetto in terraferma, provocando vere crisi di coscienza. Gesuiti, Cappuccini, Teatini obbedirono al Papa e furono espulsi dagli Stati veneti. Il Senato si accanì, in modo speciale, contro i Gesuiti, con un decreto di sfratto perpetuo: per quanto nel 1657 abbiano trovato la via del ritorno. Il contrasto, pericoloso sotto ogni aspetto, fu risolto grazie alla mediazione del Re di Francia. In occasione della peste del 1630, che fece nella sola città 46.536 vittime, la Repubblica votò il magnifico tempio a S. Maria della Salute. Anche questo secolo ebbe i suoi santi: Brindisi (v.), nato da famiglia veneziana (m. il 22 luglio 1619) e il ven. Gregorio Barbarigo, vescovo di Bergamo e poi di Padova (m. il 18 giugno 1697). La nobiltà veneziana continua nella luminosa scia del Giustiniani, con una serie di ventinove patriarche (l'ultimo, Lodovico Frangini, m. il 29 febbr. 1804), alcuni dei quali morti in concetto di santità, di molti vescovi e cardinali e di altri tre pontefici, Paolo II (1464-71; Pietro Barbo),

Alessandro VIII (1689-91; Pietro Ottoboni), Clemente XIII (1758-69; Carlo Rezzonico).

ARPI (v.) Micanzio (v.) in occasione dell'interdetto del 1606 e della polemica che l'accompagnava, continuò nei consultori in iure che assistettero la signoria nelle controversie ecclesiastiche favorendone le tendenze giurisdizionali. La Sede Apostolica la favorì nel finanziare la lunga guerra di Candia e quella della Morea, concedendo di rivali sul beni ecclesiastici, particolarmente dei religiosi; ma la Repubblica, seguendo la moda dilagante in tutta Europa, pretese di procedere di sua autorità avvalendosi delle teorie politico-religiose che le conferivano un diritto in questa materia; introdusse così la proibizione alle chiese di ricevere eredità testamentarie, restrizioni sulle offerte delle SS. Messe, ecc. Non contenta di questo emetteva dal 1768 in poi una serie di leggi tutte contrarie alla libertà della Chiesa. Clemente XIII protestava invano; V. ECCLESIASTICO, col pretesto che Roma non ci pensava. In realtà la Repubblica agonizzava ed aveva bisogno di denaro. Si cominciò con la riunione e soppressione di vari conventi: sette in città (Carmelitan della Congregazione di Mantova di S. Angelo della Giudecca, 1768; Canonici Regolari Lateranensi di S. Maria della Carità, 1768; Benedettini di S. Niccolò di Lido, Castello, 1771; Camaldolesi di S. Giovanni Battista della Giudecca, 1771; abbazia commendata nella benedettina di S. Gregorio, 1776; Cistercensi di S. Cristoforo, 1787), ma ben più di trecento nello Stato. È la fine della Repubblica. V., che per undici secoli non aveva veduto piede straniero, dovette assistere alla sfilata delle armate repubblicane francesi, proprio nel suo cuore, nella magnifica Piazza di S. Marco (16 maggio 1797). Il governo provvisorio fu la prima tempesta contro le istituzioni religiose. L'avvento dell'Austria, nello stesso anno, dopo il Trattato di Campoformio, portò una relativa calma, e si ebbe l'elezione di Pio VII nell'isola di S. Giorgio Maggiore il 14 maggio 1800, quattro mesi dopo la morte del suo piissimo patriarca, Federico Maria Giovanni (10 genn. 1800). La bufera napoleonica era in pieno. Nel 1806-80 tutte le scuole, le Confraternite, le Fraterne di qualunque genere e scopo (oltre 700 soldi in V.) furono soppresse; nel 1807 furono concentrati e soppressi undici conventi e diciotto monasteri; nel 1808 le settanta parrocchie ridotte a quaranta e poi a trenta; nel 1810 soppressi anche i diciannove conventi e ventidue monasteri superstiti. Eccettuate alcune chiese, che per varie ragioni, in seguito di tempo, furono riaperte al culto, delle sessanta che furono soppresse, ora quasi tutte sono demolite! Furono esenti dalla soppressione: i Monaci Melchitaristi armeni di S. Lazzaro in isola, gli Ospedalieri di S. Servolo in isola, le Monache Basiliane (greche); le Monache Salesiane (francesi) di S. Giuseppe di Castello, S. Giorgio dei Greci, S. Giorgio degli Schiavoni, S. Croce degli Armeni, la Scuola di S. Rocco. Nel 1807 si ordinò di trasporto della sede cattedrale da S. Pietro di Castello a S. Marco con la fusione dei due Capitoli: patriarcale di S. Pietro e ducale di S. Marco, con venti beneficianti, allora viventi, che dovevano man mano scendere a quattordici. Il patriarca, con tutti i suoi uffici, dovette anch'egli portarsi a S. Marco in una provvisoria residenza, fino al 1851, quando ebbe stanza stabile nell'odierno palazzo. Nel 1815 ritornò l'Austria e bisognò pensare a ricostruire la bolla 10 maggio 1818 di Pio VII sopprimeva le diocesi di Torcello e di Caorle e le univa a V. (12 parrocchie) a cui toglieva Grado, Latisana e la forania del Campoardo (6 parrocchie). Così il patriarcato contava 32 parrocchie in città (comprese: Giudecca, Lido, Gambarare) e 12 nelle foranie di Caorle, Murano, Torcello. La stessa bolla assegnava come suffragane le diocesi di Adria, Belluno e Feltre, Ceneda, Chioggia, Concordia, Padova, Treviso, Verona, Vicenza, e temporaneamente Udine, sistemazione che vige tutt'ora. Dal 1819 al 1859 si riapirono tredici case religiose maschili e quindici femminili e alcune di nuova fondazione. Cominciano le congregazioni, specialmente femminili; è il momento di una intensa attività caritativa che fiorì in particolari istituzioni a pro dell'infanzia e della gioventù.

