CATECHESI. - Insegnamento orale della re-
ligione cristiana da parte di un ministro compe-
tente della Chiesa.
Secondo il suo significato etimologico, la parola c.
(xαγχησις dal verbo xατηχέω, far pervenire la voce
dal di sopra, «far eco» o «causare un'eco»; in senso fi-
gurato: insegnare a via voce, in modo che la parola del
maestro sia come l'eco all'interrogazione del discepolo,
e la risposta del discepolo alla domanda del maestro)
evoca l'idea d'una interrogazione e d'una risposta. Tale
è la forma principale della c. fin dagli inizi: un mutuo
colloquio. In questo senso adoperano il verbo xατηχείν,
nel Nuovo Testamento, s. Luca, che compose il suo
Vangelo per far ricordare a Teofilo ciò che aveva già im-
parato dal colloquio: περὶ τὸν κατηχηθέντος (Lc. 1, 4);
designa Apollo come xατηχημένος τὴν ὁδὸν τοῦ Κυρίου
(Act. 18, 25); s. Paolo, che parla nell'adunanza (ἐκκλησίας)
per istruire (ἵνα κατηχηθῶ, I Cor. 14, 19) e vuole che
colui che è istruito (ὁ κατηχημένος) comunichi con colui
che catecizza (τὰ κατηχηθέντα, Gal. 6, 6); Rom. 2, 18
significa l'istruzione religiosa in genere. Da qui, presso
i Padri greci, l'uso della voce κατηχησής, e presso i latini della
voce catechesis per indicare o l'azione dell'insegnare, o
lo stesso insegnamento religioso, o anche il suo oggetto.
Con l'organizzazione del catecumenato cristiano, questo
termine prende un significato più deciso e più ristretto:
si applica particolarmente all'insegnamento orale che serve
alla preparazione del Battesimo, e per conseguenza,
s'indirizza soltanto ai non iniziati. Altra forma di c., ado-
perata fin dal principio, è la predica, con cui si propaga
il messaggio cristiano. L'impostazione e lo sviluppo del
tempo cambiano secondo l'uditorio: altro è per i giudei,
altro per i gentili.
SOMMARIO: I. La c. apostolica. - II. La c. postapostolica. -
III. Dall'inizio del sec. III alla metà del sec. V. - IV. Dalla fine
del sec. v a s. Gregorio Magno. - V. DE MAS. Gregorio Magno
al Concilio di Trento. - VI. Dal Concilio di Trento ai nostri
giorni. - VII. La c. nella legislazione odierna della Chiesa. VIII. La c. nelle missioni. - IX. La c. nell'archcologia cristiana.
1. La c. apostolica. - Prima che comparissero gli scritti neotestamentari (c. scritta), era già viva ed operante la c. orale, espressione autentica del magistero della Chiesa, fonte primaria della c. scritta, che s'iniziò col primo discorso di Pietro (Act. 2, 14-36) e prese rapido sviluppo a misura che la religione cristiana progrediva in estensione e profondità. In questo ministero gli Apostoli erano coadiuvati da una speciale classe di catechisti detti nei Nuovo Testamento "evangelisti" o banditori della "buona novella", ai quali si aggiungevano i "dottori" o "maestri", ossia persone insignite dallo Spirito del "dono" dell'insegnamento (cf. Act. 21,8; 8,5 sgg. 40 ; Eph. 4, 11; II Tim. 4, 5; Rom. 12,7; I Cor. 12,8: agli "evangelisti" era forse affidata la prima evangelizzazione, e ai "dottori" o "maestri" il compito di perfezionare l'istruzione, sempre alle dipendenze degli Apostoli). Nessun testo o formulario di c. apostolica ci è pervenuto. Ma i discorsi riportati negli Atti degli Apostoli ci permettono in qualche modo di ricostruirne le grandi linee (discorsi di Pietro: Act. 2, 14-40; 3, 12-26; 5, 29-32; 10, 34-43; discorsi di Paolo: Act. 13, 16-41; 17, 22-31; discorso di Stefano: Act. 7, 2-53). Soprattutto nei Vangeli sinottici si hanno il riflesso e l'espressione della c. apostolica. APOSTOLI (v.) non può risalire nella sua forma attuale, agli Apostoli, ma è apostolico il suo contenuto. Così pure la Didaché o "Dottrina dei XII Apostoli» (che non s'identifica con la "dottrina degli Apostoli", Act. 2, 42; cf. Tit. 1, 9), prezioso documento dell'età subapostolica, è un vestigio della c. morale degli Apostoli, specialmente nella prima parte (capp. 1-6), che sotto la forma delle "due vie" (cf. Mt. 7, 13 sg.) contiene le principali norme di vita cristiana, con lunghi elenchi di peccati che trovano riscontro nelle lettere apostoliche (cf. Rom. 1, 29; Gal. 5, 19 sg.; I Tim. 1, 9 sgg.; II Tim. 3, 2 sgg.).
Ii metodo della c. apostolica doveva essere quello dell'insegnamento orale ripetuto più volte, in forma semplice e pratica. L'argomento generico era la fede in Cristo e le condizioni per avere la salute. Ma tanto il metodo che l'oggetto, pur nelle linee fondamentali comuni, variavano a seconda degli uditori. Questi si dividevano anzitutto in due grandi categorie : giudei e gentili. Nella c. ai giudei era essenziale un richiamo all'economia del Vecchio Testamento e alle profezie, per mostrarne il compimento e l'avveramento in Cristo (cf. i due classici discorsi: di Pietro a Gerusalemme, Act. 2, 14-36, e di Paolo ad Antiochia di Pisidia, 13, 16-41); per i gentili invece occorreva anzitutto abbattere l'ostacolo del paga-
nesimo ed inculcare la fede in un Dio creatore e redentore (discorso di Paolo ad Atene, Act. 17, 22-31). Inoltre la c. poteva essere rivolta ad un uditorio nuovo, di gente da guadagnare alla fede, oppure a persone già iniziate (che potevano essere catecumeni o neofiti o cristiani maturi). Quindi occorre distinguere tra una c. prima e rudimentale (come, ad es., all'eunuco d'Etiopia, Act. 8, 27-38) e una c. più ampia e approfondita (cf. Act. 18, 26; s. Paolo distingue tra il lavoro di "piantare" e quello d'"innaffiare", tra il gettare le fondamenta ed il costruirvi sopra, I Cor. 3, 6-10). Tra i "primi elementi della parola di Dio" (Hebr. 5, 12) vengono elencati la penitenza e la fede in Dio, il Battesimo e la Confermazione, la resurrezione ed il giudizio finale (Hebr. 6, 1-3). Questa fede in Dio importava anche, come è ovvio, la fede in Gesù Cristo legato divino e Figlio di Dio: difatti si aveva cura di annunziare Cristo fin dal principio della c. allo scopo di impartire una conoscenza almeno sommaria della sua vita e della sua opera (cf. Act. 8, 25: 10, 36-43; al centurione Cornei liit). Attorno a questi motivi fondamentali comuni si sviluppavano ordinatamente e gradatamente tutti gli altri elementi: dogmatici, morali e storici.
Sebbene fossero molti i catechisti (Apostoli, evangelisti, dottori), tuttavia la c. primitiva aveva

un'identità fondamentale, come ne fan fede i vari discorsi negli Atti; si possono facilmente riscontrare il tema e i motivi comuni nella varietà della forma che l'improvvisazione e le circostanze suggerivano. Del resto è facile pensare che la c., sotto l'influenza degli Apostoli, si svolgesse con un certo ordine, secondo una comune linea e uno schema ben definito di dottrina (cf. Act. 2, 42 "dottrina degli Apostoli»; Rom. 6, 16 "forma di dottrina"; soprattutto La. 1, 2 fa risalire ai testi oculari, agli Apostoli, il programma della c.). In seguito poterono delinearsi, in ragione delle diverse esigenze di ambiente, particolari forme o tipi di c. (ad es., quella di Gerusalemme, rivolta particolarmente a giudei o convertiti dal giudaismo; quella di Antiochia, che doveva adattarsi alle esigenze d'un uditorio misto, giudei e gentili; e quella di Roma, con preponderanza dell'elemento gentile). Così pure si può parlare più specificatamente di c. di Pietro, di Paolo, di Giovanni, degli altri Apostoli, per riflesso della dottrina particolare contenuta nei loro scritti. Ma questi sono sviluppi, adattamenti, ramificazioni del primitivo e comune tipo di c., la cui trama ben a ragione si fa risalire all'apostolo. Pietro, sia per il posto preminente da lui tenuto tra i primi banditori della "buona novella", sia perché nei suoi discorsi sembra abbia tracciato le grandi linee della c. (cf. Act. 1, 22; 2, 22-40; 10, 36-43). E questa c. non fu il prodotto della collettività creatrice, come affermano molti razionalisti, e recentemente i fautori del "metodo della storia delle forme" (formgeschichtliche Mecliodè), ma l'espressione d'un magistero che aveva la garanzia dei testi più immediati e qualificati (Le. 1, 2; Act. 10, 41).
La c. dogmatica e morale degli Apostoli abbracciava, come si può facilmente dedurre, le principali
verità dogmatiche e norme morali sulla base dell'insegnamento di Gesù. È assai probabile che fin dall'età apostolica si sia avuto una specie di formulario che esprimesse in compendio le più elementari verità. A. Seeberg ha tentato di ricostruire partendo da I Cor. 15, 3, questo «credo» rudimentale, che comprenderebbe in sostanza i seguenti punti: Dio crea-tore di tutte le cose mandò suo Figlio, nato dalla stirpe di David, Gesù Cristo, il quale morì per noi, fu seppellito e risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture, si assise alla destra del Padre, e ritornerà sulle nubi del cielo con maestà e potenza (Der Ka-tehismus..., p. 85). Ma tale ricostruzione, che è un museo di dati frammentari e sparsi nei vari scritti del Nuovo Testamento, è soggettiva e insufficiente. Soprattutto non poteva mancare nella c. apostolica un cenno esplicito dello Spirito Santo e quindi del dogma trinitario: difatti non si conferiva il Battesimo se non a quelli che avessero anche una qualche conoscenza dello Spirito Santo (cf. Act. 19, 3); e la formula trinitaria prescritta (Mt. 28, 19) era di essenza nel Battesimo. Piuttosto sembra di poter affermare che la base di verità dogmatiche nella c. apostolica non si scostava sostanzialmente dal contenuto dell'attuale Simbolo apostolico, che fin dal sec. II si affermò dappertutto come l'espressione genuina dell'insegnamento degli Apostoli.
