ZANELLA, Giacomo. - Sacerdote, poeta e critico, n. a Chiampo (Vicenza) il 7 sett. 1820, m. a Vicenza il 17 maggio 1888. A Vicenza fece i primi studi nel Ginnasio comunale e nel 1831 entrò nel
Seminario vescovile. Il 6 ag. 1843 venne ordinato sacerdote. Restò in Seminario, come insegnante del I classi ginnasiali per tre anni; poi, conseguita nel 1847 la laurea in filosofia presso l'Università di Padova, come professore di filosofia e lettere nelle classi liceali.
Nell'apr. 1848, in due prediche tenute nella chiesa di S. Caterina in Vicenza, insegnò anche una raccolta di poesie patriottiche. Ciò lo rese inviso all'Austria. Nel 1853 fu costretto a rinunciare all'insegnamento nel Seminario, avendo spiegato principi e sentimenti avversi al governo. Interdizione tolta solo nel 1857, quando l'arciduca Massimiliano cercò d'inaugurare un nuovo sistema di governo con intenti conciliativi. Conseguì a Padova l'abitazione all'insegnamento delle materie letterarie, lo ebbe l'ufficio di professore nei Licei di Venezia e Vicenza, nel 1863, di preside del Liceo di Padova. Dopo l'annessione del Veneto all'Italia, nel 1866, dal ministro Domenico Berti fu nominato professore ordinario di letteratura italiana all'Università di Padova. Nel 1868 pubblicò le sue poesie (Versi, Firenze 1868), che gli dettero subito una vasta popolarità. Fu poi nominato rettore magnifico, socio di varie accademie nazionali ed estere, membro effettivo del R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Senza che la scuola si cambiasse in «esercizi di predicte morali e religiose», volle e auspicò che si desse, contro il positivismo e il determinismo allora in voga, maggior posto ai valori spirituali. Dopo la morte della madre (1872), cadde in una malinconia che durò tre anni: una forma di «nevropsicosi depressiva». Ne aveva già patito nel 1850 e ne fu colto ancora nel 1879. Intanto, nel 1875, chiese ed ottenne dal ministro Borghi di essere collocato a riposo, e dal 1879 prese a soggiornare nella villetta che si era costruita presso Cavazzale, lungo l'Astichello. Li poetò sulla semplice vita agreste e attese alla composizione della Storia della lettera. (La strada della lettera (Verona 1885).)
L'operosità poetica dello Z. si svolse nel primo venticinquantino del nuovo Regno d'Italia e, letterariamente occupa quel periodo che suol dirsi del «secondo romanticismo». Tuttavia egli fu classico, nel senso tradizionale del termine. Foggio la sua educazione artistica sul lungo e amoroso studio dei classici greci, latini e italiani; con classico rigore usò i metri della poesia italiana e dei classici ebbe anche l'estetica («L'arte deve essere sempre fine, non mezzo»), anche se la sua poesia volse spesso a finalità morali e pratiche (la prima ed. completa delle Poesie è stata curata da A. Graf [Firenze 1928, 1928, 1928, 1928, 1928, 1928, 1928, 1928, 1931]).
Canto la patria avviata a nuovi destini (Il grido di Venezia, I cavalli di S. Marco, A Camillo Cavour, Ossari di S. Martino e Solferino), ma soprattutto la scienza. Lo slancio delle nuove conquiste scientifiche, di cui fu ricco il secc. XIX, venne inteso dallo Z. in tutta l'idealità del tormento che spinge l'umanità a rinnovarsi. Mentre, per opera delle dottrine darwinistiche, la scienza si poneva in contrasto con la fede, lo Z. negò il dissidio e tentò comporre poeticamente l'armonia che, congiungendo fede e scienza, cielo e terra, conforterà gli uomini a sentire, oltre gli «scoperti veri», le immutabili certezze dei «rivelati veri». Di qui nacque lo scopo scientifico: l'ode Sopra una conchiglia fossile, il suo capolavoro, che afferma i doveri incombenti, per volere di Dio, sul
l'uomo, e quella intitolata La veglia, dove il poeta ripercorre con il pensiero l'età umana e ribadisce la sua fede nel perfezionamento d'ogni creatura, e nell'esistenza di un al di là. Al medesimo ideale s'ispirano, con riferimenti storici e morali, l'Industria, Pel taglio dell'istmo di Suez, Microcosmo e telescopio, e il poemetto Milton e Galilei. Altre poesie sono ispirate dalla fede (Voci secrete, Alla Madonna di Monte Berico, Assisi, Dopo una lettura dell'Iniziazione di Cristo): esse stanno al centro del mondo spirituale dello Z., illuminano e riflettono la sua anima cristiana.