Con le vicende del 1866 V. entrava a far parte del Regno d'Italia e nel 1867 veniva applicata la legge del 7 luglio 1866. Per somma ventura, pur confinati fra le angustie di pochi locali, poterono rimanere alcuni religiosi, sotto l'egida delle cosiddette «Associazioni religiose» dalla stessa legge riconosciute; le monache rimase nei loro monasteri, pur indennizzati, fino al numero di sei e così le chiese rimase aperte per comodo dei fedeli. L'ultimo trentennio del 1800 segna un'ondata di anticlericalismo settario; ma il clero, tacciato di austriacante e di anti-italiano, lavorava invece per il bene di V. e dell'Italia. Sorge l'Istituto dei minorenni criminali voluto dal grande cuore del giovane sacerdote Carlo Coletti; l'Istituto per la gioventù femminile eretto dal parroco di Giuseppe Solsien; l'Opera dei Patronati serali e festivi fondata dai sacerdoti Giovanni B. Piemonte ed Angelo Bortoluzzi; e l'Opera dei Congressi che preparò e precorse l'attività politica dei cattolici italiani. Si giunge così alla soglia del 1900 col grande Congresso eucaristico (1897) voluto e guidato dal card. patriarca B. Giuseppe Sarto (v. Pio X). L'ultimo cinquantennio con le due guerre mondiali ricorda il card. Pietro La Fontaine ed il card. Adeodato Giovanni Piazza che salvò V. dalle minacce tedesche. Nel 1919 venne unita al patriarcato la parrocchia di S. M. Assunta di Malarmocco con l'isola di Poveglia, smembrata dalla diocesi di Chioggia; e nel 1927 undici parrocchie (fra cui Mestre), smembrate da Treviso.

BIBL.: Ughelli, V. F. Corner, Ecc. Venetae, 15 voll., Venezia 1749; id., Ecclesiae Torcellanae, 3 voll., 1749; Cappelletti, X. Eubel, I, p. 520; II, p. 260; III, p. 350; IV, p. 362; V, p. 409; C. Costantini, Aquileia e Grado, Milano 1917; P. Paschini, Storia del Friuli, 3 voll., Udine 1934; M. Petrocchi, Il tramonto della repubblica di V. e l'assolutismo illuminato, Venezia 1950. Vittorio Piva.

V. Istituti

Prima fra i più illustri istituti veneziani è certo la Biblioteca Marciana (ora nazionale): contiene un primo fondo della Repubblica, accresciuta con il lascito del card. Bussarione di 900 manoscritti in gran parte greci, vi si aggiunsero in seguito collezioni private diverse, fra le quali, nel sec. XIX, quella dei Domenicani alle Zattere, per cui divenne ricca di numerose edizioni rare, come la raccolta delle Aldine ed in particolare il celebre Breviario miniatore lasciato dal card. Domenico Grimani. Conservata dapprima presso la chiesa di S. Marco, fu trasferita nella celebre «Libreria» che il Senato fece edificare nel 1559 da Jacopo Sansovino. Fu trasferita nel 1812 in Palazzo ducale quando l'edificio fu aggiunto al Palazzo reale (Procuratie nuove). Nel 1904 passò nel locale dell'antica Zecca, opportunamente adattato, e nel 1929 ebbe anche l'antico edificio della Libreria, quando le Procuratie ebbero altra destinazione. L'Archivio di Stato, fondato nel 1815, ebbe stanza nell'antico grande convento dei Conventuali ai Frari e comprende l'Archivio della Repubblica veneziana, purtroppo danneggiato da incendi, come quello disastroso del 1571, i fondi di numerosi monasteri, convertiti, confraternite della Dominante e del dominio; fonte di primissimo ordine non solo per la storia di V. e d'Italia, ma anche per quella di altri Stati del vicino Levante e dell'Oriente. Nel 1869 Giovanni Querini-Stampalia legava alla sua città la sua Biblioteca ricca di manoscritti, cui andava unita una galleria d'arte ed un museo, da lui raccolti per conservare le memorie del passato, sottraendoli così alla dispersione.