Ma un maggior risalto ebbe la c. storica. Difatti importava sommamente agli Apostoli far conoscere dapprima in maniera sommaria e poi in misura sempre più adeguata la persona e l'opera di Gesù, la sua dottrina, i miracoli da lui operati, i riti da lui istituiti. Nei quadri di questa c. entravano di preferenza, come si rileva dai discorsi negli Atti, i fatti della vita pubblica, «dal battesimo alla morte e Ascensione» (secondo lo schema tracciato da Pietro: Act. 1, 22), massime quelli relativi al ministero in Galilea, che offrivano il maggior numero di miracoli ed una forma di dottrina più facile e limitata. Fatti e discorsi che per la loro delicatezza e sublimità non potevano essere oggetto della c. ordinaria (come i discorsi più sublimi riportati nel IV Vangelo), appartenevano per necessità ad un insegnamento superiore.
Espressione e riflesso della c. apostolica sono i Vangeli sinottici (il IV Vangelo fa parte a sé, e la sua singolarità è dovuta all'esperienza diretta dell'apostolo Giovanni che ne è l'autore). Si sa che verso l'anno 60, al tempo della composizione del III Vangelo, esistevano già parecchie compilazioni (Lc. 1, 1 sgg.) intorno ai fatti della vita di Gesù. Tra questi scritti erano sicuramente i due primi Vangeli; gli altri sono andati perduti, perché la Chiesa se ne è disinteressata. Ma tutti, come anche il Vangelo di Luca, avevano attinto alla comune fonte, alla predicazione o c. apostolica: si fondavano cioè sulla testimonianza autentica di quelli «che fin dal principio furono testimoni oculari e ministri della parola» (Lc. 1, 2). L'importanza della c. apostolica nei Sinottici balza evidente all'occhio. Il contenuto e la trama comune dell'esposizione (comprendente la predicazione del Battista e gl'inizi della vita pubblica di Gesù, il ministero in Galilea, alcuni fatti salienti del ministero in Giudea, il racconto ben circostanziato della Passione e Resurrezione) rispecchia le grandi linee della c.; così pure i discorsi di Cristo ivi riportati sono quelli che per il loro contenuto morale e parabolico avevano più largo impiego nell'istruzione orale. Ciò che Clemente Alessandrino dice di Marco (in Eusebio, Hist. ecc., II, 15, 1-2), che per l'istanza dei Romani consegnò per iscritto «la c. fatta a viva voce» da Pietro, si deve affermare degli altri Sinottici, che cioè riportarono nei loro Vangeli i fatti e i discorsi di Gesù sulla falsariga della c., salvo le preferenze e i ritocchi che, senza alterare la sostanza, rispondevano al fine partico-lare di ciascuno.
Anche per la cosiddetta «questione sinottica» non si può trascurare il fattore della c. orale, la quale, se pur insufficiente da sola a spiegare il singolare fenomeno, fornisce tuttavia buoni elementi per avviare la soluzione. Se difatti si ammette che la c. seguiva una linea comune, secondo un tipo sostanzialmente uniforme, ma che d'altra parte da luogo a luogo, da una bocca all'altra non poteva andare immune da differenze nei dettagli e nella forma, si può in qualche modo intendere, anche prescindendo da altre considerazioni, come nei Sinottici la sostanziale concordanza non vada disgiunta dalle variazioni e divergenze nei particolari e nelle espressioni. Ma circa questa questione V. SINOTTICI, VANGELI.
II. LA C. POSTAPOSTOLICA. — Un documento prezioso dell'epoca immediatamente dopo il tempo apostolico è la Didaché, la quale nei primi sei capitoli offre un modello d'una c. indirizzata ai catecumeni prima delle Battesimo.
Indica le due vie, l'una che conduce alla vita per mezzo della pratica del doppio precetto evangelico: l'amore di Dio e del prossimo, con la regola morale: non fare agli altri ciò che tu non vuoi che sia fatto a te; l'altra, la via di morte, che si evita col non commettere i peccati che vengono elencati. Benché questa c. non parli di quello che si deve credere — si limita esclusivamente ai precetti della vita morale — non di meno suppone che alcuni abbiano manifestato il loro desiderio di rinunciare alla vita pagana e di professare la vita cristiana, e perciò suppone una conoscenza almeno rudimentale degli errori pagani e delle verità cristiane. Inoltre esibisce un modo d'istruzione primitiva, quale era in uso da tempo sia in Oriente (a Gerusalemme, Antiochia, Alessandria, Cartagine, come fanno fede le applicazioni della Didaché quali si hanno nella Lettera dello Ps. Barnaba, nelle Constitutionse Apostolorum, ecc.) che in Occidente (che ritorna nell'antica versione latina), nella Doctrina domini Severini episcopi (sec. v), nella Regola di s. Benedetto, cap. 4 (sec. vi), in Ammolitio sive praedicatorio s. Bonifatti episcopi de abrenuntianone in Baptismo, sec. VIII (ms. di Melk: DACL, II, col. 2542 sgg.), in Dittica s. Pirmini (m. prima del 754, ecc.); cf. J. Schleich, Die Apostellehre in der Liturgie der Katholischen Kirche (Friburgo 1901, p. 84 sgg., 127, 129).
Un altro aspetto della c. primitiva ci è pervenuto nel concorso insegnamento dottrinale del Simbolo, il quale, composto di frasi contenute negli scritti degli Apostoli, ebbe la sua redazione primitiva nel Credo battesimale non dopo il 1000. La formula «in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti» (Mt. 18, 19) presenta il nucleo della parte trinitaria, alla quale presto si aggiunse la parte cristologica, secondo Act. (2, 38; 8, 16; 10, 48; 19, 5). Il Credo, una volta composto, doveva essere spiegato a coloro che si presentavano come catecumeni, e perciò l'insegnamento di questa formula di fede e la sua spiegazione, sono intimamente legati all'iniziazione cristiana. Infatti in una adunanza solenne il vescovo dava il testo con un suo commento, in altre adunanze meno solenni si ripeteva il Simbolo, finché fosse perfettamente imparato a memoria, e difeso contro ogni alterazione o variante contro l'attività delle sétte dissidenti. Perciò l'essenziale della regola di fede lo si trova nei Padri apostolici, specialmente in s. Ignazio d'Antiocchia, e negli apologisti, in s. Giustino, Aristide, s. Ireneo (cf. A. Harnack, Mate-
rialien zur Geschichte und Erklärung des alten römischen Symbols aus der christlichen Literatur der zwei ersten Jahrhunderte, in A. Hahn, Bibliothek der Symbole, Breslavia 1897, pp. 364-90). Le idee principali del Simbolo che si dovevano esporre sia ai catecumeni che ai fedeli erano queste: il Messia è venuto; la sua vita terrestre, la Crocifissione, deposizione, Resurrezione ed esaltazione; egli è un vero uomo terrestre, con una madre terrestre, ed è vero Dio, Figlio di Dio; il miracolo della sua nascita rivela, il mistero della sua persona. Come un figlio d'un re ritiene la sua maestà anche nella povertà e nella servitù, così Gesù conserva le insegne della sua divinità nella sua umiliazione. La formula del simbolo orientale differiva da quello occidentale fino al Concilio di Nicea (cf. J. Kunz, Das nicaïisch-konstantinop. Symbol, Lipsia 1898). A Roma, nei primi tre secoli, la cattesimale si faceva in due lingue, greca e latina, per ragioni ovvie. Se ne ha una eco nella domanda rituale del celebrante nel giorno del Battesimo: «Qua lingua confitentur Dominum nostrum Iesum Christum?».
Le Due vie e il Credo rappresentano tutto ciò che ci resta dei temi catechetici durante i primi due secoli secondo i documenti. Per fortuna, la letteratura cristiana ci ha conservato un certo numero di scritti i quali riflettono il metodo e l'oggetto dell'insegnamento dato ai gentili per condurli alla conoscenza delle verità fondamentali cristiane, così, p. es., l'Apologia I di s. Giustino a Roma e l'Ecstazione ai Greci di Clemente d'Alessandria, le quali insistono anche presso i gentili nella divinità di Gesù, provata per l'esistenza e la realizzazione delle profezie. D'altra parte il Propertius di Clemente Alessandro invita istantemente i pagani ad abbandonare il paganesimo a ragione della sua assurdità e delle sue ignominie ed a prestare l'orecchio all'insegnamento salutare del Verbo innamorato, poiché ha avuto sempre pietà di noi ed è venuto per liberarci, e ci ha inviato il Paracletto che ci esorta a conoscere la verità. La conclusione pratica – così il metodo di Teofilo d'Antiochia nei suoi 3 libri Ad Autolycum – è di espiare i peccati con la penitenza e con il Battesimo, d'avvicinarsi a Cristo, d'abbracciare la sua dottrina, d'obbedire ai suoi precetti, per aver parte nella sua eredità; altrimenti sono da temere le pene che non finiranno mai.
I Gli apologeti istruiscono su due cose: spiegano e difendono l'idea di un Dio spirituale, onnipotente, trascendente, il concetto del Logos mediatore, degli angeli buoni e cattivi, dimostrano i vantaggi del cristianesimo, espongono com'esso sia innocente, benefico, pacifico, meritevole di rispetto; sventando le calunnie, le diffamazioni, il fanatismo, presentano la Bibbia come fonte di ogni saggezza e verità, l'operazione soprannaturale della fede come trasformante l'anima nelle virtù divine. Mancano però i misteri strettamente cristiani: della S.ma Trinità, dell'Incarnazione, del peccato originale, della Redenzione, della Grazia, dei Sacramenti. Quando invece gli apologeti s'indirizzano ai fedeli, penetrano più nel conto del cristianesimo: se ne ha una prova in una serie di scritti che espongono supposte discussioni fra cristiani e giudei, però con l'intento, più che di conversione i giudei, di confermare nella fede i fedeli.
Così l'Altercatio fasonis et Papisci (PG, 5, 1278 sgg.) di Aristone di Pella, il Dialogus cum Tryphone Iudaeo (PG, 6, 471 sgg.) di Giustino, l'Altercatio legis inter Simonem Iudaeum et Theophilum Christianum di Evagrio, l'Adversus Iudaeos di Tertulliano ed altri. Benché le apologie non fossero una c. nel senso stretto, non di meno giovarono molto per l'istruzione del popolo; fanno meglio conoscere a noi i punti delicati sui quali gli insegnanti e l'insegnamento catechistico del sec. II doveva insistere, e formano una specie di pre-c. o di discorsi preparatori ed iniziati a tutta la dottrina cristiana (cf. A. Puech, Recherches sur le discours aux Grecs de Tatien, Parigi 1903, p. 99; P. Batiffol, Introduction all'opera di J. Rivière, S. Justin et les apologistes du second siècle, Parigi 1907, p. XV; H. Leclercq, Catéchèse, in DACL, II, coll. 2546-49).
