Enciclopedia Cattolica vol. XII, 1954 Teologia morale Sacramenti e sacramentali

VIATICO

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VIATICO. - Dal punto di vista liturgico, il termine fu prima assunto per indicare tutti i soccorsi o conforti religiosi apprestati ai moribondi (cf. can. 13 del Conc. di Nicea [325]; can. 3 del Conc. di Orange [441]; Hefele-Leclercq, I, 436, 593; Graziano, Decr., 6-89; XXVI, q. 6); ma ben presto fu limitato ad indicare esclusivamente l'Eucaristia e, più determinatamente, la Comunione eucaristica data quale ultimo alimento ai moribondi, senza obbligo del digiuno.

I. OBBLIGO

Per legge sia divina (cf. Io. 6, 54; Summ. Theol., 3ª, q. 80, a. 11) che ecclesiastica (can. 864 § 1), urge in pericolo di morte l'obbligo grave di ricevere il v.

Il Concilio di Nicea, già citato, parla di una « legge antica e canonica » (cf. Hefele-Leclercq, I, 436). Tale è l'urgenza di questo precetto, che, per procurare il v., anche ad un solo moribondo, il sacerdote, che non ha a sua disposizione ostie consacrate, non solo può celebrare non digiuno e a qualsiasi ora del giorno o della notte, ma può anche usare, per la consacrazione, pane fermentato, se di rito latino, o pane azimo, se di rito orientale (cf. can. 851 § 2).

Questo precetto incomincia ad obbligare con l'inizio del pericolo di morte, qualunque ne sia la causa (can. 964), interna o esterna (malattia, prima di una battaglia, di un'operazione chirurgica pericolosa, di esecuzione capitale, di parto difficile). Qualora il precetto non fosse stato compiuto coscientemente, si è commesso un peccato, ma non si è tenuti a ricevere la Comunione, perché il precetto non urge più. Se non potesse essere adempiuto nello stesso pericolo di morte, l'obbligo incomincia poco prima del pericolo, ossia quando, moralmente parlando, lo stesso pericolo è prossimo, poiché in tal caso il pericolo già si inizia, e non potendosi soddisfare a tempo debito, si deve subito adempiere. Di qui, giusta la prescrizione del can. 865: « non si differisca troppo il santo v. agli infermi; e coloro che hanno cura di anime si industrino perché gli infermi lo ricevano quando sono ancora perfettamente consci di sé » (cf. Rituale Rom., tit. V, cap. 4, n. 2; tit. VI, cap. 4, n. 10).

VIATICO - <em>Viatico all'orfana</em>. Dipinto di G. Toma (1836-91) - Roma, Galleria nazionale d'Arte moderna.
VIATICO - Viatico all'orfana. Dipinto di G. Toma (1836-91) - Roma, Galleria nazionale d'Arte moderna.(fot. Gab. fot. naz.)

Il can. 864 § 2, dirime una vecchia questione (cf. s. Alfonso, Theol. mor., 1, VI, n. 285, dub. 2, ed. L. Gaudé, III, Roma 1909, p. 259 sgg.), se cioè chi ha ricevuto lo stesso giorno la Comunione di devozione sia tenuto o possa ricevere il v., e prescrive che la recezione del v. non è obbligatoria, ma sommamente consigliabile. Secondo alcuni autori moderni (Cappello, Coronata) la stessa cosa sembra che si debba ritenere, qualora la Comunione sia stata fatta pochi giorni prima che si verificasse il pericolo di morte. Durante tutto il pericolo di morte è lecito, anzi conveniente, a giudizio del confessore, ricevere, anche non digiuni, il v. in più giorni distinti ed anche quotidianamente (can. 864 § 3). Anzi il v. potrà essere lecitamente ricevuto due volte nello stesso giorno in due pericoli di morte differenti. Il v., quindi, può essere amministrato in qualsiasi giorno, non escluso il Venerdì Santo, ed anche in caso di interdetto locale, generale o particolare (cf. cann. 2270-71), ed a qualsiasi ora del giorno o della notte.

II. SOGGETTO

Ogni fedele, in pericolo di morte, è tenuto a ricevere il v. (can. 864), posto che ne sia capace e degno. Non si soddisfa all'obbligo con la Comunione sacrilega (can. 861), né si è tenuti al digiuno eucaristico (can. 864 § 3).