Una ricca collezione di manoscritti veneziani (fra i quali anche quelli di C. E. Cicogna) e di monete fa parte del Civico Museo Correr, iniziato nel 1836 e che ora ha trovato posto nelle Procuratie nuove sulla piazza S. Marco. Al Museo Correr sta vicino il Museo archeologico, costituito con un primo lascito alla Repubblica del card. Domenico Grimani (m. nel 1523) e di suo nipote Giovanni patriarca. Nel Seminario patriarcale e nella sacrestia della chiesa della Salute fu sistemata nel sec. XIX la ricca Galleria e Museo Manfredini. Nel grandioso Palazzo Rezzonico fu recentemente raccolto un Museo del '700 veneziano; mentre in quello dei Pesaro trovò posto nel 1928 il Museo d'arte orientale e la Galleria d'arte moderna. Una raccolta preziosa è pure quella che il barone Franchetti mise insieme nella restaurata Ca' d'oro, che s'aggiunse alle meravigliose raccolte veneziane.

Invece nella soppressa chiesa della Carità e nel con- tiguo convento trovò posto l'Accademia delle belle arti iniziata sino dal 1750, che con le annesse gallerie costituisce un istituto artistico di prim'ordine e di eccellenti tradizioni.

Nel 1840 teneva la sua prima adunanza l'Istituto veneto di scienze lettere ed arti, che continuò poi inni- terrottamente la sua attività e pubblicò nelle sue Memorie ed Atti importantissimi contributi scientifici e ricerche storiche e letterarie. Una particolare rivista pubblica pure l'Ateneo Veneto. Nel 1871 Riccardo Fulin fondava una Società per gli studi storici, che intraprese la pubblica- zione dell'Archivio veneto (1871-90), divenuto in seguito Nuovo Archivio veneto (1891-1921), Archivio veneto tri- dentino (1922-26) poi di nuovo Archivio veneto (1927-39). Nel 1873 la Società divenne Deputazione di storia patria per la Venezia, proponendosi la pubblicazione di studi e ricerche di maggiori, di cronache, di documenti riguardanti V. e la regione veneta (va però ricordato che Trento e Trieste continuarono per proprio conto le loro pubblicazioni); notevoli in special modo gli 8 voll. di regesti de I libri commemorati della Repubblica di V., per opera di R. Predelli (1876-1913) ed il Diplomatarium veneto-levantinum di G. M. Thomas e R. Predelli (2 voll., 1880-99).

VI. ARTE

La città di V. sorge in mezzo alle acque della Laguna veneta, ad uguale distanza dalla terra ferma (alla quale oggi è unita da due lunghi ponti) e dal mare aperto (con il quale comunica attraverso porti) e che interrom- pono lo stretto cordone litoraneo).

Quando le popolazioni delle plaghe prossime al retro- terra cercarono scampo alle scorrerie barbariche e spe- cialmente all'invasione longobarda, alcune isole lagunari, fino allora misere contrade di pescatori, offrirono asilo sicuro e in breve tempo furono portate a grande floridezza (Torcello). L'autorità politica di questi immigrati, che emanava da quella dell'escara bizantino di Ravenna, in un primo tempo risiedette ad Eraclea, quindi a Mala- mocco, sul mare; località questa che si rivelò troppo esposta alle incursioni della flotta dei Franchi. La capitale fu allora (812) trasferita a Rivo Alto (Rialto) nel cuore di un de- dalo di canali, sulle rive di una larga via d'acqua (Canal Grande) che con corso sinuoso bipartisce un fitto arci- pelago di isolete. Di qui cominciò la fortuna di V., città singolarissima.

V., che misura 3800 metri di lunghezza e 2300 di larghezza, comprende oggi, nel perimetro di 11 km. 108 isolete (alle quali si aggiungono quelle di S. Giorgio Maggiore e della Giudecca), separate da 150 canali e "ri" (così si chiamano i canali minori), scarsamente pro- fondi, larghi dai quattro ai dieci metri. Il maggiore è il Canal Grande, che ha un'ampiezza che varia dai trenta ai settanta metri, e che attraversa la città, sboccando nel ba- cino di S. Marco.