Un altro elemento che a suo modo entrava nella c. è l'esistenza dei penitenti e dei peccati commessi da loro. La penitenza comportava diversi gradi a seconda la gravità dei peccati. A. Seeberg, Der Katechismus der Urchristenheit (Lipsia 1903), pp. 25-30, ha composto tutto un elenco dei peccati menzionati negli scritti dei primi autori cristiani, come anche delle virtù che più o meno chiaramente vengono prescritte (cf. H. Leclercq, Catéchèse, in DACL, II, coll. 2550-52).
Alcuni peccati commessi dopo il Battesimo, erano computati irremissibili e con essi si contraeva la scomunica e l'esclusione dalla comunità: ai quali alludono già Hebr. 4, 4-8, il Pastore di Erma (Mandat. 4, 3), s. Giustino, Atenagora, la Didascalia, ecc. È naturale che i catecumeni fossero istruiti anche in questa materia (cf. E. von Dobschütz, Die altchristlichen Gemeinden. Sittengeschichtliche Bilder, Lipsia 1902). Vi erano invece altri peccati facilmente remissibili – Tertulliano, De pudicitia, capp. 1, 7 e 19: PL 2, 980, 991, 1017, il distingue in maxima, media e modica – che il codice penale non poteva fare oggetto della c. se non incidentalmente (cf. E. Vacandard, Le traitement des peccatae ioviora dans la primitive Eglise, in Revue du clergé français, 15 [1901]). Conformemente alla dottrina di s. Paolo, la Didaché esige la Confessione prima della preghiera in comune (IX, 4): «Nel giorno del Signore radunatevi per spezzare il pane e celebrare l'Eucaristia, dopo aver confessato le vostre mancanze, affinché il vostro sacrificio sia puro». Si voleva anche una istruzione riguardo ai peccati che si dovevano confessare.
Secondo questi dati si può giudicare quale era l'istruzione morale in quell'epoca: esame cioè del paganesimo, per fiaccarlo e condannarlo, appello alla storia per dimostrare l'intervento misericordioso di Dio per l'uomo, evocazione di ricordi evangelici per segnalare la parte di Cristo Redentore, insegnamento dogmatico e considerazioni morali per far abbracciare la fede e le pratiche cristiane; unico mezzo per salvarsi, ottenere la ricompensa ed evitare le pene della vita futura. Tali insomma erano i punti principali che formano il filo della c. primitiva.
III. DALL'INIZIO DEL SEC. III ALLA METÀ DEL SEC. V. – L'insegnamento dottrinale e morale della c. anticamente non era riservato ad un determinato tempo. Da quando, però, verso la fine del sec. II, catecumenato (v.) cominciò ad avere diverse categorie di postulanti i quali non si trovavano nello stesso grado di preparazione – gli uni erano semplici postulanti, altri catecumeni nel senso proprio, altri «competenti» o anche neofiti – il catechista era obbligato a proporzionare il suo insegnamento alla situazione ed ai bisogni immediati dei suoi uditori. Naturalmente un «competente» che già da anni era catecumeno e si preparava immediatamente a ricevere il Battesimo, doveva ricevere una istruzione diversa da un postulante il quale per la prima volta chiedeva di essere ammesso al catecumenato.
1. C. d'ammissione al catecumenato. – Era cosa naturale che subito da principio, quando uno per la prima volta si presentava per abbracciare il cristianesimo, gli si facesse una prima istruzione: gli si spiegavano brevemente i punti principali della fede e della morale cristiana, si chiedeva una prima rinuncia ai vizi pagani e la promessa di aderire agli obblighi della vita cristiana; si domandavano i motivi della conversione, la sua professione o il suo mestiere, per poter giudicare se fosse compatibile con la nuova vita che stava per iniziare. Una tale prima c. si è conservata nella Traditio apostolica di s. Ippolito e nei documenti connessi ad essa (cf. Ph. Oppenheim, Sacramentum regenerationis christianae, Roma 1946,

Catechési - Predicazione di s. Pietro, di Massimo da Panicale (prima del 1426) - Firenze, cappella Brancacci nella chiesa del Carmine.
pp. 13-15). S. Ambrogio (In Le. 6, 104-105: PL 15, 1696-97) dà un altro prezioso insegnamento: «In quanto ai pagani», scrive, "bisogna seguire l'esempio di s. Paolo nell'Areopago : dapprima sono da ammaestrare che vi è un solo Dio, che è il maestro di tutti, e che l'uomo deve amarlo; poi è da condannare e riprovare l'idolatria; infine si mostrerà che Gesù Cristo ci ha portato la salvezza e che si deve credere in lui perché la sola storia di ciò che ha fatto in terra fino alla sua Resurrezione è una prova incrollabile della sua divinità».
Sul metodo di fare la c. e specialmente di provare, con argomenti di ragione, i misteri della fede dinanzi a coloro che non credono all'autorità della Chiesa, ci è conservata una lezione esemplare nella Grande c. di s. Gregorio Nissono (PG 45, 9 ag.; cf. J. H. Strawley, The catechetical oration of Gregory of Nissa, Cambridge 1903) : ammonisce l'insegnante d'adattarsi ai vari bisogni dei candidati e, mettendosi dal punto di vista dell'avversario, seguirlo, passo per passo, in quello che ammette. Bisogna indicare i dogmi principali, quello della S.ma Trinità, dell'Incarnazione, della Redenzione, poi i sacramenti del Battesimo e dell'Eucaristia, come pure la doppia sanzione nella vita eterna per i buoni ed i cattivi; lo scopo della c. è di condurre gli infedeli alla fede, e perciò bisogna agire diversamente se si tratta d'un pagano che nega l'unità di Dio, o d'un giudeo che non crede in Gesù Cristo, o d'un eretico che erra nella S.ma Trinità, attaccando la divinità di Nostro Signore.
Più esplicito ancora è s. Agostino nella sua c. inviata al diacono Deogratias di Cartagine, in doppia redazione, una
più lunga l'altra più breve, da usarsi a seconda del tempo disponibile (De catechizandis rudibus). Quando si tratta d'un illetterato (rudis, indoctus), prima di entrare in materia, bisogna domandare i motivi della sua venuta, o da lui o da quelli che lo presentano: se allega un motivo falso, una bugia, non lo si agridi, ma si lodi un sentimento già in sé degno di fede; se allega un motivo estraneo alla fede, con dolcezza gli s'indichi brevemente e con gravità il vero scopo della dottrina cristiana, affinché abbracci ben volentieri ciò che prima voleva fare erroneamente o con simulazione. Se però è venuto a ragione d'una ispirazione, d'un avvenimento, d'un terrore incusso da Dio, questo può servire, come punto di partenza, per dimostrare la grande e sollecita cura di Dio per noi. Con una rapida esposizione storica poi gli si deve dimostrare che tutto ciò che Dio ha fatto, l'ha fatto per amore, per portare così il candidato ad amare Dio con giusta coscienza, con cuore puro, poiché in questo consiste lo scopo e la pienezza della legge: "ut ille cui loqueris audiendo credat, credendo speret, sperando amet» (De catechizandis rudibus, 4, 8: PL 40, 316). Poi si mostra l'intervento di Dio nella storia dagli inizi fino ai tempi attuali attraverso la sei età del mondo, mostrando che il Vecchio Testamento è soltanto la preparazione e la profetica annunciazione del Nuovo e che il Nuovo è la realizzazione o rivelazione del Vecchio: questa parte è la «narratio». Come conclusione, si insista sulla futura risurrezione, sull'ultimo giudizio, e sull'eterna sanzione sia del bene che del male; si metta in guardia l'infermità di quell'illetterato contro gli scandali che possono venire dall'esterno o dall'interno; infine gli si propongano brevemente e convenientemente i precetti della vita cristiana. Se allora accetta d'entrare, riferisca tutto il merito a Dio, ami Dio ed il prossimo per ragione di Dio, poiché Dio l'ha amato da nemico e lo giustificherà da amico. Quando invece si tratta d'un uomo che già possiede qualche nozione della S. Scrittura e della letteratura cristiana, bisogna essere molto brevi in questi punti per non darsi l'aria di voler insegnare ciò che già egli sa, enumerare semplicemente quasi conoscesse tutto appieno; così imparerà ciò che ancora ignora. Non sarà inutile domandare a quali tratti della dottrina in particolare attribuisce il suo desiderio di conversione; quando si conoscono, lodarli; quando sono mal compresi, notare che anche i buoni qualche volta possono sbagliarsi, opponendo all'autorità della Chiesa universale l'autorità di qualche eretico o ignorante. In quanto alle conclusioni pratiche, bisogna parlare come agli ignoranti. Quando si tratta finalmente di dotti o persone colte, ma ancora ignoranti in punto di fede, si raccomandi loro specialmente l'umiltà per impedire che non disprezzino coloro che sanno evitare piùfacilmente errori nella condotta e nella lingua; bisogna istruirli massimamente nelle S. Scritture, le quali, come parola di Dio, non sono da considerare come gli altri libri da un punto di vista puramente 'umano; si raccomandi di aderire più allo spirito che alla lettera, all'anima che al corpo, di'ascoltare più la verità delle spiegazioni che badare all'eleganza del linguaggio. In quanto al Sacramento da ricevere, basta che si comprenda ciò che significa; per i più tardi usare spiegazioni e paragoni affinché non disprezzino ciò che vedono. Dopo la teoria s. Agostino aggiunge un modello di c. pratica, come agire sulla mente e sulla volontà d'un illetterato che vuol farsi cristiano in vista della vita futura: dopo averlo lodato, il catechista immediatamente si riferisca a Dio che è il vero bene, il quale giudicherà e punirà. La vera felicità anche nelle prove di quaggiù, consiste nell'amore i precetti di Dio. Se uno vuol farsi cristiano per un motivo interessato o di ordine temporale, farà parte della Chiesa, sì, ma come paglia al vento; chi invece diventa cristiano per amore dell'eterna felicità in Dio, è sulla buona strada; stando in guardia contro la tentazione, non si lascia corrompere dalla prosperità, né abbattere dall'avversità: è modesto e temperato nell'abbondanza, forte e prudente nella tribolazione. In un riassunto della storia del mondo s. Agostino mostra poi la creazione, la caduta e la riparazione per l'Incarnazione del Verbo divino. Il Verbo si è incarnato anche per noi e ci ha redento. Ci sono due città sulla terra, nelle quali i buoni sono mescolati con i cattivi e saranno manifesti nel giorno del Giu-
dizio. Prima di Cristo sono cinque età: tutto in esse è una figura di ciò che si è compiuto nella sesta, che è quella nella quale viviamo noi, nella quale Gesù è venuto, morto, risuscitato, asceso al cielo per inviarci lo Spirito Santo; quella nella quale vivono ormai tutti coloro che credono in Dio, praticano la carità, contano sulle ricompense e temi, compongono attualmente la Chiesa; quello Spirito nel quale la Chiesa vive nei disturbi e nelle prove. Tutto questo noi lo vediamo compiuto sotto i nostri occhi; e questo compimento del passato è un pegno per gli eventi futuri, quali la Resurrezione, il Giudizio e la vita o condanna eterna.
