ZANELLA, GIACOMO

ZANELLA, GIACOMO. - Sacerdote, poeta e critico, n. a Chiampo (Vicenza) il 7 sett. 1820, m. a Vicenza il 17 maggio 1888. A Vicenza fece i primi studi nel Ginnasio comunale e nel 1831 entrò nel

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ZANELLA, GIACOMO - Ritratto, dipinto di D. Peterlin.
(da S. Rumor, Cronologia Zancillana, Vicenza 1913)
«Cinque giornate» di Milano. Compose anche una raccolta di poesie patriottiche. Ciò lo rese inviso all'Austria. Nel 1853 fu costretto a rinunciare all'insegnamento nel Seminario, avendo «spiegato principi e sentimenti avversi al governo». Interdizione tolta solo nel 1857, quando l'arciduca Massimiliano cercò d'inaugurare un nuovo sistema di governo con intenti conciliativi. Conseguita a Padova l'abilitazione all'insegnamento delle materie letterarie, lo Z. ebbe l'ufficio di professore nei Licei di Venezia e Vicenza e, nel 1863, di preside del Liceo di Padova. Dopo l'annessione del Veneto all'Italia, nel 1866, dal ministro Domenico Berti fu nominato professore ordinario di letteratura italiana all'Università di Padova. Nel 1868 pubblicò le sue poesie (Versi, Firenze 1868), che gli dettero subito una vasta popolarità. Fu poi nominato rettore magnifico, socio di varie accademie nazionali ed estere, membro effettivo del R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Senza che la scuola si cambiasse in «esercizi di prediche morali e religiose», volle e auspicò che si desse, contro il positivismo e il determinismo allora in voga, maggior posto ai valori spirituali. Dopo la morte della madre (1872), cadde in una malinconia che durò tre anni: una forma di «nevropsicosi depressiva». Ne aveva già patito nel 1850 e ne fu colto ancora nel 1870. Intanto, nel 1875, chiese ed ottenne dal ministro Bonghi di esser collocato a riposo, e dal 1879 prese a soggiornare nella villetta che si era costruita presso Cavazzale, lungo l'Astichello. Li poetò sulla semplice vita agreste e attese alla composizione della Storia della letter. ital. dalla metà del '700 ai giorni nostri (Milano 1880) e ai Paralleli letterari (Verona 1885).

L'operosità poetica dello Z. si svolse nel primo venticinquennio del nuovo Regno d'Italia e, letterariamente, occupa quel periodo che suol dirsi del «secondo romanticismo». Tuttavia egli fu classico, nel senso tradizionale del termine. Foggiò la sua educazione artistica sul lungo e amoroso studio dei classici greci, latini e italiani; con classico rigore usò i metri della poesia italiana e dei classici ebbe anche l'estetica («L'arte dev'essere sempre fine, non mezzo»), anche se la sua poesia volse spesso a finalità morali e pratiche (la prima ed completa delle Poesie è stata curata da A. Graf [Firenze 1928, rist. ivi 1933]).

Cantò la patria avviata a nuovi destini (Il grido di Venezia, I cavalli di S. Marco, A Camillo Cavour, Ossari di S. Martino e Solferino), ma soprattutto la scienza. Lo slancio delle nuove conquiste scientifiche, di cui fu ricco il sec. XIX, venne inteso dallo Z. in tutta l'idealità del tormento che spinge l'umanità a rinnovarsi. Mentre, per opera delle dottrine darwinistiche, la scienza si poneva in contrasto con la fede, lo Z. negò il dissidio e tentò comporre poeticamente l'armonia che, congiungendo fede e scienza, cielo e terra, conforterà gli uomini a sentire, oltre gli «scoperti veri», le immutabili certezze dei «rivelati veri». Di qui nacquero le sue poesie migliori: l'ode Sopra una conchiglia fossile, il suo capolavoro, che afferma i doveri incombenti, per volere di Dio, sul-

Seminario vescovile. Il 6 ag. 1843 venne ordinato sacerdote. Restò in Seminario, come insegnante delle classi ginnasiali per tre anni; poi, conseguita nel 1847 la laurea in filosofia presso l'Università di Padova, come professore di filosofia e lettere nelle classi liceali.

Nell'apr. 1848, in due prediche tenute nella chiesa di S. Caterina in Vicenza inneggiò alle

l'uomo, e quella intitolata La veglia, dove il poeta ripercorre con il pensiero l'età umane e ribadisce la sua fede nel perfezionamento d'ogni creata cosa e, e nell'esistenza di un al di là. Al medesimo ideale s'ispirano, con riferimenti storici e morali, l'Industria, Pel taglio dell'istmo di Suez, Microcosmo e telescopio, e il poemetto Milton e Galilei. Altre poesie sono ispirate dalla fede (Voci secrete, Alla Madonna di Monte Berico, Assisi, Dopo una lettura dell'Imitazione di Cristo): esse stanno al centro del mondo spirituale dello Z., illuminano e riflettono la sua anima cristiana.

Degli ultimi anni è l'Astichello, una raccolta di 91 sonetti, virgilianamente limpidi, composti fra il 1880 e il 1887. La raccolta può ricollegarsi a quelle, di poco anteriori, di José-Maria de Heredia (Les Trophées) e del Prati (Psiche), ma, se il decoro formale rivela un gusto parnassiano della forma, lo Z. si allontana dai parnassiani per il sentimento cristiano della natura. Quella tendenza a stabilire un rapporto fra lo spettacolo naturale e il significato morale, oltre che da una contegiosa prudenza, scaturisce soprattutto dalla rivelazione di quel senso dell'anima delle cose, già così pieno nella lezione delle parabole e degli episodi evangelici.

Particolare menzione meritano le traduzioni dalle lingue antiche e moderne (Versioni poetiche di G. Z., con prefazione di E. Romagnoli, Firenze 1921).

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“ZANELLA, GIACOMO.” Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), p. 1091. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/zanella-giacomo.