Ca. 400 ponti in pietra, in ferro, e, oggi ormai rari, in legno, congiungono le opposte sponde dei canali; maestosi i tre ponti sul Canal Grande: di Rialto, degli Scalzi (in pietra), dell'Accademia (in legno). Un tempo i ponti erano in minor numero (fino al 1854 il solo Ponte di Rialto superava le acque del Canale Grande) e molto più numerosi i ri, dei quali non pochi sono stati interrati (donde il nome di Rio Terra) rendendo necessario l'uso del traghetto, anche nelle zone più in- terne della città. Nel Settecento se ne contava un cen- tinaio. Al servizio di traghetto, oggi limitato alle opposte rive del Canal Grande, è sempre adibita la "gondola", la tipica imbarcazione veneziana. Gli edifici sognano sfrut- tando al massimo lo spazio ristretto, determinando viuzze anguste (calli), senza alcuno schema urbanistico; la pianta della città ha qualche affinità di aspetto con gli empori bizantini. Non poche sono le calli morte che si chiudono improvvisamente o fanno capo sull'acqua. Talora uno stretto margine di terra (fondamenta) veniva rispettato nella fondazione degli edifici lungo i canali. La pavimen- tazione delle strade ebbe inizio solo nel 1676; il nome di "salizzada" (via silicata) ricorda la singolarità delle vie che furono selciate per prime. "Ramo" è chiamato una breve diramazione di calle. Le calli talora si allargano in piazzette dette "campi" e "campielli". Al centro di queste si trovano ancora frequenti le marmoree "vère da pozzo" di ogni epoca e stile, cioè i parapetti che come un anello (véra) recingono il bordo dei pozzi artesiani. "Corte" è detto uno spiazzo chiuso fra edifici. Sotto- portico è una calle ricavata dal corpo di un edificio. "Ruga" (come già nel basso latino), una strada di media larghezza. Il termine "piscina" ricorda bacini d'acqua riservati alla piscicoltura, oggi tutti interrati. Il nome di "piazza" si dà soltanto a quella di S. Marco, e di "piaz- zetta" alle due adiacenti, quella dei Leoncini e quella fra il Palazzo Ducale e la Libreria Marciana.

L'aspetto della città ha continuato a mutare nel corso dei secoli. Ogni stile ha lasciato la sua impronta. Un tempo incantevoli prospettive allietavano V. quando non si erano ancora affacciate sul Canal Grande le costruzioni dello scorso e del presente secolo, quando accanto alla penombra delle calli che si inseguono costrette tra case, appoggiate senza interruzione l'una all'altra, erano numerosi i giar- dini e si aprivano imprevisti spazi luminosi, L'eccesso di costruzioni spesso soffocò edifici, belli soltanto se possono respirare nello spazio e vivere di riverbero atmosferico.

Città di dolcissimi colori, di generazione in genera- zione conservò e trasmise una sensibilità cromatica che sembrò connaturata all'anima veneziana e alla città, onde si crede con facile scambio che la città stessa abbia potuto determinare il senso artistico costantemente volto al co- lore dei suoi artisti maggiori.

Ogni corrente artistica ha contribuito a dare a V. la sua specialissima fisionomia: perdendo forse ogni stile della sua genuinità e piegandosi a collaborare alla sua fantastica scenografia. Dal veneto-bizantino al gotico, dal rinascimento al barocco e al rococo, ogni stile è stato ridotto sotto una costante interpretazione coloristica, quasi mai plastica. Le murature non fanno sentire il peso e lo spessore: finestre e logge si aprono fitte sulle facciate degli edifici avidi di luce, mentre i più sottili accorgi- menti nella decorazione contribuiscono a illeggiatrice, sotto lo svarire lento e dolce del partito luminoso, anche le architetture più severe. Eccezionale quindi questa archi- tettura che sembra sottrarsi ad ogni convenuta definizione. Il rosso "veneziano" degli intonaci, dei mattoni, gli in- fissi, i bassorilievi, le bifore lavorate come trine, i rivesti- menti delle facciate intarsiati di altri marmi più preziosi, l'aggetto impercettibile delle modanature sapienti, l'effi- cacia chiaroscurale dei prospetti dell'età barocca contri- buiscono a creare la suggestione di una vicenda colori- stica, nella loro atmosferica felicità.

Anche la storia della scultura e della pittura è altret- tanto singolare, perché l'arte veneziana poté essere chia- mata pittorica per definizione.

Ogni accentuata predilezione stilistica che abbia par- venza concettuale, come per i valori lineari o per quelli tattili, qui non trovo accoglienza. Genericamente consi- derate, le arti a V. poterono apparire tutte muovere e articolarsi armonicamente nel rispetto di un unico prin- cipio: quello del colore. La città è divisa in sei circo- scrizioni, dette "sestieri" tre al di qua del Canal Grande (S. Marco, Castello, Cannaregio), e tre al di là (S. Polo, S. Croce, Dorsoduro, al quale si aggiunge l'isola della Giudecca, separata dal resto della città da un largo e profondo canale che mette in comunicazione il porto industriale di Marghera col mare). Per ogni sestiere la numerazione anagrafica è unica e progressiva, fatta ecce- zione per il quartiere moderno di S. Elena. Una serie di strade di recente costruzione, ottenute in parte con l'in- terramento dei rii, conduce dalla stazione ferroviaria a S. Salvador dove hanno inizio le Mercerie. L'arteria prin- cipale della città, che sbocca in Piazza S. Marco. Questo è il centro storico e monumentale della città. Qui sorgono il Palazzo Ducale e la chiesa di S. Marco che con le Procuratie Vecchie, quelle Nuove e l'Ala Napoleonica, chiude la celebre Piazza. La chiesa di S. Marco risale nella sua costruzione originaria all'anno 828, nel quale furono furtivamente traslati da Alessandria d'Egitto i resti di S. Marco Evangelista, il quale sostituì nella primazia il vecchio protettore s. Teodoro, mirando i veneziani ad un innalzamento del proprio prestigio nei confronti del

patriarcato di Aquileia, posto sotto la protezione di S. Ermagora, discepolo di Marco.