La conclusione è: credere con fermezza a queste cose senza lasciarsi sconcertare; tenersi in guardia contro i demoni e i loro ministri, siano pagani o giudei o anche cristiani; attaccarsi con preferenza ai buoni, senza porre in loro la speranza, poiché questa si pone solo in Dio; e facendo così, perseverare nella fede anche nelle tribolazioni; conservare l'umiltà, perché Dio non permette che uno venga tentato sopra le sue forze.
Notabile in questo modello di c. è anche l'abilità con la quale s. Agostino insegna gli articoli del Simbolo, senza dire che fanno parte della formula di fede, e ne lega tutta la morale cristiana; e soprattutto, lo scopo ben preciso che la speranza e la carità ispirino la fede. Così non esita l'atone di riserva delle volte ricompense promesse ai fedeli e sulle pene riservate agli empi ed ai cattivi cristiani: mezzo eccellente per ispirare attraverso il timore un inizio di amore di Dio. Così nel periodo patristico la c. di s. Agostino rappresenta il modello d'una c. per principianti.
2. La c. dei catecumeni. — Ammesso una volta nel rango dei catecumeni, il futuro fedele doveva conoscere meglio la dottrina e la pratica cristiana. L'omelia ordinaria che spiegava il passo della Scrittura occorrente nel divino ufficio, era insufficiente a causa della riserva e CORELLI, ARCANGELO (v.); in tale insegnamento pubblico si trattava soltanto di questioni generali di fede e di morale, o si facevano semplici allusioni o accenni sumari che per i non-iniziati rimanevano un enigma. Occorreva dunque una informazione supplementare per i catecumeni. D'altra parte, se leggevano i libri del Vecchio Testamento, anche i deuterocanonici (Origine, In Num. homil., 27, 1: PG 12, 780) o altri scritti come la Didaché e il Pastore di Erma (s. Atanasio, Epist. fest., 39: PG 26, 1437), certamente non ne capivano la dottrina e la portata: dunque anche da questa parte la necessità d'un insegnamento supplementare e speciale, il quale venne affidato ai 8&a-oz&o, dottori o catechisti, chierici o laici, sacerdoti o diaconi, i quali dovevano adattarsi ai bisogni attuali dei catecumeni ed al progresso della loro preparazione.
Si limitava ad una spiegazione più completa e determinata di quello che nella prima c. avevano udito, specialmente della S. Scrittura. I dogmi, della creazione, della caduta e redenzione fino alla Resurrezione e il Giudizio generale vi avevano il loro posto e si poteva mettere in rilievo la bontà e la giustizia di Dio, l'Incarnazione del Verbo di Dio, la Redenzione e soprattutto la morale con la spiegazione dei diversi precetti del Decalogo e del doppio comandamento dell'amore verso Dio e verso il prossimo. L'istruzione era di tale natura da provocare un'adesione più ferma allo spirito di fede e di speranza in Dio; era anche terapeutica per guarire le anime dalla follia del paganesimo e dell'attacco al peccato; perciò era essenziale, mentre una formazione morale della volontà, una spinta del cuore alla pratica del bene, cioè un'educazione. Perciò con preferenza si leggeva il libro della Sapienza, che ne offreva degli esempi lampanti, mentre i libri di Tobia e di Ester servivano al illustrare la fede in Dio, la confidenza in lui, le virtù morali. Così la Bibbia ed il Vangelo offrivano veramente un aiuto prezioso per l'educazione. Del resto secondo le Costituzioni degli Apostoli (VIII, 32: PG 1, 1123) e s. Agostino l'insegnamento si faceva con più diligenza ed insistenza (cf. A. Gruber, Des hl. Augustin Theorie der Katechetik, Salisburgo 1820, Ratisbona 1870).
3. La c. dei competenti. — Quando il catecumeno passava al tempo di immediata e prossima preparazione del Battesimo, doveva ricevere il complemento della sua istruzione religiosa. La c. a lui destinata aveva un'importanza particolare e fu circondata di certe solennità. Secondo le Costituzioni degli Apostoli (VII, 39: PG 1, 1040) l'oggetto era la creazione, la provvidenza, la Trinità, le leggi della Chiesa, il Giudizio, i novissimi; a Gerusalemme alla fine del sec. IV, secondo la Peregrinatio Aetheriae (46, ed. B. Geyer, Vienna 1898, p. 97), la legge, la fede e la resurrezione della carne.
Secondo s. Agostino (De fide et oper., 6, 9: PL 40, 202) la Bibbia e la sua storia, le verità principali della fede e le prescrizioni morali continuavano ad essere insegnate. Un posto particolare era riservato al Simbolo, formò la sacra di ciò che si deve credere: i suoi singoli articoli venivano brevemente e successivamente spiegati; non lo si scriveva ma si teneva a memoria e nel cuore. Prima del Battesimo lo si recitava solennemente e poi, come il Pater noster, anche esso dato e spiegato, era per il resto della vita la formola della preghiera per eccellenza. Tutte le c. «in tradizione Simboli» conservate, a cagione dell'importanza di questo insegnamento catechetico, sono pronunciate da vescovi o da sacerdoti specialmente per questo delegati. Così, ad es., s. Cirillo a Gerusalemme, s. Giovanni Crisostomo ad Antiochia, s. Agostino ad Ippona furono incaricati, prima di essere vescovi, dell'istruzione dei competenti. Sul metodo, sulla natura, sull'oggetto e sull'importanza di tali istruzioni niente meglio ci informa che le c. che s. Cirillo nel 348, in nome del vescovo Massimo, pronunciava a Gerusalemme; la quale collocazione si compone di una pro-c., ovvero prefazione, di 18 c. indirizzate ai competenti nella Quaresima, e di 5 c. mistagogiche indirizzate ai neobattezzati nella settimana dopo Pasqua. Il metodo adoperato da Cirillo è quello di una esposizione popolare, semplice e chiara, viva e pressante, il più possibile adattato ai bisogni intellettuali o morali dei suoi uditori, e, per conseguenza, molto pratico e oggettivo. Li fa pentire dei peccati commessi, il conduce alla penitenza e li prepara, per mezzo dell'ascesi, al Battesimo, dà loro le armi contro gli errori dell'ambiente pagano, giudeo o eretico, li prepara a formulare con precisione le verità dogmatiche appoggiandole con argomenti desunti dalla ragione o dalla S. Scrittura; infine espone il simbolismo commovente delle diverse pratiche preparatorie all'iniziazione (cf. A. Knappitsch, S. Cyrilli Hierosolymitani catechesibus quae prin-cipia moralia contineantur, Graz 1899). Non dissimili e di molto interesse sono le c. recentemente scoperte di Teodoro di Mopsuestia (v.), che risalgono alla fine del sec. IV (cf. R. Tonneau-R. Devresse, Les hom. catéchétiques de Th. de Mops. [Studi e Testi, 145], Città del Vaticano 1949).
4. La c. dei neofiti. — Iniziati alla vita cristiana, per mezzo del Battesimo, della Cresima e dell'Eucaristia, i neofiti restavano per otto giorni sotto la direzione dei loro maestri prima di essere associati alla vita ordinaria dei cristiani, e continuavano a ricevere qualche istruzione particolare: a Gerusalemme le cinque c. mistagogiche di s. Cirillo rappresentano questo genere d'istruzione. S. Cirillo discorre qui sulle cerimonie del Battesimo (Catech. 19, PG 33, coll. 1065 sg.), sull'unzione fatta con l'olio esorcizzato e sul Battesimo (Catech. 20, coll. 1077 sg.), sull'unzione fatta con il s. crisma (Catech. 21, coll. 1088 sg.), sull'Eucarestia (Catech. 22, coll. 1097 sg.), sulla liturgia eucaristica e sulla partecipazione al corpo e sangue di Gesù Cristo (Catech. 23, coll. 1109 sg.). Queste c. mistagogiche, più brevi a causa delle feste pasquali, non contengono tutto ciò che sappiamo d'altra parte.
Certamente per i neofiti queste cose non erano di importanza assoluta. La Peregrinatio Aetheriae (ed. B. Geyer, Vienna 1898, p. 99) nota, parlando di queste istruzioni, che il vescovo in quest'occasione esponeva tutto quello che

Catechési - C. del discono Filippo (Act. 8, 27-38), secondo il Wilpert. Frammento di sarcofago del sec. iv, conservato nel musco delle Terme di Roma.
si faceva al Battesimo. Nell'Occidente si praticava lo stesso uso di indirizzare qualche istruzione supplementare ai neofiti nei giorni susseguenti al Battesimo. A Milano, p. es., s. Ambrogio rinviava la spiegazione dei Misteri a dopo Pasqua, poiché l'impressione viva, causata dalla diretta partecipazione dei divini Misteri, sembrava una lezione preferibile a quella d'una spiegazione preparatoria: «inopinantibus melius se ipsa lux Mysteriorum infuderit quam si cum sermo aliquis praecurrisset" (De Mysteriis, I, 2: PL 16, 389), questo però non impediva una minuziosa spiegazione dei diversi riti. Il De Mysteriis è difatti in grande parte composto da istruzioni indirizzate, come a Gerusalemme, a neobattezzati e relative al Battesimo, alla Cresima e all'Eucaristia. In Africa, al contrario, e specialmente ad Ippona, la maggioranza di queste spiegazioni precedevano l'amministrazione del Battesimo; ciò nondimeno la settimana di Pasqua era riservata a delle istruzioni «ad infantes n, cioè ai neofiti, sia per supplire all'insufficenza degli insegnamenti dati sulla Messa e sulla Comunione, sia, e più specialmente, per incoraggiare i neofiti alla perseveranza (cf. s. Agostino, Serm., 260 e 353: PL 38, 1202 sg. e 39, 1560 sg.).
