CATTEDRA

CATTEDRA. - Dal gr. καλθάς: sedile con dossello o schienale più o meno alto, spesso munito di cuscino. La c. poteva essere in pietra, in muratura, in tufo e perciò fissa o lignea o in vimini e quindi mobile; spesso rivestita di stoffa; nella biografia di S. Cipriano scritta dal diacono Ponzio si ricorda il sedile linteo tectum (cap. 16) e Paciano di Barcellona rammenta la sedes linteata (Ep., 2, ad Sympronianum: PL 13, 1059). La c. è privilegio del vescovo (Ep., 67, 2); può essere un attributo di dignità del docente, del giudice, del filosofo; talvolta si trova scolpita anche in alcuni cimiteri cristiani di Roma. Come attributo di dignità è dato in primo luogo a Dio Padre, a Gesù Cristo, alla Madonna, agli Apostoli, ai santi.
In c. velata è assiso Dio Padre in atto di ricevere l'offerta di Caino e Abele (Wilpert, Sarcofagi, tav. CXCI, 5 e 9). Talvolta sono assisi in c. sia Gesù Cristo che il collegio apostolico; in pitture cimiteriali si hanno esempi in Basilica, in Domitilla, in Marco e Marcellino (Wilpert, Pitture, tav. CLII; CXLVIII, 2; CLXXVII, 1-2); per pure nei sarcofagi, come ad es. in quello di Rignieux-le-Franc (v. APOSTOLI); in Domitilla oltre il Signore sono assisi anche gli apostoli Pietro e Paolo (Wilpert, Pitture, tav. CXCI); altri esempi invece mostrano assiso in c. solo il Signore (Wilpert, Pitture, tav. CXXV, 1-2; Sarcofagi, tav. XXVIII, 3; XXXIV, 2, 3; XLII, 3; XLIII, 3, 5).
Cristo docente in c. con gli evangelisti: un esempio tipico è offerto dal frammento del coperchio di sarcofago

trovato a Spoleto, oggi nel museo Lateranense (Wilpert, Sarcofagi, p. 107, fig. 52); Cristo è assiso in c. nella nave, proprio secondo il testo di s. Luca sedens docebat de nasizula turbas ( 5,4-6 ).
In pitture si ha la scena di Cristo docente tra gli evangelisti nel cimitero detto di Marco e Marcelliano (Wilpert, Pitture, tav. CLXII). Gesù Cristo in c. e martiri in vetri dorati (R. Garrucci, Vetri ornati di figure in oro, Roma 1864, tav. XIV, 4).
Cristo in c. tra santi in Callisto (Wilpert, Pitture, tav.CCXLIII, 1) e in Ponziano (ibid., tav. CCLXI); tra santi e defunti (ibid., tavv. C XXIV. XXVI).
Cristo giudice. La più espressiva scena è quella in una lastra marmorea sepolcrale nella quale è raffigurato il defunto Teodulo davanti a Cristo giudice ( δε σσ ἀ τη ς ἠ με ω̃ ν ) nel cimitero detto dei SS. Marco e Marcellino (Wilpert, Pitture, p. 434, fig. 41); altre scene di Cristo giudice in c. nelle pitture cimiteriali, in Wilpert, Pitture, tavv. LXXV, CXCVI, CCV, CCXLVII.
Madonna in c. nelle scene dell'Epifania in pitture come in Domitilla (Wilpert, Pitture, tav. CXLI), in Callisto (tav. CXLIV, 1), al Maius (cf. E. Josi, Cosmotevium narius, in Riv. di archeol. crist., 10 [1933], pp. 7-16), in Marcellino e Pietro in più esempi (il migliore in Wilpert, Pitture, tav. LX); nei sarcofagi; la c. velata, come al Laterano (Wilpert, Sarcofagi, tav. CCXXIII, 5), viminea (ibid., tavv. XXVI, CCXIX, 2 e 3; CCXXII, 2 e 7; CCXXIII, II; CCXXIV, 5); semplice c. (tavv. CCXIX, I; CCXXII, 6).
Sono in c. in vetri dorati gli apostoli Pietro e Paolo (R. Garrucci, Vetri ornati di figure in oro, Roma 1864, tav. XIV, 4).
S. Pietro è rappresentato due volte su una c. viminea nei sarcofagi cristiani.
Santi assisi in c. si trovano in pitture cimiteriali (Wilpert, Pitture, tavv. CCV, CCXLIII, 1).
In c. è il vescovo o il presbitero nella scena matrimoniale in Priscilla, nel cubicolo detto della velata (Wilpert, Pitture, tav. LXXXVI).
In c. è anche il giudice che ordina ai tre fanciulli ebrei di adorare la statua di Nabucodonosor nel cubicolo del martire Crescenzione in Priscilla (Wilpert, Pitture, tav. CXXIII); così pure il giudice assiso nel processo dei due seniori di Susanna nel reliquiario di s. Nazario (Venturi, I, pp. 446, 549-50), come in c. è rappresentato un commerciante nel sarcofago di Lambrate, oggi al ca-
stello Sforzesco di Milano (Wilpert, Sarcofagi, p. 335 e tav. CCXXXVII, 4).
Il Wilpert riconosce quali scene d'insegnamento in c. quelle su lastre marmoree rinvenute in Pretestato (Wilpert, Sarcofagi, p. 193, figg. 114 e 115). Una c. isolata in un marmo è nel cimitero di Pretestato (ibid., p. 194, fig. 116). Finalmente è in c. la madre con il bambino nel ricordato cubicolo della velata in Priscilla (Wilpert, Pitture, tav. LXXIX).
Circa la c. come attributo di docente, si ricordi