Dopo un primo rifacimento nel sec. x, il quale non dovette alterare le caratteristiche della prima fabbrica, fu dato mano nel 1063 ad una più vasta costruzione per la quale fu adottato uno schema a pianta centrale a croce greca sormontata da cinque cupole e minori calotte, col piedicore circondato da esonartee: schema che si ritiene ideato da Antemio di Tralle, l'architetto giustiniano che in Costantinopoli aveva eretto la chiesa dei SS. Apostoli, pur essa, come S. Marco cappella palatina e non chiesa cattedrale. Subito la nuova Basilica cominciò a venir decorata con specchi marmorei, pavimenti a musaico, sculture che vanno dai bassorilievi con infissi bizzantini, all'arco romano del portale centrale sino al coronamento gotico «fiammeggiante» del primo '400.

Le cupole furono coperte con rivestimenti in piombo, di profilo moresco. Ma S. Marco deve la sua famosa soprattutto ai musaici che, su un continuo fondo d'oro, ne rivestono completamente l'interno. Dal 1071 varie maestranze si susseguirono in quest'opera paziente, sicché ogni secolo lasciò la sua impronta. Anche tra i musaici più antichi (secc. XI-XII) sono ravvisabili differenze di stile, dovute in parte alle epoche e in parte alla diversa tendenza artistica delle maestranze, provenienti forse da Ravenna, da Roma, da Costantinopoli, prima che si formasse una vera e propria scuola veneziana. L'opera di decorazione musiva continuò nei secoli seguenti, e per completare lacune, e per sostituire parti deperite; con risultati tuttavia di minor fascino. Cartoni furono forniti da pittori veneziani e forestieri dal sec. XIV al XIX (M. Giambono, A. del Castagno, T. Vecellio, L. Lotto, P. Veronese, L. Bassano, P. Vecchia, G. B. Piazzetta). Inalterato rimase sempre il programma iconografico, che illustra nelle cupole la Chiesa annunciata, quella militante e quella trionfante; lungo le pareti e sotto gli archi, la vita di Gesù, di S. Marco, di S. Clemente, del Battista, mentre nell'atrio si trovano i musaici con la narrazione dell'Antico Testamento.

Il Palazzo Ducale era sede delle più elevate magistrature e dimora del doge. La sua prima costruzione in forma di castello fortificato risaliva al sec. IX. Dopo varie vicende, al principio del sec. XIV, cessate ormai le ragioni che consigliavano particolari opere di difesa, si cominciò a edificare il palazzo nel suo aspetto attuale, in stile gotico. Ad Antonio Rizzo e alla sua scuola (fine del '400) spettano le facciate rinascimentali sul cortile e sul Rio di Palazzo, e la scala dei Giganti. Una galleria pensile sulle acque (il Ponte dei Sospiri) congiunge il Palazzo Ducale a quello delle Prigioni. All'interno le varie sale sono state decorate dai più famosi pittori della scuola veneta: vi primeggiano i maestri del '500. Fra tutte le sale, splendono quelle dell'Anti-Collegio, del Collegio e del Consiglio dei Dieci, decorate da Paolo Veronese e da Jacopo Tintoretto. Una intera parete della sala del Maggior Consiglio è rivestita da uno dei più vasti dipinti del mondo, opera del Tintoretto: il Paradiso. A sinistra la piazza è chiusa dalle Procuratie Nuove (sec. XVI), al secolo precedente appartengono le Procuratie Vecchie che si elevano di fronte. Esse prendono nome dai procuratori della fabbrica di S. Marco e dai procuratori legali dei Minori che in questi palazzi avevano dimora. La Libreria Marciana che sorge di fronte al Palazzo Ducale è un'altra opera del Rinascimento (Jacopo Sansovino).

Il campanile di S. Marco che sorge all'angolo della piazza ha antichissime origini, fu completato in varie epoche e ricostruito completamente dopo il crollo del 1902, «com'era e dov'era».

Ben pochi elementi originali conservano le chiese più antiche della città; che erano di tipo ravennate a pianta basilicale. Tra le 90 chiese della città, celebri sono particolarmente quelle dei SS. Giovanni e Paolo (principio del sec. XV), vero «pantheon» delle glorie della Secondissima (costruzione in gotico veneziano che si adorano di pitture di Giambellino e di sculture di Antonio Rizzo), e quella coeva dei Frari, che conserva opere di Giambellino, di Antonio Rizzo, e di Tiziano (pala della Assunta e pala Pesaro).