IV. Dalla fine del sec. v a s. Gregobio Magno. In Italia, Africa del nord, Spagna, Gallia, in una parte della Germania e nelle isole britanniche la maggioranza della popolazione aveva abbracciato la fede; perciò l'antica organizzazione del catecumenato perse la sua ragione d'essere, diventata regola il Battesimo dei bimbi. Però anche per il loro Battesimo si praticavano ancora, durante la Quaresima, le speciali cerimonie della tradizione del Simbolo e del Pater noster, alla quale, in alcuni paesi, si aggiungera quella dei Vangeli e del Decalogo; la triplice rinuncia a Satana, alle sue pompe ed opere, la triplice affermazione di fede hanno ritenuto sempre il loro posto. Si sostituivano ai loro figli spirituali i padrini e le madrine. L'antica c. preparatoria al Battesimo doveva lasciare il posto all'insegnamento postbattesimale. L'istruzione primaria, come obbligo naturale e giusto della paternità naturale o spirituale, incombeva ai genitori e ai padrini; essa
rimase però per diversi motivi rudimentale. Perciò i parroci la completavano; anch'essi però, come gli altri (genitori, padrini); dovevano adattarsi alle capacità dei fanciulli e ragazzi e perciò ridurre l'insegnamento alla sua espressione più semplice. Pian CATECHISTA (v.). Ma nei paesi pagani, nelle missioni dell'Europa orientale e settentrionale, la c. conservava la sua forma tradizionale.
In Africa, in Spagna, nelle Gallie i catecumeni e competenti continuavano ad essere trattati come prima. Ferrando, discono di Cartagine, preoccupato per la sorte di un competente morto, narra fra le altre pratiche del catecumenato anche che questi aveva ricevuto l'istruzione propria al suo grado e la notificazione dei Misteri e della vita cristiana (Epist., I, riprodotta nella risposta di s. Fulgenzio, Epist., 12, i e 2: PL 65, 380).
In Spagna, dove gli ariani erano numerosi, nel 572 il II Concilio di Braga indica la via da seguire, nella Quaresima, quanto ai competenti, e l'insegnamento relativo agli esorcismi e al simbolo; i vescovi, nella loro visita pastorale, vengono esortati a spingere i fedeli ad abbandonare gli errori pagani e le gravi mancanze (can. V. Hardouin, Acta Concil., III, pp. 35 I e 386). Secondo s. Isidoro (De officiis, II, 21-27: PL 83, 812-24) il catecumeno rigetta il culto degli idoli ed impara che vi è un solo Dio; il competente viene ammaestrato su quello che riguarda i Sacramenti, il Simbolo e la regola di fede, il Battesimo, la Cresima e l'imposizione delle mani. S. Ildefonso (De cognizione Baptismi) prima segue il modo della curatio e di s. Agostino, distingue poi fra catecumeno e competente (op. cit., 30: PL 96, 124) e cita, come facenti parte della sua istruzione speciale, il Simbolo, il Pater noster, i sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell'Eucarestia (ibid, coll. 132-42, 166-71).
Nelle Gallie si sa da Gennadio (De eccles. dogmat., 74: PL 58, 997) ciò che si insegnava ai candidati del Battesimo alla fine del sec. V. sec. vi s. Avito (m. nel 526) ci ha lasciato un piccolo poema di cinque canti (De Mosaicse historiae gestis libri V: PL 59, 323-28), i quali fanno ricordare una parte della «narratio» agostiniana, trattando della creazione, del peccato originale, del giudizio di Dio che caccia via dal Paradiso Adamo, del diluvio e del transito per il Mar Rosso (due tipi del Battesimo); s. Cesario (m. il 542), fedele eco del vescovo d'Ippona, ci fa conoscere gli obblighi dei genitori relativi ai bambini (Serm., 6, 6: PL 39, 1751), dei padrini per i loro figli spirituali (Serm., 168, 3: ibid., col. 2071); enumera i vizi e le superstizioni del tempo che si devono abbandonare diventando'cristiani (Serm., 265, 5 : ibid., col. 2239), spiega i doveri dei competenti (Serm., 267 : ibid., col. 2242), si ferma sui diversi articoli del Simbolo che facevano oggetto della c. preparatoria al Battesimo (Serm., 257-43 : ibid., coll. 2183-84; cf. Serm., 244-51, sulla fede dovuta al Simbolo, sulla Trinità, sulla Redenzione e sull'ultimo Giudizio). S. Gregorio di Tours (m. nel 543-44) cita nella sua Historia Francorum, III sg. (PL 71, 241 sg.) alcuni passi relativi all'amministrazione del Battesimo durante il sec. VI. Per, avere un'idea completa della c. nei secc. v e vi, si dovrebbe cercare il metodo di s. Patrizio (m. 460) presso gli Irlandesi, di s. Colomba (m. 573) presso i Pitti e gli Scoti, di s. Agostino di Canterbury (m. 604) presso gli Anglosassoni, di s. Gallo (m. ca. 627) presso gli Alemanni della Svizzera, e di altri ancora; disgraziatamente però non ci è rimasta nessuna c. di quell'epoca, forse perché pronunciata da quei predicatori e missionari in lingua volgare. Vi era sempre da superare il paganesimo con le sue superstizioni, e, benché la c. preparatoria non sempre fosse sufficente, nondimeno doveva contenere le verità strettamente necessarie a credere ed i doveri da praticare da ogni cristiano, e perciò in esso si ritrovano la maggioranza degli elementi della c. apostolica e patristica. S. Eligio, p. es., enumera un gran numero di superstizioni da abbandonare (Vita s. Eligii, II, 15: PL 87, 524-50); il Concilio di Leptines (743) ne conta una trentina nel suo Indiculus superstitionum et paganiarum (PL 89, 810 sg.; J. Hardouin,
Acta Concil., III, 922). Vi è poi la proclamazione d'un solo Dio, creatore del cielo e della terra, il quale invia suo Figlio per salvare gli uomini, con un compendio della storia religiosa del mondo e dell'economia della Redenzione. Vi fa parte anche il Battesimo con i suoi esorcismi, rinunce, promesse, una lista di difetti da evitare e di doveri da adempiere. Vi è in fine la questione dei novissimi, del Giudizio generale, della sanzione delle ricompense o delle pene eterne.
L'epistola poi, con la quale s. Gregorio Magno felicità s. Agostino per la conversione di Ettelbretto e anglosassone, avvenuta il Natale del 597 a Canterbury (Epist., XI, 27: PL 77, 1139), lascia intravedere il metodo catechistico del celebre missionario anglosassone. Nel 624, la lettera di Bonifacio V a Edwino re sassone in Northumberland ancora pagano, è il programma di una c. : inanità degli idoli, importanza della fede in Dio creatore, il quale ha inviato il suo Figlio unico per salvare il genere umano, necessità di abbracciare il Vangelo e d'una rinascita per mezzo del Battesimo: questi sono i punti principali del trattato (Epist., 3: PL 80, 438). S. Eligio, che dava ogni anno a Pasqua il Battesimo a una folla di catecumeni, mostra successivamente al popolo le favole e le credenze pagane, le pratiche superstizie e gli parlava del solo vero Dio creatore, gli ispirava il timore del futuro giudizio e parlava dell'eterna ricompensa: egli si serviva degli scritti di s. Cesario e di s. Agostino (Vita s. Eligii, II, 8 e 15: PL 87, 523 e 524-50). S. Gallo (m. ca. 627), in un discorso tenuto al lago di Costanza, riassume la storia religiosa del mondo dopo il primo peccato fino alla redenzione nella croce di Gesù, trattando poi della missione degli Apostoli e della vocazione dei gentili, della divina costituzione della Chiesa, arca di salvezza (Sermo: PL 87, 13-26), facendo apertamente eco alla «narratio» di s. Agostino.
Così la c. al Battesimo, fedele alla tradizione dei primi secoli, ha continuato ad insegnare le stesse verità principali ed essenziali della religione cristiana, benché, a poco a poco, a motivo del Battesimo dei bambini, fosse insegnata dopo il Battesimo, in una età conveniente ed adatta, finché si sviluppò ciò che chiamiamo il catechismo.
V. S. Gregorio Magno al Concilio di Trento. —
I. Adattamento della Chiesa
L'antica organizzazione della c., la quale va man mano scomparendo nei paesi cristiani per l'uso sempre più generale di battezzare i bambini, rimane ancora, per qualche tempo, in alcune missioni di Europa (v. SORA). Dove merita particolare rilievo la precedente condotta della Chiesa, che pur mantenendo intatta la dottrina cerca di adattarsi alla capacità dei barbari, conservando quello che non è contrario alla fede, elevandolo, però, o volgendo (templi, feste, usanze popolari) a significato ed uso cristiano.Così nella prima missione benedettina, condotta da s. Agostino tra gli Anglosassoni, s. Gregorio Magno dà le più sagge e prudenti direttive per l'evangelizzazione, che influiscono sul modo stesso della c.: non distruggere i templi degli dèi, ma benedirli e consacrarli al culto del vero Dio; introdurre feste cristiane in luogo delle pagane; volgere i sacrifici degli animali cui seguivano lauti bambini, non più al demonio, ma a Dio datore di ogni bene, godendone e saziandosi: «et donatori omnium de satisitate sua gratias referant ut dum eis aliqua exterius gaudia reservantur, ad interiora gaudia consentire facilius valent, nam duris mentibus simul omnia abscidere impos
sibile esse non dubium est, quia et is, qui summum locum ascendere nititur, gradibus vel passibus, non autem saltibus elevatur» (Ven. Beda, Hist. eccl., I, 30: PL 95, 70 sg.; ed. a cura di C. Plummer, I, Oxford 1896, pp. 64-66, e il commento; II, 1876, pp. 57-61). Lo stesso metodo seguivano i missionari anglosassoni nella evangelizzazione della Germania, principalmente il loro grande apostolo, s. Bonifacio (672-754), il quale mantenne il latino nel rito del Battesimo, ma rivolgeva in tedesco le interrogazioni al neofita; lasciò continuare l'uso dei fuochi di gioia del solstizio d'estate, associandoli alla festa della natività di s. Giovanni Battista (24 giugno); e al culto del dio guerriero Wotan sostituì il culto di s. Michele Arcangelo, capo delle milizie celesti. La lingua liturgica e delle formule dogmatiche rimase la latina — provvidenziale guarentigia dell'esattezza dottrinale e della unità della Chiesa — risorbandosi il volgare alle spiegazioni catechistica e pastorale. Un solo esempio si ha in contrario nel primo medioevo: nel sec. IX i due fratelli missionari, i s. Cirillo e Metodio, introdussero in Moravia la lingua ecclesiastica slava, tollerata dai papi, ivi sostituita ben presto dalla latina, ma rimasta fino ad oggi tra gli Slavi meridionali (cf. G. Marckovic, Gli Slavi e i papi, I, Zagabria 1897, pp. 94-159). Ben diversamente accadde nelle conquiste dei Franchi, i cui eserciti spianavano essi la via ai missionari, distruggendo i luoghi e le case del culto idolatrico; alla conquista seguiva l'organizzazione ecclesiastica e il Battesimo in massa; più tardi veniva la c. e l'istruzione a promuovere la vera conversione interiore per opera dei monaci. Così sotto Carlomagno, la Sassonia fu incorporata alla Chiesa.