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(fol. Alinati)
Cattedra - C.-reliquiario, cosiddetta di S. Marco, in cipollino orientale con sculture dei secc. vi-viI - Venezia, tesoro di S. Marco.

Circa le c. episcopali si ricorda la c. lignea venerata come insigne reliquia presso la confessione dell'Apostolo in Vaticano. L'attuale sua forma non è certo la primitiva. I suoi rivestimenti eburnei sono relativamente tardi. Ma sembra che essa contenga avanzi d'una c. molto più antica, come si pensò quando nel 1876 fu aperta la custodia bronzea del Bernini e la sedia fu pubblicamente esposta. Un giudizio definitivo è riservato ad un ulteriore esame. La Chiesa di Gerusalemme si vantava di possedere la c. dell'apostolo Giacomo: ciò a detta di Eusebio (Hist. eccl., VII, 19). Non adoperabile invece, ma pura c.-reliquiario è quella in marmo che sta nel tesoro di S. Marco di Venezia. La cavità che vi si scorge accenna all'insediamento di una reliquia, oggi scomparsa. Gli strani rilievi che vi si scorgono (Agnus Dei sul monte, simboli degli evangelisti con ali cherubine, ecc., e poi le immagini dei quattro evangelisti in sonno, in

un tondo separabile) parlano di un lavoro d'importazione orientale del vi-viI sec. Un curioso graffito in caratteri forse orientali sul bancale non è stato finora bene spiegato. Sarebbe erroneo pensare ad un culto della c. Ciò prova che nel cristianesimo si ebbe l'idea di quel che la c. rappresenta in funzione della Chiesa; ma non ci fu adorazione della c., come poté avverarsi in antico, nell'Asia e in Grecia (v. W. Reichel, Über vorhellenische Götterkulte, Vienna 1897, pp. 3 sgg. e 88 sgg. e cf. pure certi non sempre vagliati ricollegamenti di P. Durand, Etude iconographique sur l'Etimasia, ecc., Parigi 1867). Anche quando si ebbe la reliquia di una c., il riguardo ad essa professato non sorpassò, nelle intenzioni della Chiesa, la normale venerazione.
Il posto della c. vescovile nella domus ecclesiae preteodoriana di Aquileia è segnato da un riquadro musivo trapezoidale con scarsa decorazione nel fondo del presbiterio (Anon., La Basilica di Aquileia, Bologna 1933, tavv. XVII e CV). Evidentemente vi si doveva collocare durante le sinassi una c. lignea. Più tardi, nella basiliche il posto della c. vescovile fu ordinariamente nel fondo dell'abside al mezzo dei bancali del clero ed il più delle volte in modo eminente. La basilica cimiteriale del cimitero di Domitilla sulla via Ardeatina (390-95) ha nel fondo una nicchia che segna il posto di quella c. su cui s. Gregorio Magno pronunciò una famosa omelia (Hom. in Evang., II, hom. 28 : PL 76, 1210-16; O. Marucchi, Cutac. ram., ed. postuma, Roma 1933, pp. 148-51 e 158). Il ricordo di s. Gregorio Magno connesso ad una sella curulis classica di S. Gregorio al Celio è soltanto leggendario.
Sarebbe lungo elencare le varie c. vescovili delle basiliche e delle chiese cristiane spesso ornate con muscici e pietre colorate e di smalto; c. marmoree su cui dovevano porsi cuscini; ma sembra interessante rammentare quella papale lateranense (non l'attuale, che è moderna, ma il resto di quella

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(da P. Toesca, Storia dell'arte it., I, Tarina 1887, p. 1161) Cattedra - Armatura in ferro battuto della cosiddetta c. di s. Barbato (sec. xi) - Benevento, Duomo.