Numerose le chiese gotiche minori, dal caratteristico fastigio mistilineo (S. Stefano, S. Giovanni in Bragora, Carità). Alla fine del '400, Mauro Codussi dà la facciata alla chiesa di S. Zaccaria e costruisce le chiese di S. Michele in Isola, S. Giovanni Crisostomo, S. Maria Fornosa, pittoriche invenzioni sulla base degli insegnamenti di L. B. Alberti. Nel '500 Jacopo Sansovino dà i modelli per molte chiese; appartate, splendono di particolare luce quelle dovute al Palladio: S. Giorgio Maggiore nell'isola omonima di fronte alla piazzetta, e il Redentore alla Giudecca. Al sec. XVI appartiene anche quella di S. Sebastiano, tutta decorata di pitture di Paolo Veronese.

Quale singolare fantasiosa «macchina» sorge sul Canal Grande la barocca chiesa di S. Maria della Salute, opera di Baldassare Longhena.

Al Seicento appartengono anche le facciate di S. Moisè e di S. Maria del Giglio. Nel '700, il barocco si ingentilisce e raffredda nelle chiese dei Gesuiti (pitture del Piazzetta e del Tiepolo), e di S. Stae (S. Eustachio), vera pinacoteca del '700 veneziano.

Tra le architetture religiose vanno ricordate anche quelle delle superstiti scuole di devozione: di S. Rocco, opera dello Scarpagnino, tutta decorata di pitture di Jacopo Tintoretto; e dei Carmini con soffitti di G. B.

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Tiepolo. Sulle rive del Canal Grande si affacciano palazzi che consentono di seguire gli stili dell'architettura veneziana in ogni epoca, da quelli veneto-bizantini del sec. XII (Ca' da Mosto, Ca' Loredan, Ca' Farsetti, Fondaco dei Turchi), dalle caratteristiche finestre ad arco rialzato sul piede di imposta, a quelli gotici, tra i quali risplende, oltre il Palazzo Ducale, la Ca' d'Oro.

Nel '400, Pietro Lombardo costruisce palazzi dalle facciate intarsiate di marmi policromi (Palazzo Dario), mentre Mauro Codussi rivela vero genio architettonico nel Palazzo Vendramin-Calerghi. Nel secolo seguente il Sannichelli erige il Palazzo Grimani con senso monumentale, mentre Jacopo Sansovino piega la sua maniera classica alle esigenze specifiche della tradizione veneziana (Palazzo Corner). Nel '600, Baldassare Longhena esalta il pittoricismo del Sannichelli e del Sansovino, imprimendo alle sue architetture un ritmo più vibrante e un più risentito gioco chiaroscuro (Ca' Pesaro, Ca' Rezzonico). Nel '700 Giorgio Massari dà il freddo prospetto di Palazzo Grassi. Il debole L. Santi non si rivela in grado di portare lo stile neoclassico all'altezza della precedente tradizione.

Costante fu nel corso dei secoli l'impianto della casa patrizia veneziana: un porticato che immette sull'acqua; un cortile al cui centro si trova il pozzo; ai piani superiori, in corrispondenza del porticato, il portego, specie di atrio che dissolbaglia le varie stanze. A questo tipo appartengono anche i fondaci, empori riservati alle varie nazioni straniere, come quello dei Tedeschi, probabile opera dello Scarpagnino.

Alla Galleria dell'Accademia si può seguire lo svolgimento della pittura veneziana dalle origini (Maestro Paolo) agli artisti del Quattrocento (Vittore Carpaccio, Giovanni Bellini) che della scuola pittorica diedero le premesse, a Giorgione (La Tempesta), Tiziano, Lorenzo Lotto, Titorello, Paolo Veronese, Jacopo Bassano, fino al Tiepolo, al Guardi, al Canaletto, che chiudono quella gloriosa tradizione. Anche nella Pinacoteca Querini-Stampalia sono raccolte opere per la maggior parte di maestri veneziani (Palma il Vecchio, P. Longhi). Alla Ca' d'Oro è ordinata una ricca collezione di sculture veneziane e di pitture di A. Mantegna, Cima da Conegliano, F. Guardi. Ca' Rezzonico è sede di una mostra permanente del Settecento veneziano (pitture di G. Battista e G. Domenico Tiepolo, Pietro Longhi, Rosalba Carriera; sculture di G. M. Morlaiert).

Ca' Pesaro è sede della Galleria internazionale di Arte moderna. Sono pure notevoli il Museo archeologico (con originali di scultura greca e romana), il Museo storico-navale all'Arsenale, dove sono raccolte memorie dell'offìcia gigantesca nei cui cantieri si apprestavano le opere militari della Repubblica; il Museo di Storia Naturale, dedicato alla flora e alla fauna adriatica. Vedi tavv. CXXVI-CXXIX.