2. Materia e tempo della c
L'istruzione catechistica, nel medioevo, passa ben presto dai genitori e padrini verso i loro figli e figliocci, ai sacerdoti, a mano a mano che si formano villaggi e gruppi fissi e si può avere un clero stabile. La c. comprende da per tutto gli stessi elementi: nella prima metà del medioevo: le verità fondamentali della fede (Simbolo) e della vita morale (Comandamenti, Sacramenti, Pater noster); nella seconda metà si aggiungono anche altri punti: peccati, virtù, opere di misericordia corporali e spirituali, precetti della Chiesa, l'Ave Maria. L'ampiezza e il contenuto di questa c. medievale si ricava dai vari manuali o formulari catechetici che ancora si conservano, composti in maniera e metodi diversi e che dovevano servire di traccia ai sacerdoti catechisti (v. CATECHISTA). Particolare importanza rivestono i «formulari per la confessione», perché non miravano soltanto a suscitare le buone disposizioni al Sacramento, ma anche a istruire sempre più profondamente sulle diverse qualità e graviità delle colpe e ad inculcare le norme di una vita cristiana degna.La c. medievale si svolgeva specialmente le domeniche e le feste, sia nella cattedrale, sia nelle altre chiese e nelle scuole dei conventi e delle parrocchie e secondo le varie indicazioni e prescrizioni dei sinodi provinciali; ed era coadiuvata da tavole murali, su cui erano scritte le formule principali (il segno della Croce, il Credo, il Pater, il Decalogo) che il sacerdote doveva recitare forte ogni domenica prima e dopo la predica e spiegare parecchie volte all'anno; da quadri illustrativi, che richiamavano il significato della verità e dei precetti principali o riportavano scene bibliche ed erano appesi accanto alle tavole e anche portate in giro dai predicatori (ad es., la Biblia pauperum) (v.); e più tardi dai «misteri», dalle «laudi» e dalle «sacre rappresentazioni». Senza dire che gli affreschi e le pitture delle chiese, i bassorilievi delle porte e dei capitelli, i mosaici, le miniature dei devozionari e delle bibbie, formavano altrettanti punti di richiamo a determinati fatti e verità.
3. Legislazione della Chiesa
La coscienza e la saggezza degli antichi Padri eran dunque passate al medioevo, che le aveva espresse in attuazioni, lequali, mentre da una parte attestano la cura materna e l'aderenza intelligente della Chiesa alle diverse e mutevoli necessità dei fedeli, preludono, per l'altra, e preparano le forme della c. moderna. Il Concilio di Cloveshow in Inghilterra (747), per limitarsi ad alcuni, già aveva sapientemente organizzata l'istruzione catechistica parrocchiale (cann. 3, 10 [Mansi, XII, coll. 396, 398]) ottocento anni prima del Concilio di Trento; simili disposizioni vennero impartite per l'impero carolingio dal Sinodo di Francoforte (794 [can. 33; Mansi, XIII, col. 908]) e, per l'Italia, dal Concilio di Cividale del Friuli (796), radunato da s. Paolino, patriarca di Aquileia (cann. 1215: PL-99, 293-95). Lo stesso si trova inculcato e ordinato da Carlomagno in parecchi dei suoi Capitolari; e anzi egli proibì a chi non sapesse il Credo e il Pater di fare da padrino o madrina al Batissimo (cf. Fliche-Martin-Frutaz, VI, pp. 88-89). In tempi più vicini al Concilio di Trento, quando, aumentate, massime nel periodo del Rinascimento, le scuole,

Miniatura del Menologia di Emilio II (1900-1922) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. greco 1615, f. 107.
anche di maestri laici, si toccò dolorosamente con mano come l'istruzione religiosa fosse assai diminuita e ridotta, il V Concilio Lateranense, nella sua Bulla de reformatione Civiae (sess. IX, 5 giugno 1514 [Mansi, XXXII, col. 881]), stabili che tutti i maestri dovessero istruire i loro alunni nelle discipline umane, ma anche negli argomenti religiosi, quali i Comandamenti, il Credo, gli inni sacri, i salmi, le vite dei santi; che nei giorni festivi altro non insegnassero che la fede e i costumi, adoperando tutta la loro attività possibile per far partecipare glialunni, non soltanto alla Messa, ma anche ai Vespri, agli uffici divini, alle prediche.
Come si vede la c. si era ampliata non solo nelle materie; ma per dir cosi, anche nello spazio, perché il provvedimento del Concilio riguardava tutte le scuole, anche quelle che ora si chiamano dell'ordine medio, e misava, con l'insegnamento teorico, anche all'esercizio pratico della religione. "La scuola non ignorava la Chiesa, non scindeva l'istruzione dalla educazione, né la scienza speculativa dalla sua applicazione alla vita; non si disinteressava del precetto festivo, dei Sacramenti, della condotta religiosa e morale; come la Chiesa e con la Chiesa, la scuola seguiva gli scolari nella vita e faceva del maestro un padre, che si prendeva ininterrottamente a cuore i figli affidatigli dai genitori, come anime da formare" (Tamborini, op. cit., p. 15).
Quasi ad applicazione di questa auspicata stretta di mano tra Chiesa e scuola, l'editore Aldo Pio Manuzio nel suo libro scolastico De litteris graecis et diphthongis (Venezia 1495) stampava in latino e in greco il Pater, l'Asa Maria, la Salva Regina, il Credo e il Vangelo di s. Giovanni, "quae - dice nell'avviso premesso - operae pretium existimavimus scire adolescentulos»; e nei
Grammaticarum institutionum libri quattuor (ivi 1508), faceva precedere alle regole grammaticali i Comandamenti, il salmo Introibo ad altare Dei, le preghiere del mattino e della sera "quoniam omnibus in rebus a Divinis incipiendum est ", osservando nella lettera premessa ai maestri: «nitendum est pro viribus ut a te sanctos mores et bonas litteras simul edoceantur adolescentali». Nelle dediche, poi, ai due volumi dei poeti cristiani (Venezia 1501), dice di averli pubblicati perché i fanciulli li leggano invece delle favole pagane; "ita adolescentuli non in pravos et infideles, quales sunt hodie plurimi, sed in probos et orthodoxos viros evadent, quia adeo a teneris assuescere multum est" (G. B. Castiglioni, op. cit., p. 204).
VI. Dal Concilio di Trento ai nostri giorni.
4. Nuovi Ordini religiosi
Lo scoppio e la diffusione della Riforma nel sec. xVI, come diedero rilievo alle lacune esistenti nonostante i richiami delle autorità, così fecero da stimolo, per una più viva, profonda riforma e intensificarono lo sviluppo e l'adattamento della c., moltiplicando le norme e i suggerimenti pratici e la stesura di catechismi per le varie classi di persone. E ciò anche prima del Concilio di Trento; anzi ancor prima della Riforma protestante, perché dell'ignoranza religiosa altri eretici anteriori già avevano approfittato. Anzi il Concilio stesso non ebbe solo una funzione antiprotestante, ma concentrò e organizzò le molte energie frammentarie, già dispiegatesi qua e là sotto la spinta di un desiderio assai diffuso di riforma cattolica (v. CATECHISTA).I nuovi Ordini religiosi professarono in modo tutto speciale l'insegnamento del catechismo. S. Girolamo Emiliani agli «orlanelli faceva disputare la dottrina cristiana» sin dal 1524; anzi faceva loro recitare la seguente preghiera, dove si sente l'eco della riforma cattolica in contrapposto alla riforma protestante: « Dolce padre, nostro Signore Gesù Cristo, ti preghiamo per la tua infinita bontà, che riformi la cristianità a quello stato di santità, la quale fu nel tempo delli tuoi apostoli» (S. Santinelli, Vita di s. Gir. Evi., Venezia 1767, p. 152) e fece comporre dal suo amico fra' Reginaldo, domenicano, un catechismo. S. Ignazio e i suoi primi compagni insegnarono la dottrina cristiana e la Compagnia di Gesù, istituita nel 1540 , andò segnalata in quest'opera; i suoi professi fanno promessa speciale d'insegnare la dottrina ai fanciulli e al popolo semplice. Così pure i Barnabiti, il cui generale s. Alessandro Sauli, pubblicò a Pavia nel 1577 una Istruzione breve delle cose necessarie alla salute; gli Scolopi, la cui istituzione risale al 1597, ebbero la loro Spiegazione della dottrina cristiana secondo il metodo dei Padri delle Scuole pie; più tardi ancora i Fratelli delle Scuole Cristiane, fondati da s. G. B. de la Salle nel 1681, avranno la c. come loro scopo principale; perciò nella loro scuola un tratto di tempo è destinato ogni giorno alla spiegazione del catechismo. Sorsero anzi Congregazioni religiose di cate-
chisti, come quella dei «Preti secolari della Dottrina cristiana», detti «Dottrinari», fondata dal ven. Cesare de Bus nel 1592 in Francia. Alla fine del sec. XVI il fiorentino b. Ippolito Galantini (1555-1619) istituì la Congregazione laicale della Dottrina cristiana dei «Vanchetoni», così detti dal loro comportamento modesto («Van cheti»).