medievale conservato nel chiostro). Ivi, nel primo gradino, è una figurazione degli animali demoniaci, intendendo che essi siano calcati dal Pontefice. La c. è di forma antica. C'è poi il particolare di un tabernacolo gotico al disopra. E noto che esisteva una epigrafe in versi leonini esaltante la funzione presidenziale sublime del Vicario di Cristo e la legittimità della Sede Romana. L'epigrafe terminava: "Nec debet vere nisi solus papa sedere. Et quia sublimis alii subduntur in imis" (O. Marucchi, Basiliques et églises de Rome, 2ª ed., Roma 1909, pp. 8889). I versi dovevano spettare ad una fase anteriore di tale c. (forse del sec. XI o XII).
Una grande idea di fasto bizantino è nella c. della basilica eufrasiana di Parenzo. Essa è di marmo greco. Sopra il dossale, l'intarsio forma un campo decorato a croci di madreperla; ai fianchi, due candelieri (B. Molajoli, La basilica eufrasiana di Parenzo, Parenzo 1940, p. 44). La c. che sta nel fondo del S. Vitale di Ravenna è moderna, e s'ispira al tipo di Parenzo. Un alto valore storico ha invece la c. del sec. XI che è nella cattedrale di Salerno. Sicuramente su di essa dovette sedere papa Gregorio VII (l'opera è stata bene analizzata dall'arch. A. Schiavo). Resti di una c. con sculture «barbariche» del sec. viri servirono a fasciare un sepolcro nel presbiterio dell'oratorio delle monache longobarde di Cividale del Friuli (il cosiddetto "Tempietto Longobardo"; V. in C. Cecchelli, Monumenti del Friuli, ecc., I, Cividale, Milano-Roma 1943, tav. LXII e p. 275, fig. 69). La c. episcopale della basilica di S. Clemente a Roma (sec. xit), si distingue per una larga rata nel dossale (C. Cecchelli, S. Clemente, Roma s. d., pp. 96-98 e 166). E un tipo che sarà più volte ripetuto nel basso medioevo (ad es., nella cattedrale di Anagni). E curioso che il dossale sia un marmo paleocristiano riadoperato. Ha la scritta : martyr (proviene da una dedica del tempo di papa Sìricio, 384-98). Ricchissime di lavoro "cosmatesco" le c. ad alto schienale di S. Lorenzo extra muros e di S. Balbina (A. Muñoz, Roma di Dante, Milano-Roma 1921, pp. 126-27).
Di c. episcopali mobili la più celebre (dopo la Vaticana) e, senza dubbio, la più bella, è la c. (rivestita di avori) del vescovo Massimiano di Ravenna (conservata nel locale museo Arcivescovile). Ha sulla fronte del bancale la figura del Battista e quelle degli Evangelisti, e poi ricchissime fasce decorative, una delle quali include il monogramma del vescovo. La parte anteriore del dossale e la posteriore hanno scene del cielo neotestamentario; i fianchi del bancale hanno storie di s. Giuseppe ebreo. E poi ancora ricchissima di fasce decorative. In alto sul dossale vi è un clipeo con l'immagine di N. S. Gesù Cristo. Sono state espresse varie opinioni circa i caratteri di questi avori, ma sembra veramente fondata l'idea che essi provengano da laboratori alessandrini dei primi decenni del sec. VI. Spostandosi di vari secoli, si notat che un raro esempio di sedia episcopale lignea (conservante ancora il suo cuscino) della fine del Duecento trovasi nella cattedrale di Anagni. E ad archetti gotici (A. Muñoz, op. cit., p. 327). Una sedia abbaziale romanica sta nel cenobio di Montevergine (sec. xir-xir) ma è completata con parti laterali (fig. in P. Toesca, Storia dell'arte italiana, I, Torino 1911, p. 1101). Vi si vedono intagli in legno con figure d'animali, che, pur essendo opera di artefici meridionali, s'ispirano a soggetti nordici. In ferro è la cosiddetta "c. di s. Barbato" del duomo di Benevento; si tratta di un alto seggio forse del sec. XI (P. Toesca, op. cit., p. 1103). Ancora sorpassando parecchi secoli, è da ricordare un bel mobile della fine del Cinquecento o inizi del Seicento, cioè la c. di s. Roberto Bellarmino conservata a Roma nella sagrestia di S. Maria in Via (C. Cecchelli, S. Maria in Via, Roma s. d., pp. 54-55). Ad un altro grande santo (s. Filippo

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(Int. Alinari)
Cattedra - C. episcopale con la dedica di Alfano alla Vergine (primi del sec. xili) - Roma, chiesa di S. Maria in Cosmedin.
Neri) spetta (ma è oggetto modesto) la c. che nella Chiesa Nuova in Roma serve ancora oggi per talune catechesi.