Bibl.: F. Sansovino, V., città nobilissima, Venezia 1581; G. Moschini, Guida per la città di V., II, ivi 1815; P. Molmenti, La stor. di V. nella vita privata dalle orig. alla caduta della Repubblica, Bergamo 1922-25; G. Lorenzetti, V. e il suo estuario, Milano 1926; M. Muraro, V. e le sue isole, Firenze 1953.

Michelangelo Muraro

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trabbando e sul movimento commerciale dei galeoni spagnoli che andavano e venivano dall'Europa (Maracaibo, Puerto Caballo) per l'intero sec. XVII. Verso il 1728 si porrà fine a tale situazione affidando ad una compagnia guipuzcoana l'esclusività del traffico, a patto di combattere il contrabando e la pirateria effettuata da Olandesi (Curaçao) e da Inglesi (Margarita, Trinidad, Isole sotto vento). Sviluppatasi notevolmente la colonia in seguito a tali provvedimenti, si ebbe ragione di due movimenti insurrezionali provocati da proprietari fondiari e da impiegati governativi (1749, 1752), si aprì una università e si stabilì a Caracas la sede dell'arcivescovo (1803). Pur scorso di abitanti (412 mila ca. di cui 12.000 spagnoli; 100 mila spagnoli d'America; 300 mila indigeni, negri e mulatti) sparsi su una superficie di un milione e mezzo di kmq., il V. balzerà all'avanguardia per la sua attività rivoluzionaria contro l'antiquato regime coloniale ibérico. Nell'azione tendente all'indipendenza del paese si notano Francisco de Miranda, precursore della rivoluzione sudamericana (1750-1816), e Simone Bolivar (1783-1830), attuatore di essa.

L'intera storia venezuelana dal 6 maggio del 1830, quando il gen. Paez ed il Bermudez proclamarono al Congresso riunito a Valencia la separazione della regione dalla Grande Colombia e la nascita dello Stato del V., può dirsi racchiusa nella politica dei due partiti - il conservatore ed il liberale - e nell'attività di quattro statisti che, ognuno a suo modo, imposero la propria volontà alla Repubblica; in ordine di tempo essi furono: José Antonio Paez, eroe delle guerre per l'indipendenza; José Tadeo Monagas; Guzman Blanco; Juan Vincente Gomez. Attraverso la multiforme capacità di questi uomini si è svolta, per intero, la vita politica del V. fino ai giorni nostri, nei quali il potere è nelle mani di una giunta militare presieduta dal col. C. Delgado Chabaud che, sciolto il Parlamento, governa dal dic. del 1948. La peculiarità dei ricordati uomini, militari e politici a seconda che le circostanze interne imponevano, non si esplicò soltanto negli anni nei quali questi furono direttamente alla presidenza, ma si protrasse attraverso i successivi presidenti da loro fatti eleggere, imponendo al paese la loro volontà anche per il tramite di terze persone. Fra queste ultime si posero in rilievo altre personalità le quali portarono il paese verso la normalizzazione della vita interna, al riconoscimento da parte delle altre potenze, a porsi decisamente sulla via delle riforme sociali, a risanare il debito pubblico e successivamente a potenziare a fondo, valendosi di capitali esteri, lo sfruttamento del petrolio, principalmente ed incessante ricchezza della regione.

Negli anni più a noi vicini, va ricordato in special modo l'operato del Gomez: alla testa del V. dal 1908, «pressoché il letterato, ma dotato di naturale intelligenza, di astuzia, di rimarchevole senso negli affari», riuscì a mantenere la Repubblica in buone relazioni con l'estero, a liquidare favorevolmente contestazioni in Olanda, Belgio, Stati Uniti, a mantenersi neutrale durante la prima guerra mondiale, ad aderire alla Società delle Nazioni, nel 1920, a definire questioni confinanti con Columbia (1922) e Brasile (1929), a riassorbire nel 1930-35 il complesso del debito pubblico estero. Il suo successore, gen. Lopez Contreras, in carica dal 1936 al 1941, contribuì in modo rilevante alla riforma della Costituzione, rese al popolo la libertà politica, di stampa, di riunione, fu l'anima di un piano triennale per l'incremento dell'économie, della agricoltura, delle migliorie sociali. Dopo di lui divenne presidente il suo ministro della guerra, il gen. Medina Angarita, il quale ruppe le relazioni con i paesi dell'Asse, dopo l'attacco nipponico a Pearl Harbour, fornì ingenti materie prime agli Stati Uniti dai quali fu fortemente aiutato nella industrializzazione e nello sfruttamento delle riserve naturali, intensificò la lotta contro l'analfabetismo, allargò le disposizioni sulla previdenza.