5. Le Compagnie della Dottrina cristiana
Castellino da Castello, sacerdote della diocesi di Como, nel 1536 istituiva la prima compagnia della dottrina cristiana col titolo «Compagnia dei servi dei puttini in carità» (iniziata dalle adunanze dei fanciulli nella chiesa di S. Andrea, che ivi teneva il cardatore di lana Francesco Villanova per insegnare loro il catechismo). Simili Compagnie si propagarono presto in altre città dell'Italia settentrionale (Genova, Vigevano, Verona, Piacenza, Parma, Lodi, Cremona, Varese). A Roma, nel 1560, si iniziava nella chiesa di S. Apollinare la prima scuola di Dottrina cristiana per opera del pio laico milanese Marco de Sadis Cusani, sotto la direzione spirituale del piacentino p. Enrico Pietra, coetaneo e compagno di s. Filippo Neri, e del p. Cacciaguerra. Le scuole si diffusero in città, sostenute e promosse dai seguaci e dai penitenti del Neri, e altrove, e presero anch'esse il nome di «Compagnie dei servi dei putti in carità». Con le scuole si moltiplicarono anche i sodalizi che vi attendevano. Una parte della Compagnia istituita dal Cusani si costituì, nel 1586, in Congregazione di «Preti secolari della Dottrina cristiana» detti «Dottrinari» o anche «Agatisti» dalla loro chiesa di S. Agata in Trastevere; i quali, poi, da Bene-detto XIV saranno uniti nel 1747 ai Dottrinari francesi del de Bus; l'altra parte, rimasta sempre confraternita, fu nel 1607 eretta in arciconfraternita da Paolo V e sus-siste ancora in Roma, ma è armonizzata e quasi fusa con la Commissione catechistica diocesana del Vicariato (Fr. Pascucci, L'insegnamento religioso in Roma dal Concilio di Trento ad oggi, Roma 1938).Del gran bene che facevano queste scuole e Compagnie fu testimonio a Roma s. Carlo Borromeo; perciò, entrato nella sua diocesi di Milano, nel 1566, le persone fezionò e organizzò: ogni castello o borgata della diocesi doveva avere la sua Compagnia della Dottrina cristiana; ogni scuola, cinque classi; ogni Compagnia i suoi «ufficiali», che si occupassero dell'attuazione delle norme pratiche impartite. Le sue Costituzioni et Regole della Compagnia et Scuole della Dottrina cristiana (Milano 1585, riportate in A. Ratti, Acta Ecc. Mediol., III, ivi 1892, pp. 149-261) sono uno splendido modello di legislazione catechistica. E il frutto ne fu così fecondo che, mentre al suo ingresso in diocesi non trovò che 15 scuole, queste alla sua morte, erano salite a 740. Le costituzioni, acer-sciute di nuove norme pratiche dal card. Federigo Borromeo, furono ripubblicate nel 1610.
Contemporanea all'opera del Borromeo fu quella del card. Gabriele Paleotti, arcivescovo di Bologna. Anche egli, dal 1566, prese a diffondere le medesime scuole, dando loro sapienti Ordini, uno per «i putti» e l'altro per «le putte», dove è contenuto il programma delle singole classi e la maniera di ordinarle e reggere con disciplina; indi un' Istruzione per i putti che desiderano vivere in Dio et particolarmente per quelli della Dottrina cristiana, manualetto, si può dire, completo di galateo; e finalmente, per essere sicuri dell'esecuzione dei suoi ordini, una Regola da servarsi da tutti li curati (per il sec. XVI e parte del XVII, cfr. l'opera ben documentata di A. Tamborini).
Intanto in Germania, in contrapposto alla c. luterana di carattere «teologico», si cominciò a pensare, dopo i primi tentativi di G. Witzel e di G. Dietenberger e dopo la proposta fatta dal Concilio di Trento (sees. IV, 5 apr. 1546), alla compilazione di una «teologia sommaria» per le persone colte, oltre che alla stesura di un breve cate-cismo che di essa contenesse le conclusioni principali per i fanciulli e il popolo. Di qui i vari catechismi di s. Pietro Canisio, di ampio giovamento alla c. cattolica, e in Ita-lia le due opere simili del card. Roberto Bellarmino.
Da quanto precede si può dire che il sec. XVI, per gli Ordini religiosi, i più sodalizi sorti a promuovere la istruzione religiosa e per i celebri catechismi del Canisio e del Bellarmino, fu il secolo d'oro della c. cattolica; alla quale diede autorevole dottrina e direzione il Catechismo romano, composto per decreto del Concilio di Trento e pubblicato nel 1566. Lo stesso si può dire del sec. XVII.
3. La c. nel sec. XVIII. — Però dalla fine del sec. XVII e per tutto il sec. XVIII la c. subì, di contra-collo, l'influsso delle correnti dell'incredulità, che andava ringraziandolo e sistemandosi. L'illuminismo, che proclamava l'autonomia della ragione, rigettava il soprannaturale, ogni dogma e ogni autorità religiosa, e non ammetteva altre verità, che non potessero provarci con la ragione, influì non solo sulla pedagogia ma anche sulla c., col minimizzare l'elemento soprannaturale e svolgere più ampiamente l'insegnamento morale e razionale. Anche senza allontanarsi affatto dalla retta fede la c., specialmente nelle scuole e nell'istruzione della gioventù e del ceto colto, andò prendendo l'aspetto di apologetica, nella quale le tesi filosofiche della «religione naturale» precedono, come «pracambula fidei», l'esposizione delle verità rivelate: alla partizione tradizionale (Credo, Comandamenti, Pater, Sacramenti, opere di misericordia, virtù) succede l'esposizione sistematica, spiegando la Dottrina e talora procedendo per interrogazioni socratiche, secondo uno svolgimento logico di tesi e proporzioni. L'autore che più vi si distinse è Ignazio Felbiger (1724-88), riformatore delle scuole nella Slesia e nell'Austria (cf. F. Weber, Gesch. des Katechismus in der Diöz. Rottenburg von der Auf-klärungszeit bis zur Gegenwart, Friburgo in Br. 1939).
Negli stati della Chiesa si mantenne viva, invece, la c. tradizionale, grazie alla vigilanza dei Papi, ai catechismi del Bellarmino, ivi prescritti, e all'opera della Arciconfraternita della Dottrina cristiana, di Roma. In questo periodo sorse in Viterbo la Congregazione religiosa femminile delle Maestre Pie fondata dalla ven. Rosa Venerini (1656-1728), con lo scopo principale dell'insegnamento catechistico alle fanciulle, per la quale essa compose interrogatori adatti, insieme con l'istruzione elementare e i lavori femminili. A Montefiascone, questa medesima Congregazione prese il nome di «Maestre Pie Filippini», da s. Lucia Filippini, discepola della Venerini, che ne continuò l'opera per volere del card. M. A. BARBARI (v.).
4. La c. nei sec. XIX e XX. — Nei sec. XIX-XX il risollevarsi della c. cattolica coincide con il ristabilimento della Compagnia di Gesù (1814) e il sorger delle nuove Congregazioni religiose, che attendono all'educazione della gioventù. In Italia particolarmente sono da indicare i Salesiani di s. Giovanni Bosco (1815-88), con i loro popolarissimi Oratori e scuole di ogni sorta; i Giuseppini del servo di Dio Leonardo Murialdo (1828-1900); gli Stimmatini del ven. Gaspare Bertoni (1777-1853) e le molte Congregazioni femminili che si prendono cura delle fanciulle e dei bambini.
L'insegnamento religioso, escluso in Italia dalle scuole pubbliche per il sopravvento del laicismo (cf. N. Rezzara, Il problema scolastico nell'ora presente, Bergamo 1913), si rifugiò nelle parrocchie e nelle opere educative cattoliche. A promuoverle si adoperarono specialmente tre illustri vescovi: il card. Alfonso Capecelatro (1824-1912), arcivescovo di Capua; Geremia Bonomelli (1831-1914), vescovo di Cremona, autore chiaro ed efficace dell'eccellente manuale catechistico Il giovane studente istruito nella religione (Brescia 1869), che ebbe molte edizioni; e Giovanni B. Scalabrini (1839-1905), vescovo di Piacenza, grande organizzatore della c. diocesana e parrocchiale e della formazione dei catechisti, fondatore del
primo periodico catechistico in Italia: Il catechista catolico, uscito il 5 luglio 1876; e organizzatore parimenti del primo Congresso catechistico, nel 1899, a Piacenza, al quale intervennero da varie parti d'Italia 400 congressisti. Dopo l'enciclica di Pio X sulla c. Acerbo nimis del 25 apr. 1905, si celebrarono vari congressi catechistici: Milano 1907, Roma 1908, Lucca e Bologna 1909, di nuovo a Milano 1910. Più importante fu quello di Brescia del 1912, perché presentò un disegno organico e compiuto, diocesano, parrocchiale, scolastico, per supplire alla mancanza dell'insegnamento religioso nella scuola pubblica, con la formula approvata da Pio X, di «Catechismo in forma di vera scuola con metodo ciclico intuitivo», che servì di guida agli ulteriori congressi e alle «settimane» e «giornate catechistiche» nelle varie regioni, particolarmente per il clero. Scopo del Congresso fu di studiare i mezzi per rendere più efficace l'insegnamento della religione agli adulti, ai giovani, agli operai apprendisti, alle giovani e ai fanciulli, e in quell'occasione fu anche inviato al Ministero della pubblica istruzione un memoriale perché fosse ristabilita nelle pubbliche scuole l'istruzione religiosa.
Un primo passo si verificò nel 1923 (dec. 10 ott., n. 2185), quando l'insegnamento della religione, considerata come «fondamento e coronamento degli studi elementari», venne reso obbligatorio per la scuola primaria; un secondo, quando questo insegnamento fu permesso nella scuola secondaria; il terzo e ultimo quando venne per esse sancito nell'art. 36 del Concordato tra la S. Sede e l'Italia l'11 febbr. 1929. Si istituirono allora corsi di preparazione e di abilitazione per i maestri elementari e gli insegnanti di religione nelle scuole secondarie; comparvero molti testi appositi per le varie scuole e anche pedagogisti laici presero a interessarsi della applicazione dei metodi cosiddetti «attivi» alla c., specialmente nella scuola.
Ancora escluso rimane l'insegnamento religioso, almeno ufficiale, nelle nostre università, da quando (legge del 26 genn. 1873, n. 1251, art. 1) vennero soppresse le cattedre di teologia; né i tempi sono ancora maturi per ricostituirle (cf. R. Lombardi, Filosofia e teologia nelle università regie, in Civ. Cat., 1942, 1, pp. 188-200 e il Convegno nazionale di studi filosofici. Relazioni, Roma 1941). Però dopo l'esperienza di due guerre che ha posto in luce, in tutta la sua crudezza, la vera malattia della società, che è il suo disancoramento da Dio, si è cercato di rimediare mediante l'istituzione di «studi teologici per i laici», con programmi e partizioni di materie adatti e conformi ad un vero insegnamento universitario. Iniziati a Firenze nel 1945, si estesero presto in ordine di tempo, a Padova, Napoli, Perugia, Messina, Assisi, Viterbo, Albano, Potenza e sono affiancati dalla rivista Città di vita, comparso nel 1946, che fa da organo ufficiale per le diverse sedi (cf. R. Sciamannini, Gli studi teologici per i laici, in Ecclesia, 8 [1949], pp. 488-90).
