VERECONDIA. - Dal latino vereor, dal quale derivava anche l'altro sostantivo italiano «vergogna»; ma fra i due derivati c'è una notevole diversità di significato che non poteva essere nella originaria verecundia latina. Si comprende pertanto che questa venisse definitiva: «timore di qualche cosa turpe la quale perciò può venire rimproverata», cioè «timore di turpitudine e di rimprovero» (Summ. Theol., 2ª-2ª, q. 144, a. 1).
Per conseguenza, conclude s. Tommaso, sebbene sia una qualche passione lodevole, non è affatto virtù. Essa infatti implica il timore del disonore e del vituperio e spesso è coscienza o sospetto di colpa e può venire sentito anche da persone viziose che a momenti provano confusione della propria svergognatezza, anche senza vera disposizione ad emendarsi: perciò non va preso sempre in
senso lodevole e buono, in quanto non tende direttamente ad evitare la colpa, quanto invece la disistima e solo indirettamente la colpa. V. invece, secondo il comune odierno significato, è quel sentimento per cui si arrossisce e si rifugge dalle cose brutte e men che oneste. pudore (v.) e come esso ha sempre senso buono; e come la pudicizia è un deliberato volere, è l'abito di osservare il senso del pudore e del conformare a questo la proprio condotta. Vizio al contrario è l'invergencia che si confonde con la svergognatezza.