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(da K. van Schamackse, Sudamerika, Bestine 1531, tav. 90)
Venezuela - Veduta di Caracas.

sociale, pose fuori legge i comunisti, sciogliendone le leghe (ma nel 1945 dovette riconoscere la legalità di tale partito).

Alla fine del 1945, obbligato il Medina a rifugiarsi negli Stati Uniti col Lopez Contreras da una sollevazione popolare, divenne presidente, dopo un breve interregno di una giunta popolare, l'economista Romulo Bethancourt. Questi, pur avendo compiuti buoni atti durante gli anni di governo, non corrispose all'attesa del paese, tanto da provocare, dopo alcuni movimenti insurrezionali, un colpo di Stato, alla fine del 1948. Da tale anno, come si è detto, il col. Chalbaud è alla testa della Repubblica.

BIBL.: R. M. Baralt y R. Diaz, *Resumen de la historia de V.,* Parigi 1841; J. Gil Fortuol, *Historia costituzional de V.,* Berlino 1909; N. Naldoni, *La guerra di corsa in America (1500-1700),* Roma 1935; H. D. Barbajelata, *Hist. de l'Amérique espagnole,* Parigi 1940.

III. EVANGELIZZAZIONE

Un primo tentativo missionario nel V. fu fatto nel 1513 dal domenicano Francisco de Cordoba, che insieme ad un fratello laico partì da Haiti verso la Costa delle Perle, all'ovest dell'Isola di Trinidad. Per colpa dei trafficanti di perle, che vendevano gli indigeni in schiavitù, il tentativo finì con il massacro dei due missionari. Un secondo tentativo, intrapreso dal 1516 al 1519 da Domenicani e Francescani, fallì parimenti dopo i primi successi a causa della caccia agli schiavi da parte degli Spagnoli e si chiuse con l'uccisione dei missionari. La medesima sorte toccò alla colonizzazione della Costa delle Perle, ideata da Bartolomeo de Las Casas.

Nel sec. XVI la colonizzazione spagnola e la missione domenicana e francescana si limitarono alla parte nordoccidentale ove sorsero forenti città come Coro e dal 1578 Caracas come sede del governo. Nel 1531 Coro fu eretta a diocesi, trasferita poi a Caracas nel 1637. Il V. orientale invece, come la regione bassa dell'interno, rimasero inesplorato. Dopo vari tentativi falliti, i Francescani riuscirono a fondare un convento nell'Isola di Trinidad, alla fine del sec. XVI. Da lì si spinsero avanti verso il delta dell'Orinoco, al principio senza successo. Solo dopo il 1656 fondarono una forente missione tra le tribù indiane in Piritù e nel corso del sec. XVIII penetrarono anche nelle regioni al sud del fiume Orinoco. Dal 1760 all'incirca le missioni dipendevano dal Collegio apostolico dei Francescani di Piritù.

I Francescani furono aiutati, dal 1650 in Cumaná, dal 1678 nella Guyana, dai Cappuccini, i quali eressero belle riduzioni. Al principio del sec. XVIII i Gesuiti fondarono alcune missioni nella regione dell'Alto Orinoco. Con la cosiddetta « Concordia » del 1734 i vari campi di azione dei Francescani, Cappuccini e Gesuiti ebbero confini ben determinati. Dopo l'espulsione dei Gesuiti nel 1767 subentrarono nelle loro missioni dell'Alto Orinoco i Francescani. Nel 1787 i Francescani resero 68 missioni con ca. 35 mila indiani cristiani, i Cappuccini, nel 1789, 30 missioni con ca. 25 mila indiani cristiani.

Fino alla fine del sec. XVIII Caracas rimase la sola diocesi; nel 1777 la gerarchia fu ampliata con l'erezione della diocesi di Merida, seguita nel 1790 da quella di Guyana. Nel 1803 Caracas fu elevata a metropoli. Durante le lotte per l'indipendenza nelle prime decadi del sec. XIX le forenti missioni francescane e cappuccine furono radicalmente distrutte. Le continue lotte contro la Chiesa nel sec. XIX non permisero la restaurazione delle missioni. È vero che nel 1862 fu stipulato un Concordato con la S. Sede e che furono erette le nuove diocesi di Calabozo nel 1863, di Zulia nel 1897, di Barquisimeto nel 1907 ed inoltre nel 1922 seguirono le diocesi di Coro, Cumaná, Valencia e S. Cristoforo, e Merida fu elevata a metropoli, ma solo nel 1918 i Cappuccini poterono tornare nella loro vecchia missione, dove nel 1922 fu eretto il vicariato apost. Caroní (v.). Nel 1943 fu loro affidato anche il nuovo vicariato apost. Machiques (v.) nel V. occidentale, dove vivono i Motiloni, feroci indiani. I Salesiani nel 1933 iniziarono la missione nella regione dell'Alto Orinoco, che nel 1932 fu eretta in prefettura apost. Nel territorio si trovano numerose tribù indiane ancora pagane.

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(per cortesia di mon. A. P. Frutaz)