Questo movimento per il laicato colto era stato preceduto fin dal 1918 dall'opera del gesuita P. Agostino Garagnani, affiancata alla Università Gregoriana; essa ebbe sull'inizio come programma una cattedra isolata di apologia; ma già fin dall'anno seguente, 1919, essa si sviluppava in un vero istituto di cultura religiosa superiore, come i corsi sistematici per i giovani universitari, il circolo di studio e la biblioteca apologetica circolante. Nel 1927-28 i corsi furono messi a disposizione dell'organizzazione dell'Azione Cattolica (cf. R. Lombardi, Una opera e un uomo: il p. Garagnani, in Civ. Cat., 1944, III, pp. 202-13). Dal 1940, la Pro civitate christiana tiene annualmente ad Assisi un corso di studi cristiani, seguendo come traccia gli articoli del Simbolo niceno-costantinopolitano; corsi che stanno assumendo una importanza e un interesse sempre crescente sia per l'autorità dei maestri che tengono le lezioni, sia per il concorso dei partecipanti (cf. i voll. pubblicati sotto il titolo: Il Simbolo, Assisi 1940 sgg.; e La Rocca, quindicinale di informazione cristologica, ivi dal 1942). Dalla stessa Pro civitate christiana partì da pochi anni l'appello alla fondazione di Domus christianae, raduni periodici in case private, dove, sotto la guida di un sacerdote, si trattano e discutono questioni religiose. Accanto ad altri simili corsi superiori di religione, annessi per lo più ad istituti di cultura, vanno ricordate anche le conferenze religiose in ambienti profani (università, teatri, sale pubbliche, ecc.), la cui frequenza e buon successo attestano quanto sia vivo nell'animo moderno l'interesse per gli argomenti religiosi.
VII. LA C. NELLA LEGISLAZIONE ODIERNA DELLA CHIESA. — Il CIC dedica tutto un capitolo all'insegnamento catechistico (cann. 1329-36) e stabilisce con energia espressione che «è proprio e gravissimo obbligo, specialmente dei pastori di anime, curare l'istruzione religiosa del popolo cristiano» (cann. 1329). Nei canoni seguenti determina l'obbligo dei parroci nei vari particolari sia verso i fanciulli come preparazione alla Confessione e Comunione; sia verso i giovani negli anni successivi per i quali si deve organizzare un insegnamento più ampio; sia verso gli adulti ai quali si deve spiegare il catechismo tutte le domeniche e le feste di precetto. Il parroco può ricorrere all'aiuto di altri ecclesiastici e di religiosi che sono obbligati a prestarvi e specialmente ai più laici ascritti al sodalizio della dottrina cristiana. Inoltre, anche i genitori o tutori, i padri e i padroni devono assicurare ai loro soggetti una buona istruzione religiosa. Ai canoni già richiamati, altri se ne devono aggiungere, p. es. il can. 711 § 2 (confraternita della Dottrina cristiana in ogni parrocchia), i cann. 509 § 2, 565 § 2, 1366, 1373 (circa l'istruzione religiosa negli istituti religiosi, nei seminari e nelle scuole); can. 1020 (per un eventuale esame di catechismo prima del matrimonio), can. 2182 (circa i provvedimenti penali relativi).
Tutta la legislazione catechistica del CIC comprende varie decisioni già emanate precedentemente (p.es., Conc. di Trento, sess. XXIV, De Reform., capp. 4 e 7; Benedetto XIV, enc. Etsi minime, 7 febbr. 1742; Pio IX, enc. Nostis et Nobiscum, 8 dic. 1849; Leone XIII, lett. In mezzo, 26 giugno 1878; e specialmente Pio X, enc. Acerbo nimis, 15 apr. 1905, la «magna carta» del movimento catechistico nei tempi moderni; enc. Edita saepe, 26 maggio 1910). Pio XI, a sua volta, volle impartire norme più determinate in relazione alle imperia necessità dei tempi: col motu proprio «Orbem catholicum» (29 giugno 1923), costituì presso la S. Congregazione del Concilio l'Ufficio catechistico per regolare le opere catechistiche in tutta la Chiesa; col decreto Provido sane consilio della S. Congregazione del Concilio, 12 genn. 1935, determinò in particolare l'organamento delle opere catechistiche diocesane e parrocchiali in forma di vera scuola e l'obbligo dei vescovi di riferirne ogni quinquennio alla medesima S. Congregazione, secondo un questionario di 24 punti. E già prima, con breve del 26 apr. 1932, aveva proclamato s. Carlo Borromeo e s. Roberto Bellarmino celebrati patroni di tutte le opere di istruzione religiosa in tutto il mondo (cf. per questi e altri numerosi documenti: G. Luzi, La legislazione catechistica di Pio XI, Roma 1941).
VIII. LA C. NELLE MISSIONI. — Dal medioevo in poi, sino alle scoperte dei grandi navigatori e dopo queste, i principi cristiani si stimavano obbligati a portare il cristianesimo nelle terre conquistate (e si credevano investiti dell'autorità di imporlo anche con la forza) mediante il Battesimo conferito alla popolazione in massa; perciò la c. dei missionari è posteriore (cf. A. Vätth, Das Bild der Weltkirche, Hannover 1932, p. 30).
La prima opera di evangelizzazione di s. Francesco Saverio nelle Indie portoghesi si svolse, infatti, nella c. a. i paravi delle coste della Pescheria, cristiani solo di nome. Approdato appena a Goa nel 1542, il Santo cominciò (Epist., 15, nn. 12-15) ad insegnare in portoghese ai fanciulli le orazioni, il Credo e i Comandamenti; indi tradotti in lingua tamilica, alle popolazioni già battezzate, ma senza alcuna istruzione nella costa della Pescheria e a Tuticorin; di poi a Malacca, in lingua malese; infine nel Giappone in lingua giapponese. Il procedimento della sua c. era molto semplice e lo espone agli stessi in una istruzione per i catechisti (Epist., 53). La prima parte della lezione consisteva nella recita delle preghiere comuni, talvolta in forma dialogata, in modo che il catechista, con la sua domanda, provocava come risposta un articolo del Credo, o un comma della preghiera, o uno dei Comandamenti. Seguiva la parte variabile, cioè la spiegazione di qualcuna tra le verità della fede e di altro necessario a sapersi. Si concludeva con una preghiera. Il Santo (Epist., 59, n. 3) adoperava anche il canto dei fanciulli e dei vari ceti popolari, sia in luogo di canzoni profane, sia per facilitare il ritenere a memoria le risposte del catechismo (cf. G. Schurhammer e J. Wicki, Epist. s. Francisci Xaverii aliaque eius scripta [Monumenta Histor. S. I., 67-68], 2 voll., Roma 1944-45, specialmente, pp. 93-105; e per la c. nelle lingue tamilica, malese e giapponese: II, pp. 581-99).
Nell'India, terra di civiltà millenaria, di astuse speculazioni filosofico-religiose e di ferrea separazione delle caste, la c. esigeva procedimenti e metodi specialissimi per guadagnare alla fede i brahmani e le alte caste, che avevano sempre opposto un muro di bronzo alla evangelizzazione anche dello stesso Saverio, che se ne lamentava e operò le sue conversioni tra le caste inferiori. Li iniziò il gesuita p. Roberto de Nobili (1577-1656) con l'adattamento alla loro mentalità e ai loro costumi, con la conoscenza perfetta della loro lingua parlata e del sanscrito (lingua dei loro libri sacri), con l'evitare ogni polemica diretta. Cominciava dal dichiarare il concetto di Dio e della creazione dal nulla; a dissipare con l'esposizione positiva della verità gli errori fondamentali dell'indulismo: il teopannismo, specie di emanatismo pantheista idealistico e la trasmigrazione delle anime; indi procedeva a grado a grado nelle esposizioni del domani e della morale cristiana. Così riuscì a convertire un gran numero di brahmani (cf. P. Dahmen, Un féruite brahme, R. de Nobili, Bruges 1925). Allo stesso modo, eccettuato l'adattamento dei costumi, non più necessario, si procede anche ora nella c. degli indù di alta casta, benché le conversioni siano ancora poche (cf. M. Barbera, L'incante-simo dell'indulismo, Brescia 1939).
Nelle missioni moderne la c. è impersonata in tutto il complesso di metodi di evangelizzazione, vari secondo il grado di civiltà dei vari popoli. Basta qui accennare che presso i popoli di antica civiltà (India, Cina, Giappone) per il ceto colto alla esposizione dommatica precede la istruzione nelle verità morali e religiose di ordine razionale per dissipare i pregiudizi propri delle rispettive religioni, severandone quello che vi ha di conforme alla ragione. Ciò si fa generalmente nelle scuole aperte dai missionari a tutti, nelle conferenze, ecc. Presso i popoli barbari, si comincia invece con l'umanizzarli (così fecero i Gesuiti nelle famose Riduzioni del Paraguay) con opere di carità; indi si procede alla c. nei catecumenati e non si dà il Battesimo se non quando siano sufficientemente abituati ai costumi cristiani (cf. J. Schmidlin, Missionslehre im Grundriss, 2a ed., Münster in V. 1923, pp. 359-72, 421-22).
IX. LA C. NELL'ARCHEOLOGIA CRISTIANA. - La c., affidata generalmente ai presbyteri, talvolta anche a laici o a vedove, è spesso raffigurato nell'antica arte cristiana e specialmente nella scultura. Magnifico esempio è il sarcofago laterane, che si trova nel 1881 presso il sepolcro di Licinio Peto sulla via Salaria Nuova, della fine del sec. II e dell'inizio del III. Da una parte è rappresentato un dottore barbato con pallio filosofico, attorniato da personaggi in piedi: sta seduto e guarda verso un volume che tiene aperto con ambedue le mani. Figurazioni analoghe sono in altri sarcofagi nei quali i catecumeni sono raffigurati o come oranti (sarcofago di S. Maria Antigua), o in atto di ascoltare (sarcofago nel Museo Civico di Ravenna).
Il Wilpert vide la scena della c. impartita in vettura dal diacono Filippo al ministro della regina Candace in una serie di rilievi dei primi anni del sec. IV raffigurati due uomini su di un carpentum, come in un rilievo del museo Nazionale Romano (Inv. 8492). Tali sculture però sembrano piuttosto scene dell'ultimo viaggio si care agli artisti etruschi e romani. La c. di S. Filippo appare invece la prima volta nel sec. XI nel Metodologo di Basilio II. - Vedi Tav. LXII.