Nel Coemeterium maius di Roma (via Nomentana) si notano diverse c., talvolta ad alto schienale, tal'altra a schienale basso superiormente arrotondato, scavate nel tufo e in prossimità di tombe. Se ne son trovate anche nel cimitero di Panfilo (sulla Salaria) e altrove. Il Bosio e il Marangoni ne videro entro gli ipogei dell'Agro Verano sulla Tiburtina. Si credette che tali c. avessero funzione di mobilio liturgico; ma sta di fatto che varie circostanze le rendono inadatte. L'uso da parte di una persona adulta sembra impossibile. E anche scomparsa l'idea che si scolpissero per memoria della c. di s. Pietro. Si è quindi fatta avanti una certa analogia con monumenti funebri pagani, nel senso di un riferimento allo stato del defunto nell'oltretomba. In fondo, è pur questa la concezione che presiede al banchetto funebre. I superstiti banchettano presso la tomba avendo presente lo scomparso che cosi fruisce di refrigerio nell'al di là. E quindi un'assimilazione ed una propiziazione.
Diverse sono le rappresentazioni dei defunti in c. nell'antichità (es.: il rilievo di Chrysapha presso Sparta conservato nell'antiquarium di Berlino; il rilievo di villa Albani in Roma, ecc.). Talvolta il defunto, stando seduto, innalza il vaso della libazione, e davanti a lui sta il tavolo delle offerte (es.: rilievo ittitico da Zengirli, passato nel Kais. Friedr. Mus. di Berlino). Subselli, c. trovansi entro sepolcri (camera funebre presso Eretria in Eubea; tomba etrusca delle "Sedie e Scudi» presso Cerveteri; camera sepolcrale romana di Weiden, presso Colonia, ecc.). Talune scene cristiane con il defunto che liba stando assiso, ovvero in piedi, non differiscono dalle pagane (es.: un titulus figurato delle catacombe di Ciriaca e poi altro di Anagni proveniente da una catacomba romana). Ma qui bisogna distinguere tra il semplice mezzo espressivo e quel che è invece il contenuto spirituale. Anche Gesù disse che berrebbe vino con i suoi Apostoli nel regno del Padre suo (Mt. 26, 29) e si parla di dodici troni su cui gli Apostoli giudicherebbero le 12 tribù d'Israele
(Mt. 19, 28). Chi oscrebbe sul serio asserire che Gesù parla di banchetto reale e di troni materiali? Le tendenze pagane del popolo tradussero la beatitudine in manifestazioni materiali. Già nell'uso giudaico il banchetto funebre assume un carattere morale. Fra gli avvertimenti salutari dati da Tobia al figliuolo c'è : « poni il tuo pane ed il tuo vino sul sepolcro del giusto, ma non mangiarne insieme con i peccatori» (Tob. 4, 18). Quindi, se le c. servirono in relazione alla mensa funebre, esse vollero indicare che ivi era persona che si reputava un "giusto». La c. era il luogo del defunto sentito presente e collocato nella stessa dignità in cui si contemplava nel cielo. - Vedi Tavv. LXVI-LXVII.

Bibs.: A. Prefemo, La memoria di s. Pietro nella regione Salario-Nomentana (bac. suppl. della Römische Quartalschrift, 21 [1916], pp. 101, 125 e 130, n. 5); E. Josi, Il cimitero di Panfilo e i martiri in esso venerati, in Rivista di archaiagia cristiana, I (1924), pp. 99-104; Th. Klauser, Die Cathedra im Teyschult der heidaischen and christlichen Antike (Liturgiegeschichtliche Forschungen, 9), Münster in V. -Aschendorff 1927; O. Marucchi, Pietro e Paolo a Roma, 4ª ed. (postuma; a cura di C. Cecchelli), Torino-Roma 1934, pp. 199-206. Per la c. vescovile, cf. i materiali (non sempre accuratamente vagliati) della voce Chaire épiscopale di H. Leclercq, in DALL, III, t. col. 1972: ivi pure la voce ben trattata, di F. Cabral, Chaire de s. Pierre à Rome (Fête de la), ibid., coll. 76-90. C. diverse : per quella di s. Pietro, V. G. B. De Rossi, La c. di s. Pietro nel Vaticano e quella del cennetrio Cairiano, in Boll. di arch. christ., 1a sesta, 5 (1867), p. 33 sgg.; per quella del tesoro di S. Marco in Venezia: G. P. Secchi, La c. altessudivus di s. Marco, ecc., Venezia 1823; per la c. di Massimiano, V. C. Cecchelli, La c. di Massimiano, I, Roma 1936-44; per la statua di s. Ippolito in c., V. ora G. Bovini, in Boll. della commiss. archeol. del governoi. di Roma, 68 (1940), pp. 109-28.
Carlo Cecchelli