Anche i bambini, a rigor di termine, sono tenuti al precetto del v., anche se non sono stati ammessi alla prima Comunione, purché sappiano distinguere il Corpo di Cristo dal comune cibo e lo sappiano riverentemente adorare (can. 854 § 2). La confessione stessa non è richiesta, se il bambino non è giudicato capace di peccato. Ma se v'è sufficiente discernimento, il bambino sarà previamente e possibilmente istruito sulle verità necessarie di necessità di mezzo, ed in seguito assolto dai suoi peccati. Alla stregua dei bambini vanno considerati gli adulti che ignorano le verità della religione e si trovano in pericolo di morte. I dementi perpetui, secondo l'attuale disciplina ecclesiastica, non possono ricevere il v. Diversamente se deficienti, vecchi rimbambiti e dementi con lucidi intervalli: questi possono e devono ricevere il v. alle stesse condizioni dei bambini.

III. MINISTRO

È riservata all'Ordinario del luogo ed al parroco, nei limiti del rispettivo territorio, l'amministrazione del v., sia pubblicamente che in privato, tanto ai propri sudditi quanto ai forestieri, salvo le eccezioni previste dal diritto e salvo il caso di necessità (cann. 848-50).

Al vescovo gravemente ammalato amministrano il v. le dignità e i canonici del Capitolo cattedrale, secondo l'ordine di precedenza. A coloro che dimorano in casa religiosa l'amministra il superiore (cf. can. 848, Comm. pontif. per l'autentica interpretazione del CIC, 16 giugno 1931; AAS, 23 [1938], p. 353). In un monastero di monache l'amministra il confessore ordinario o chi ne fa le veci. Nelle religioni laicali o nelle pie case sottratte alla cura del parroco, il rispettivo cappellano; nel seminario, il rettore o chi ne fa le veci (cf. can. 848 § 1; 850; 397, n. 3; 514; 464 § 2; 1368). In caso urgente, con la licenza almeno presunta del parroco o dell'Ordinario del luogo, amministra il v. qualsiasi sacerdote, sia pubblicamente che privatamente; però chi ricevette già una prima volta il v. durante la stessa malattia può riceverlo da qualunque sacerdote senza bisogno del parroco o dell'Ordinario del luogo qualora l'amministrazione è fatta privatamente: si tratta, infatti, in questo caso di v. in senso lato; purché, però, entro i limiti e le norme indicate dai cann. 847, 849 § 1.

In caso di necessità generale (persecuzione, guerra, epidemia), se non si può trovare un sacerdote (anche se scomunicato vitando, o dopo la sentenza condannatoria o declaratoria: can. 2261 § 3) o un diacono e non si può ricorrere all'Ordinario per avere l'autorizzazione, oggi conformemente al costume primitivo della Chiesa si insegna comunemente che qualsiasi laico, presumendo la licenza, può amministrare il v., tenendo evidentemente conto della destrezza o capacità nel soggetto ministrante. A più forte ragione, in caso di necessità particolare, il laico può amministrare il v. purché non vi sia alcun pericolo di irriverenza o di profanazione.

IV. RITO

Il v. deve essere ricevuto nel proprio rito a meno che una necessità urgente non scusi (can. 866; cf. cann. 852, 851 § 2). È raccomandabile portare il v. pubblicamente con grande solennità (cf. Conc. di Würzburg del 1287; Conc. di York del 1195; S. Congreg. dei Riti, 6 febbr. 1875; 2 dic. 1903; Rituale romano, tit. V, cap. 4), a meno che non vi siano disposizioni particolari contrarie, in vista del rispetto dovuto all'Eucaristia. La formula, prescritta dal Rituale romano per l'amministrazione del v. « Accipe, frater [soror], viaticum Corporis Domini... » si usa una sola volta, durante lo stesso pericolo di morte e precisamente la prima (cf. tuttavia can. 864 § 2).

Bibliografia3 opere
BIBL.: oltre ai trattati di teol. morale e di dir. canon., cf. D. Jorio, La communion des malades, Lovanio 1933; A. Bride, Vitaique, in DThC, XV, coll. 2842-58; I. Pavic, De communione parvulorum et de initio usus rationis. Studium historico-uridicum et novissimi iuris interpretatio, Roma 1952.

Angelo Criscito

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Di Angelo Criscito

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), coll. 1353–1355.

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Criscito, Angelo. “Viatico.” In Enciclopedia Cattolica, vol. XII, coll. 1353–1355. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1954. https://azioneromana.com/it/article/viatico.

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Criscito, Angelo. “Viatico.” Enciclopedia Cattolica, vol. XII, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1954, coll. 1353–1355. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/viatico.

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