Degli ultimi anni è l'Astichello, una raccolta di 91 sonetti, virgilianamente limpidi, composti fra il 1880 e il 1887. La raccolta può ricollegarsi a quelle, di poco anteriori, di José-Maria de Heredia (Les Trophées) e del Prati (Psiche), ma, se il decoro formale rivela un gusto parnassiano della forma, lo Z. si allontana dai parnassiani per il sentimento cristiano della natura. Quella tendenza a stabilire un rapporto fra lo spettacolo naturale e il significato morale, oltre che da una conteggiosa prudenza, scaturisce soprattutto dalla rivelazione di quel senso dell'anima delle cose, già così pieno nella lezione delle parabole e degli episodi evangelici.
Particolare menzione meritano le traduzioni dalle lingue antiche e moderne (Versioni poetiche di G. Z., con prefazione di E. Romagnoli, Firenze 1921).
BIBL. A. Fogazzaro, G. Z., Napoli 1892; F. Lampetico, G. Z., Vicenza 1895; A. Bonacci-Brunamonti, G. Z., Città di Castello 1896; A. Zardo, G. Z., nella vita e nelle opere, Firenze 1905; G. Alberti, La poesia scientifica di G. Z., in Mavocco, 8 genn. 1922; A. Prearo, Classicismo e originalità nella poesia di G. Z., Vicenza 1924; C. De Lollis, Un parnassiano d'Italia, in Saggi sulla forma poetica dell'Ottocento, Bari 1929, pp. 240-67; G. Solitro, G. Z., Padova 1938; T. Franz, G. Z., Torino 1939; P. Bargellini, Pena dell'Ottocento, Brescia 1944, pp. 113-46; B. Croce, La lettera della nuova Italia, I, Bari 1947, pp. 294-313; A. Scarpa, Attualità di G. Z., Torino 1948; M. Parenti, Il cantore della «Conchiglia» (Saggio di bibl. zanelliana), Firenze 1948; M. B. Brizzo, Della poesia di Z., in Città di vita, 8 (1952), fasc. 7.
SANFREDINE (ZANFERDINI), FRANCESCO, detto Cecco da Pesaro, beato. «Eremita del Terz'ordine francescano, n. nel 1270, a Montegranaro il 5 ag. 1350.
Ca. il 1300 vestì l'abito di terziario, distribuiti i suoi beni ai poveri; indi, edificate, in luogo solitario, tre edicole in onore della Madonna, vicino ad esse si ridusse a vita eremitica, vivendo nella contemplazione. Solo una volta al mese si recava nei dintorni a mendicare il nutrimento. Dormò il suo corpo con cilici, digiuni, veglie; ebbe il dono dei miracoli e della profezia. Il suo corpo si conserva nella cattedrale di Pesaro ed il culto resogli in ogni tempo fu approvato da Pio IX il 31 marzo 1859.
ZANGERLE, ROMAN SEBASTIAN. «Vescovo, n. ad Oberkirchberg presso Ulm (Württemberg) il 20 genn. 1771, m. a Graz il 27 apr. 1848.
Benedettino nel 1788, ordinato sacerdote nel 1793, fu docente di filosofia e di esegesi biblica, nonché maestro dei novizi nell'abbazia di Wiblingen, prima di essere chiamato a professare S. Scrittura nell'Università di Salisburgo, donde passò successivamente negli Atenei di Brünn, di Praga e di Vienna, dove divenne discepolo di S. Clemente Hofbauer. Con speciale dispensa della S. Sede, sebbene fosse monaco conseguito nel 1821 la dignità di canonico della metropolitana di Vienna. Uomo di profonda cultura e di illuminato zelo apostolico, egli dedicò particolarmente le sue cure al ceto intellettuale ed ebbe la consolazione di condurre o ricondurre alla fede numerosi tra i più eletti ingegni dell'Austria del primo Ottocento, deviati dalle teorie illuministiche o liberali.
Nel 1824 mons. Z. fu nominato principe-vescovo della diocesi di Seckau e amministratore apostolico di quella di Leoben, che erano vacanti, per le interferenze giuseppine, da oltre dodici anni. Lo studioso si trasformò

Zanella, Giacomo - Ritratto, dipinto di D. Peterlin.